Queen – A Day At The Races

Il quinto album in studio è il gemello concettuale di A Night At The Opera. Non solo per i brani che vanno a comporre A Day At The Races, quanto per lo stile musicale e visivo (la copertina è una variante di A Night At The Opera, ed il titolo scelto anche in questo caso ricade su una pellicola dei fratelli Marx).  

Freddie lo introduce con queste parole “È nuovo, è leggermente differente, ma suona ancora come un album dei Queen. A Day At The Races è il seguito di A Night At The Opera. Da qui il titolo. Abbiamo imparato molto da A Night At The Opera riguardo le tecniche di studio”. 

A Day At The Races è il primo disco per il quale i Queen non si avvalgono dei servigi di Roy Thomas Baker, “questa volta ci è mancata la sua allegria, ha contribuito molto tecnicamente e noi siamo riusciti a capitalizzare”, spiega Taylor

Per quanto A Night At The Opera risulti più brillante e convulso, è innegabile il fascino esercitato da A Day At The Races, in primis per l’acclarata difficoltà nel differenziarsi dal suo fratello maggiore nonostante il mantra di tutta la band di non ripetere quanto fatto in passato; in seconda battuta per delle piccole perle che rappresentano a mio avviso l’essenza romantica queeniana: You Take My Breath Away, The Millionaire Waltz e Good Old-Fashioned Lover Boy.  

“Questa volta avevamo a disposizione solo pochi singoli molto forti. È stata una scelta molto complicata ad essere onesti. Il primo singolo, in particolar modo, è una questione di gusti. Abbiamo optato per Somebody To Love per cominciare” spiega Freddie.  

Somebody To Love è un brano a forti tinte gospel/motown influenzato da Aretha Franklin, e in quanto tale affronta tematiche care al gospel. Per quanto in apparenza possa apparire molto semplice ha – come consuetudine per i Queen – una struttura multistrato, composta da una serie numerosa di sovraincisioni, in questo Bohemian Rhapsody ha fatto storia ed è uno standard che troveremo in molti altri brani a venire dei Queen.  

Non c’è tanto altro da dire su Somebody To Love oltre che è un brano meraviglioso e che rappresenta uno dei rari casi in cui ai cori partecipa anche il buon John Deacon. Attenzione! Non nella versione in studio o nel videoclip nel quale appare al microfono insieme agli altri tre (lì è solo tutta scena), la sua voce – seppur a volumi bassi – è perfettamente distinguibile in alcuni bootleg del ‘77 (Earls Court è uno di questi, per intenderci il concerto di Freddie in tutina a rombi verde/arancio/bianca), quindi se siete curiosi di associare una voce a quel visino simpatico, ascoltateveli sul tubo. 

Ahhh, dimenticavo! Mia Martini ha interpretato la versione italiana di Somebody To Love, Un Uomo per Me con Ivano Fossati ai cori. Sapevatelo! 

Come consuetudine il disco è in perfetto equilibrio con quattro tracce composte da May e quattro da Mercury, con la bellissima Drowse di Taylor You And I di Deacon. A proposito di quest’ultimo, sento la necessità di aprire una parentesi in sua difesa. Non è – e non era – affatto un coglione come la coppia Taylor/May lo ha dipinto, non troppo velatamente, in quella misera rappresentazione cinematografica (tralasciando le motivazioni dietro questa scelta). John Deacon era un cazzuto – taciturno sì – ma cazzuto ingegnere elettronico, oltre ad essere un eccellente bassista e compositore.

In sua difesa interviene Freddie dall’aldilà “You And I è il contributo di John all’album. Le sue canzoni sono belle e migliorano ogni volta. Sono dispiaciuto del fatto che la gente lo identifichi come il tranquillone. Non sottovalutatelo, ha un animo impetuoso sotto quel velo di tranquillità”. 

Freddie ha sempre difeso John, non è un mistero che apprezzasse molto la sua vena funk e black da bassista della motown, ne ha sempre riconosciuto il valore artistico e personale e le parole da lui spese qualche riga sopra chiudono ogni tipo di illazione successiva. 

A Day At The Races ha regalato una delle canzoni che preferisco in assoluto dei Queen, quella Good Old-Fashioned Lover Boy che vede come seconda voce di Mercury l’ingegnere del suono Mike Stone, una canzone in pieno stile vaudeville a strizzar l’occhio alle atmosfere ricreate con Seaside Rendezvous e Lazing On A Sunday Afternoon, perfettamente pertinenti con lo stile dei fratelli MarxGood Old-Fashioned Lover Boy è la mia canzone ragtime. Faccio sempre una canzone ragtime. Credo che Loverboy sia più diretta di Seaside Rendezvous. È semplicemente piano e voce con un beat orecchiabile, l’album necessita di un qualcosa di più rilassato”. 

Rilassatezza che invece è stata abbandonata nella pomposità di The Millionaire Waltz, un manifesto del sound queeniano, brano sfarzoso dedicato a John Reid.

Una complessità che vive dell’intreccio piano/basso di Mercury Deacon ed esplode nel coro in multitrack delle chitarre di May “voglio veramente dire che Brian ha fatto un ottimo lavoro alle chitarre in questo brano. Ha spinto l’orchestrazione del suo strumento al limite. Non ho idea di come ci sia riuscito. E John suona veramente un’ottima linea di basso qui. […] Penso davvero che funzioni tutto bene, specialmente dal punto di vista dell’orchestrazione, perché Bri ha veramente usato le chitarre in un modo differente”. 

Non voglio tediarvi ulteriormente, mi sono già dilungato più di quanto avessi preventivato, ma aspettate e un altro ne avrete…  

c’era una volta il cantapillole dirà, è un’altra pillola comincerà!

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Queen – A Night At The Opera

Ci eravamo lasciati con Sylvester Stallone e il suo Cliffhanger

 Ricapitolando. 

Il successo finalmente si sta consolidando, Sheer Heart Attack è un album acclamato da pubblico e critica, Killer Queen una hit da favola… eppure qualcosa non va.  

Non c’è un solo membro della band che viva una situazione economica tale da consentire serenità. Anzi, i ragazzi sono poveri in canna, e la situazione evidenzia un raggiro evidente ai danni dei Queen. Il loro accordo con la Trident è paragonabile alla firma del contratto della Sirenetta con Ursula: una merda.  

La Trident è una società produttrice che rivende alle case discografiche, quindi i Queen sono come scimmie ammaestrate per far arricchire i padroni del circo. Dopo 2 anni i ragazzi capiscono la solfa perché: il povero John si è sposato e non ha potuto versare il deposito per acquistare casa (in quanto il management gliel’ha negato); il povero Freddie non ha ricevuto un nuovo piano da 5000 mila sterline; il povero Roger è costretto a non picchiar duro sulle pelli per non rovinarle (e così essere costretto a cambiarle).  

Insomma questo mobbing da libro cuore ha da finire, c’è da trovare una nuova soluzione discografica e la scelta inizialmente cade sulla Swan Song etichetta dei Led Zeppelin, ma le principali attenzioni sarebbero state comprensibilmente per i Martelli di Dio.  

Fortunatamente la strada di Mercury e compagnia bella si incrocia con quella del manager di Elton John, John Reid, che da un solo compito alla band “ok… ragazzi, io mi occuperò della parte finanziaria, voi entrate in studio e fate l’album più grande che potete realizzare”. 

Challenge Accepted! 

Si comincia con Death On Two Legs, un messaggio di “stima incondizionata” verso il vecchio manager, Norman Sheffield.

Una consecutio di insulti che lascia intendere come i Queen hanno ben metabolizzato la presa per i fondelli dei 3 anni precedenti. May ricorda che la Trident aveva ogni intenzione di sguinzagliare i migliori avvocati pur di bloccare l’uscita di A Night At The Opera “pensavano che Death On Two Legs fosse diretta a loro. Ma non potevano provarlo […] Era tutto così stupido, volevano denunciare Freddie, la band e l’etichetta discografica subentrata, per diffamazione”. Però la canzone è solo un messaggio per Norman, quindi han poco da incazzarsi quelli della Trident.

Dog with disease, 
You’re the king of the ‘sleaze’. 
Put your money where your mouth is, Mr. Know-All. 

D’altronde la tenerezza nascosta nello stralcio sopracitato, ci lascia intendere quanta dolcezza Mercury abbia riservato al buon Norman. Tanto che la presenza dei testi all’interno della sleeve del 33 giri ha consentito a tutti gli acquirenti di eseguire un’analisi semiotica del testo. 

All’ascolto, la sensazione che subito si ha – con il primo brano – è del livello generale raggiunto dai Queen, in termini tecnici, di sonorità ben delineate, come se le idee si fossero schiarite di volta in volta negli anni. May definisce la prima era dei Queen terminata con Sheer Heart Attack “è stato il primo album nel quale suoniamo come band anziché come quattro individualità” un legame rafforzatosi con i continui tour che hanno contribuito al perfezionamento delle dinamiche musicali.  

La peculiarità è che i Queen si sono sempre rivelati come un gruppo coeso, composto da quattro teste pensanti con personalità definite, complementari. Ad esempio, l’introverso John Deacon, reticente nel presentare i propri brani per timidezza – oltre che per un senso di rispetto nei confronti degli altri membri più anziani – viene stimolato da Freddie sin dai tempi di Queen II a creare dei propri pezzi, conscio delle sue capacità. Quindi non c’è un solo autore, nonostante ciò tutto converge verso un unico sound distinguibile, il sound Queen. Un calderone di sovraincisioni e multi-tracce che si schiudono come un fiore che sboccia. 

“Delle volte sento che Freddie e io prendiamo direzioni differenti, ma poi viene da me con qualcosa e penso ‘Dio l’avevamo pensata allo stesso modo’. Quando lavoro su qualcosa di suo posso sintonizzarmi facilmente sulla sua idea, sulla parte di chitarra che desidera, e vice versa”. 

Il suono Queen è una derivazione del lavoro svolto da Jimi Hendrix e dai Beatles, che hanno interpretato lo studio di registrazione come uno strumento aggiuntivo, solo che i Queen dispongono di una tecnologia più avanzata, ergo maggiori margini di sperimentazione. In Good Company la Red Special fa gli straordinari sostituendosi a trombe e campane, in Seaside Rendezvous Taylor si è infilato dei ditali di metallo sulle dita con le quali picchietta sulla scrivania a simulare il tiptap, la presenza del Koto in Prophet’s Song, o la voce sparata in una cassa di metallo per caricare di effetto retrò Lazy On A Sunday Afternoon
sono solo alcuni de tanti esempi a disposizione. Oltre a questo elenco sbrigativo, si aggiunge un Roy Thomas Baker – in stato di grazia – capace di comprendere oltre quale limite potersi spingere. 

A Night At The Opera (omaggio alla pellicola dei fratelli Marx) è stato quasi tutto composto in studio – come avvenuto per Sheer Heart Attack – la summa del barocchismo, un vero manifesto queeniano di rabbia, dolcezza, magniloquenza e ironia. Al crocevia la strada imboccata si è rivelata giusta, l’eccesso ha salvato i Queen ed ha aperto loro le porte della leggenda. 

Un eccesso che risponde alla voce di Bohemian Rhapsody, una composizione dalla struttura di una complessità allucinante con 180 tracce vocali frutto di sessioni di 10 ore giornaliere, per 3 settimane di registrazioni complessive. Un’anomalia rispetto agli altri brani presenti nel disco, perché già tutto nella testa di Freddie. In generale, un’anomalia rispetto a tutto quello che finora c’è stato nel mercato discografico mainstream.  

Mercuryvuole condensare un’operetta in poco meno di 6 minuti e di riscrivere così la storia del musica commerciale anni ‘70. Le 180 tracce vocali devono trasmettere l’idea di un coro spalmato su di un palco con tanto di tenori, baritoni, bassi, soprani, mezzosoprani e contralti; la suddivisione del brano in 4 parti strizza l’occhio alle diverse arie delle opere liriche, così come il testo tragico e nichilista. 

La durata è uno sbarramento non indifferente che pone i Queen di fronte a resistenze discografiche difficili da fronteggiare. Bohemian Rhapsody non può essere considerata una canzone standard e le radio – a detta della stanza dei bottoni della EMI – si rifiuteranno di passarla… a meno che non ti giochi la carta Kenny Everett.  

Kenny fa il DJ per Capital Radio e riceve da Roy Thomas Baker e dai ragazzi una copia di Bohemian Rhapsody su bobina aperta “noi te la diamo pure, ma promettici non suonarla [ammicco ammicco]”, la risposta è un contro-ammicco da parte di Kenny “non la metterò su di certo amico [contro-ammicco controa-mmicco]. Inizialmente il DJ stuzzica il pubblico mandando in onda solo delle sezioni della canzone, facendo crescere l’aspettativa degli ascoltatori, che tempestano di chiamate la radio.

Everett fa poi risuonare Bohemian Rhapsody per 14 volte nell’arco di due giornate di trasmissione, mandando in visibilio gli ascoltatori che dal seguente lunedì si precipitano nei negozi di dischi per acquistare un singolo che ancora non è stato stampato. 

Reazione che convince la EMI ad assecondare la scelta dei Queen di avere Bohemian Rhapsody come singolo di uscita per il nuovo album. Come b-side va la tamarrissima I’m In Love With My Car (potete approfondire qui il motivo per il quale è stata scelta questa canzone rispetto ad altre magari più meritevoli). 

La fortuna aiuta gli audaci, non ci sono più le mezze stagioni, Sean Connery è più bello adesso di prima, ai miei tempi si portava rispetto agli anziani. I Queen – al quarto album – hanno finalmente una strada spianata verso il successo, possono smettere di condividere stanze e appartamenti, a patto che la follia e l’eccesso – che hanno contraddistinto A Night At The Opera – continuino ad essere assecondati (col senno di poi è stato fatto anche troppo).  

Queen – Sheer Heart Attack

Il 1974 è ricco di ispirazione per i Queen che regalano al pubblico il secondo disco dell’anno solare e ultimano tutte le canzoni di Sheer Heart Attack in sole 2 settimane, pubblicando uno degli assoli più iconici suonati con la Red Special. Un lavoro che mette in mostra la crescita dei Queen rispetto al secondo disco, con un sound che può esse fero come po esse piuma.

Più definito e pulito, a tratti duro come per quella Brighton Rock ad apertura del disco che tra la voce compressa di Freddie e le note infilate da Brian, esaltano l’ascoltatore fino all’ultimo secondo. 

Ma facciamo un passo indietro, perché seppure siano passati pochi mesi tra Queen II Sheer Heart Attack di cose ne sono accadute. Dopo la pubblicazione del secondo album, i Queen vengono assunti come gruppo spalla dei Mott The Hoople per il loro tour statunitense [Mott The Hoople and the game of life, yeah, yeah, yeah ndr]. È la grande occasione per far breccia nel mercato statunitense.

Grande occasione che purtroppo viene sprecata perché Brian contrae l’epatite. Perciò dopo poche date, i ragazzi sono costretti a tornare nel Regno Unito dove Maypuò essere ricoverato per tutte le terapie del caso. 

“Eravamo a Boston. La prima mattina, alzandomi, sentii il corpo pesante come piombo. Tentai di mangiare un pompelmo che, secondo qualcuno [non si sa chi, tipo rimedio della nonna ndr], mi avrebbe dato un po’ di sollievo, poi mi trascinai in bagno e davanti allo specchio mi resi conto che la mia faccia era diventata giallo scuro. Fu la fine del nostro sogno di conquistare l’America al primo tentativo. Mi sentii in colpa nei confronti degli altri. Venni sistemato sull’aereo per l’Inghilterra, dove i medici mi ordinarono sei settimane di letto. Ed era solo l’inizio!”.

L’inizio dell’incubo, perché Brian non è proprio in grado di suonare e i medici hanno dubbi sulla sua completa guarigione. 

Durante il periodo di degenza comunque il chitarrista ha modo di continuare nella composizione di nuovi brani per farsi trovare pronto alla registrazione di Sheer Heart Attack, previsto per il mese di luglio. All’inizio di giugno la band si ritrova per le prime prove, nelle quali – tra una pausa e l’altra – Brian è solito andare a vomitare in bagno. Siccome al peggio non c’è mai fine, a metà luglio viene ricoverato d’urgenza per un’ulcera duodenale. Un situazione che costringe i Queen a sospendere il secondo tour americano e rimandare ulteriormente ogni tentativo di penetrazione del mercato stelle e strisce.  

I sensi di colpa sono enormi, tanto da spingere May a chiedere ai suoi colleghi di essere sostituito, opzione ovviamente cassata dagli altri ragazzi. Si va avanti tutti insieme. 

Brian torna, stavolta definitivamente guarito, ma i Queen hanno solo due settimane per completare il disco, perciò si rinchiudono in studio e di buona lena concludono tutte le canzoni sin li pensate. “Nessuno poteva pensare ci bastassero due settimane per chiudere i brani di Sheer Heart Attack. Ma era l’unica cosa che potevamo fare”, ricorda Freddie.  

In effetti, la conclusione dei lavori è un po’ agevolata dal bagaglio a disposizione dei Queen: Brighton Rock è retaggio delle sessioni di Queen IIMisfire è la prima canzone accreditata a John; e Stone Cold Crazy – brano composto da Mercury durante il periodo Wreckage – è il primo accreditato a tutti i membri (pratica che diventerà consuetudine per The Miracle e Innuendo). 

Come racconta Freddie, Killer Queen è diametralmente opposta a March Of The Black Queen, in quanto la prima è stata composta in una notte mentre la seconda ha richiesto un impegno di anni “Non sono solito sedermi al piano e dire ‘devo scrivere nuove canzoni’. Sento cose, ho idee. È difficile da spiegare ma ho varie idee che mi circolano in testa. Killer Queen è stata una canzone che ho scritto in maniera differente rispetto al mio modo solito di comporre. Solitamente la musica viene prima, ma in questo caso le parole sono uscite d’impulso, così come lo stile che volevo dare alla canzone. […] L’ho scritta in una notte. […] March Of The Black Queen, ha richiesto anni. Ma per Killer Queen ho buttato giù il testo nella nottata di sabato e la mattina seguente l’ho sistemato, ci ho lavorato il resto della domenica e l’ho completata. Certe cose vengono naturali, per altre hai bisogno di lavorarci molto. […] La maggior parte delle mie canzoni sono frutto di fantasia. Posso sognare ogni tipo di cosa. Questo è il mondo nel quale vivo. È così effervescente e questo è il mio modo di scrivere. Lo adoro”. 

Sheer Heart Attack viene pubblicato, Killer Queen è il primo brano in classifica dei Queen e le cose apparentemente ora vanno bene, dopo tutte le problematiche legate a Brian, sembra che la strada presa sia in discesa. Ma come recita l’antico adagio, l’apparenza inganna, non ci sono più le mezze stagioni e Sean Connery è più bello adesso che prima. I ragazzi sono intrappolati in un contratto con la Trident che li ha condotti al lastrico nonostante il crescente successo (comprovato dalla presenza nelle classifiche inglesi e dalla sequela di live sold-out).

I nostri eroi sono di fronte ad una situazione da vita o morte, ma… hey hey hey, questo lo andremo a scoprire con il prossimo articolo, ok? (finale con cliffhanger inaspettato no? No, non intendo il film con Stallone, intendo quell’espediente narrativo per lasciarvi col fiato sospeso).

Queen – Queen II

All’epoca era consuetudine nominare i dischi in maniera progressiva, la scelta di apporre un due di fronte al nome della band tradisce un po’ di pigrizia – oltre che far incazzare Roger – e fa così Led Zeppelin (grande fonte di ispirazione musicale e compositiva per i Queen come si può desumere da Ogre Battle e dalle tematiche fantasy fortemente presenti nella prima parte della carriera dei Queen). 

Ma la pigrizia è solo in apparenza, perché di fatto la cura dell’immagine è maniacale. Ad esempio durante il periodo del disco d’esordio, i ragazzi hanno seguito ogni singolo passaggio prima della pubblicazione: dal pressaggio del vinile alla redazione dell’artwork – al quale hanno partecipato attivamente procurando (e ritagliando) le foto per il retro del disco.  E per il secondo lavoro si sale di un gradino, l’iconica copertina nella posa Bo Rhap è una foto scattata da Mick Rock, ed il disco viene diviso iconicamente in lato bianco e lato nero.  

La dicotomia tra bianco e nero è stata introdotta durante i concerti della band tra il ‘73 e il ‘74, periodo nel quale la divisione viene marcata in modo netto. Uno scontro tra bene e male evidenziato dai brani presenti nel secondo album e cavalcato nei live dai Queen grazie ai vestiti di scena ideati da Zandra Rhodes. A completare: eyeliner che modella l’espressività di Freddie (come per le maschere kabuki); smalto Biba nero lucido sulla mano sinistra per Mercury e bianco sulla mano sinistra di Brian.  

Una serie di espedienti per svincolarsi dall’idea di gruppo senza precisa identità al traino delle figure di Bolan e Bowie, un incubo che permea la mente dei Queen anche per via di una critica che da una parte li incensa e dall’altra li definisce senza troppi giri di parole “un secchio di piscio”. 

Brian ricorda “Sin dall’inizio il gruppo ha mantenuto la propria idea originale. Il primo album è stato un modo per buttar fuori tutte le frustrazioni accumulate nel corso degli anni. Eravamo nel glam rock prima di gruppi come The Sweet e Bowie, e ora sia preoccupati perché magari siamo arrivati troppo tardi”, rincara la dose Mercury “Ci chiamavamo Queen, già tre anni fa, pre-Bowie […], credo che la gente abbia detto certe cose su di noi per poi cambiare idea non appena ha ascoltato il nostro album”. 

In effetti, la teatralità introdotta da Mercury è differente da quella di David Bowie. Mentre Ziggy è un personaggio costruito in ogni suo movimento, un patchwork di personalità (risultando algido e distaccato), Mercury è un divo genuino che vive per il pubblico e con esso stabilisce un legame saldo e d’amore (celebri in tal senso sono le esibizioni realizzate ad hoc per il fan club della band). Freddie si definisce una “puttanella” sul palco, per il suo modo di muoversi sinuosamente durante le esibizioni, ne è un esempio quando esegue la cover di Big Spender e rende dannatamente credibile quel “I don’t pop my cork for everyone”. 

Queen II è il disco che comincia a delineare le personalità dei membri della band, oltre ad aprire le danze al processo creativo che sfocerà in A Night At The Opera. Il seme di Bohemian Rhapsody non è solo nella foto di Mick Rock ma anche nella *aggettivo esaltante a scelta del lettore* March Of The Black Queen. Pomposa, cattiva, graffiante, vera rappresentante del lato nero del disco. 

Ogre Battle (Mercury) e Father To Son (May) sono coeve dei brani scritti nel primo album, ma sono state sapientemente tenute in naftalina per avere maggiore libertà in fase di registrazione. Il tema fantasy è sempre stato molto caro a Mercury che lo ripresenta nella versione cantata di Seven Seas Of Rhye e anche nella meravigliosa The Fairy Feller’s Master-Stroke, canzone ispirata all’omonimo dipinto di Richard Dadd presente nella Tate Gallery [e non a Peter Pan di Ruggeri… brrr il solo pensarlo sends shivers down my spine, body’s aching all the time. Se non capite di cosa parlo fatevi una capatina su YouTube]. Piccola nota riguardo questa canzone, una delle rare registrazioni live è stata eseguita nel leggendario concerto al Rainbow Theatre del 1974 (tour nel quale Procession introduce l’entrata sul palco della band). È una perla meravigliosa di un live meraviglioso.

Queen – Queen

Tutto ha inizio da una distopia, quella dei 1984, band che conta la presenza di Tim Staffell  (al basso e alla voce) e di un ragazzo allampanato con una chitarra fai da te che risponde al nome di Brian Harold May. La distopia è propria quella di pensare: cosa sarebbe accaduto se Tim Staffell non avesse mollato i Queen in nuce per andare con gli irreprensibili Humpy Bong?  

A seguito di questo interrogativo sorge spontaneo un sorriso, quello degli Smile, progetto che soppianta 1984 e che vede l’ingresso nel gruppo di un batterista biondino e su di giri, che risponde all’annuncio – affisso alla bacheca del college – per un percussionista alla Ginger Baker o alla Mitch Mitchell. Entra in scena così Roger Meddows Taylor

Subentra un’altra band in questa storia, gli Ibex di Liverpool, con un frontman spigliato ed istrionico,  di origini indiane e nato in Tanzania, tale Farrokh BulsaraFarookh – rinominato dai cari Freddie – è amico di Tim Staffell e suo compagno di corso all’accademia.  

Il leader degli Smile è il tramite tra BulsaraMay e Taylor, coi quali nasce un legame profondo e saldo. Chi prova a vivere di musica, nel periodo della gavetta non ha grandi disponibilità economica pertanto, ad inizio carriera si crea una solidarietà implicita tra i membri delle due band.  

Sovente capita che i ragazzi si ritrovino a condividere gran parte della giornata insieme, dormendo nello stesso appartamento, nonostante la metratura esigua. Roger e Freddie si improvvisano anche venditori di vestiti usati nelle bancarelle di Kensington market per poter tirare avanti e supportare la propria attività artistica. 

Mentre gli Smile hanno un appeal consolidato, stesso non può dirsi degli Ibex, che dopo qualche live cambiano nome in Wreckage nel tentativo d’imporsi sul mercato con nuovi brani (tra i quali figura Stone Cold Crazy), ma il fallimento si compie con lo scioglimento della band e il trasferimento di Freddie nelle fila dei Sour Milk Sea

Nel 1970 gli Smile vengono messi sotto contratto dalla Mercury Records che offre la ghiotta occasione di registrare per il mercato americano un EP di tre tracce. Questo lavoro non verrà mai commercializzato e Staffell – come anticipato -decide di lasciare la band per approdare negli Humpy Bong

“Quando si è giovani è strano poter pensare che la nostra sorte venga e ci prenda per mano”, cantava Guccini, la sorte ha il volto di Tim Staffell che prima di levare le tende propone a Freddie di rimpiazzarlo. Il ragazzo accetta di buona lena ed impone immediatamente a Roger e Brian di cambiare nome. 

La fervida vena creativa di Freddie è calda, il nome scelto è Queen “perché regale e suona divinamente. È un nome forte, universale ed immediato. Ero certo delle connotazioni gay, e naturalmente eravamo preoccupati che il nome desse una impressione negativa, ma questo è solo uno dei tanti aspetti. Vogliamo apparire come una ottima rock band britannica e regale[…] e la nostra musica vuole superare l’immagine, perché siamo concentrati nel partorire della musica qualitativamente alta”.

Finalmente subentra anche un bassista a completare la formazione, il buon caro John Richard Deacon e la band viene subito raccolta sotto l’ala protettiva di Roy Thomas Baker dei Trident Studios. Ciò consente loro di registrare dei demo take che – dopo numerosi giri – finiscono sul tavolo di una gioconda EMI

Ora che il gruppo è al completo, con un’etichetta alle spalle e con un nome, manca un’immagine da associarvi. La formazione accademica artistica, legata alla spiccata inventiva, guidano Freddie alla creazione del famoso pittogramma con i due leoni, le vergini e il granchio (a simboleggiare i segni zodiacali dei membri della band) che circondano un Q con una corona incastonata dentro ed una fenice che sorge dalle ceneri (a rappresentare il passato di poco successo, e ad auspicare la protezione per la nuova carriera dei quattro musicisti). 

L’ultima cosa che manca, è un nome d’arte da cucirsi addosso che sostituisca l’esotico Bulsara in qualcosa all’altezza di una regina. La scelta ricade su Mercury, proveniente dalla canzone My Fairy King (presente nel disco d’esordio), nel passaggio “Mother Mercury, look what they’ve done to me”, Farrokh si rivolge proprio alla sua madre naturale Jer. È questo il frangente in cui nasce la leggenda di Freddie Mercury

Dopo tanto tribolare la storia dei Queen ha inizio, il disco viene registrato mostrando un discreto equilibrio a livello compositivo tra MercuryMay, includendo anche Doin’ All Right, scritta da Staffell e May Modern Times Rock ‘n’ Roll, composta e cantata da Taylor. La EMI offre – fatto insolito per l’epoca – al gruppo la possibilità di scegliere il singolo di lancio nel mercato ed i ragazzi optano per Keep Yourself Alive, le recensioni sono discrete incontrando soprattutto i gusti di riviste specializzate e tabloid come NME e Daily Mirror. Catturare gli onori della critica è di buon auspicio per un gruppo underdog e i Queen ci sono riusciti piuttosto bene.

I Still Love You

Difficile per me trovare le parole giuste, perché tutto parte da loro.

In 5 anni del progetto Pillole, ho evitato accuratamente di scriverne o di nominarli, nonostante la prima copertina 8 bit fosse dedicata a loro, nonostante il primo articolo fosse pensato per loro.

Cosa è successo nel frattempo? Una sorta di meccanismo di auto-difesa.

Sono nato con i Queen, per poi crescerci.

Ne sapevo vita, morte e miracoli. Ho letto libri, bio, interviste ed articoli. Li ho ascoltati fino alla nausea, fino a riconoscerne ogni attacco, fino a difenderne i dischi più osceni (sì sono arrivato a difendere Hot Space a spada tratta come si usava difendere Stalin ad inizio anni ‘50 e Mao negli anni ‘60).

Andavo a dormire con le cuffie e mi svegliavo la mattina con il cd che ancora andava a ripetizione.

Fino a che non ho aperto gli occhi: non sono più riuscito ad ascoltarli, ho privilegiato altre idee musicali, sono cresciuto… certo, ogni tanto tornava la nostalgia, che ho represso violentemente una volta avviato Pillole.

Nascondendo con vergogna questo periodo della mia vita, è seguita l’auto-analisi ed infine l’accettazione.

La bomba nostalgica innescata dal film e il susseguirsi di notizie pubblicate nei mesi mi hanno trasmesso in parte perplessità ed in parte voglia di raccontarli, di portare alla luce gli aneddoti e le situazioni che la trasposizione cinematografica o gli amanti dell’ultima ora non hanno avuto modo di recepire.

Ho deciso di raccontare la mia storia dei Queen passando attraverso i loro album. In questo ciclo, si stravolgerà un po’ il format solito di Pillole, ma è un viaggio catartico che sento di dover fare.

Lo devo a me, lo devo a lui.

Untitled

Frank Zappa – Joe’s Garage (Act I, II & III)

Frank Zappa - Joe's Garage

“This is the Central Scrutinizer”

Se avete dimestichezza con Joe’s Garage non faticherete a riconoscere questa introduzione.

Il Central Scrutinizer è il fastidioso ed irritante narratore del disco, il Grande Fratello 2.0, un impiegato del governo dalla morale bigotta che pontifica sul pernicioso ruolo della musica nella società. La musica ci viene descritta come uno scivolo verso le devianze, un pretesto che conduce irreversibilmente al consumo di droga, a pratiche sessuali perverse, alla prigione e addirittura alla pazzia.

Joe’s Garage è una vera e propria cautionary tale opera [proviamo a tradurla con opera dalla morale ndr] nella quale Frengo – con la sagacia che lo contraddistingue – si tuffa a peso morto in tutti i discorsi a lui cari come: individualismo, censura, libertà d’espressione, ingerenze del governo, sessualità, religione.

“Inizialmente l’album doveva essere costituito solo da poche canzoni, che nel loro insieme avevano una certa coerenza. Una sera – a metà delle registrazioni – dopo essere tornato a casa, ho scritto la storia e l’ho trasformata in un’opera. Probabilmente è la prima opera in cui si può battere il piede tenendo il tempo e farsi una sana risata”.

Commercializzato in due uscite (il disco risultava troppo costoso e difficilmente digeribile nel complesso), ha degli argomenti che si intrecciano in una monolitica critica sociale, rivolta ad un pubblico di ragazzi più che allo zoccolo duro dei fan costruito agli esordi “La maggior parte di loro non viene più ai miei concerti, perché ora ha mogli, figli, mutui, lavori d’ufficio e tutto quel genere di cose, non ha voglia di stare in un palazzetto dello sport ed essere ricoperto dal vomito di qualche sedicenne impasticcato. Di conseguenza il nostro pubblico si fa via via più giovane”.

Il protagonista, Joe, è un adolescente nel quale è facile immedesimarsi. Come la stra-grande maggioranza dei suoi coetanei vuole sfondare nel mondo della musica, fonda una band con la quale suona incessantemente la stessa “semplice” canzone all’interno del suo stretto garage [caratteristico inganno uditivo di Zappa, nella quale una melodia apparentemente semplice nasconde una struttura e dei cambi da far rabbrividire al solo pensiero delle citazioni nascoste ndr].

Le prove assidue suscitano le ire della madre, che lo incita di abbassare il volume, ma al tempo stesso riesce a farsi ascoltare dal vicinato ottenendo il successo e catapultandolo nell’occhio del ciclone “[…] qua fuori è pieno di Joe che hanno problemi con le case discografiche, e ogni giorno si scontrano con un sacco di stronzate”.

Zappa è solito comunicare il proprio messaggio in maniera duplice, estrema, conflittuale, acutizzando concetti per evidenziarne l’aspetto gretto, accentuando le storture sociali.  Ne è un esempio Catholic Girls un j’accuse all’ipocrisia della chiesa Cattolica esercitato da un pioniere dell’onestà intellettuale e della rivoluzione sessuale come lo zio Frank.

La sessualità è un tabù sociale, per questo diviene argomento cardine del disco: da Crew Slut – nella quale la ragazza di Joe assorbe i vizi della vita da groupie e partecipa al contest di miss maglietta bagnata in Fembot In A Wet T-Shirt – a Sy Borg (tanto esplicita quanto divertente nella porcaggine di ogni sua parola); passando per Why Does It Hurt When I Pee? – canzone su una malattia trasmessa sessualmente a Joe da Lucille – a Keep It Greasy nel quale Zappa ci ricorda quanto sia fondamentale lubrificare se si intende passare per il lato B.

Non mancano altre critiche dirette, come nel caso di A Token Of My Extreme nella quale Appliantology (Scientology) è presentata come una religione poco sincera che abbraccia un regime totalitario malevolo. Il governo è rappresentato come un regime tentacolare di stampo orwelliano dalla capacità di plasmare le coscienze dei cittadini tramite le ingerenze pubbliche ed i media (I’m The SlimeStink Foot, ecc).

La pigrizia inquisitiva degli intervistatori ha spinto, più volte, a credere che le canzoni traessero ispirazione da vicissitudini personali, tutte supposizioni rispedite al mittente da Zappa. Naturalmente non mancano delle analogie tra i vari brani e la vita di Frank, ma da qui ad essere un disco autobiografico ce ne passa.

La critica da parte di Zappa nei confronti del sistema discografico e mass mediatico esplode in Packard Goose, una dichiarazione d’amore viscerale nei confronti della musica e della libertà di espressione che culmina nel celebre sillogismo:

Information is not knowledge.  

Knowledge is not wisdom.  

Wisdom is not truth.  

Truth is not beauty.  

Beauty is not love.  

Love is not music.  

Music is the best. 

(L’informazione non è conoscenza. La conoscenza non è saggezza. La saggezza non è verità. La verità non è bellezza. La bellezza non è amore. L’amore non è musica. La musica è la cosa migliore.)

L’album conclude con due pezzi da 90: Watermelon In Easter Hay e Little Green Rosetta.

Il primo è un brano strumentale contenente la summa di alcuni dei migliori passaggi chitarristici mai registrati da un ispirato Zappa, oltre ad essere – insieme a Crew Slut – l’unico vero assolo registrato specificatamente per il disco. Il secondo è il classico pastiche zappiano – proveniente dal 1975 – con un testo surreale imperniato sulla siringa per guarnire i muffin.

In quest’ultimo, viene citato anche lo Utility Muffin Research Kitchen (già presentato nell’introduzione di Muffin Man), ovvero lo studio di registrazione di proprietà di Zappa, nel quale dal settembre del 1979 – fino al termine della propria vita – Frank ha registrato i propri album.

Joe’s Garage viene ricordato anche per la tecnica di incisione della xenocronia. Come anticipato, Watermelon In Easter Hay è l’unico caso nel quale è stato registrato appositamente un assolo nel disco, per gli altri brani sono state recuperate registrazioni in alta qualità dai live degli anni precedenti sistemando la tonalità e adattando la parte ritmica (prelevata magari da un altro concerto) “non riesce così facilmente. Ci vuole un po’ di sperimentazione per ottenere un risultato piacevole, non funziona sempre”.

P.S. non menzionare i principali musicisti coinvolti lo considero un grande insulto: Terry e Dale Bozio, Vinnie Colaiuta, Warren Cuccurullo, Ike Willis, Jimmy Carl Black e Steve Nye (al remix).