Frank Zappa – Apostrophe (‘)

Frank Zappa - Apostrophe (')

Apostrophe è il disco destinato a sfruttare l’onda lunga del successo avuto con il suo predecessore. I brani composti per quest’album provengono in gran parte dalle sessioni di Over-Nite Sensation e prima di lanciare sul mercato (‘) Franco studia una campagna pubblicitaria basata su 30 secondi di spot assieme a Cal Schenkel (autore anche questa volta dell’artwork dell’album).

Durante il tour di (‘) Jean-Luc Ponty decide di uscire dalla band giudicando la deriva musicale intrapresa da Zappa troppo commerciale. Lesa maestà, ZappaPonty si lasciano nel peggiore dei modi e senza margine per collaborazioni future. Questo caso evidenzia quanto Zappa volesse dei meri esecutori privi di ogni spirito critico, in modo tale da poterli adattare al meglio in qualsiasi idea di musica gli balenasse in testa.

Ponty punta il dito contro la necessità di Zappa di doversi buttare a corpo morto nella satira dal momento in cui le sue derive jazziste non vengono carpite dalla maggioranza del pubblico. In un certo senso il violinista tocca un nervo scoperto di Frengo che solitamente attinge a piene mani dall’humus televisivo americano – specchio di un popolo catturato dagli effimeri valori dello showbiz e di scarso spessore intellettuale.

Questo avviene per Stink Foot – brano di chiusura di (‘) – ispirato da una pubblicità sul deodorante per piedi fetosi della Mennen, dove il cane (citato nella canzone col nome di Fido) sviene nel momento in cui il padrone si sfila le scarpe.

La prima parte di Apostrophe è una suite – di 4 brani – che narra il sogno di un uomo all’interno del quale impersona la figura di un eschimese di nome Nanook.

In Don’t Eat the Yellow Snow – brano di apertura di (‘) – Nanook deve prestare particolare attenzione a non bere la mortale neve gialla che indica la strada battuta dagli husky.

La canzone sfocia in Nanook Rubs It, ma il punto di vista cambia, ora siamo nei panni dell’antagonista della storia – il cacciatore di pellicce – che cattura il cucciolo di foca di Nanook. Accortosi della situazione Nanook agisce menando il pistolino dell’husky e invogliando il cane a mingere la “deadly yellow snow” direttamente sugli occhi del cacciatore di pellicce (la canzone stessa suggerisce che questo avvenimento andrà a sostituire l’episodio del mud shark nella mitologia zappiana).

Il cucciolo è salvo, ma il cacciatore di pellicce perde l’uso della vista. Nonostante il dolore, si ricorda però di una antica leggenda eschimese che spinge chiunque abbia perso la vista per mano di un eschimese di nome Nanook ad andare a St. Alfonzo attraversando miglia e miglia di tundra.

In St. Alfonzo’s Pancake Breakfast viene abbandonato il cacciatore (non sapremo mai se sia guarito o meno) e ci si concentra sulla ricetta del pancake. I pancake sono al centro anche di Father O’Blivion brano nel quale il parroco della città – intento a preparare il pancake – non consente ad un folletto irlandese – sgamato a smanettarsi con un calzino – di mangiare la sua pancake in nome di St. Alfonzo.

Il lato A è quindi una lunga suite nella quale gli interpreti ed i luoghi cambiano continuamente creando una sorta di mini operetta folle e priva di qualsiasi significato apparente oltre la forte ironia.

A seguito arriva Cosmik Debris – uno dei brani più conosciuti nella discografia zappiana – che è un trait d’union con i brani presenti in due album pubblicati negli anni passati: nello specifico “dust of Grand Wazoo” (riferimento all’ultimo album appartenente alla trilogia jazz The Grand Wazoo) e Camarillo Brillo (brano d’apertura di Over-Nite Sensations) “Now is that a real poncho or is that a Sears poncho?“. Da Over-Nite inotre è stato scartato il capolavoro Uncle Remus, prontamente reinserito in (‘).

Piccola menzione d’onore, la title-track è uno stupendo brano strumentale che vede la collaborazione al basso di Jack Bruce dei Cream.

Apostrophe entra negli annali come il disco più venduto all’interno dell’intera discografia di Zappa. Piacevole, irriverente, scherzoso e mai lagnoso. Per chi avesse delle difficoltà e si chiedesse da dove partire con Zappa, questo album può essere sicuramente un buon inizio per approcciare con il leviatano discografico di Frengo.

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Frank Zappa – Over-Nite Sensation

Frank Zappa - Over-Nite Sensation

Over-Nite Sensation è uno dei vari spartiacque nella carriera di Zappa, maturato dalla volontà di distaccarsi dal filone fusion di Waka/Jawaka si accosta ad una idea di musica che – in apparenza – è meno complessa di quella propinata finora.

Le sonorità tipiche della musica nera – tra il funky ed il pop soul – si insinuano nella struttura compositiva di Zappa rendendo orecchiabile ciò che prima era una trama di suoni strutturata capace di schiantare anche il più volenteroso degli ascoltatori.

Per i cori Frank inserisce la quota black ingaggiando Tina Turner e The Ikettes, con un salario pari a non più di 25 dollari a canzone per cantante “Volevo aggiungere dei cori ai pezzi, e il mio road manager propose: ‘Perché non usi le Ikettes?’ Gli chiesi: ‘Posso usarle davvero?’ e lui mi rispose di sì. Ma sapete dov’era il trucco? Ike Turner ci costrinse a pagare le ragazze non più di 25 dollari per canzone, perché era la paga che ricevevano da loro. Non importava quante ore ci mettessero a incidere un pezzo, non potevo pagarle più di 25 dollari a testa a canzone, compresa Tina.”

The Ikettes sono una presenza costante in Over-Nite Sensation e sbattono il timbro su una delle canzoni simbolo dell’intera discografia zappiana, quella Montana che racconta la brillante idea di business avuta da un uomo che decide di trasferirsi in Montana per avviare una coltivazione di filo interdentale e divenire un magnate del settore (il tutto traslato in un testo con un perfetto slang spensierato da uomo del ranch).

Montana ha delle variazioni vertiginose, soprattutto nella parte centrale, tant’è che Zappa ricorda “Una delle parti centrali di Montana era così difficile che le ragazze dovettero provarla per un paio di giorni. Solo una parte. […] Tina era così contenta di essere riuscita a cantare una cosa del genere che andò nello studio accanto, in cui stava lavorando Ike, e lo trascinò lì per fargli sentire il risultato del suo lavoro. Ike ascoltò il nastro e disse ‘Cos’è sta merda?’ e uscì”.

Ike è talmente stronzo da negare i credits a Tina e The Ikettes. In tutto questo, come non inserire un’ulteriore nota di gossip?

Celebri sono i casi di violenza domestica subiti da Tina negli anni della relazione con Ike, tanto da spingere lo stesso Frank a chiedersi come la loro storia possa essere durata così tanto tempo “La trattava in maniera orribile, ed era una ragazza davvero carina. Una domenica stavamo registrando lì. Lei non c’entrava con la registrazione, ma si presentò con un intero pentolone di stufato che aveva comprato per chi stava lavorando. Immagina la scena, dal nulla arriva Tina Turner con un cencio in testa e un pentolone di stufato. È stata davvero carina”.

Ora, siccome siam qui per Over-Nite Sensation e invece mi sono ritrovato a trapuntare i cazzi di Tina Turner a destra e a manca, consentitemi di tornare in carreggiata.

Per Over-Nite Sensation, Frank non si riduce al compitino e ci mette del suo, aggiungendo ad una struttura musicale più fruibile dei testi scandalosi per il bigottismo della società americano, talmente difficili da digerire da far passare in secondo piano i sottili attacchi al sistema politico.

Ne sono un esempio Dirty Love – descrizione di una relazione meramente sessuale tra una groupie ed il protagonista che non guarda in faccia nessuno pur di appagare la propria brama libidinosa (I don’t need your sweet devotion/I don’t want your cheap emotion) – e Dinah-Moe Humm – incentrata su una perversione di Zappa riguardante una donna che scommette 40 dollari sul fatto che Frank non riuscirà a placare le sue voglie (salvo poi scoprire che lei trae diletto nel vedere Zappa fottere la di lei sorella).

Insomma, canzoni abbastanza discinte negli argomenti che fungono da propulsore nelle vendite dell’album e assurgono Zappa al ruolo di provocatore.

Lo stentoreo – e a tratti tedioso – comportamento di Frank affonda le radici nella forte volontà di difendere il Primo emendamento della Costituzione statunitense (libertà d’espressione), basandosi su di un semplice ragionamento: perché l’orgasmo simulato da Jane Birkin in Je T’Aime (Moi Non Plus) o da Donna Summer in I Feel Love viene comunemente accettato, mentre canzoni come Dinah-Moe Humm e Dirty Love no?

In fondo l’animo progressista di Frank non ha mai guardato in faccia nessuno e la sua profonda indignazione ha scoperchiato un vaso di Pandora, con una battaglia decennale contro la censura ed il perbenismo radicato nello Zio Sam. Per questo il turpiloquio adoperato da Zappa ha avuto un ruolo fondamentale nella società americana, tanto da essere rappresentato nella copertina dell’album come lo slime che deborda dalla televisione.

I’m The Slime è una critica sociale molto sottile (con un giro di basso magnifico che ricorda Stevie Wonder e la Motown), nei confronti di una popolazione lobotomizzata dalla televisione, che accetta passivamente ogni singola sciocchezza propinata dal tubo catodico.

Il controllo attraverso i media è un argomento caro e stabile nella discografia di Frank (ad esempio in Apostrophe con Stink Foot). Se dovessimo proporre un parallelismo, paragono I’m The Slime ai The Simpson delle prime stagioni, dove la satira spadroneggia e affonda il coltello nel deficit d’attenzione che colpisce la popolazione americana (non è un caso che Matt Groening e Frank Zappa fossero legati da un genuino rapporto di amicizia e confronto).

La copertina del disco è illustrata da Dave McMacken, scena che ben rappresenta una distopia surreale alla Dalì, nel quale è possibile cogliere lo slime e lo stesso Zappa che fuoriescono dal televisore, oltre ad una serie di elementi disposti alla rinfusa – nella stanza di un motel – in un guazzabuglio grottesco che ben identifica ciò che l’ascoltatore dovrà ascoltare.

Elio E Le Storie Tese – Eat The Phikis

Elio E Le Storie Tese - Eat The Phikis

Perché Eat The Phikis?

Credo che qualitativamente abbia toccato delle vette che difficilmente sono state raggiunte dagli Elii negli anni successivi, ma soprattutto perché risulta l’ultimo album in studio con l’amato Feiez, che come contributo creativo ha sempre avuto un peso specifico non trascurabile.

Eppoi perché ho amato tantissimo la copertina dello squalo con l’apparecchio ed ho consumato la musicassetta [già…] nella mia Twingo verde mela, mentre da adolescente macinavo chilometri nelle nottate di cazzeggio. Un album al quale sono profondamente legato perché ci sono cresciuto… in particolare sono affezionato alla Terra Dei Cachi, brano che ha contribuito all’effettiva consacrazione degli Elio E Le Storie Tese, con il conseguimento del disco di platino in poche settimane dalla pubblicazione di Eat The Phikis.

Un brano che fotografa l’Italia del passato, presente e futuro, con una dovizia di particolari meravigliosa. Una struttura che strizza l’occhio agli stilemi pop-folk dello stivale (Papaveri e Papere di Nilla PizziUna Lacrima Sul Viso di Bobby SoloLa Donna Cannone di De Gregori), con un vorticoso e frenetico uso di calembour che è impossibile non amare. Accettata al festival di Sanremo, rischia seriamente di vincere. Già, rischia, perché anni dopo si è scoperto che la vittoria è stata ottenuta veramente sul campo.

Proprio loro, quelli che 4 anni prima suonavano fuori dall’Ariston, al Controfestival, prendendo per culo alcuni partecipanti parodiando le loro canzoni (come dimenticare Ameri, Sono Felice o le versioni di Vattene Amore e Verso L’Ignoto), per un pelo non vengono classificati vincitori al concorso da loro schernito. Oltre ciò, Elio E Le Storie Tese hanno avuto il merito di vivacizzare un concorso imbolsito e ingessato, con esibizioni degne di memoria:

  • Una serata Elio si presenta con il braccio finto;
  • L’ultima esibizione avviene con la band travestita da Rockets;
  • Durante la penultima serata si compie la meraviglia, quando anziché proporre un estratto da un minuto del proprio brano, propongono il brano quasi per intero eseguendolo velocissimamente (in 55” per essere precisi, che potete ascoltare a chiusura del disco in Neanche Un Minuto di Non Caco, citando Lucio Battisti).

Fuori concorso si classifica la versione, altrettanto spettacolare, con Raul Casadei; un taglio in salsa balera che rende il brano ancora più nazionalpopolare, nonostante voglia di fatto buggerare quello stereotipo. La Terra Dei Cachi segna anche l’inizio del sodalizio tra gli Elii e il maestro Vessicchio.

Concettualmente Eat The Phikis si conferma come un’evoluzione dei precedenti album, pertanto nella scelta di un brano quale Burattino Senza Fichi possiamo scorgere l’eredità della favoletta del Vitello Dai Piedi Di Balsa, dove il protagonista è un Pinocchio adolescenziale su cui facili si sviluppano dei doppi giochi (tra i quali il fatto che sia stato fatto con una sega e altri divertenti cliché).
Mentre T.V.U.M.D.B. racconta l’ennesima sfaccettatura della donna, quella romantica e giovane, interpretata da Giorgia che sogna il bomba dei Take That (Gary Barlow)sulla base della melodia di After The Love Has Gone degli Earth, Wind and Fire (band citata a detta di Faso per non cadere nel plagio). C’è il tempo anche per salutare Piattaforma ed il famoso PAM (“Senti come grida il peperone?”). Il meraviglioso assolo di sassofono eseguito da Feiez in questo brano, aprirà il successivo Craccracriccrecr in sua memoria.

I cameo sono ormai consuetudine e alcune ospitate sono consolidate, come nel caso di Enrico Ruggeri che appare in Lo Stato A, Lo Stato B, presenziano al disco anche Aldo (dal trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo) in Mio Cugino, il meraviglioso James Taylor (in First Me, Second Me che interpreta Peak Of The Mountain, storico brano composto agli inizi di carriera dagli Elii dal testo tradotto in un inglese maccheronico ma reso immortale dal cantautore di Boston) ed Edoardo Vianello in Li Mortacci, brano compendio nel quale vengono citati i grandi morti dell’universo musicale all’interno di uno stornello romano che sembra eseguito direttamente a La Parolaccia.

Nello specifico vengono citati

  • er Chitara: Jimi Hendrix 
  • er Mafrodito: Freddie Mercury 
  • er Rastamanno: Bob Marley 
  • er Guardiano der Faro: Federico Monti Arduini 
  • er Pelvicaro: Elvis Presley 
  • ‘a figlia der Pelvicaro: Lisa Marie Presley
  • er Trilleraro: Michael Jackson 
  • er Canaro: malvivente della Magliana (alla cui figura è stato ispirato il film diretto da Garrone Dogman)
  • er Lucertolaro: Jim Morrison 
  • er Quattrocchi Immaginaro: John Lennon 
  • er Tromba: uno tra Louis Armstrong, Miles DavisChet Baker (giudicando la morte violenta direi proprio quest’ultimo)
  • er Vedraro: Luigi Tenco 
  • l’Impiccato: Ian Curtis 
  • er Fucilense: Kurt Cobain  
  • er Piscina: Brian Jones 

(grazie infinite a marok.org per la lista)

Per citare altri easter egg degni di nota, al termine di El Pube, viene raccontata una barzelletta tramite il MacinTalk della Apple. L’effetto ottenuto è quello del Central Scrutinizer, narratore di Joe’s Garage, (uno dei vari inchini al grande idolo della band, Frank Zappa). Altra checca… ups chicca, è presente in Omosessualità, un trash metal che vede Elio al basso, in quanto Faso si è rifiutato di interpretare il brano per l’odio nei confronti di questo genere musicale. Omosessualità, apprezzato e di molto dai circoli omosessuali per l’onestà intellettuale e l’apertura mentale (nonostante il linguaggio crudo), si è aggiudicato il premio dal circolo di cultura Mario Mieli.

Il brano simbolo – però – gli Elii lo piazzano alla fine, quel Tapparella che narra il dramma del ragazzino eterno complessato, sfigato, bullizzato e pisciato da chiunque alla festa delle medie. Uno spleen [d’altronde in Eat The Phikis è presente anche il brano Milza ndr] decadente di frustrazione totale che si conclude in un’estasi collettiva dal momento che il ragazzetto scioglie l’aspirina nell’amarissima aranciata. Il brano è un omaggio palese ad Hendrix con Little Wing ed Hey Joe che dominano il tema musicale iniziale.

Tapparella è un inno generazionale per chi è stato underground; inno con il quale gli Elii hanno chiuso concerti dal 1996 al 2018 e che dal 1999 è la consuetudine con la quale viene salutato ogni volta il vuoto enorme lasciato dal grande Panino: Paolone Feiez.

FORZA PANINO!

Ebbene sì! Non smetterò mai di ringraziare infinitamente il sito Marok.org dal quale ho attinto diverse informazioncine preziose. Come di consueto, se voleste approfondire, consiglio vivamente di spulciarvi tutte le chicche che i ragazzi hanno raccolto.

http://www.marok.org/Elio/Discog/phikis.htm

 

Elio E Le Storie Tese – Italyan, Rum Casusu Çikti

Elio E Le Storie Tese - Italyan, Rum Casusu Çikti

Questa volta il titolo dell’album non nasconde alcun messaggio sozzo, semplicemente riporta un titolo di giornale cipriota che tradotto dovrebbe significare “La spia italiana dei greci è stata espulsa”. La spia altri non è che Massimo Rana, fotoreporter amico degli Elii e autore della splendida copertina del vitello dai piedi di balsa (ispirata ad Atom Heart Mother).

Sì, perché all’interno della presa in giro, si annida una storia vera; il povero Massimo in vacanza a Cipro – terra all’epoca al centro di un conflitto geo-politico di non poca importanza – viene arrestato dalle autorità turco-cipriote con l’accusa di essere una spia greca, il tutto per qualche scatto sospetto di troppo (accusato di aver immortalato un muro dietro il quale vi è una base militare). I titoli dei giornali locali in quei giorni riportano il titolo Italyan, Rum Casusu Çikti, prontamente riutilizzata dagli Elii per intitolare il proprio disco. Un altro dei loro easter egg insomma.

Il disco non viene ricordato solamente per la celebrità di alcune delle canzoni incise nella storia degli nostri, ma anche per la presenza del coro delle misteriosi voci bulgare (Le Mystère des Voix Bulgares), rinomata e prestigiosa ensemble che ha registrato la sigla di Xena oltre ad aver collaborato con artisti del calibro di Peter Murphy.

Insomma una contaminazione presente più o meno in tutto il disco e capace di rendere buffo il risultato finale, la domanda sorge lecita:

avranno mai capito cosa stavano cantando?

La loro presenza porta in dono il passaggio radiofonico agli Elio E Le Storie Tese con il Pippero®, fantomatico ballo popolare – con tanto di coreografia (ruotiamo le dita e uniamo le falangi,
questo è il ballo del PIPPPERO) nato dalla collaborazione tra Italia e Bulgaria, un precursore della Macarena ed un sostituto di Ramaya, canzone vietata in Bulgaria (naturalmente questo è quanto dice la canzone, prendete tutto con le pinze). Un brano che nella sua apparente semplicità nasconde delle soluzioni musicali estremamente geniali e minuziosamente incollate tra di loro, con I Feel Fine dei The Beatles, Barbare Ann dei The Beach Boys, The Power di Snap!, il giro di basso simile a quello di Piranha (b-side di Ramaya di Afric Simone) e Dyulmano, Dyulbero proprio de Le Mystère des Voix Bulgares, re-inventato per assonanza nel ritornello in Più Umano, Più Vero.

Pippero non è mai stata tra le mie canzoni preferite, così come il brano che apre il disco, Servi Della Gleba, che continua il filone concettuale inaugurato da Cara Ti Amo: la donna è stronza e ti fa soffrire, soprattutto quando sei giovane e incassi 2 di picche a tutto spiano.

Ecco, nell’immaginario collettivo questa canzone ha imposto una serie di concetti icastici che oggi sono utilizzati da chiunque:

  • Servo della gleba è una frase pensata da Meyer, dopo aver sentito una telefonata infinita di Faso con una tipa (per questo il brano termina con la chiamata di Faso) definendone la sua completa sottomissione senza nulla in cambio;
  • Due di Picche, carta che di fatto non conta nulla e che oggi identifica un fallimento nell’approccio;
  • Mi vuoi mettere una scopa in culo così ti ramazzo la stanza? Il finale della canzone che non necessità di spiegazioni.

Credo che uno dei passaggi più poetici ed esplicativi della canzone sia “L’occhio spento e il viso di cemento / lei è il mio piccione, io il suo monumento”, da cantautorato di alto livello.

Rum Casusu mostra un ulteriore aspetto che contraddistingue la carriera degli Elio E Le Storie Tese, le ospitate nelle canzoni. Se nel precedente lavoro Paola Tovaglia (alla quale Rum è dedicato) e Paolo Bisio si integravano nelle canzoni, assieme alla voce giappo dal teatro kabuki di Shidzu Version, qui ascoltiamo oltre alle Voci bulgare anche Riccardo Fogli e i The Chieftains in Uomini Col Borsello, la voce campionata di Marco Masini in Cartoni Animati Giapponesi (che ripete Sperma a sua insaputa, dandoci un saggio di quello che Rocco Tanica farà con i corti negli anni a venire), di nuovo Bisio, Enrico Ruggeri nei panni del Vitello dai Piedi di Cobalto, Diego Abbatantuono nei panni del Dio Pugliese della barzelletta e del matusa in Supergiovane.

Infine, come non segnalare l’ingresso ufficiale dell’architetto Mangoni nei panni proprio del Supergiovane – il super eroe che difende la generazione ribelle dal Governo con un gergo uscito dagli anni ‘60, in piena controtendenza con la figura che dovrebbe rappresentare e con gli ideali che difende.

La canzone si sviluppa su di un ritmo da noir jazz anni ‘60 (tanto per non dimenticare Riz Samaritano) con uno sviluppo recitato che esplode in gospel, dimostrando la versatilità nel maneggiare stili differenti dai musicisti in questione, se mai ce ne fosse bisogno.

Ci sono poi altri scherzi musicali che sarebbe delittuoso non citare come: Arriva Elio e Arrivederci, brani utilizzati in apertura e chiusura dei concerti, (evidenziando l’attitudine al cabaret); oppure il Vitello dai Piedi di Balsa, una meravigliosa favola da raccontare a tutti i bambini (omettendo il finale naturalmente) anche con la sua Reprise.

Un disco immortale che con il suo precedente iscrive di diritto gli Elii a ruolo di eredi naturali di Frank Zappa, senza se e senza ma. Gli unici a poter essere considerati come successori sia per l’approccio creativo, che per la satira ed i testi puntuti ed originali.

Anche in questo caso si ringrazia infinitamente il sito Marok.org dal quale ho attinto diverse informazioncine preziose. Pertanto, se voleste approfondire, consiglio vivamente di spulciarvi tutte le chicche che i ragazzi hanno raccolto.

http://www.marok.org/Elio/Discog/italyan.htm

Elio E Le Storie Tese – ඒලියෝ සමඟ හුකපං කැරියන තුරු (Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu)

Elio E Le Storie Tese - Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu

ATTENZIONE: il linguaggio utilizzato per questo articolo potrebbe turbare il pubblico più sensibile. Consiglio perciò di non continuare nella lettura, se non apprezzate un lessico oltraggioso e triviale. Questo disco richiede un’immedesimazione tale che se non l’avessi raccontato in questa maniera sarebbe stato come tradire lo spirito di Pillole (sinceramente mi sono anche divertito a scrivere qualche cazzo qua è là).

L’esordio è col botto, un po’ per l’insieme dei brani che compongono questo primo disco, un po’ per la nomea della band di culto costruita minuziosamente tra: musicassette piratate, anni e anni di gavetta con performance eseguite nei circoli ed i club.

Insomma, una carriera che è un pot-pourri di caroselli, teatrini, satira, comicità e parolacce quasi mai gratuite (tranne nel caso di La Ditta), ma sempre funzionali alla risata: “un fregio all’argomento trattato nella canzone” come ci ricorda Rocco Tanica seguendo il dogma degli Squallor e – se volessimo fare un esempio più alto nell’immaginario musical-borghese-radical-chic – di Guccini con L’Avvelenata (canzone ispiratrice per Rocco).

Proprio il turpiloquio ed i testi privi di pudore minano la presenza nelle radio e nelle classifiche ad inizio carriera, salvo poi essere sdoganati pian piano col passare degli anni.

A differenza del luogo comune che avvolge gli Elii, la parolaccia non sempre risulta la soluzione prediletta, talvolta si percorrono rotte più elaborate, navigando in maniera divertita nelle acque tormentate dei doppi sensi con John Holmes (l’incipit è un tributo alla canzone di Mina Quad’ero Piccola) – senza scadere nel tranello della parola proibita che gli ascoltatori attendono per tutta la durata della canzone. Gli Elii dimostrano così come la loro cifra stilistica sia proprio quella della presa in giro nei confronti dell’ascoltatore.

Il doppio senso fa da padrone anche in Piattaforma, che vede la partecipazione della strepitosa e compianta Peev Agliato (alias di Paola Tovaglia, volto di Bim Bum Bam e doppiatrice negli anni ‘80, portataci via troppo presto) in un brano che dal vivo ha offerto anche il confronto tra Elio e Rocco nella parte di Papà ed Enzo. Ispirato a Je T’aime Moi Non Plus (come Veramon) ci delizia di perle memorabili come “Fremo a immaginarti tra i cateti” – modo carino per dire ti penso a 90° – lasciando intendere ad una storia di amore tra i due, salvo poi scoprire a fine canzone che la relazione è semplicemente tra padre e figlio.

Questo è solamente uno dei molteplici messaggi subliminali nascosti in un brano che definire meraviglioso è riduttivo, come ad esempio l’intro che dovrebbe appartenere a Cold Song di Klaus Nomi. Un senso di disagio assale chi l’ascolta per la prima volta, restando inerme e disorientato.

Un continuo trompe-oreilles che incide deciso nella forma canzone della carriera di Elio, con: frasi musicali apparentemente rubate da altre hit; citazioni e tributi posizionati in punti strategici per coprire potenziali plagi; scherzi continui che prevedono come fine ultimo un perculamento costante volto ad una interazione dell’ascoltatore.

Proprio l’ascoltatore è costretto ad concentrarsi sui continui giochi di parole per non perdere il senso della canzone, in un inganno perpetuo dalle mille sfumature. Carro ne è un esempio, un turbillon di modi di dire che insieme alla Donna Cannone – alla fine dei giochi – va ad infilarsi nel buco del culo di Nembo Kid. Ma anche Abitudinario che gioca sugli usi e costumi tipici della stra-grande maggioranza dei maschi nei momenti di solitudine, domande esistenziali dal peso enorme che alimentano i discorsi dei ragazzi da secoli. Oppure Silos che sembra ricercare la soluzione alla fame del mondo con gli occhi e la testa di un 14enne – che vede la doccia col binocolo – a capo della FAO.

Cateto è un altro brano epico che dimostra come il non-sense vada a confluire in una storia con una morale inappuntabile, che tra ghost-track, batterie contro-tempo e registrazioni al contrario, appare come una delle canzoni più complesse degli Elii.

“In Cateto uno dei temi è l’adagio per archi e oboe di Benedetto Marcello letto al contrario” racconta Tanica il tastiere, rendiamoci conto del livello tecnico di questi signori. Anche qui troviamo Peev Agliato che presta la voce alla donna d’Erba.

Cara Ti Amo resterà forse il brano più iconico, capace di rappresentare la morte della rapporto di coppia dopo poco tempo dalla nascita della relazione. Inutile approfondire il batti e ribatti tra Elio (donna) e Rocco (uomo), mi preme invece porre l’attenzione sul fatto che questo è l’unico brano live del disco, nel quale figura come guest alla batteria l’inossidabile metronomo svizzero Christian Meyer.

Detto ciò, lo scherzo più grande gli Elii ce lo schiaffano davanti agli occhi con quella copertina e con quel titolo incomprensibile e impronunciabile.

Cominciando dalla copertina, essa ritrae il prototipo dell’essere umano vitruviano del XX secolo, il “figlio del mondo” che corrisponde all’unione dei capelli di Raffaella Carrà, la bocca di Whitney Houston, il naso di Mike Tyson e la fronte di Michael Jackson prima del cambio colore.

Per il titolo invece, la storia vuole che gli Elii chiedendo ad amici cingalesi una dei pensieri più turpi da esprimere nella loro lingua, ricevettero in ritorno questa frase: Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu.

Ora la lingua dello Sri Lanka non prevede l’uso di parolacce, perciò è necessario costruire pensieri biechi accostando dei vocaboli dall’uso comune ad una immagine. Pertanto Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu può essere interpretato in due modi:

  1. “scoreggiamo e sborriamo nel nome di Elio”
  2. “chiaviamo fino a sborrare”.

La certezza sul significato della frase probabilmente non l’avremo mai, di sicuro la sua funzione l’ha svolta, perché come ha raccontato Rocco Tanica qui, due cingalesi intenti a passeggiare in piazza del Duomo, attratti dai caratteri tipici dello Sri Lanka, si sono avvicinati alla vetrina del negozio di dischi e dopo aver strabuzzato gli occhi sgomenti, se ne sono andati con disappunto.

Esaminare ogni singola traccia di questo album richiederebbe un capitolo a parte di pubblicazione (includo anche le transizioni con le interviste di Bisio e l’apertura/chiusura con gli Adolescenti A Colloquio che ci ricordano i bei tempi andati dello scambio delle figu e introducono all’ascolto del disco il pubblico oltre che salutare “affettuosamente” gli Skiantos e la loro Eptadone), certo che alcune sembrano pensate appositamente per mettere in difficoltà i ragazzini costretti ad ascoltare la cassetta con la mano incollata alla manopola del volume dello stereo per abbassare al momento della parolaccia.

Mi sono dilungato in maniera oscena.

P.S. 19 anni prima dell’attuale ministro Toninelli, i buoni e cari Elii hanno presentato l’idea di costruire delle autostrade per i giovani “Delle autostrade dove tutti cantino e ballino insieme”.

Profeti in patria.

 

Si ringrazia infinitamente il sito Marok.org dal quale ho attinto diverse informazioncine preziose. Pertanto, se voleste approfondire, consiglio vivamente di spulciarvi tutte le chicche che i ragazzi hanno raccolto.

http://www.marok.org/Elio/Discog/samaga.htm

Ivan Graziani – Pigro

Ivan Graziani - Pigro

Può apparire strana questa scelta, ne sono cosciente.  

Di fatto Graziani non può essere annoverato all’interno della musica demenziale, anzi. Però la sua figura ed i suoi testi ben si incastrano tra i dischi di questo mini-ciclo.  

Sì, perché la cifra stilistica, la sensibilità – oltre che la naturalezza – con cui determinate tematiche vengono snocciolate da Ivan, lo fanno entrare di diritto nel club degli anticonformisti.  

Condivide con gli altri autori sin qui affrontati, l’ironia ed il distacco. La capacità di affrontare argomenti all’apparenza banali con un lessico ricercato, cesellato con semplicità, leggerezza e delicatezza che di prim’acchito smorzano la forza espressiva ma che di fatto rendono ancora più tagliente il messaggio.   

Pigro può essere considerato un concept dedicato ai vizi e ai vinti, agli imperfetti e ai deboli di spirito. Un viaggio nelle oscurità del carattere umano – che tendenzialmente cerchiamo di sopprimere -, un’accumulazione di devianze che ci fanno vergognare pubblicamente ma che caratterizzano i comportamenti di ogni singolo essere vivente.  

L’album nasce a Teramo nella casa dei genitori di Ivan, nella quale ogni estate la famiglia Graziani era solita ritrovarsi. Nel contesto familiare Ivan entra in contrasto con il fratello Sergio – docente universitario in Canada – per l’eccessiva rigidità dimostrata nell’educare il figlio che mal combacia con la permissività di Ivan. In questo quadretto, la cognata di Ivan è solita rimproverare il marito per l’inflessibilità che lo contraddistingue “tu rimproveri nostro figlio per delle stupidaggini, ma intanto non facciamo mai nulla… e io mi annoio”. 

Ivan cattura proprio questo aspetto e lo trasforma prima in canzone e poi ne trae spunto per svilupparlo in album. “Tu sai citare, i classici a memoria” è un chiaro riferimento alla formazione classica di Sergio e alla pigrizia mentale (o bigottismo) che dimostra. 

Aldilà della capacità poetica di Graziani, l’altro aspetto che mi preme sottolineare è la grande qualità e tecnica che viene espressa alla chitarra, con delle scelte compositive non scontate sublimate grazie a testi apparentemente naif.  

È stato in grado di rendere il proprio stile internazionale partendo da una base tradizionale italiana, con pochi elementi ha creato arrangiamenti riconoscibili, resi tali dalla sua attitudine a suonare da solo (la si nota anche da quanto le chitarre acustiche fossero rovinate dove il polso era solito battere il ritmo mentre suonava).  

“La chitarra è uno strumento un pochino più grande della matita, del pennarello o del pennello. […] La musica ha un potere di comprensione superiore alle immagini, anche quando sembra ostica all’ascolto […] ha soprattutto il potere di persuasione, che è importantissimo”. 

Il passato nell’Accademia delle Belle Arti di Urbino rende Ivan un artista completo, spingendolo verso un approccio iper-realista, ovvero come spiegato da Graziani cercare di “sfuggire alla realtà attraverso la realtà stessa”. 

La fuga è un concetto che si materializza in Scappo di Casa, brano a conclusione del disco, che lo stesso Ivan indica come “la chiave di tutto”. Racconta la storia di un ragazzino stanco delle limitazioni e delle negazioni alle quali è sottoposto, che fugge nell’indifferenza di tutti, sperando di trovare la libertà ma sbattendo con un mondo tanto complesso quanto feroce.  

La dilaniante strofa finale ci sottopone al fallimento della fuga oltre che ad una immedesimazione istantanea “mi coprirò con le braccia la testa come facevo da bambino…”. 

L’Accademia ha segnato indelebilmente Ivan, spingendolo – tra le varie cose – ad un viaggio a Parigi, dove ha modo di visitare il Louvre. Sua moglie Anna Bischi Graziani ricorda quella giornata “Siamo andati al Louvre insieme, Monna Lisa l’ha vista e non l’ha vista, perché è passato oltre. […] Dopo averla vista en passant si è messo fuori dal Louvre a fare schizzi di tutte le persone che entravano al museo.” 

Buffo constatare quanto poca attenzione abbia dedicato alla Monna Lisa, tanto quanto basta per dargli lo spunto di musicare il furto del quadro – avvenuto nel 1911 – da parte di Vincenzo Peruggia 

Monna Lisa, espone concretamente la capacità di Graziani di sparigliare le carte facendo parteggiare l’ascoltatore per l’anti-eroe – nel torto – mettendo in luce le storture e conflittualità dei soggetti coinvolti (come il custode abietto con tendenze pedofile). La ritmica del brano è scarna ma in levare, così come la voce di Graziani (che non è un falsetto!), su questi si appoggia un riff di chitarra – molto espressivo – simile ad un ticchettio d’orologio che lascia intendere l’incedere del tempo. 

Semplicità ed eccellenza sono i tratti distintivi dell’album, conseguenza anche della band che contribuisce alla registrazione di questa pietra miliare con un dinamismo da far invidia ai musicisti d’oggi. Claudio Maioli alla tastiera, Walter Calloni alla batteria, Hugh Bullen al basso e Claudio Pascoli al sax, con Graziani alla chitarra, un parterre de rois che ha contribuito alla registrazione di Lucio Battisti, la batteria, il contrabbasso, eccetera. Insomma, tanta roba. 

Ogni brano ha una storia, ma scriverne significherebbe trasformare la pillola in supposta 8 bit. Pertanto chiudo con Gabriele D’Annunzio, una meraviglia acustica [la versione elettrica spacca, ascoltatela è una gemma preziosa ndr] che si intreccia in un climax ascendente nel quale Graziani descrive D’Annunzio come se lo avesse conosciuto di persona. 

Sì perché Graziani era un grande esperto di D’Annunzio – abruzzese come lui – e ne amava visceralmente la poetica e la figura, tanto da vestire a casa una vestaglia di velluto. Sempre Anna Bischi Graziani ricorda “Sono stata molto fortunata perché mi sono addormentata con mio marito che mi leggeva Gabriele D’Annunzio, e come lo leggeva lui io non l’ho più sentito leggere. Se lo gustava. La canzone è stata un omaggio”.  

Pigro entra prepotente nell’immaginario collettivo per la copertina illustrata da Mario Convertino, vincitrice del premio di copertina dell’anno. Un maiale con gli occhiali a montatura rossa, segno distintivo di Graziani. Ma il disco rappresenta soprattutto la vittoria di una discografia illuminata che non ha cercato il successo immediato con Ivan, ma ha saputo aspettare il suo sesto album per raccoglierne i frutti. 

Un disco con canzoni centrate e ben strutturate, dove nemmeno una nota appare fuori posto, caratterizzata da una eccellenza che traspare in tutti i secondi registrati. 

Come ha detto Mara Maionchi “Pigro è un disco maturo, consapevole, di un signore che aveva fatto tanto lavoro prima di arrivare a questa opera”. 

Lasciatemi aggiungere che, questo signore, con la sua sensibilità, vena artistica, sagacia e ecletticità, manca terribilmente oggi.

Skiantos – Mono Tono

Skiantos - Monotono

“C’ho delle storie ragazzi… c’ho delle storie pese”

Che dite, ce lo facciamo questo slego?

Gli Skiantos declinano in chiave punk quanto finora prodotto dagli Squallor (idee al servizio della musica), colmando con la furia le lacune musicali che ad esempio – i raffinati – Squallor ed i loro discendenti Elio E Le Storie Tese non hanno presentato.

Mono Tono è un fulmine nella scena bolognese, figlio di una situazione politica e sociale rigogliosa e travagliata, evoluzione lineare e conseguenza dei movimenti studenteschi del ‘68, un sottobosco underground riconosciuto come serendipità culturale. Freak Antoni li ha definiti “Anni di pongo” anziché di piombo, addossando le colpe di tale definizione ad un revisionismo conservatore; certo è che gli Skiantos si palesano in una situazione sociale all’apparenza molto pesante (basti pensare a Roma Violenta, Napoli Violenta, Milano Violenta), negli anni in cui le BR agiscono con atti criminosi terrorizzando l’Italia intera, dando in eredità un’etichetta greve anche a chi non era “compagno reazionario” (la stragrande maggioranza dei movimenti).

In questo clima il 1978 da alla luce 5000 copie in vinile giallo vomito di questo primo LP, che skiaffa [come avrebbero scritto loro con vezzo anticonformista ndr] in faccia una demenzialità poggiata sul nulla, sull’irruenza fine a sé stessa, un paradosso che viaggia tra sarcasmo ed ironia veicolato da un’energia cristallina e travolgente culminata in live memorabili. Una versione gentile del punk inglese dei Sex Pistols, fatto di tagli e di muri contro muri: si va oltre una contestazione classica.

Insomma, l’approccio è diametralmente opposto a quello messo in campo dagli Squallor che adottano un non-sense ed una improvvisazione frutto di un divertissement collettivo, negli Skiantos c’è il non-sense musicato e grossolano. Perciò la rima domina sul significato, la musica e gli slogan si muovono a braccetto senza apparente meta “Brucia le banche, brucia le tende, calpesta le piante”. Inoltre a differenza del quartetto della CDG, gli Skiantos prediligono esibirsi dal vivo, dando vita a performance avanguardiste – per il contesto – tra il dada e l’happening della NY anni ’60-‘70, con insulti al pubblico e lancio di verdure dal palco; come recita in Largo All’Avanguardia:

Largo all’avanguardia pubblico di merda 

Tu gli dai la stessa storia tanto lui non c’ha memoria […]  

Fate largo all’avanguardia siete un pubblico di merda  

applaudite per inerzia ma l’avanguardia è molto seria

Gli Skiantos riescono così nell’obiettivo di ridicolizzare il sistema, schernendo la società borghese e impomatata con una serie di argomenti che hanno tutto fuorché una apparente base neuronale (parliamo di caccole, scoregge, etc, etc [voglio un Silos sì lo voglio ndr]) con espressioni talvolta semplicistiche che nascondono per bene quello che Freak Antoni era, ovvero una persona con delle idee e con una coerenza che lo ha accompagnato fino alla fine del suo viaggio.

Eptadone, brano in apertura del disco Mono Tono, introduce il gruppo – con voci alterate – che parla in slang giovanile e con voce accelerata (come in Adolescenti A Colloquio) e prima di cominciare a cantare si sente il ragazzetto in fissa che sbatte in faccia i propri problemi “c’ho delle storie pese”. Da questa frase Stefano Belisari e soci adottano il nome di Elio E Le Storie Tese (tese è il corrispettivo milanese di pese).

Elio si è ispirato alla nostra esperienza, ma ha capito una cosa fondamentale: si doveva posizionare a destra degli Skiantos. Doveva stare dalla parte dei ‘bottoni’… del professionismo. Lui e le Storie avevano la necessità di rendersi ‘credibili musicalmente’, per cui hanno saccheggiato Frank Zappa che era il loro mito. L’idea di Elio è quella di rendersi apprezzabile musicalmente affinché non ci siano falle nella loro credibilità.

Gli Skiantos, invece, in sintonia con il punk rock, sono stati ‘troppo estremi’ dichiarando di non saper suonare. La nostra era un’idea eversiva, voleva dimostrare di dare una mazzata allo star system della musica e del rock.

Elio nacque dieci anni dopo, in pieni anni ’80, ha dovuto fare i conti con una realtà completamente diversa e con stimoli differenti dai nostri. Lui si è adattato ai suoi tempi…”.

Per questo articolo si ringrazia il sito zic.it:

http://www.zic.it/speciale-la-doppia-dose-di-freak-antoni-2/

dal quale sono state reperite informazioni per la redazione dello stesso.