Anno Nuovo, Pillole che verranno

Anche questo ciclo è concluso, purtroppo questa volta non credo sarò in grado di tornare entro un mese con dei nuovi racconti.

Probabilmente sarà necessario più tempo.

Mi piacerebbe avere la puntualità di un orologio svizzero, ma prenderò il tempo necessario affinché gli articoli di prossima pubblicazione siano qualitativamente ineccepibili.

L’intento di Pillole è quello di fare divulgazione musicale, scuotere il sottobosco.

L’unico modo per fare divulgazione – a mio modesto parere – è quello di: studiare, aggiornarsi, approfondire, saper comunicare senza errori e con semplicità concetti più o meno complessi. Ecco in quest’ultimo step sento di aver difettato negli ultimi tempi notando refusi ed errori che avrei volentieri evitato.

Spero possiate capire!

Se in questo periodo foste in astinenza da Pillole, potete comunque seguire la pagina Facebook Pillole Musicali 8 bit

A presto 🙂

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Julia Holter – Tragedy

Julia Holter - Tragedy.jpg

Capita di trovare analogie tra differenti articoli dello stesso ciclo, similitudini non calcolate durante la scelta dei dischi da approfondire. È bello trovare dei sentieri differenti che si muovono paralleli alla strada maestra per poi perdersi e ritrovare – quando meno te l’aspetti – la via principale, ramificazioni, connessioni quasi neurali che rendono artisti apparentemente distanti più vicini di quanto noi crediamo.

Abbiamo parlato degli Einsturzende e del ceppo del tutto similare (concettualmente parlando) con John Cage, ritroviamo in Julia Holter una declinazione interessante di quel mondo musicale, fortemente connotato dall’apparente stramberia di rumori che si susseguono in modo casuale. Siamo al confine di ciò che viene definito musica e non musica, un po’ come avviene per l’arte contemporanea, quando la corrente filosofica che caratterizza la formazione di un dato pensiero prevale sulla tecnica canonica.

Per intenderci, facciamo l’esempio di Picasso e del suo studio alla ricerca della quarta dimensione, la necessità di intrappolare su tela il movimento – la fluidità. A chi non ha studiato un minimo Storia dell’Arte e non si è interessato a Picasso e ai suoi periodi, il pittore spagnolo apparirà come un eccentrico artista che spennellava casualmente sulla tela; la verità sta nel fatto che il cubismo è la sublimazione di un determinato pensiero artistico – formatosi negli anni e attraverso altri periodi (come il blu e il rosa) – partito sempre da uno studio accademico notevole. Picasso non è che non sapesse disegnare, era un ottimo esecutore, ma da lì è partito, non si è sentito arrivato.

Tutto questo pippone pseudo-intellettuale vuole porre l’attenzione su John Cage e Julia Holter, lo studio svolto dai due – con le debite distanze – non deve portare a liquidare causticamente un determinato approccio musicale, ma è volto alla necessità di porsi delle domande ben precise: “Cos’è la musica?” e “Cosa si vuole ottenere?”.

Julia Holter ha cercato di musicare – in solitaria (registrazione e produzione) – la tragedia dell’Ippolito Coronato di Euripide, trovo una similitudine molto marcata con le Ocean Songs dei Dirty Three, sarà per quello sbuffo della nave all’inizio della Introduction, o per la voglia di narrare con la musica delle storie articolate in una sorta di viaggio concettuale. In Try To Make Yourself A Work Of Art, si percepisce il senso epico nonostante la ripetizione ad libitum di due semplice strofe che proseguono sotto un unico presagio “This was my plot“, ad indicare la mancanza di libero arbitrio, come a dire “Hey è tutto scritto, così deve andare, è il destino baby”, lo stesso destino beffardo che vuole che Ippolito e Fedra muoiano in situazioni disgraziate.

In tutto questo la Holter sembra impersonare il ruolo di una musa narrante, una figura tra leggenda e realtà caratterizzata da una voce distante, come in Goddess Eyes nel quale il refrain anni ‘80 al vocoder si intreccia con una voce molto simile a quella di PJ Harvey e appartiene – insieme a The Falling Age – a quella schiera ridotta di brani “canonici” presenti in Tragedy.

“Per me non è divertente cantare canzoni che non sono direttamente correlate a qualche evento specifico. Sono più legata al concetto di storytelling” .

Sì perché Interlude – che indica il passaggio alla seconda parte del disco – propizia anche un cambio di registro, una sperimentazione grandiosa in Celebration. Basta lasciarsi trasportare dalla musica per immaginare la sacralità di questo pezzo che ricorda il canto disperato di Wyatt a cavallo tra Sea Song e Little Red Robin Hood Hit The Road, con un sax che ricorda la tromba di Mongezi Feza che si palesa e senza il senso di ansia che permea il capolavoro di Wyatt. Un filo comune con Cage lo si ha per esempio in So Lillies, brano nel quale la Holter registra i rumori ambientali in una stazione ferroviaria per poi costruirci l’intera struttura, nella sensazione di avere a che fare con un qualcosa di cinematico (e qui ci ricolleghiamo a Blixa & Teho oltre che alla kosmische musik di Neu e Kraftwerk), in quel discorso di riuscire a trasmettere con facilità delle immagini tramite i suoni.

Non ho le risposte naturalmente, o meglio, le mie risposte me le sono date e sono del tutto soggettive, ma mi aiutano ad apprezzare il percorso inusitato della Holter che – con i suoi collage musicali – si erge a nuova figura di riferimento per la musica d’avanguardia con un disco d’esordio ambizioso ma al tempo stesso estremamente definito e che ha ben chiaro in mente dove vuole andare.

“Se ascoltate Tragedy, è pieno di grandi idee all’interno […] Non ho nessun rammarico pensando di aver lavorato da sola su Tragedy, ma è ovvio che stavo cercando di creare qualcosa di più grande di quel che potessi fare. Si può vedere in quest’ottica, stavo cercando di fare qualcosa di talmente più grande rispetto a ciò che effettivamente avrei potuto fare da sola.”

St. Vincent – Marry Me

St Vincent - Marry Me.jpg

St. Vincent è sorprendente, strepitosa, e il suo disco d’esordio – a dieci anni dalla pubblicazione – suona ancora meravigliosamente attuale.  

Cresciuta musicalmente da delle nostre conoscenze – come Zappa (apprezzato verso i quindici anni), Jethro Tull e King Crimson (qualche anno prima rispetto a zio Franco) – ha ridefinito in parte il canone del songwriting femminile moderno, utilizzando sapientemente chitarra e pedaliere, arpeggi, echi e vibrati che esaltano la voce di Annie Clark 

Un disco che musicalmente è decisamente ben strutturato, grazie anche alla presenza di turnisti navigati, tra i quali il piano di Mike Garson (sentitevi il piano di All My Star Alligned e ditemi se non vi viene nostalgia di Aladdin Sane). 

“Solitamente quando comincio a scrivere le canzoni, sono un groviglio. È molto difficile che mi sbilanci dall’inizio ‘questi accordi sono giusti e ci costruirò una canzone sopra’. Credo che se sin dall’inizio si parte dal dettaglio, dalla minuzia, sarà più facile applicare un procedimento frattale che di fatto… può innescare ulteriori idee.” 

Questa affermazione dimostra una lucidità e uno studio certosino celato dietro la creazione di nuovi brani, che si può intravedere molto facilmente nella struttura complessa di Marry Me, album nel quale si alternano in maniera ponderata brani apocalittici – come Your Lips Are Red e Paris is Burning – a ballate sognanti da prom – Marry MeAll My Star Alligned e What Me Worry su tutti – passando per ritmi da bossanova nella scanzonata Human Racing. 

I brani hanno subito nel corso degli anni un’evoluzione – così come il processo di songwriting – grazie alle performance live sostenute nel tempo; in principio tutto ciò che è finito su Marry Me è quello che Annie ha creato nella propria stanzetta e catturato con il suo MacBook Pro. Paris Is Burning, per esempio, è nata dopo un periodo speso nella capitale francese, periodo nel quale la canzone è stata composta ma mai eseguita dal vivo, difatti si percepisce l’incertezza durante i primi live, salvo poi crescere di spessore. 

In Marry Me si canta di apocalisse e i riferimenti alla religione nei brani non mancano, a partire dal nome che Annie si è data: St. Vincent. “Il nome deriva da una canzone di Nick Cave [There She Goes My Beautiful World ndr] nella quale fa riferimento all’ospedale dove morì il poeta Dylan Thomas, il St. Vincent hospital. […] In generale sono cresciuta in un ambiente composto da varie religioni, perciò la religione fa parte di me. Tutto – dal fondamentalista cattolico al seguace del guru spirituale indiano fino all’Unitariano universalista – tutto in una famiglia.  Credo che l’aspetto familiare sia più forte di qualsiasi altro dogma.” 

Il titolo del disco -ripreso anche nella title-track – è un messaggio che Annie manda a sé stessa ma anche un commento nei confronti della mondanità, una considerazione al primo quarto di secolo (e al ticchettio dell’orologio biologico) compiuto da Annie all’epoca dell’uscita del disco. “Credo che il mio romanticismo riguardo queste cose sia reale tanto quanto il sarcasmo che mi provocano” 

Ciò che mi piace da morire di Annie Clark è la sua spiccata capacità nel rielaborare le differenti sfaccettature musicali che hanno modellato il suo credo musicale, è come se fosse riuscita a shakerare The Ronettes, Little Eva, Syd Barrett, David BowieKate Bush con tanti altri gruppi a cavallo tra anni ‘90 e primi 2000, riesce a far sembrare normale sentire il fuzz della chitarra sopra a gorgheggi e cori. Le percussioni giocano un ruolo fondamentale in molti brani insieme ad un uso sapiente della voce e della chitarra – suonata in maniera tanto feroce quanto efficace da Annie Clark. 

Tanto per darvi un altro riferimento musicale di St. Vincent, il disco si conclude con una cover di These Days, brano scritto per Nico da Jackson Browne, vero e proprio capolavoro di scrittura.  

Mac Demarco – Salad Days

Mac Demarco - Salad Days.jpgMac Demarco è un imbecille. 

Di quelli irritanti, un pusillanime fastidioso, di quelli che ti toccano sempre o ti si mettono seduti appiccicati quando tutte, ma proprio tutte, le sedie nella stanza sono libere. Per intenderci è quello che mentre pisci nell’orinatoio, viene a pisciare vicino a te e si affaccia di tanto in tanto a controllare misura e getto. 

Mac Demarco è deficiente. E badate bene che lui sa di esserlo… ma attenzione, non è il comportamento sopra le righe di una persona che lo fa in maniera forzata. Semplicemente è un deficiente. 

“Perfezionismo? Non è qualcosa che ha a che fare con me”, i suoi dischi sono condizionati dal buon vecchio motto “buona la prima” e questa rilassatezza la si percepisce totalmente nei suoi album e ancor di più in Salad Days, nel quale le corde della chitarra vengono continuamente sottoposte a bending e tremolo, dando l’idea di trovarsi continuamente in un pezzo di Del Shannon con piccoli soli e inframezzi di chitarra che si susseguono ricamati con delizia e senso pratico. 

Salad Days è permeato dalla ricerca di un sound nostalgico, che sia frutto del ripescare un loop synth anni ‘70 di Shigeo Sekito (ザ・ワード2 – The Word II) che fa da tappeto sonoro a Chamber of Reflection o della sua fida chitarra sempre sul punto di sembrare scordata. In particolare Chamber of Reflection – a differenza delle altre canzoni tutte fortemente ispirate alla vita vissuta da Mac – fa riferimento alla Massoneria, in particolare all’iniziazione “è la stanza nella quale la gente accede prima dell’iniziazione alla Massoneria. È come una camera per la meditazione, nella quale ti chiudono dentro per un po’ di tempo. Lo scopo è di riflettere su ciò che si è fatto nella vita e come progredire. È quello che praticamente ho fatto in studio. È stato terapeutico. Mi sento illuminato, più leggero.” 

Come già scritto poco sopra, il disco è molto personale con brani dedicati alla propria ragazza storica – Kiera McNally – e alla loro decisione di trasferirsi dal Quebec a Brooklyn. “Vivo come un reietto… però è economico” tiene a puntualizzare Vernor Winfield McBriare Smith IV (ma conosciuto dai più come McBriare Samuel Lanyon “Mac” DeMarco) , e Alex Calder – membro della sua vecchia band Makeout Videotape – ci da manforte aiutando a capire la dimensione di questo individuo, ricordando di quante volte si è svegliato con il pisello di Mac a riposare sulla sua faccia.  

Mac è un burlone, debosciato e genuino. Analizzando questi brevi aneddoti si riesce a comprendere anche il suo approccio alla musica e il suo metodo di songwriting “Il mood con il quale ho affrontato Salad Days è ‘fanculo sono in tour da un anno e mezzo e sono stanco’”, il prodotto di tutto questo è un album delizioso a tratti dolce e con una sensibilità spiccata che trasmette di canzone in canzone. 

The White Stripes – Get Behind Me Satan

The White Stripes - Get Behind Me Satan.jpg

Vade Retro Satanasso! 

Quant’erano fighi i White Stripes? Hanno fatto tante cosine interessanti dal mio punto di vista, poi non significa che uno le apprezzi tutte eh! Però molte intuizioni sono state intriganti e Get Behind Me Satan è uno dei dischi pescati dalla discografia loro che ne raccoglie di belle. 

Voi direte “che c’entrano i White Stripes con questo ciclo di pubblicazioni?”… cazzo ne so, mi piaceva buttarli dentro però. 

Prima di tutto possiamo notare come in questo disco sia cominciato il processo di lievitazione naturale e dilatazione di Jack White, sempre più imbolsito e col capello unto alla Johnny Depp (più sozzo), ma comunque dobbiamo dire che all’epoca manteneva ancora una dignità (nonostante le unghie sporche). Poi ha cominciato a inserire fica su fica nei videoclip e – con la ciccia che cresceva – ha perso un po’ di credibilità, soprattutto perché non gli cresce la barba come Cristo comanda e cerca di farla crescere comunque… io odio un po’ questa gente che ha tipo dei peli pubici sul mento, brutti e spettinati, lasciando poi le guance nude a mo’ di culo di bambino pingue. Vabè chiudo la polemica tra me e il sottoscritto. 

Entriamo nel merito del disco, un lavoro che assume una dimensione differente rispetto ai precedenti lavori, l’uso di differenti strumenti offre uno spettro di sonorità più ampio, esempio lampante è la sorpresa che JackMeg White ci riservano al proprio interno, una citazione del più grande successo, quella Seven Nation Army inno multinazionale, ri-arrangiata alla marimba per l’occasione in una nuova canzone: The Nurse. 

Get Behind Me Satan ha tutti i limiti esposti bene in vista, questo mettersi a nudo consente di apprezzare il lavoro in toto, senza soffermarsi troppo su dettagli o imperfezioni (figlie dell’approccio dei White)… nel pieno spirito arruffone della band, il disco è stato registrato tra le scale ed il foyer di casa di Jack White – all’epoca già separato sentimentalmente da Meg White) – e Little Ghost sembra richiamare le atmosfere dell’America rurale a cavallo tra ‘800 e ‘900 dove il banjo ed il whiskey regnavano sovrani tra le spighe di grano. 

Il riferimento all’America di inizio XX secolo non è casuale, l’uso del pianoforte da un tocco di ragtime in molti dei brani nel disco come nel brano che prediligo dell’album, lo splendido spot di Passive Manipulation (interpretato timidamente da Meg), quasi in controtendenza con la magnifica Blue Orchid, primo singolo estratto dall’album e dalle sonorità pesanti (con lo splendido e visionario video diretto da Floria Sigismondi) o con il blues di Instinct Blues (altro ammiccamento alla cultura americana nonostante le derive di zeppeliana memoria come per Red Rain).  

Sì perché nella maggior parte dei casi ci troviamo dinanzi un disco da sonorità che incidono con decisione, dettate da un ritmo compassato, “sono stato in tour per un anno e mezzo e non ho avuto modo di scrivere nulla, a due mesi dalla registrazione di Satan non avevamo ancora nulla in mano. Semplicemente giro per casa, vado al piano, mi siedo e la prima cosa che viene fuori cerco di trasformarla in una canzone”, questo spiega in parte la presenza massiccia del piano all’interno del disco, così come spiega il legame di tantissime canzoni con la cultura Americana, negli stilemi di quegli stati del sud fortemente connotati dal gospel e dal ragtime. 

E come sempre giungo alla fine che dimentico qualcosina, sarebbe delittuoso a questo punto non citare la splendida The Denial Twist, con l’assurdo videoclip girato da Michel Gondry – che vede la presenza di Conan O’Brien – dove ci sono dei continui cambi di prospettiva (basata sul concetto della stanza di Ames) cercando di interpretare visivamente quanto la canzone stessa intende: ovvero che ciò che la gente crede sia vero il più delle volte è distorto dal contesto, da chi comunica il messaggio e della sua credibilità, dalla situazione in cui si trova il ricevente ed il mittente, dal metodo di comunicazione, oltre che dai vari agenti esterni alla comunicazione stessa. Così il cambio repentino di prospettiva vuole indicare che la percezione è soggettiva e varia a seconda di come la si interpreta.  

Beirut – The Flying Club Cup

Beirut - The Flying Club Cup

Capita talvolta di venir rapito da particolari suoni, come quando d’inverno sei steso sul divano e di punto in bianco sentì risuonare a distanza la zampogna, con quelle note così riconoscibili, e automaticamente il sorriso si stampa sul volto.

Così è successo per quest’album dei Beirut, assolutamente nulla di indimenticabile, non aggiunge nulla a ciò che c’è in giro, ma entra dentro e tocca le corde giuste. Lo fa sulla base di quella globalizzazione musicale crescente, una contaminazione che strizza l’occhio più frequentemente ai suoni tzigani, balcani e all’Europa di un tempo, quella dei primi del ‘900, degli sfarzi e delle bande. In tutto questo si stabilisce The Flying Club Cup (un incrocio tra Lol CoxhillYann Tiersen e Goran Bregovic), in un ciclo di Pillole caratterizzato da stili musicali simili, tra il malinconico e melodie – in alcuni casi acchiappone – che penetrano con convinzione nell’ascoltatore.

L’esempio di Yann Tiersen non è casuale, è persistente l’impronta francese, la canzone in apertura è dedicata alla città di Nantes e quell’incedere ipnotico all’organo sembra preso in prestito proprio dal compositore francese.

Ciò che traspare dall’intero disco è l’amore smodato che Zach Condon prova per la Francia e la sua capitale, nella quale il cantautore si è trasferito “in fase creativa ho ascoltato tantissimo Jacques Brel e la musica degli chansonnier francesi, canzoni popolari avvolte da arrangiamenti meravigliosi, e quest’aspetto per me era quasi del tutto sconosciuto. Perciò ho acquistato nuovi strumenti con i quali non avevo tanta confidenza, come i corni francesi e l’eufonio, continuando con gli ottoni e le trombe, lavorando con fisarmonica e l’organo”.

La sensazione che gli ottoni e gli strumenti a fiato – in generale – offrono è quella di ascoltare una banda d’altri tempi, un po’ come avviene per i Neutral Milk Hotel, che tramite arrangiamenti evocativi e il sapiente uso di più strumenti garantisce un impatto sonoro di spessore ed estremamente piacevole, seppur con sfumature emotivamente meno importanti rispetto ad In The Aeroplane Over The Sea.

C’è un’altra analogia tra il lavoro marcato da Jeff Mangum e quello di Zach Condon, l’artwork scelto per la copertina dell’album è molto simile, seppure nel caso dei Neutral si tratti di una cartolina illustrata e in questo di una fotografia (con in primo piano una donna ben vestita a ridosso di una spiaggia). Condon, spiega la scelta del nome dell’album a rafforzare l’influenza retrò subita dal leader della band “Guardando ad inizio ‘900… a Parigi veniva organizzato un festival per le mongolfiere – l’album è stato intitolato così dopo aver visto una foto veramente bizzarra del 1910. È uno dei primi scatti a colori mai eseguiti prima, alla fiera mondiale, e mostra tutte queste vecchie mongolfiere pronte al decollo dal centro di Parigi. Credo sia una delle immagini più surreali che abbia mai visto”.

Vi consiglio di ascoltarlo qualora non l’aveste fatto prima… ripeto, nulla di eclatante ma è estremamente godibile e discretamente più leggero rispetto a dischi come Failing Songs e In The Aeroplane Over The Sea (con atmosfere in parte proposte anche dai Black Heart Procession in 2) che hanno sonorità molto in linea con quelle espresse dai Beirut.

Sufjan Stevens – Illinoise

Sufjan Stevens - Illinoise

Oggi provo a raccontarvi un disco estremamente complesso, ambizioso e pieno di spunti intriganti. Sufjan Stevens è una delle figure più valide della scena musicale contemporanea, non si limita al compitino, osa, con tutto quello che ne consegue: grandi intuizioni e qualche passaggio a vuoto. 

Illinoise nelle sue 22 tracce si impone al pubblico, facendosi notare, raccogliendo critiche positive e contribuendo ad alimentare la leggenda secondo la quale – dopo Michigan del 2003 – Stevens avrebbe deciso di comporre un disco per ogni stato americano. La strada è lunga… 

“È solamente uno scherzo” ci tiene a precisare Stevens, quasi rincuorando chi lo avesse preso sul serio, l’idea di fondo non sarebbe stata nemmeno malvagia, cantare di fatti o di persone che hanno caratterizzato la storia di un particolare stato… come fa in Illinoise e nelle sue canzoni dal titolo improbabile ed infinito (uno a caso The Black Hawk War, or, How to Demolish an Entire Civilization and Still Feel Good About Yourself in the Morning, or, We Apologize for the Inconvenience but You’re Going to Have to Leave Now, or, ‘I Have Fought the Big Knives and Will Continue to Fight Them Until They Are Off Our Lands!). Per praticità eviterò di scrivere altri titoli del genere, altrimenti finirei di fatto l’articolo semplicemente citando i brani😀 

Illinoise parte spedito, con fanfare meravigliose e ragtime anni ’30, per poi rallentare ad una più rassicurante velocità di crociera, apparentemente senza sussulti per un orecchio distratto. Oibò! Non cadete in codesto tranello, poiché una volta assimilato il disco e accettata la sua struttura, prestando attenzione ci si imbatterà in tante piccole gemme delicatissime, riferimenti su riferimenti all’imprinting musicale di Stevens, ogni canzone ha degli arrangiamenti spettacolari – estremamente complessi – si ha l’impressione di ascoltare delle micro colonne sonore [a tal proposito, il prossimo ciclo riguarderà in parte questo discorso ndr] 

Quante volte ascoltando Illinoise ho avuto la sensazione di vivere una scena di un film, di compiere un viaggio all’interno dello stato americano; ha delle atmosfere da sogno nelle quali è facile perdersi. La ricerca, lo studio di libri, documenti e storie sull’Illinois, la necessità di trasmettere la propria visione genuina di uno stato e dei suoi elementi distinguibili, conducono all’immedesimazione nel clima di festa dell’expo del 1893 [per i 400 anni dalla scoperta dell’America da parte di Colombo ndr] descritta in Come On! Feel the Illinoise! [titolo che prende spunto dalla canzone di Slade del 1973 Cum On Feel The Noize, giocando sulle parole Illinoise Feel The NoizeSufjan si è giocato la carta dell’assonanza per intitolare l’album e creare scompiglio in tutti gli ascoltatori che non sanno se il titolo dell’album è Illinois Illinoise ndr] e che ha il celebre refrain di Close To Me dei The Cure a tributare uno dei radi slanci di gioia di Smith 

“Uso la formula dello short story: attenzione ai dettagli, linguaggio sensoriale, scenari, sviluppo dei personaggi. Talvolta penso che ogni canzone abbia un punto di conflitto, una crisi, un climax e un punto nel quale si rivela tutto quanto. Questa è sicuramente una struttura letteraria. Ma forse è perché appartengo alla vecchia scuola”, non ci sono dubbi che la metodologia di scrittura di Sufjan sia incline alla narrazione, questo spiega la scelta di titoli estremamente narrativi e le canzoni talvolta dilatate. 

“Per quanto grande possa apparire questo disco, posso assicurarvi che è stato accuratamente tagliato. Era essenziale avere un particolare punto di vista che conciliasse ogni elemento all’interno di questa visione. Perciò molto è stato scartato. Ho ignorato tutti i temi popolari, ho cercato di cantare di SpringfieldPittsfield, il lago Carlyle. Cose che non c’entravano col resto dell’album e sono state scartate”. È forse questa la magia di trovare nell’artwork Al Capone con Superman che si stagliano di fronte lo skyline di Chicago, un’illustrazione che per beghe legali è stata ritoccata più volte, sino a rimuovere l’uomo dal mutandone sopra al pantalone e sostituirlo con dei palloncini rossi e blu. Quello stesso Superman citato in The Man Of Metropolis Steals Our Heart, nella quale Metropolis (città dell’Illinois autoproclamatasi città di Superman) è il teatro delle avventure di Nembo Kid, il Gesù del secolo scorso, il salvatore dell’umanità in una chiave di lettura molto cattolica ed estremamente cara alla DC ai fini narrativi. 

Capite da voi che questo disco non poteva mancare in questo gruppo, anche se forse le sensazioni di gioia che trasmette in alcuni brani va un po’ in controtendenza con altri lavori trattati, decisamente più abbacchiati e tetri. In comune c’è l’approccio lo-fi, un registratore a 8 tracce che Sufjan è solito portare in studio con sé… nessun ingegnere del suono, nessun parametro pre-impostato, solo lui, gli strumenti ed il registratore ad 8 tracce.  

Il fai da te come missione, forse per questo motivo Illinoise mi sembra ancora di più accattivante, perché dietro ad arrangiamenti complessi, quasi rari visti i tempi che corrono, Sufjan si mette la mano sulla coscienza e compone un potpourri dal profumo inebriante: “Ho studiato l’oboe alle superiori […]. La maggiorparte di ciò che ho studiato è musica barocca, classica, ed il repertorio per oboe è interessante. Ho suonato molto con quintetti e fiati, ho ascoltato musica barocca per molto tempo. Recentemente mi sono imbattuto in Stravinskij, RachmaninovGrieg. Credo che parte dei miei arrangiamenti provengano da lì e da influenze minimali quali Terry Riley, Steve Reich e Phillip Glass“.