Queen – Innuendo

Through the sorrow all through our splendor  
Don’t take offence at my innuendo”  

Il salto è di quelli che infastidisce, passare da un disco leggero come Jazz Innuendo è una mossa spiazzante e difficile da comprendere. Come anticipato nel post a introduzione di questo ciclo, non me la sento di trattare in questo momento gli anni ‘80 dei Queen, anche se non escludo di farlo in futuro.  

Per l’aneddotica, gli anni ‘80 rappresentano l’Eldorado di divertenti avvenimenti da narrare, dal punto di vista musicale però Innuendo è la chiusura del cerchio cominciato a tracciare agli esordi. L’oscurità presente in Queen II ora diventa concreta e non più un vezzo, si percepisce in ogni afflato di Freddie Mercury una rassegnazione che eleva il valore esecutivo di ogni traccia.  

Si tornano a toccare picchi qualitativamente molto elevati, dopo un The Miracle che ha mostrato segni di ripresa, Innuendo è la degna chiusura ispirata – di una carriera artistica estremamente eclettica – capace di mascherare alcuni passaggi a vuoto del periodo “stadi”, caratterizzato da una apparente svogliatezza creativa. In primis questo impulso creativo traspare dalla copertina del disco e dalle artworks – che seguiranno a cascata i vari singoli provenienti da Innuendo – ispirate ai lavori di Grandville, che contribuiscono alla creazione di un’aura mistica e fuori dal tempo attorno all’ultima opera queeniana. 

“Credo sia arrivato il momento di rompere la routine disco-tour-disco-tour” con questa dichiarazione rilasciata alla BBC dopo l’uscita di The Miracle – un disco molto potente e che ben si sarebbe prestato ad un tour – Freddie spiazza gli altri membri della band.  

La diagnosi della malattia induce Mercury a comunicare agli altri Queen lo stato delle cose nel 1989, giustificando di fatto la sua esternazione alla BBC, ed il suo approccio in studio di registrazione è di quelli da pelle d’oca: “Fatemi cantare qualsiasi cosa, datemi più materiale possibile”. Con questa modalità, canzoni come I Can’t Live With You e Headlong (originariamente previste per il disco solista di May) prendono vita e vengono inglobate nel nuovo disco.

Dopo il rilascio di The Miracle, stranamente, Freddie torna in studio per registrare alcune demo – tra le quali compare anche Delilah (la canzone dedicata al proprio gatto preferito tra gli 11 che accudiva nell’abitazione di Kensington Road) – dimostrando una voglia di lasciare inciso più materiale possibile a disposizione dei restanti Queen. La musica rappresenta una distrazione dalla malattia ma anche il motivo principale dell’esistenza di Mercury, vivere in funzione dell’arte – come è stato in parte per Blackstar di Bowie -, il disco assume così un valore unico, un’uscita di scena che rende la vita una performance totale. 

Innuendo è un requiem, sebbene ormai i credits siano suddivisi parimenti tra i quattro Queen, resta semplice scoprire a chi appartenga l’idea principale alle spalle di ogni brano, la cifra stilistica è chiara e il messaggio che si cela in ogni canzone porta il pensiero al momento che la band sta affrontando. 

Ed è proprio la title-track ad aprire il disco, con un ritmo mutuato dal Bolero di Ravel si erge a diventare la Bohemian Rhapsody degli anni ‘90, con un climax ascendente – interpretato dalla chitarra flamenca di Steve Howe degli Yes – che si inerpica nella struttura, varia ed estremamente angosciante, supportata da uno dei videoclip più memorabili della carriera queeniana [che mi ha sempre fortemente intimorito ndr].  

Il video è girato mediante una elaborata combinazione di animazione e stop motion: viene mostrato un cinema pieno di spettatori in plastilina che assiste (come nel rappresentazione filmografica di 1984) alla visione di filmati riguardanti il raduno di Norimberga, il funerale di Umm Kulthum (uno degli idoli di gioventù di Freddie), la marcia Russa, battaglie dalla seconda Guerra Mondiale, etc… ai quali si intrecciano varie performance dei Queen, con immagini tratte dal Live At Wembley e dalla proficua videografia proveniente dall’album The Miracle (The MiracleInvisible ManScandalBreakthru, I Want It All). 

La rappresentazione di ogni membro dei Queen è differente: Deacon è illustrato nello stile picassiano; May seguendo il tratto degli incisori vittoriani; Mercury come una figura di Da Vinci; Taylor in una esplosione di colori tipica di Pollock. Non è un caso che i periodi artistici siano differenti, si è voluta calcare la mano sul concetto di identità ben distinte che confluiscono però – in egual modo – nell’accezione di arte in senso lato.  

Una valorizzazione esplicita che pone democraticamente – MercuryMayDeacon e Taylor – sullo stesso piano, quasi a voler esprimere il seguente concetto: indiscriminatamente dai gusti, possiamo piacervi o meno, ma non potete contestare il contributo che singolarmente abbiamo apportato nella nostra carriera e nel panorama musicale. 

Innuendo è un disco genuino, perché ogni parola assume un peso specifico tale da renderla un macigno, pertanto anche un brano all’apparenza leggero come I’m Going Slightly Mad – che sforna una serie di metafore assimilabili al non-sense di Lear – pone davanti a delle considerazioni sul vero senso che si cela dietro. È il tempo contato che rende pazzi, o il brano rappresenta un modo per dissimulare l’ineluttabilità del destino? 

Jim Hutton ricorda che, Mercury, durante la stesura del testo avvenuta con il suo amico Peter Straker, non la smetteva di ridere mano a mano che le frasi venivano fuori, in particolar modo “I’m knitting with only one needle“, “I’m driving on only three wheels these days” e “I think I’m a banana tree“. Mostrando di fatto quanto la musica sia stata un ancora di salvataggio per Mercury negli ultimi mesi della propria esistenza, trasmettendo questa leggerezza – vero leit-motiv della carriera di Freddie – anche nel videoclip: con May ad impersonare un pinguino, Deacon nei panni del giullare, Taylor con una teiera in testa in sella ad un triciclo e Mercury con un casco di banane in testa. 

Mi sto dilungando eccessivamente, ma sarebbe un peccato castrare questo articolo non citando Bijou (una delizia sapientemente assemblata a quattro mani da Mercury May senza alcun intervento da parte di Taylor Deacon) o These Are The Days of Our Lives.

Quest’ultimo è un brano che Taylor ha scritto sui i propri figli, in particolare su come la genitorialità lo abbia spinto a ripensare alla propria vita. Uno guardo malinconico, che nella voce di Mercury assume un significato differente, una finestra su ciò che sono stati i Queen (questa canzone dimostra come Taylor sia il nostalgico di turno ed il più avvezzo a guardarsi indietro dopo Was It All Worth It presente in The Miracle).

In These Are The Days of Our Lives, Mercury, allo stadio terminale della malattia, affronta le riprese sforzandosi visibilmente, pur di poter salutare il proprio pubblico per un’ultima volta con quelle quattro parole che sono entrate nell’immaginario collettivo del pubblico queeniano. 

A dispetto di quanto credano i più, come These Are The Days of Our Lives, anche The Show Must Go On non è un brano nato da Freddie, bensì è tutto frutto di un ispirato Brian che ha inizialmente tessuto la base musicale assieme all’aiuto di Roger e John, per poi decidere in seguito con Freddie la tematica ed alcune parti del testo. Successivamente, ha aggiunto altre melodie e le restanti parole, cesellando un ponte ispirato al canone di Pachelbel.  

C’è una storia curiosa dietro il completamento di questa canzone che rende oltremodo leggendario il brano; Brian presenta a Freddie un demo in falsetto, in quanto alcuni punti raggiungono delle vocalità estremamente alte.  

Brian è incapace di nascondere le proprie perplessità ad un Freddie – fortemente debilitato – riguardo la possibilità che riesca ad eseguire quel range vocale. In tutta risposta Mercury si schianta un bicchiere di vodka secco e lo tranquillizza “cazzo se ce la faccio tesoro!”, andando spedito a registrare la sua parte. 

“È una lunga storia questa canzone, ma ho sempre creduto che sarebbe diventata importante, perché avevamo a che fare con situazioni di cui era difficile parlare all’epoca, anche se la musica ti offre la possibilità di farlo” ricorda May. 

Non vi nego che un velo di tristezza è sceso su di me durante la redazione di questo ultimo articolo sui Queen, sono stato felice di aver ripreso in mano la loro storia e di averla ripercorsa passo passo. Ho avuto modo di elaborare ulteriormente la loro produzione, rivalutando nel bene e nel male alcuni lavori.

Spero di non aver deluso le aspettative in merito e di aver onorato la memoria di una band così iconica. Le informazioni su di loro sono una montagna, filtrarle tutte quante è stato un lavoro intenso e mi auguro che la storia raccontata sia stata all’altezza. 

L’anno in pillole si chiude così in maniera malinconica con Innuendo.  

A presto cari lettori. 

“Tutti abbiamo affrontato problemi di ego, come ogni altra band, ma non li abbiamo mai assecondati fino in fondo, ci siamo semplicemente detti ‘ok dimentichiamocene’, perché credo che ognuno di noi quattro sentisse che questa chimica avrebbe sempre funzionato veramente. Perciò perché uccidere la gallina dalle uova d’oro, questo spirito di sopravvivenza che ho e che penso abbia anche il resto del gruppo, ci porterà a continuare attraverso ogni avversità – che sia la morte di uno di noi o di qualcos’altro – semplicemente lo rimpiazzeremo. Voglio dire, se io me ne dovessi andare, in loro scatterebbe questa sorta di meccanismo, e mi rimpiazzerebbero. Anche se non credo sia facile rimpiazzarmi, no?!”

Queen – Jazz

Ho sempre avuto un debole per Jazz (ma non quello della diatriba Maurizio Costanzo/Ornella Vanonisamfin in de uei, bibù bibù, ahhh il gezz! [oddio anche un po’ per quello ndr]), un disco che chiude magnificamente gli anni ‘70 dei Queen e che rappresenta la maturità artistica raggiunta dalla band. È forse l’album più equilibrato – seppur devastato da maggior parte della critica – con tante sorprese all’interno, come il gradito ritorno alla produzione di Roy Thomas Baker. È il disco di Don’t Stop Me Now, di esperimenti come Mustapha e di altre piccole delizie come In Only Seven Days o Dreamer’s Ball. Probabilmente l’album più divertente a marchio Queen

È necessario una premessa prima di addentrarci nel racconto: nel periodo di registrazione di Jazz si incrina il rapporto tra i Queen e la stampa, Freddie è un bersaglio troppo ghiotto, lui e Taylor sono animali notturni – a differenza di Deacon May –  e sono abili nel finire il più delle volte invischiati in gossip da tabloid, costruiti ad arte. Situazioni che hanno indotto i Queen a tenere un comportamento più riservato con la stampa. Ma di sicuro quanto accade in seguito è impossibile da ignorare. 

A differenza dei precedenti album le registrazioni si svolgono tra la Svizzera e la Francia, per sfuggire alla pressione fiscale (alleggerita dalla scelta di registrare in due paesi differenti) e mediatica della terra d’Albione. Le sessioni cominciano a Montreaux, città nella quale Roger non trova di meglio che organizzare un supermegafestone di compleanno, che vede un Freddie eccitatissimo nel constatare la presenza di un lampadario a bracci al quale potersi aggrappare a penzoloni sotto lo sguardo di tutti “Ho sempre sognato fare una cosa del genere e quando ho visto penzolare quella meraviglia tutta di cristallo non ho potuto resistere!” 

Sempre a Montreaux ha luogo il grande temporale che troviamo al termine di Dead On Time, catturato su nastro dall’impavido Brian con un registratore portatile e attribuito nei credit a Dio. I Queen ci hanno regalato un altro curioso easter egg in questa canzone, l’ultima strofa “Leave on time leave on time/ Got to KEEP YOURSELF ALIVE gotta leave on time / Gotta leave on time leave on time/ Dead on time/ You’re dead”, riporta la frase Keep Yourself Alive in maiuscolo nel testo stampato sulla sleeve, non è un caso che Dead On Time ricordi proprio il brano del disco d’esordio Keep Yourself Alive in alcuni frangenti. 

Saltando di palo in frasca, i Queen si spostano in Francia per proseguire le registrazioni di Jazz, nei pressi di Nizza, il mood di questo album è: paese che vai festa che trovi. Questa volta è Freddie a festeggiare il compleanno al Saint Paul de Vence, raggiunto dai suoi amici più cari, il party termina con tutti nudi in piscina, tranne mr. Mercury che resta asciutto ad osservare divertito la gazzarra.  

Nel periodo di sosta francese il Tour De France è in essere, durante una pausa al bar a Freddie capita di vedere in televisione i ciclisti impegnati in una tappa, ciò ispira uno dei capolavori pop queeniani: Bicycle Race.  Bicycle viene rilasciato come singolo insieme a Fat Bottomed Girls (brano di May) e – giocando su questa curiosa combinazione – i pubblicitari del gruppo pensano bene di organizzare una gara ciclistica tra 65 ragazze nude, affittando lo stadio di Wembley oltre che le biciclette.  

La vincitrice della gara appare nella copertina del 45 giri con le chiappette coperte da una mutanda disegnata a mano (per ovviare alle critiche dei pudici perbenisti dell’epoca), parte delle riprese della gara invece sono state usate per il videoclip della canzone. A dispetto di quanto è stato scritto e cantato nella canzone, Mercury non amava particolarmente andare in bicicletta ed era un grandissimo fan di Star Wars. Altra nota curiosa è che la Halford’s Cycles – società fornitrice delle biciclette – si è rifiutata di accettare i sellini indietro una volta saputo come sono stati impiegati, costringendo i Queen all’acquisto degli stessi. 

Rapidamente è bene ricordare che Dreamer’s Ball è il tributo da parte di May a Elvis Presley – scomparso un anno prima del rilascio di Jazz -ed insieme a Leaving Home Ain’t Easy rappresenta il lato placido di May che sveste le chitarre taglienti di Fat Bottomed Girl e Dead On Time

If You Can’t Beat Them e In Only Seven Days portano la firma di Deacon, due brani agli antipodi per stile; invece Mercury scrive la maggior parte dei brani presenti in Jazz, dove oltre a Jealousy e la spaccona Let Me Entertain You, ritrova le sue radici nel bailamme rumoroso di Mustapha

Taylor invece contribuisce con Fun It e il brano di chiusura dell’album More of That Jazz, esperimento curioso da parte del batterista che si diverte ad osare un po’ qua un po’ la. 

Visto che questo articolo è incentrato sui festini, perché non concludere gli anni ‘70 dei Queen con la storia della festa a New Orleans. Per il lancio del nuovo disco, i Queen organizzano di tasca loro un supermegafestone: esistono diverse versioni di questa storia, di sicuro c’è che il party è costato sulle 200mila sterline. Vengono invitate entrambe le etichette dei Queen – la EMI e la Elektra – che contribuiscono alla festa portando il maggior numero di manager possibile, partecipano anche giornalisti da tutto il mondo.  

Una processione con a capo i Queen ed i loro compagni di bagordi (roadie, assistenti, groupie, etc…) vengono introdotti dalla banda di ottoni Olympia, mentre ad intrattenere il resto degli ospiti ci sono: 

Nani  

Escort 

Lottatrici nude intente a combattere nel fango 

Vassoi d’argento con cocaina 

Acrobati 

Cameriere in topless 

Incantatori di serpenti 

Spogliarelliste 

Jazz band 

Mangiafuoco 

Travestiti 

Acrobati con il monociclo   

Ballerini voodoo e zulù 

Sembra che il tutto poi sia concluso in qualche orgia stile Zoolander. Insomma… tirate voi le somme.  

Nel corso degli anni tante voci si sono rincorse e hanno accresciuto la leggenda di questa festicciola, c’è chi smentisce parte del racconto, chi alcuni dettagli, chi invece è convinto di essersi assicurato un posto all’inferno solo per aver partecipato a qualcosa del genere.

Di certo in tutto quello che leggete in giro c’è molta verità e altrettanta finzione, ma il fatto che già si parli di verità, vi dovrebbe lasciare immaginare che festa ci siamo persi.  

Allora tanto vale accontentarci di More of That Jazz.

P.S. non posso chiudere l’articolo senza scrivere della copertina prima, quel meraviglioso turbine di cerchi concentrici che fa tanto opt art anni ’60, sembra sia stato visto da Freddie sul muro di Berlino. Beh, il cantante propone di usare l’immagine come copertina del disco e gli altri ragazzi non hanno nulla in contrario. [lo so potevo anche evitarvi queste righe finale e lasciare la chiusura alla lista degli intrattenimenti del party di New Orleans 😀 ndr]

Portishead – Dummy

Portishead - Dummy

Che la storia del trip-hop bristolino fosse la summa del destino incrociato di più personaggi lo si era carpito ampiamente (presumo), ma la caratteristica che rende divertente raccontare ciò che si cela behind the scenes è l’ispirazione reciproca che alimenta il fuoco sacro dell’arte. 

Se con i Massive Attack e Tricky abbiamo affrontato un certo trip-hop, con i Portishead ci troviamo in una terza variante del genere, nel quale l’atmosfera jazzy-sofisticata subentra garantendo cupezza, malinconia e noir fortemente cinematografico. Difficile non scrivere di Dummy senza lasciar trasparire nessuna emozione o senso di magnificenza.  

Portishead nascono dall’incontro tra Beth Gibbons e Geoff Barrow, già collaboratore dei Massive e di Trickytraps, un musicista di noto spessore chiamato a collaborare anche con Depeche Mode e Paul Weller, mica bruscolini! Il nome è semplicemente preso in prestito dalla loro città di provenienza ad una manciata di km da Bristol. Creatività al potere! Fortunatamente, quella non utilizzata per la scelta del nome è stata sapientemente dirottata sui brani. 

Bon, la prassi stabilita per essere creativi al 100% è la seguente: Adrian Utley (il chitarrero) e Geoff Barrow vanno in studio a suonare con Clive Deamer (il batterista turnista), registrano ed estrapolano le parti migliori, che vengono trasferite su vinile per essere scratchate 

In questo modo i Portishead sono in grado di imporre il proprio timbro certificato ai brani; in seguito la Gibbons aggiunge in autonomia le proprie linee vocali – studiando le soluzioni più idonee – ed aggiungendo solamente al termine di tutto questo il testo.  

Ora, il procedimento può apparire un filo strambo, ma la consuetudine dei ragazzi di Bristol è proprio quella di prendere in prestito degli stralci di canzoni e metterli in loop creando un tappeto sul quale poi – in questo caso – suonano Adrian e Barrow 

La lista presente in Dummy è bella lunga: di Glory Box abbiamo già parlato, un sample da Ike’s Rap II di Isaac Hayes, presa in prestito da Tricky per Hell Is Round The Corner… ciò che forse non sapete è che John Martyn fece una cover della versione dei Portishead (si sta configurando una situazione alla Inception); mentre la bellissima Sour Times va a ripescare da un classicone di Lalo Schifrin, The Danube Incident che figurava nella colonna sonora di Mission Impossible (la serie, quella del 1969) e che è stata utilizzata anche da Neffa… (Neffa? 😮 sì Neffa in Strategie Dell’Universo registrata con Deda suo collega nei Sangue Misto, sapevatelo). Ma non finisce mica qui! Perché c’è I’ll Never Fall in Love Again di Johnnie Ray in Biscuit (che viene pitchato tanto quanto basta per renderlo il Maurizio Seimandi di Dummy), o le trombe in Wandering Star nel loop catturato da Magic Mountain di Eric Burdon con i War, oltre che Elegant People dei Wather Report in Strangers. Tanta roba e un grande gusto nello scegliere i pezzi e renderli adatti alle proprie esigenze.  

“Sono veramente nervosa al pensiero che la gente che ci ascolta, possa vederci [potete notare il livello di timidezza di Beth in alcuni video che riprendono le prime apparizioni televisive dei Portishead ndr]. Insomma, non siamo una forza dominante, non mi piace quando le band salgono sul palco e dicono ‘Hey guardateci e divertitevi’, magari non vuoi divertirti, potresti voler star male”. Beth inquadra bene la dicotomia degli anni ‘90 tra chi predilige essere introverso rispetto a chi vuole divertirsi a tutti i costi, quasi a voler stigmatizzare questa leggerezza sbandierata da chi produce musica frivola. 

“Quando sono sul palco penso spesso di voler scrivere canzoni che comunichino alle persone, l’altra ragione per cui le scrivi è il sentirsi frustrato ed incompreso dalla vita. È qui che scatta il meccanismo, quando pensi che la gente abbia compreso il messaggio che si cela in esse, ma realizzi che non hai comunicato un bel nulla – e sei stato trasformato in un mero prodotto -, allora lì ti senti più solo di quando hai cominciato tutto quanto. La musica è una cosa spirituale, dovrebbe essere trattata come tale [leggete quest’ultimo passaggio alla Osvaldo Paniccia ndr]”. 

Anche in questo caso sono in cerca di una chiusura degna dell’articolo, [mi ergo un po’ all’He-Man di turno che a fine puntata fa la morale e insegna la differenza tra bene e male ndr] ma più di due righe non riesco proprio a partorirle. Ok, mi metto in modalità Zoltar e vi sparo una perla per i poster(i). 

Credo che i Portishead abbiano rappresentato la diversità nella diversità. Il trip-hop ha avuto un’influenza importantissima sul modo di concepire musica dalla metà degli anni ‘90 in poi, nonostante il successo conclamato dei ragazzi di Bristol, nel corso del tempo hanno dimostrato bravura e una capacità – da non sottostimare – di non montarsi la testa, restando fedeli alla propria idea musicale, senza vendersi al mercato pe’ du spicci.  

Gong – Flying Teapot

Gong - Flying Teapot

Have a cup of tea, have another one, have a cup of tea.
High in the sky, what do you see?
Come down to Earth, a cup of tea
Flying saucer, flying teacup
From outer space, flying teapot

La “teiera volante” è in viaggio nello spazio, ricolma di gnometti provenienti dal pianeta Gong e pronti ad offrire una tazza di te a chiunque la desideri.

Al primo ascolto – se dei Gong siete digiuni – esclamerete un sincero quanto perplesso “ma che cazz…???”

A dire il vero, credo sia una reazione più che comprensibile, quando ti trovi dinanzi un puttanaio di idee. Idee distanti numerosi parsec l’una dall’altra e tenute assieme da massicce dosi di LSD e grazie alle evoluzioni musicali di Malherbe, Blake e Hilllage capaci di fondere scale arabe, musica cosmica e jazz.

Flying Teapot è un titolo che lascia presupporre una grande fertilità creativa – qualità di cui Daevid Allen sicuramente non peccava – e mette in mostra tutto l’estro fantasioso dei Gong, nel primo capitolo della trilogia Radio Gnome Invisible pensata con Giorgio Gomelsky (Invisible da pronunciare rigorosamente in francese). Flying Teapot (album per il quale Allen ha anche illustrato la cover ed ispirato alla teoria della teiera di Russell) è la sublimazione di un’idea musicale che vede mischiare psichedelia della west coast e scena canterburina, in una propria visione cosmologica (conosciuta come Mitologia dei Gong [approfondirei ma ci sarebbe da scriverne un trattato ndr]) che va oltre il fantasy e nella quale i principali attori sono gnomi spaziali (pot head pixies), streghe (Yoni), eroi (Zero) ed il consumo cospicuo di te (corretto talvolta con droghe magiche)… insomma tutti gli attori previsti da Propp nella morfologia della fiaba.

Di Allen ho già parlato nell’articolo dedicato al primo album dei Soft Machine, penso che abbiate avuto modo di capire che tipo fosse, un uomo formatosi con le esperienze, i viaggi e le persone incontrate, come quando a Parigi ha avuto modo di incontrare Burroughs o di lanciare un progetto di poco successo con Terry Riley [possiamo anche immaginare il motivo ndr].

Parigi può essere sintetizzata però come la fine dei Soft Machine e l’inizio dei Gong, reso possibile dall’incontro con Gilli Smyth; Daevid quindi vede e rilancia le sue fiches in un progetto diverso – ma non per questo meno affascinante – da quello dei Soft Machine (probabilmente se Allen fosse stato ancora nei Soft, non ci sarebbe stato l’effetto domino che ha spinto Ayers verso altri lidi, con conseguente mutazione dei Soft Machine nel sound e nell’animo che ha condotto all’estromissione di Robert Wyatt).

Sono certo che ascoltando Flying Teapot canticchierete – per tutto il giorno- sovrappensiero ed in allegria il jingle “Banana, nirvana, mañana“, un predecessore di Hakuna Matata, con quella psichedelia in più che lo rende maggiormente efficace del ritornello di Timon e Pumbaa.

E se mai doveste sentirvi dispersi, impauriti e non riusciste a trovare una persona in sintonia con le vostre idee ricordate

“Radio Gnome è una frequenza segreta con la quale le persone affini riescono a sintonizzarsi immediatamente con le idee degli altri”
Parola di Daevid e dei pot head pixies a bordo della loro flying teapot.

David Axelrod – Songs Of Experience

David Axelrod - Songs Of Experience

Sì lo so, quello adottato, è un approccio inusitato per il format tipico di Pillole Musicali, ma sono fermamente convinto possa essere il modo per poter condividere dischi sui quali non c’è molto da raccontare ma tanto da ascoltare.  

Diciamocelo chiaro e tondo, le classiche recensioni hanno stufato: tanti aggettivi roboanti, con la preoccupante tendenza del recensore – solito srotolarsi il cazzo in piazza per mostrare ai colleghi quanto ce l’ha grosso – di esporre al pubblico ludibrio determinati dischi.  

Qui si fa altro, l’intento è divulgare e cercare di far conoscere figure di spicco del panorama musicale. In questo filone probabilmente è più utile parlare della vita del compositore che di un singolo disco, per cercare di incuriosire i giovani padawan che non hanno mai avuto a che fare con questi autori. 

Con questo chiudo la polemica tra me e il sottoscritto. 

Ahimè David Axelrod ci ha lasciati recentemente (per chi non lo sapesse), cerco di spiegare come stanno le cose: abbiamo perso un grande compositore che ha avuto il merito e la bravura di produrre opere espressive, discrete e riconoscibili, muovendosi in punta di piedi tra il soul ed il jazz, che ben veste album quali Songs Of Experience ed il suo predecessore Songs Of Innocence. Per essere pignoli ha avuto l’ardire di fondere il jazz al barocco, il rhytm and blues al soul, in una esplosione di suoni al quale è impossibile rimanere indifferenti. 

Il lavoro di David Axelrod è interessante perché prodromico di una scena musicale che si consoliderà fortemente qualche anno dopo con il funk soul tipico della scena nera. In Songs Of Experience, per esempio, potrete ritrovare tante delle idee che hanno condotto al successo Superfly di Curtis Mayfield. Non conoscete Superfly? Bene [a dire il vero molto molto male ndr], facciamo un altro esempio allora: perché non provate a mettere qualche gemito di Barry White sopra a The Human Abstract? Vi sembra fuori luogo come soluzione? 

Volgendo lo sguardo a tempi più recenti, Innocence ed Experience seminano idee ed ambienti sonori – dalle tinte fosche e tetre – che gemmeranno a Bristol nell’epopea trip-hop. Non è meraviglioso scoprire tutti questi intrecci? In fondo nella musica i gradi di separazione sono meno di 6. 

Dovremmo pensare alla figura di Axelrod come ad un hub all’interno del quale passano varie connessioni, un’altra delle quali è William Blake, poeta a cavallo tra il XVIII e XIX secolo, autore del libro illustrato di poesie Songs Of Innocence And Of Experience. Coincidenze? Non credo proprio [leggetelo con la voce di Lucarelli, non Selvaggia]. 

L’ispirazione, così come la citazione, è acclarata tanto che – come Blake – Axelrod decide di scindere le due opere: Innocence è del 1789 (19 poemi), Experience del 1794 (26 poemi), una volta edito quest’ultimo, la scelta da parte dello scrittore è stata di accorpare le due pubblicazioni di un’unica opera.  

Axelrod in Songs of Experience si concentra su 8 dei 26 poemi con una postilla rivolta agli ascoltatori “è un’antologia sulla consapevolezza che si raggiunge dopo la nascita… basata su un poema del XVIII secolo di William Blake“, il suono oscuro che possiamo apprezzare in molte delle composizioni, come Human Abstract e The Fly, è volto a rappresentare il lato oscuro dell’umanità che perde l’innocenza e la purezza – descritti nel precedente Song Of Innocence – per addentrarsi nelle masturbazioni mentali dell’età adulta e di tutto ciò che ne consegue a cascata. Cambia il punto di vista e si compie un rito di passaggio evidenziato magistralmente dal basso, dagli archi, dalle percussioni e dagli accordi grevi al piano.  

Axelrod naturalmente non è solo questo, vi ho portato alla luce i primi due dischi della sua meravigliosa carriera. Auspico che come per Moondog, sia solo l’inizio di una piacevole scoperta per voi.