David Axelrod – Songs Of Experience

David Axelrod - Songs Of Experience

Sì lo so, quello adottato, è un approccio inusitato per il format tipico di Pillole Musicali, ma sono fermamente convinto possa essere il modo per poter condividere dischi sui quali non c’è molto da raccontare ma tanto da ascoltare.  

Diciamocelo chiaro e tondo, le classiche recensioni hanno stufato: tanti aggettivi roboanti, con la preoccupante tendenza del recensore – solito srotolarsi il cazzo in piazza per mostrare ai colleghi quanto ce l’ha grosso – di esporre al pubblico ludibrio determinati dischi.  

Qui si fa altro, l’intento è divulgare e cercare di far conoscere figure di spicco del panorama musicale. In questo filone probabilmente è più utile parlare della vita del compositore che di un singolo disco, per cercare di incuriosire i giovani padawan che non hanno mai avuto a che fare con questi autori. 

Con questo chiudo la polemica tra me e il sottoscritto. 

Ahimè David Axelrod ci ha lasciati recentemente (per chi non lo sapesse), cerco di spiegare come stanno le cose: abbiamo perso un grande compositore che ha avuto il merito e la bravura di produrre opere espressive, discrete e riconoscibili, muovendosi in punta di piedi tra il soul ed il jazz, che ben veste album quali Songs Of Experience ed il suo predecessore Songs Of Innocence. Per essere pignoli ha avuto l’ardire di fondere il jazz al barocco, il rhytm and blues al soul, in una esplosione di suoni al quale è impossibile rimanere indifferenti. 

Il lavoro di David Axelrod è interessante perché prodromico di una scena musicale che si consoliderà fortemente qualche anno dopo con il funk soul tipico della scena nera. In Songs Of Experience, per esempio, potrete ritrovare tante delle idee che hanno condotto al successo Superfly di Curtis Mayfield. Non conoscete Superfly? Bene [a dire il vero molto molto male ndr], facciamo un altro esempio allora: perché non provate a mettere qualche gemito di Barry White sopra a The Human Abstract? Vi sembra fuori luogo come soluzione? 

Volgendo lo sguardo a tempi più recenti, Innocence ed Experience seminano idee ed ambienti sonori – dalle tinte fosche e tetre – che gemmeranno a Bristol nell’epopea trip-hop. Non è meraviglioso scoprire tutti questi intrecci? In fondo nella musica i gradi di separazione sono meno di 6. 

Dovremmo pensare alla figura di Axelrod come ad un hub all’interno del quale passano varie connessioni, un’altra delle quali è William Blake, poeta a cavallo tra il XVIII e XIX secolo, autore del libro illustrato di poesie Songs Of Innocence And Of Experience. Coincidenze? Non credo proprio [leggetelo con la voce di Lucarelli, non Selvaggia]. 

L’ispirazione, così come la citazione, è acclarata tanto che – come Blake – Axelrod decide di scindere le due opere: Innocence è del 1789 (19 poemi), Experience del 1794 (26 poemi), una volta edito quest’ultimo, la scelta da parte dello scrittore è stata di accorpare le due pubblicazioni di un’unica opera.  

Axelrod in Songs of Experience si concentra su 8 dei 26 poemi con una postilla rivolta agli ascoltatori “è un’antologia sulla consapevolezza che si raggiunge dopo la nascita… basata su un poema del XVIII secolo di William Blake“, il suono oscuro che possiamo apprezzare in molte delle composizioni, come Human Abstract e The Fly, è volto a rappresentare il lato oscuro dell’umanità che perde l’innocenza e la purezza – descritti nel precedente Song Of Innocence – per addentrarsi nelle masturbazioni mentali dell’età adulta e di tutto ciò che ne consegue a cascata. Cambia il punto di vista e si compie un rito di passaggio evidenziato magistralmente dal basso, dagli archi, dalle percussioni e dagli accordi grevi al piano.  

Axelrod naturalmente non è solo questo, vi ho portato alla luce i primi due dischi della sua meravigliosa carriera. Auspico che come per Moondog, sia solo l’inizio di una piacevole scoperta per voi. 

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