Matt Elliott – Failing Songs

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But now those days are dead & gone 
And the future that we had is now the past 
And it’s cobwebs that we cling to 
Our aspirations turned to ashes in our hands 

Ascoltando Matt Elliott riaffiorano alla mente tanti di quei collegamenti musicali dai quali lui ha tratto ispirazione e dai quali altri hanno pescato a piene mani. Con Failing SongsElliott ci regala uno splendido disco di ballate malinconiche da posizionare concettualmente tra Leonard Cohen, Fabrizio De André, King DudeDirty Three, Nick Cave, Tom WaitsYann Tiersenn Goran Bregovic, segnato da chitarre che incedono con ritmo cadenzato come lo sciabordare dei panni in fiume.  

Si percepisce forte l’ispirazione est europea nelle progressioni musicali, con lente ballate che di punto in bianco accelerano bruscamente, così come a tratti – con l’ingresso della fisarmonica – ci si ritrova di colpo in un quartiere di parigino tra l’odore del vino e formaggio. 

La promiscuità musicale può essere spiegata dalle seguenti parole di Matt Elliott “la mia attitudine verso tutti i paesi è che la nazionalità vuol dire veramente poco, è dove i tuoi genitori hanno scopato (come disse Bill Hicks) e basta. Secondo me, tutti paesi sono una merda per differenti ragioni, tutti i paesi sono rovinati da uomini di malaffare […] tutti i paesi vedono i cittadini come potenziali criminali. La verità è che ci sono persone buone e persone cattive di tutte le nazionalità e il patriottismo – così come il nazionalismo –  è un modo di pensare vecchio quasi senza senso per il mio modo di vedere. Certo mi sento fortunato a passare il mio tempo viaggiando per l’Europa. È una cosa unica perché ci sono tante differenti culture che si incontrano, ognuna con la propria storia… puoi viaggiare per 100 km e la lingua – come tutto il resto – cambia completamente”.  

Seppure egli non sia in grado di dare una definizione della propria musica e dell’ispirazione che la guida, il fatto di vivere differenti esperienze ed entrare in contatto con altre culture ne arricchisce l’aspetto creativo e ne stimola la proiezione all’interno della propria idea. 

In tutto questo l’approccio di Matt Elliott è impeccabile, perché chi conosce i suoi esordi con i Third Eye Foundation sa come è evoluto il suo modo di fare e pensare musica. La ricerca come pietra miliare del proprio lavoro, un cambiamento continuo alla base del proprio credo. 

Una ricerca basata sull’ascolto di canzoni contraddistinte da differenti scale e strutture, un processo che ha aperto un mondo a Matt Elliott “la musica folk da tutto il mondo tende ad essere più espressiva, in un modo pur perché è una musica solitamente fatta con le migliori intenzioni, per raccontare storie o condividere emozioni, o più semplicemente per far ballare la gente. Sono affascinato dalla musica con contenuto emozionale, è quello che mi consente di discernere la buona musica dalla cattiva musica”. 

Failing Songs è il viaggio che l’ascoltatore vive di canzone in canzone, in un medley quasi senza sosta con i violini a fare da trait d’union tra le canzoni, una serie di cori ed impasti vocali su delle melodie di piano semplici e archi zigani, che talvolta purtroppo rischiano di diventare un mero sottofondo di una serata – passando in secondo piano – per via della similarità fra un brano e l’altro. Failing Songs si dimostra nella sua completezza un eccellente successore di Drinking Songs. 

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The Black Heart Procession – 2

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Prosegue il nostro viaggio tra i dischi più ottimisti e colmi d’allegria della storia, non è il primo e non sarà l’ultimo, ma qual è il modo migliore per apprezzare l’autunno in tutte le sue sfumature? Insomma, è il ciclo della vita, l’autunno è per la tristezza e la primavera per la felicità, indi per cui poscia, non rompete i coglioni e sorbitevi questa dose depressiva che non sta mai male (so che non rompete i coglioni ma passatemi lo slang da duro suvvia) [la cosa figa è che sto scrivendo questo articolo con 40 gradi nel bel mezzo di un Agosto discretamente lontano dall’autunno che ho descritto poche righe sopra, ma mi immedesimo nel prossimo autunno, ecco torno a battere meccanicamente le dita sulla tastiera]. 

In questo ciclo di pubblicazioni si è formato inconsapevolmente un intreccio molto interessante tra differenti tipologie di dischi: con i The Black Heart Procession, i Dirty Three, Matt Elliott e poi con Julia Holter verranno trattati dei dischi che giocano un ruolo molto importante, quello di risvegliare la fantasia dell’ascoltatore visualizzando immagini durante l’ascolto. 

Ognuno di questi dischi ha la capacità di immergere il fruitore in un mondo fuori dal tempo, consente di immaginare le scene, sentirle sulla propria pelle – in una malinconia tangibile ma non deprimente – aiutati da una ricerca dello strumento e del suono estremamente meticolosa. Mi auguro che troverete le stesse analogie da me evidenziate e che riusciate a scorgerne i tratti distintivi.  

Con 2 – il secondo disco in due anni – i Black Heart Procession scrivono una pagina importantissima della musica degli anni ‘90, divenendo un punto di riferimento per la scena alternativa statunitense, in quel sottobosco musicale brulicante di grandi realtà musicali capaci di regalarci perle indimenticabili. 

“Eravamo veramente tristi e bevevamo un botto [soprattutto whiskey a detta di Pall Jenkins ndr], e ci siamo detti ‘Oh sì, dovremmo scrivere delle canzoni super tristi’, non sto scherzando”, diciamo che i ragazzi californiani ci sono riusciti discretamente, partendo già dal nome, una scelta abbastanza cupa no? Beh quando nacque il gruppo Nathaniel e Jenkins venivano da un periodo turbolento sentimentalmente – inoltre erano in periodo di pausa dai Three Mile Pilot – e il primo disco nacque sotto l’influenza dell’alcool e della tristezza che poi si è riversata anche sul 2, questo spiega la scelta del colore nero, un modo di evidenziare l’umore dei ragazzi ai tempi, il cuore invece è la parola che più facilmente può essere associata all’espressione dei sentimenti, e per processione… lo spiega direttamente Jenkins “ci consideriamo un gruppo di persone caratterizzate da emozioni tristi, la parola processione, a nostro avviso, esprime proprio quest’idea di tristezza collettiva”. 

In questo album dall’alone di tristezza tangibile, c’è un aspetto molto interessante rispetto agli altri album altrettanto tristi – coevi o che troviamo nello scenario musicale – ed è la voce di Jenkins, stridula e a tratti cacofonica quasi in disaccordo con la struttura dei brani. Abituati alle voci profonde e calde degli altri dischi, Jenkins si dimostra una variabile stilistica molto interessante su un tappeto musicale altrettanto valido, capace di rendere credibile l’interpretazione di testi estremamente sentiti e che hanno radici profonde nello stato d’animo dei ragazzi di San Diego. 

L’intimità raggiunta in molti brani come Outside The GlassGently Off The Edge e Blue Tears è da pelle d’oca, l’uso sapiente delle tecniche di registrazione mostrano una linea di demarcazione molto profonda tra 2 ed i lavori di inizio decade, suonando attuale anche ai giorni d’oggi, riuscendo ad avere un attimo di brio solo con la stupenda It’s A Crime I Never Told You About The Diamonds In Your Eyes con quel piano un po’ alla Criminal di Fiona Apple e in pieno ‘90s (so ragtime du fin siècle). 

È meravigliosa l’idea di cominciare e terminare il disco in una sorta di loop, come se ci si trovasse in una processione infinita, e le altre canzoni sono semplicemente le tappe della via Crucis. Il cigolio del cancello, l’ululato del vento, l’inverno che si avvicina con una tempesta in lontananza a presagire nulla di buono. 

The Waiter no.2 e The Waiter no.3 sono delle perle che aprono e chiudono l’album sulla medesima struttura musicale, una saga malinconica quella di The Waiter che troviamo anche in 1 (disco d’esordio), Amore del Tropico (The Waiter no.4) e The Spell (The Waiter no.5), con una frase su tutte che risuona come una sentenza “And time won’t wait for us”. 

Grinderman – Grinderman

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In 20000 Days on Earth, Nick Cave si spoglia quasi totalmente della sua maschera per raccontarsi, tra i vari passaggi degni di nota, una considerazione in particolare si adatta al disco di cui racconto oggi “Se tornassi indietro sicuramente farei canzoni più brevi. Decisamente.”

Grinderman si presenta come un divertissement, un momento di stacco dalla routine consolidata dei Bad Seeds in un periodo un po’ stagnante. La voglia di svincolarsi dai ritmi foschi e placidi degli ultimi dischi porta ad un ritorno alle origini, ad un suono vivo e sporco con un Nick Cave che somiglia tantissimo Frank Zappa alla voce nel modo in cui interpreta le proprie canzoni.

Tornano le chitarre sporche e torna il ritmo finalmente, in un disco con canzoni che non superano i 4 minuti, quasi come a voler dimostrare a sé stesso di essere in grado di comporre un album che non ecceda in lunghezza “il nostro patto affinché entrassimo in studio era quello di non superare i 40 minuti totali, insomma venivamo da un doppio album di 20 pezzi, alcuni di questi dalla durata molto dilatata”.

Il disco in questione è Abattoir Blues / The Lyre of Orpheus e successivamente a quel tour Nick si prodiga nel comporre alla chitarra, strumento con il quale non ha enorme confidenza, questa scelta ha conferito al disco delle sonorità taglienti e a tratti rozze [solitamente ha il vezzo di sedersi al piano per pensare nuove canzoni]: “non avevo mai suonato una chitarra elettrica in vita mia, Jim mi ha portato in un negozio di strumenti a Manhattan nel quale ho comprato l’elettrica. Questo un mese prima che entrassimo in studio. […] Volevo che per il tour usassimo un chitarrista che avesse piena confidenza con lo strumento per suonare le mie parti, ma la band ha insistito affinché continuassi. Avrebbero lasciato il progetto in caso contrario, questo è stato veramente incoraggiante”.

L’improvvisazione a detta di Cave dona immediatezza e freschezza al suono che rende il disco più attrattivo, seppur con tutti i difetti e problematiche del caso che si trascina dietro per via dell’improvvisazione, è come avere una tela bianca di fronte, questo dona sicuramente un grande potenziale a patto ci sia una flessibilità dietro. Canzoni come No Pussy Blues e Set Me Free derivano da pura improvvisazione “Siamo entrati in studio con l’idea di registrare qualcosa di differente dal catalogo dei Bad Seeds. La verità è che suoniamo tanto insieme, ma anche con molti altri progetti esterni, perciò abbiamo notato che il nostro sound si stava discostando molto da quanto fatto in precedenza”, Nick Cave spiega la nascita di Grinderman ed essendo una valvola di sfogo, le sessioni di registrazioni si dimostrano molto snelle e proficue: 4 giorni per registrare l’album e tanto materiale extra, perlopiù improvvisato “è stato veramente liberatorio […] ognuno ha spinto oltre i propri limiti, senza sosta. L’ingresso della chitarra di Nick ha sicuramente cambiato le dinamiche di ciò che avevamo in mente” racconta il fido Ellis, poi la produzione di Nick Launey ha contribuito a rendere il progetto vincente.

Sentire un disco discretamente tirato e trovarsi di punto in bianco ad ascoltare Man In The Moon dopo Honey Bee è spiazzante, perché aldilà della brevità del brano sembrerebbe proprio adattarsi ad un disco dei Bad Seeds, uno stacco deciso ma che ci sta… uno shock inversamente proporzionale a quello che ho provato quando ho visto per la prima volta il video di No Pussy Blues, identificando la voce di Cave ma leggendo Grinderman e non capendoci praticamente nulla… poi vedere il capello rado ed il baffo alla Hulk Hogan ha di sicuro creato uno shock coi fiocchi (inversamente proporzionale alla libidine coi fiocchi).

No Pussy Blues è sicuramente la canzone più rappresentativa dell’intero album, nel videoclip la band è intenta a suonare in una festa nel quale tutti – praticamente tutti – stanno scopando… tranne chi suona. Nel video poi vengono presentate scene di fornicazione dal regno animale in un collage visivo sapientemente montato (mai verbo fu più corretto) da John Hillcoat. Nella clip fa anche la usa comparsa in slow-mo la tenera scimmietta che sta in copertina.

Il nome Grinderman [letteralmente Uomo Macina] deriva da una canzone blues di John Lee Hooker che tanto piace a Nick e Warren e che a sua volta viene da una canzone di Memphis Slim intitolata Grinderman Blues “il fatto che il nome avesse questa storia dietro, ci ha trasmesso delle sensazioni giuste”.

Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree

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“Resisti al bisogno di creare 

Resisti alla fede nell’assurdo 

Resisti attraverso la provocazione 

Resisti attraverso la malattia e la tristezza 

Resisti attraverso la masturbazione 

Resisti attraverso manuali di motivazione 

Resisti lavorando per gli altri 

Resisti attraverso il paragone con gli altri 

Resisti attraverso l’opinione degli altri 

Questi sono i Nove tormenti dell’avanzamento. Ci scorrono nel sangue, nella pelle e nei nervi. Rappresentano per il nostro progresso una minaccia reale e disastrosa come un treno fuori controllo che ci tuona incontro, mentre irrigiditi dalla paura restiamo fermi sui binari”. 

Con questo estratto da Sick Bag Songs ho deciso di cominciare un articolo che reputo estremamente complesso per i temi trattati, per la vicinanza con l’uscita discografica e per la valenza che ha il disco, sia dal punto di vista musicale quanto di quello umano. 

I tormenti dell’avanzamento sono le paure che ammantano chi ama più di sé stesso la propria vocazione, succedeva con Zappa, solito rinchiudersi 18 ore su 24, sette giorni su sette in studio, o a Neil Young che per la sua musa sarebbe capace di passare sopra chiunque, sono i tormenti di chi vive per progredire e ha in qualche modo timore di non lasciare una traccia del proprio passaggio.  

È la paura che ha assalito Nick Cave dopo la morte di Arthur – uno dei suoi gemelli – la paura di perdere tutto e di non sapere più il come si fa.  Molte delle canzoni in Skeleton Tree sono già state pensate prima che accadesse il luttuoso evento; la drammaticità giace nella sensazione che le canzoni siano state scritte dopo ciò che è accaduto in quanto il tema della morte è ricorrente e alcuni brani risuonano tristemente profetici.  

Succede che Cave rimetta mano ai brani rendendoli di una intensità unica, come se la perdita avesse donato nuova linfa alla propria capacità creativa “Ho scritto un mucchio di canzoni dopo la morte di Arthur, ma le sentivo quasi un tradimento nei confronti di tutto ciò che mi circondava, come se stessi tradendo mio figlio; come se non avessero il giusto potenziale emotivo, le ho scartate. Andrew Dominik le ha trovate tra i miei appunti e se n’è innamorato, le ho usate come voce fuoricampo per il film One More Time with Feeling. Posso scorgere adesso, con chiarezza, che si trattava di qualcosa di veramente potente, ed ero incapace di vederlo al tempo. Tuttavia, sono ancora galleggianti. Ma sto scrivendo tante cose. Un mucchio di nuove cose”.  

Ogni singola traccia è un pugno nello stomaco, dalla sirena di Jesus Alone alla preghiera di I Need You, ripetuto allo sfinimento come fosse un mantra, con la voce rotta, insicura e colpita al cuore, o nella soavità di Distant Sky e nella title-track, nella quale sembra tornare la calma dopo la tempesta, quasi a voler dimostrare a tutti che le cose possono cambiare, ma tutto scorre nonostante Cave sia sopravvissuto a suo figlio, in un dolore forse impareggiabile “Per me andare in studio a Parigi non era una buona idea, spero di non dover ripetere un’esperienza simile. Erano passati appena pochi mesi dalla scomparsa di Arthur. Era troppo presto. Ma ho creduto fosse importante che lo facessi. Sai, la vita va avanti e anche tutto il resto. È stato terrificante. Un disastro. Così per tutti. La maggior parte di ciò che facevamo semplicemente non andava. Abbiamo provato a registrare nuovamente delle canzoni. La maggior parte di ciò che facevamo suonava male. Era come se le registrazioni rozze semplicemente si rifiutassero di essere ripulite o migliorate. Perciò Skeleton Tree è stato un po’ il prodotto di questo”. 

Qualche riga sopra è stato menzionato One More Time With Feeling, il film che funge da stele di Rosetta per comprendere a pieno Skeleton Tree ed ogni suo brano, per non dare scontate alcune situazioni (come la tempistica nella creazione dei brani) e per cercare di capire come il lutto sia stato metabolizzato dal punto di vista umano e professionale da Cave, la sua band e la propria famiglia “Inizialmente avevamo idea di girare un film per la promozione del disco. Niente più della registrazione dei brani live per invogliare la gente a vederlo al cinema e comprare il disco. Ma dopo la morte di Arthur tutto è cambiato. L’unica cosa che mi ha tenuto in vita in al tempo è stata pensare al lavoro che sarebbe continuato”. 

Skeleton Tree è un disco che non può essere classificato come tale, è dolore, è un requiem straziante ridotto all’essenza, scarnificato di ogni orpello musicale, parole e voce, Cave è sempre meno propenso a cantare (ricordando la parte finale di carriera di Johnny Cash), sempre più votato a raccontare le storie, le sensazioni, cercando di buttar fuori quanto più possibile ciò che ha vissuto, anche se come ammette lui stesso “vorrei dire tante cose su Arthur, ma non riesco”.  Skeleton Tree è un’opera totale consolidata da One More Time With Feeling, grazie al quale si completa e si assesta in una dimensione tutta sua.  

Per quanto l’album lasci dei punti di sospensione, la pellicola è schietta, un calcio all’ipocrisia della cultura occidentale che non consente di affrontare un lutto come ha fatto Cave con la propria famiglia. Nick Cave getta – in un atto di istinto ragionato – la maschera pirandelliana, non senza impaccio; smonta le impalcature e le sovrastrutture che hanno caratterizzato la sua persona, torna all’essenza musicale oltre che comportamentale, decidendo di mostrare il dolore in piazza per esorcizzarlo, per viverlo a pieno e viaggiare dentro di esso, con un messaggio di speranza finale “è come se avessimo fatto qualcosa di buono per Arthur, tutti noi, con il pensiero di lui tra le stelle”. 

Nick Cave & The Bad Seeds – The Good Son

Nick Cave & The Bad Seeds - The Good Son

Serendipità, questa orrenda parola d’autore (dal concetto meraviglioso) tradotta in italiano dall’inglese [serendipity ha tutt’altro impatto, non trovate?], è la parola che associo a The Good Son, perché ricordo che la sua scoperta per me è stata estremamente casuale, un po’ come avvenne a Cristoforo Colombo con la Colombia ero alla ricerca di altro e mi ritrovo questo disco così ben strutturato e potente, senza punti deboli. 

Ho citato la Colombia, e restiamo in Sud America precisamente in Brasile (poi mica tanto distante dai cafeteros), paese fulcro per questo disco ed in particolare per la vita di Cave, arrestato nel 1988 e deciso a disintossicarsi. Il processo di pulizia viene favorito dal nuovo legame sentimentale di Nicolino che si accompagna alla giornalista Viviane Carneiro “Suppongo The Good Son sia un riflesso di quello che ho vissuto in Brasile nel primo periodo. Ero felice lì. Ero innamorato e i primi due anni sono stati buoni. Il problema che ho trovato è stato… che per sopravvivere avrei dovuto adottare la loro attitudine in tutto quanto, che è un po’ ottusa come cosa”. 

Della serie la felicità non esiste, o se esiste non dura. 

Bon, in questo contesto va ad incastonarsi il brano di apertura di The Good Son, quel Foi Na Cruz (Era sulla Croce) presa in prestito da un canto brasiliano di protesta e con qualche aggiunta nel pieno stile di Cave. La religiosità brasiliana è cosa risaputa e si trascina nel brano ricordandoci quanto Cristo si sia sacrificato per tutti. Al di là della tematica, non trovate analogie con From Her To Eternity? Entrambi i dischi cominciano con delle certezze che provengono dall’esperienza di Cave, prima Cohen e poi dalla tradizione del paese nel quale vive, partire dalle proprie radici per evolvere nel corso del disco in qualcosa di differente. Il cambiamento come motore unico. 

La title track invece deve il proprio coro iniziale e finale a Another Man Done Gone, un canto della tradizione afro-americana, un brano registrato poi da Odetta e annoverato tra le ispirazioni di Nick Cave. The Good Son si ispira a Caino e Abele, un riferimento alla Bibbia dal quale attinge spesso e volentieri Cave per i propri sermoni apocalittici e che descrive la trasformazione e la sofferenza del “figlio buono”.  Una sorta di post-it che prosegue per tutto il disco come a mettere in guardia Cave stesso dal non commettere gli stessi errori del passato. 

Negare il fascino per il sacro ed il profano è come affermare che la terra sia piatta [terrapiattisti de sto cazzo provate a negare il fascino del sacro e profano, merde], sicuramente è un terreno fertile per narratori e cantastorie, soprattutto per un ex tossico, tanto che anche The Witness Song è ispirato al gospel tradizionale americano Who Will Be A Witness?, nel quale Elvis in the Memphis in the Pelvis Cave potrebbe tranquillamente impersonare un santone battista moderno, tanto quanto è invasato e tarantolato nel canto, puntando il dito verso “Te, te e te! DATEMI UN AMEN CAZZO!” 

Non mancano i momenti di dolcezza zuccherosa, tenerosa e amorosa, come in Lucy – brano a chiusura del disco – e The Ship Song o nel tango accennato di Lament. Il Sud America è presente anche nella bossanova di The Weeping Song, forse il momento più alto del disco, nel quale le voci di CaveBargeld si susseguono in un curioso gioco del perché tra un figlio – alla scoperta del dolore – ed il padre – intento a spiegargli che al peggio non c’è mai fine… ma tutto in modo molto paterno, non come ve l’ho liquidata io. 

Forse il momento più cazzuto del disco però lo si ha con The Hammer Song, dove la grinta esce fuori di punto in bianco, dopo esser stata relegata per tanto durante il disco. The Hammer Song, insieme a The Witness Song, The Weeping Song e The Ship Song, sono rimaste – in uno slancio di fantasia – con il loro titolo provvisorio, attenzione a non sbagliarvi con The Good Son(g), che non è la buona canzone bensì il figlio buono. 

Detta questa cazzata, i Bad Seeds qui fanno il culo a strisce a chiunque, grandi atmosfere, grande lavoro di fino da HarveyWydler che danno corpo all’opera senza invadenza. 

Dirty Three – Ocean Songs

Dirty Three - Ocean Songs

Devo essere sincero, non ho realmente molto da dire riguardo i Dirty Three, avevo solo molta voglia di pixellare questa copertina, personalmente la trovo stupenda… poi vabbè qualcosa la si trova sempre da dire su Warren Ellis e soci. 

Partiamo dall’ABC e vediamo se riusciamo a cavarne qualcosina di più interessante: 

  1. Questo album è completamente strumentale, alcune composizioni sono decisamente lunghe, ma a chi non piacciono le cavalcate folk che si costruiscono sul suono di un violino a tratti ossessivo? 
  2. È un concept album, decisamente molto evocativo, suggestivo e capace di accompagnare l’ascoltatore, prendendolo per mano, nelle atmosfere dei marinai, dei viaggi in mare e delle leggende che lo attorniano. Tra la salsedine e l’aria salmastra, il canto delle sirene e delle balene, le onde che si infrangono a poppa. 
  3. L’uso sapiente dei titoli, accompagnato dalle melodie, riesce a narrare in maniera dettagliata quanto accade in questa via Crucis marina. Il canto delle Sirene inaugura il viaggio (Siren), seguito da un mare agitato e da onde senza sosta che scuotono l’imbarcazione durante il viaggio (The Restless Waves), il miraggio di una battigia ed una corrente implacabile che allontana dalla riva la nave, il cielo che piange in una sorta di requiem e di abbandono ai flutti oceanici terminato in un bailamme sonoro, come ad indicare la voglia di lottare sino alla fine aggrappandosi con le unghie (Authentic Celestial Music), la quiete dopo la tempesta, una quiete interiore che rappresenta la riflessione del viaggiatore e la consapevolezza di essere stato uno stolto ad aver sfidato la maestosità del mare (Backwards Voyager). I resti di un relitto incagliati tra gli scogli e riversi sulla spiaggia (Last Horse in the Sand), il rovesciamento dei dogmi così come li percepiamo (Sea Above, Sky Below), e la marea nera che come una morte calma avvolge tutto ciò che incontra (Black Tide) inglobandolo nelle profondità oceaniche (Deep Waters), in una purificazione del mondo stile diluvio universale che porta alla completa estinzione dell’umanità (Ends of the Earth). 
  4. Questo disco è un capolavoro assurdo. 

La chiave di lettura che ne ho dato è unicamente frutto della mia immaginazione ed è ciò che ha scatenato in me Ocean Songs 

Alla fine, di qualcosa ho scritto, se siete arrivati sino alla fine dell’articolo, vi lodo per la fedeltà. 

Einstürzende Neubauten – Die Zeichnungen Des Patienten O.T.

Einsturzende Neubauten - Die Zeichnungen Des Patienten O.T.

Chiasso, rumore, catene, pantaloni di pelle e talco, gilet discutibili, caos allo stato puro senza apparente motivo. L’intenzione è quella di ricreare l’ambiente industriale dove l’ensamble di rumori – dissonanti – contribuisce ad una visione più ampia: il rumore è musica. 

Parole forti! Citando l’amato Kent Brockman, un’affermazione ardita che son sicuro possa far storcere più e più nasi. 

La provocazione è tangibile, forte ma non fuori luogo. Oggetti desueti come catene, bidoni, lastre di ferro, trapani e altri attrezzi – che potremmo trovare più in un cantiere che in uno studio di registrazione – vengono adoperati in maniera sapiente da ChungHacke, F.M. HeineitUnruh e Bargeld. Una provocazione che come scrivevo poco sopra, non è campata in aria, già John Cage si era cimentato con l’utilizzo di oggetti vari a fine compositivo (i più informati si ricorderanno della partecipazione di un allora allampanato Cage a Lascia o Raddoppia? nel quale – tra paperelle e bollitori – vinse una ragguardevole cifra e nel quale si esibì davanti ad un pubblico ed un Mike Bongiorno in visibilio).  

Capita perciò che durante questo periodo – definito il più industrial della band – il pubblico dovesse prestare particolare attenzione durante i live a non rimanere offeso dagli “strumenti” del tutto anomali. Sia mai che una scheggia finisca in un occhio, che la piastrella di ceramica tagli la gola di qualcuno e che le scintille non diano foco allo palco! Non si po’ perir de musica. 

Tornando a Cage, vorrei puntualizzare su un aspetto fondamentale: usa il rumore come base per l’improvvisazione, tanto che la sublimazione di questo concetto viene raggiunta con 4’33”, improvvisazione di natura differente ogni volta che viene presentata al pubblico in quanto è proprio l’ambiente che contribuisce all’opera per quei 4 minuti e 33 secondi… della serie Paganini non ripete bbelli!  

L’esatto opposto di quanto fatto dagli Einstürzende in questo loro secondo disco (che copierò ed incollerò solo una volta per evitare di rifarlo successivamente Zeichnungen des Patienten O. T.), si può quindi affermare che la strada battuta da CageEinstürzende sia la stessa fino a quando – alla biforcazione – uno ha girato a destra e l’altro a sinistra salutandosi con la manina. 

L’approccio degli Einstürzende è più casinaro, tant’è che lo stesso Blixa ricopre di urla ogni canzone “è giusto un periodo nel quale preferivo cantare in quel modo. Ogni tanto ci sono ancora delle urla, non sono emozionali ma solo colori tonali. Al tempo di Zeichnungen des Patient O.T. ho cominciato urlando senza pensarci minimamente su.” 

Non pensate male, ci sono degli accenni di strumenti più o meno consueti, come in Die Genaue Zeit (solo all’inizio del brano a dire il vero)… inutile fare un approfondimento brano per brano, cosa cazzo volete che vi dica… sarei uno scimunito se provassi a descrivere ogni singolo “brano”… ma lancio un messaggio alla comunità: checché ne pensiate non è inascoltabile come disco, non date troppo peso alle mie parole e non allarmatevi. Certo prendete il disco con le pinze perché… mhh, come dire… non è proprio il disco che consente la concentrazione o aiuta a raggiungere la pace con l’ambiente circostante.  

Ma c’è un aspetto affascinante e che rende questo lavoro magnetico, il ruolo di Blixa che con la sua voce, la sua cadenza ed il fascino perverso che esercita la lingua tedesca, si erge a sciamano di un nuovo mondo, apparentemente gelido e apocalittico. 

Blixa è capace di far apprezzare qualcosa di estremamente complesso, sostituendosi al santone di Age Of Empires e gridando a pieni polmoni un “Wolololo” capace di catturarci nel suo mondo di rottami, lamiere e spazi abbandonati.