Daniele Pace – Vitamina C

Hey tu, 
Stai perdendo, stai perdendo, 
Stai perdendo la Vitamina C 
Vitamina C 

Tranquillizzatevi subito, Daniele Pace non si è cimentato con la cover italiana di Vitamin C dei Can, mi auguro che questa non esista; mi auguro inoltre che questo incipit non spinga menti malate a sviluppare una cover in italiano di quel gioiellino regalatoci da Damo Suzuki e compagnia bella [ho avviato una piccola ricerca nel mentre e non ho trovato tracce di una versione italiana di Vitamin C ndr]. 

Orquinque, il ricambio generazionale ha contribuito a dimenticare certe figure centrali dell’ironia dotta, abrasiva e nonsense, così per chi fosse giovine o per gli avulsi dalle pubblicazione susseguitesi in codesto cantuccio digitale, forse il nome di Daniele Pace può suonare sconosciuto, a qualcun altro remoto, gli habitué di Pillole al contrario avranno più dimestichezza con la sua erre moscia e con la discografia prodotta assieme agli Squallor. E la di già pubblicata Troia, con quel cavallo in fiamme che troneggia nella copertina, con inclusa la meravigliosa 38 Luglio sarebbero caduti a cocco de pippa per questo ciclo di pubblicazione estiva, essendo però una carta già giocata me la cavo con questa pietra miliare della musica italiana. 

Le note di Che t’agg a fa hanno riempito le case degli italiani come sigla di chiusura del programma La Sberla (1979), prima dell’avvento delle reti private. Forse anche per questo Vitamina C risuona lontano, tra sogno e incanto, proveniente da un paese che sbocciava di ottimismo e che sentiva profumo di un futuro roseo e ben oltre quanto siamo ridotti a pensare oggi.  

La spensieratezza e la delicatezza attraversano tutto il disco, anche quando si trattano tematiche “scomode” (più per il pensiero retrogrado che permea la società odierna che per l’argomento in sé) e che oggi sembrano lo spauracchio di tutti come in OrgasmoLa Spirale o VaffanculoDonna Maddalena, questo senso di libertà e positività – anche quando la vita ti calcia sugli stinchi – si percepisce già dal collage di polaroid che compone la copertina di questo disco.  

Vitamina C sembra partorito en passant, in bermuda, infradito e sigaretta in bocca, mentre si sorseggia una bionda chiara, un po’ come si era soliti comporre tutti i dischi degli Squallor, anche se non assimilabile alla produzione espressa assieme ai suoi tre sodali. Questa apparente semplicità e decadenza italiana, che passa anche in brani come Mamma Margherita, conquista la rigidità tedesca [presumo abbiano consumato Vitamina C durante le vacanze estive spese in Italia, tanto lontana da quella Vitamin C proveniente dai conterranei Can ndr] meritando la pubblicazione in krukkialand.  

Leggerezza che traspira da ogni brano, e ci tengo ad aggiungere che ogni canzone presente in Vitamina C avrebbe potuto tranquillamente essere una hit, sicuramente a questo sensazione contribuisce non solo la musicalità del dialetto napoletano ma anche gli arrangiamenti di fino – a marchio Gian Piero Reverberi – che mettono sotto gli occhi di tutti un’attenzione alta di cui i faciloni tendono a non considerare quando si ascolta la musica ironica/demenziale, come se si affrontasse un catalogo di serie b [in tal senso trovate un mio articolo qui ndr], ad esempio Ma Che Casino sembra anticipare alcuni brani di Paolo Conte presenti nell’omonimo disco del 1984

Un brano come Piccerè ha dato recentemente la giusta ribalta a questo disco e al genio di Daniele Pace grazie alla felice rilettura del Martin Eden di Jack London avvenuta da parte di Pietro Marcello, che ha ambientato la storia in una Napoli passata e senza tempo, con il piano ritmato e il sussurro sensuale di Pace ad aprire la pellicola. 

Insomma, a me la figura di Daniele Pace ha sempre ricordato quella dell’amico di famiglia che viene invitato il sabato sera a cena, che tiene il banco tra bottiglie di vino condivise e la sigaretta di fine pasto, colui che spara cazzate a raffica con la faccia seria e la voce inflessibile, con quella erre moscia che lo rende unica ed inimitabile anima della festa. Godetevi questo gioiellino.

Nu Guinea (Nu Genea) – Nuova Napoli

Da Napoli Centrale a una Nuova Napoli nel pieno rispetto – forse fin troppo ossequioso – di quella vecchia, senza che fascino e misticismo siano intaccati. Per quanto adori questo progetto, per potenziale e visione armonica, tutto si può dire fuorché suoni come qualcosa di “nuovo” o innovativo, una “retromania” però ben costruita e di spessore che ha solo “il vizietto” [sono un inguaribile scocciatore, lo so ndr] di guardare più indietro che avanti.  

Così nasce il progetto degli ei furono Nu Guinea, passati proprio da poche settimane alla nuova ragione sociale Nu Genea per motivi legati al politically correct che non sto qui a riportare [a proposito del politicamente corretto Emanuele Trevi ha riservato parole di brace, che condivido, nei confronti di una tendenza che rischia di sterilizzare ogni campo culturale ndr]. Quindi questa breve pillola è qui a reindirizzarvi sulla nuova identità dei Nu Guinea, in modo che non possiate lasciarvi sfuggire – da ora in poi – le nuove produzioni proposte dal duo Massimo Di Lena e Lucio Aquilina

Il progetto muove i suoi primi passi a Berlino, città agli antipodi di quella Napoli origine delle loro giovinezze e nella quale poi il duo è tornato al fine di registrare il disco. Nella capitale tedesca, Di Lena e Aquilina, incontrano la leggenda dell’afrobeat Tony Allen, col quale registrano qualche demo; è proprio in quel periodo prende forma l’idea musicale dei Nu Guinea. Di Lena e Aquilina capiscono che il progetto poggia su solide fondamenta e si può cominciare a costruire qualcosa di intrigante.  

La voce dialettale di Fabiana Martone svetta in tutto il disco, riconoscibile ed espressiva, ben sposandosi ai sintetizzatori e al sassofono di Pietro Santangelo. Avvalersi in studio di musicisti, amici e professionisti napoletani, ha consentito alla coppia Di Lena e Aquilina di rendere omogenee e fluide le bozze schizzate a Berlino. Un vero soffio di vita per un progetto che altrimenti avrebbe rischiato di apparire sintetico: valido sulla carta ma senz’anima. In tal senso, brani come ‘A Voce ‘E Napule, in cui il putipù segna il ritmo e si mischia al sassofono e ai sintetizzatori, o Parev’ Ajere, fotografia d’infanzia dei due Nu Genea a chiusura del disco, è pura poesia. 

E se Ddoje Facce si propone di descrivere le vie del Rione Sanità (O’ Ricuttaro ‘Nnammurato degli Squallor vi ricorda qualcosa?), con il ritmo alla Shaft scandito da Je Vulesse viene musicata la poesia di Eduardo De Filippo Io Vulesse Trovà Pace. Un continuo rimestare il passato, come a voler sottolineare oltre ogni evidenza quanta Napoli scorra nelle vene di Aquilina e Di Lena, anche nella scelta del nome per il disco che rispecchia in pieno il sound trasmesso dal disco, con quel Nuova Napoli (a cui segue la compilation Napoli Segreta) tributo a Massimo Troisi e Lello Arena proveniente dal film del 1982 No Grazie, Il Caffè Mi Rende Nervoso.

Nuova Napoli suona nostalgico di un’epoca non vissuta, oro che luccica e che non smette di abbagliare chi non ha toccato con mano le storture di un passato remoto; questo bagliore filtra nelle sonorità funk, soul, jazz, pop e musica napoletana abilmente ibridate nella città partenopea a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80 da Napoli Centrale e Nuova Compagnia di Canto Popolare, che si presenta come un giusto omaggio ai già citati Showmen, a Toni EspositoDonn’anna.  

Un cazzimma sound mesciato e che trapela da tutto il disco stimolando i più curiosi ad interrogarsi su queste radici, a ricercare pagine gloriose della nostra meravigliosa, quanto sfaccettata, storia musicale. 

Napoli Centrale – Napoli Centrale

Prendetemi per matto, ma Napoli Centrale – al contrario da quanto rappresentato in copertina – ha tutte le carte in regola per iscriversi a questo ciclo di pubblicazioni prettamente estivo. Perché?  

Scardinando le travi del solito stereotipo della bella Napoli estiva, come anticipato con Alice, album e canzoni difficilmente appartengono a una stagione, siamo “noi” a dargli una collocazione temporale e a rivestire di nuovo significato un brano, sulla base del nostro vissuto e delle nostre esperienze. È logico che Moon In June dei Soft Machine venga più semplice ascoltarla durante giugno quanto Harvest di Neil Young nei mesi estivi, però possono legarsi tranquillamente a periodi apparentemente lontani dal significato originario pensato per la canzone.  

Logicamente qualche composizione si presta di più a questa ricollocazione stagionale, altre meno, ma Napoli Centrale ha un suo senso in questo ciclo di pubblicazioni, nonostante in copertina risalti una campagna uggiosa e i quattro membri della band vestano giacche impermeabili, diretti verso una meta che presumo non sia una spiaggia.  

Facciamo questo giochino pertanto: immaginiamoci tutti insieme che Napoli sia stata colpita da uno di quegli acquazzoni estivi che sollevano il petricore e fanno crollare drasticamente le temperature, tanto da giustificare la vestizione di impermeabili e cerate; poi mettete su questo disco ed immergetevi nei lancinanti suoni sfornati dal Fender Rhodes di Mark Harris e dal sax senza fronzoli di James Senese.  

La temperatura comincerà ad alzarsi di brutto, le chiappette si agiteranno sempre più convinte e voi, euforici, vi renderete conto di quanto la trama musicale trasudi funk, jazz e soul

Chi mastica un po’ di jazz, sa che ha a cavallo tra anni ‘60 e ‘70 sono state compiute corpose rivoluzioni, tanto da leggere in Napoli Centrale una forte influenza subita dal Miles Davis di Bitches Brew, non tanto nel lavoro alla produzione svolto da Teo Macero in studio, bensì nei salti mortali eseguiti da Miles Davis e dalla sua band durante le esibizioni dal vivo, con Chick CoreaJoe Zawinul e Larry Young in grado di tessere linee armoniche col Fender Rhodes, ed il sax soprano di Wayne Shorter (vero faro di Senese) in grado di bilanciare l’essenza ed il carisma di Davis. Questo popò di roba è sfociata poi nella nascita dell’epico quintetto perduto, raccontato esaustivamente da Bob Gluck, puro sperimentalismo dal quale i Napoli Centrale hanno saputo pescare con diligenza, innestando la propria identità.  

Identità è una parola fondamentale, nel pieno rispetto delle proprie radici, Napoli Centrale è un disco che avrebbe deliziato le orecchie dell’antropofago Oswald de Andrade per la capacità di assorbire le influenze culturali dei due albionici Mark Harris e Tony Walmsley, miscelandole alla napoletanità [no non è una citazione dello Sgargabonzi ndr] di Franco Del Prete e James Senese, entrambi provenienti dalla precedente esperienza con i The Showmen. Senese, come Hendrix, si trova a cantare per necessità più che per passione, visto che successivamente agli Showmen viene a mancare la voce Mario Musella. Napoli, come Palermo, è una città che ha sempre avuto un tessuto sociale multiculturale, ma per chi desiderasse approfondire lo spaccato sociale della Napoli post-bellica (quella che ha dato i natali a Senese e Del Prete per intenderci ndr], Curzio Malaparte ne racconta magistralmente nei primi capitoli de La Pelle.  

Senese e Del Prete si incuneano nel tappeto jazz con elementi di musica popolare napoletana volti alla creazione di un linguaggio musicale unico e riconoscibile. Le tematiche sociali sono dirompenti e la voce di Senese, rugge [d’altronde come teneva a ricordarci Piero Ciampiil meridione rugge” ndr] e graffia, alternandosi al sax e presentando delle invettive che la musicalità del dialetto napoletano rende ancora più ficcanti.  

L’esplosiva Campagna esordisce con violenza nel disco, ricordandoci più un quadretto verista di Verga che il bucolico paradiso di Carducci, un ritratto ricco di storture e sofferenza che sottolinea la sperequazione sociale dello Stivale: 

Campagna, campagna 
Comme è bella ‘a campagna 
Ma è cchiù bella pe’ ‘o padrone 
Ca se enghie ‘e sacche d’oro 
E ‘a padrona sua signora 
Ca si ‘ngrassa sempre cchiù 
Ma chi zappa chesta terra 
Pe’ nu muorz’ ‘e pane niro 
Ca ‘a campagna si ritrova 
D’acqua strutt’ e culo rutto
” 

La lotta al caporalato, allo sfruttamento, alla denigrazione della dignità umana, l’emigrazione alla ricerca di migliori condizioni di vita, la difesa dei meno abbienti, sono solo alcune delle denunce che emergono dai testi di Del Prete (proveniente da Frattamaggiore, città poco distante da Napoli, centro canapiero e ai tempi trainata da un’economia a base agricola) e prodromi di un impegno di cui Almamegretta, Teresa De Sio e 99 Posse raccoglieranno l’eredità a piene mani.  

C’è una tangenza anche con gli Area, nelle tematiche, per quanto la band di Stratos risulti più cerebrale e meno di pancia rispetto a Senese e Del Prete. I Napoli Centrale rappresentano più il cuore pulsante del popolo e sono lì a dar voce a chi non ne ha, per curare alla radice un male calcificato tramite una resistenza civile e artistica, per ricordare l’integrità morale di una popolazione che preferisce vivere di stenti piuttosto che chinare il capo dinanzi a soprusi e le angherie di chi tira i fili del destino. 

Matia Bazar – Matia Bazar 1

Surprise, surprise!

Ci ritroviamo in questi lidi con gli ABBA liguri, inaspettati… ma anche no.

I Matia Bazar grazie soprattutto alla presenza di Antonella Ruggiero hanno regalato alla storia della musica nostrana dei pezzi da novanta, che non possono essere affatto trascurati, anche da chi non ama i Matia più di tanto, come il sottoscritto. Ma nell’ascolto della musica non è utile essere rigidi, quanto flessibili e capaci di accogliere ciò di buono che fiorisce al di fuori del nostro seminato.

Considerando che in queste pillole estive sono state scomodate sia Alice che Giuni Russo, sarebbe stato ingeneroso non includere all’interno di questo gruppo anche un’altra divinità dell’Olimpo vocale italiano. Espressiva e capace di dare un senso anche all’elenco telefonico, se solo mai si fosse arrischiata nell’avventura di cantarlo.

Bando alle ciance!

I Matia Bazar nascono dalle ceneri dei Jet, l’origine del nome è combinata: Matia è il nome d’arte scelto da Antonella Ruggiero, alla ricerca di un alias che potesse apparire androgino e che sgusciasse dalla connotazione come donna o uomo; mentre Bazar vuole indicare la sfaccettata attitudine della band nel gestire il tutto in autarchia (dall’organizzazione dei concerti alla scelta delle canzoni, dagli arrangiamenti ai testi).

Dopo questo piccola preambolo, i Matia Bazar si affacciano in questo spazio digitale con il loro omonimo disco d’esordio che oltre ai 5 membri storici della band (quindi Ruggiero, Cassano, Marrale, Stellita e Golzi), con un disco pot-pourri registrato negli Studi Ariston che appare abbastanza disorientante essendo composto da suoni differenti: un susseguirsi di acuti, falsetti, disco music, brani in inglese pop e vene prog.

E se lo scat in cui si lancia la Ruggiero nello strumentale Io, Mattia dal forte retrogusto prog, funziona relativamente durante una torbida estate, l’apertura di disco – con l’iconica Per Un’Ora D’Amore – potrebbe tranquillamente offrire il diritto d’accesso di questo disco nell’attuale ciclo di pubblicazione (considerato il prurito estivo scaturito dagli ormoni e inflazionato da mesi dove lo struscio è stato negato in ogni forma possibile).

Il sigillo che legittima definitivamente la presenza in questo spazio digitale è Stasera Che Sera, singolo d’esordio dei Matia Bazar con il quale hanno partecipato a Un Disco per l’Estate, è che sarà il trampolino di lancio per la band verso le classifiche nazionali e non. A questo successo si aggiunge anche Limericks, jingle squisitamente frivolo e da ascoltare a bordo piscina, la sera, con un mojito [avrete capito che mi piacciono i mojito ormai? Ndr] e una collana di fiori al collo, utilizzato anche come sigla della trasmissione La TV dei Ragazzi.

Piccola nota di colore (giusto per annullare i sei gradi di separazione tra un disco raccontato e l’altro), in Un Domani Sempre Pieno di Te – al sax – vi è una nostra conoscenza recente, quell’Hugo Heredia che ci ha gasato con le sue note suonate in Senza Cornice di Alice (e che in questo brano ricorda più la digressione del sax in Cornutone degli Squallor).

Detto ciò abbandonatevi con rilassatezza alla voce di Antonella Ruggiero e chiudete un occhio se qualche brano suonerà un po’ datato e vecchiotto. Ogni tanto direi che ci vuole anche questo!

Giuni Russo – Mediterranea

Se mi chiedessero l’esempio pratico di cosa sia una prigione dorata, racconterei il contratto di esclusiva che lega Giuni Russo con la CGD [la casa discografica di Cerruti il quale, inizialmente, per quanto convinto dalla voce di Giuni non la mette sotto contratto ndr]. 

Si tratta di ben 5 dischi da registrare in 5 anni.  

Ritmi complessi da sostenere, in termini quantitativi e soprattutto qualitativi.  

 
Ahimè l’estensione vocale di cinque ottave, si presenta come un biglietto da visita ingombrante per Giuni Russo, che a differenza di Demetrio Stratos (altra nostra eccellenza), è stata trattata come un fenomeno da baraccone: “donna dalla voce unica relegata a cantare hit frivole”. Un’etichetta ingombrante anche perché, come Battiato ci ha insegnato, anche Giuni Russo è stata capace di districarsi liberamente dal registro serio a quello ironico, anche all’interno dello stesso brano (a differenza di Alice che risulta più impostata).  

Ad esempio in Mediterranea, si era diffuso il pensiero tra pubblico e critica che la mano invisibile di Battiato agisse con costanza nella stesura di testi e nella produzione musicale, un regista occulto abile nel nascondersi sotto gli pseudonimi di TripoliFaffner. A dirla tutta, Mediterranea è il primo disco nel quale Giuni Russo si emancipa completamente da Franco Battiato, dopo la parentesi di Energie, in Vox è cominciato il taglio del cordone ombelicale che si è poi definito in Mediterranea

Tripoli non è un alias, ma semplicemente il vero nome di Beppe Tripoli, truccatore della Russo; mentre Faffner è l’alter-ego del satiro della musica italiana, quel Mario Luzzatto Fegiz che – in quel periodo si prodigava nel rilasciare considerazioni e commenti abrasivi in Mr. Fantasy – trova il coraggio di schierarsi dall’altra parte della barricata. Da giudice a giudicato, sceglie il nome del suo primo gatto per non attirare su di sé le ire di chi era solito subire le sue critiche.  

Ad essere precisi. la collaborazione tra i due è già stata messa in piedi nel precedente Vox, ma il testo di Una Sera Molto Strana è tutta nata dalla sua penna tagliente, cercando di fermare su carta le impressioni di una giornata spesa a Trieste con il pensiero volto alla Polonia e la rivolta di Danzica

In questo disco Giuni Russo batte nuove strade e si dedica – con modesti risultati – alla asfissiante situazione estera e al corrispettivo clima creato anche dai mass media con Demenzial Song. Il tentativo è confuso, ciò che ne risulta è un mischiettone plasticoso e greve che, in un certo senso, ben riflette il peggio degli anni ‘80. Effettivamente, è un clima apocalittico quello che ritroviamo anche in Una Sera Molto Strana, capace di trasformarsi in un trionfo kitsch, barocco e baritonale nel quale si possono scorgere delle angoscianti radici metal. 

Fortunatamente sono gli unici due brani invecchiati veramente male, mentre i picchi del disco restano molti, tra i quali la tripletta sottoposta ad inizio disco. 

 
Mediterranea è la colonna sonora di un sogno estivo ad occhi aperti: un brano sinestetico, che lascia sentire la sabbia fresca sotto i piedi e la brezza marina che ci accarezza durante una passeggiata notturna in riva al mare. Mediterranea risulta un brano dalla sorprendente profondità, trasmettendo sensazioni che si fondono in un caleidoscopio di emozioni e che Giuni ha difeso con le unghie e con i denti affinché fosse il cavallo sul quale puntare per la promozione del disco (contro il parere della produttrice Caterina Caselli che insisteva sull’ammiccante e Limonata Cha Cha). Esula dal cliché del tormentone estivo, al quale è stata accomunata Giuni Russo, ed è capace di restituire un sentimento che risveglia anche con Le Contrade di Madrid

Con Champs-Élysées e Keiko mostra a tutti gli ascoltatori l’affinità con Battiato nel citazionismo e nella capacità di farci immedesimare, con l’immaginazione, in luoghi lontani nel mondo pre-globalizzato. Con l’umiltà di comprendere il labile confine tra appropriazione e rispetto culturale. Tra l’altro Keiko è un tributo, rispettoso e rielaborato, di Incacho di Yma Sumac, mostrando la grande tangenza stilistica e vocale con la dea del canto peruviana. 

Battiato ricordava Giuni Russo come un talento naturale sbalorditivo, in grado di far coincidere la potenza vocale alla sensibilità musicale, senza essere grossolana ma trasmettendo tutte le nuance della voce. Trovo sacrilego, pertanto, relegare Il talento di Giuni Russo alle canzoni estive e basta: è superiore e scardina i cliché. Ma se queste “canzonette” [ah ce ne fossero di canzonette così ndr] servissero a rivalutare la discografia di Giuni Russo, le reputo un’arma bianca legittima e funzionale.  

Buon Mediterranea

Alice – Alice

Ok. Questo è tutto fuorché un disco estivo… però ecco, con un tocco di magia ed un po’ di fantasia ce lo possiamo far diventare. In fondo siamo noi che decidiamo quando ascoltare delle canzoni, pertanto facciamo in modo che una Per Elisa non sia relegata all’etichetta della canzone sanremese, ma facciamola risuonare in filodiffusione nelle spiagge e nelle piscine di tutta Italia.  

In fondo, anche questo omonimo disco di Alice, ben si incastona nel presente ciclo, non disattendendo le alte aspettative prodotte da Capo Nord. Proprio in Capo NordAlice in una recente intervista rilasciata a Vanity Fair, ha riconosciuto la propria svolta nella carriera, prodroma del successo di SanremoPer Elisa è la consacrazione definitiva, la leva capace di offrirle la notorietà non solo nello stivale ma anche nella Germania, patria della musica elettronica. Un riconoscimento dal notevole peso specifico per chi si spende tra sintetizzatori e sonorità “stravaganti” (per l’epoca). 

A differenza di quanto largamente creduto, Per Elisa non racconta di droga, bensì di dipendenza sentimentale. Che poi gli ascoltatori l’abbiano connotata in questa maniera viene apprezzato dai due autori, ma di fatto è stata scritta pensando ad un amore tossico (tanto da comparire nella colonna sonora dell’omonimo film di Claudio Calligari), osservando il circostante e non basandosi su una storia personale di chi l’ha scritta.  

La canzone è stata sviluppata partendo dal titolo: Franco Battiato ha dato l’abbrivo con la frase iniziale “Per Elisa vuoi vedere che perderai anche me” dalla quale poi è fluita tutta la canzone. Il tocco di genio è il vocalizzo dell’omonima bagatella di Beethoven [dimostrando che a Beethoven Sinatra di fatto non preferiva l’insalata; lo stesso Battiato ricordava con affetto quello scherzo provocatorio ndr], che assume una connotazione cupa nella vocalità emessa da Alice.  

In fase di arrangiamento il superbo lavoro di Battiato Giusto Pio è riuscito nell’intento di spingere ancora di più le parole scelte da Alice Battiato.  

Avevo qualcosa da dire? Lo dicevo. Se no, stavo zitta. […] Sarebbe opportuno comportarsi così, in generale. Ma i mezzi di comunicazione di oggi alimentano la superficialità: le parole vengono espresse senza una vera consapevolezza. E quando invece c’è, spesso c’è anche dolo.” 

Una severità che può essere spiazzante, ma che regge su solide basi e che trovo condivisibile, una dote sempre più rara. Difficile da trovare nella società odierna.  

Dopo anni spesi come interprete di brani altrui, Alice decide con risoluzione di dare voce alle proprie parole, una necessità esaltata in Battiato: la sponda giusta per accrescere la capacità nella scrittura. Per quanto la prima parte di carriera di Alice non sia assolutamente da buttare, si nota  – da Capo Nord in poi – il cambio di marcia che si ha nel cantare qualcosa sgorgato dalla propria penna (come A te…Non Ti Confondere Amico e Non Devi Avere Paura). 

Alice dimostra uno spessore che lo emancipa dalla banalità del pop circostante, ad esempio in Una Notte Speciale si vive quel climax musicale che pone un accento etereo al disco, vestendolo di un valore celestiale in contrapposizione alla gravità respirata nell’epica Per Elisa. Senza Cornice ha un sax di sottofondo (suonato da Hugo Heredia)  che risente delle influenze dello zingaro felice (Claudio Lolli) sul quale poi partono l’oboe ed il clarino dal forte odore di Pasqua Etiope

Successivo alla chiusura di Capo Nord con Guerriglia Urbana, passiamo al Tramonto Urbano, anche questo scandito dalla chitarra di Radius che fa da contraltare alla potente voce di Alice che si lascia andare in un grido accorato per tutta la canzone. Decisamente meno squillante rispetto al finale di Capo Nord, ma capace di incastrarsi nell’orecchio dell’ascoltatore rimbombando nel cranio per le ore successive all’ascolto. 

Piccola nota finale: al disco, oltre all’inossidabile duo Battiato-Pio, partecipano Alberto RadiusPaolo Donnaruma al basso (bassista nelle sessioni ne La Voce del Padrone) e l’enorme Walter Calloni alla batteria (che di qua e di là ci mette il suo tiro bello dritto e puntuale).  

Insomma ascoltando Alice, vi renderete conto che in questo disco due-tre chicche adatte alla vostra playlist estiva le troverete senza troppi problemi, nonostante magari quella frivolezza e l’edonismo tipico degli anni ‘80 non figurino più di tanto… e forse direi che questa non è mica una nota negativa. 

Franco Battiato – Patriots

Scrivere di Giuni Russo e Alice in questo cantuccio digitale, senza tornare a raccontare del loro padrino artistico, non sarebbe stato narrativamente corretto. Pertanto la scelta di includere – all’interno di questo ciclo di racconti estivi – un disco come Patriots si è rivelata fisiologica più che una ipocrita forzatura dettata dalla recente dipartita di Franco Battiato

Patriots – che ha da poco compiuto il quarantesimo anno di età – è un disco funzionale a spiegare l’impronta sonora che Franco Battiato ha contribuito a sviluppare in album come Energie Capo Nord; vengono approfondite le idee seminate in L’Era del Cinghiale Bianco e che fioriranno con straripante clamore ne La Voce del Padrone, determinando la definitiva consacrazione di Franco Battiato al grande pubblico e la rivalutazione postuma dei precedenti dieci album. 

Dieci album per raggiungere il meritato riconoscimento: ad indicare che con la perseveranza, le idee e la qualità, prima o poi il pubblico si accorgerà di quello che hai prodotto. 

O meglio, dieci album per aggiustare il tiro e raggiungere un pubblico precedentemente inaccessibile. Lo stesso pubblico che prima trovava i suoi album inafferrabili e poi si è tuffato a pesce morto in ogni sua produzione.  

Franco Battiato ha adoperato i primi dieci dischi della carriera per forgiare un passpartout che lo ha reso – assieme a Giusto Pio – il Re Mida della musica pop italiana di inizio anni ‘80; trovando la possibilità di affinare la propria capacità compositiva – e percorrendo variazioni sul tema – grazie a vere teste di serie della scena musicale italiana come AliceGiuni Russo e Milva.  

Nonostante, apparentemente, vi siano degli album di Battiato concettualmente più centrati per questo ciclo, Patriots rivela un retrogusto estivo nemmeno troppo velato, per quanto la punta di diamante del disco – Prospettiva Nevski – è tutto fuorché una canzone che si lascia ascoltare durante un sorso di mojito in spiaggia, anche se pensarsi a bazzicare il Corso della Neva condividendo uno spritz con Nijinski Stravinskij – nel cuore dell’inverno russo – può funzionare come placebo per rinfrescarsi dalla calura dello scirocco di queste settimane. 

E se la scala di piano in Up Patriots to Arms, che inaugura i 28’ e 58” di disco [anche se, più precisamente il disco è inaugurato dal Tannhäuser di Wagner ndr], ha preconizzato con largo anticipo le primavere arabe ed i tumulti medio-orientali, non centrando ancora pienamente quel sentimento estivo di cui sono alla spasmodica ricerca per giustificare senza falle la presenza di Patriots in questo ciclo di pillole (oltre ad insegnarci che de facto non possiamo lamentarci del presente con la solita frase da vecchi bofonchioni che si stava meglio quando si stava peggio [perché mediamente siamo sempre stati così: uno schifo ndr]); troviamo finalmente quel sentore di vento sahariano  in Venezia-Istanbul in cui la chitarra di Alberto Radius apre il brano con un trottante assolo di chitarra, vicino nel suono alla chiusa di Il Vento Caldo dell’Estate

Successivamente, Arabian Song, legittima la scelta di Patriots in questo spazio e presta il fianco ad uno sculettamento estivo da far invidia a tante pop-hits scadenti che il mercato radiofonico ci impone; il caldo trasmesso dalle fricative faringali sorde (primo brano di Battiato in cui si cimenta con la lingua araba) e la freschezza donata dal sintetizzatore e dalle chitarre rende questa canzone una piccola gemma.  

Con Frammenti si scorgono le basi di quello che sarà l’intro minimalista de Il Vento Caldo dell’Estate, all’interno del testo Battiato dissemina tributi in frammento a Luigi Mercantini (Me ne andavo una mattina a spigolare, quando vidi una barca in mezzo al mare), Giosué Carducci (I cipressi che a Bólgheri alti e schietti van da San Guido in duplice filarGiovanni Pascoli (Hanno veduto una cavalla storna riportare colui che non ritorna) e Giacomo Leopardi (La donzelletta vien dalla campagna in sul calar del sole e D’in su la vetta della torre antica 
Passero solitario alla campagna cantando vai, finché non muore il giorno), felicemente assemblati in poche linee di arrembante canzone. 

A conclusione del disco, Passaggi a Livello sembra volerci anticipare la percezione che avremmo ascoltando Sentimiento Nuevo, un senso di nostalgia in utero che figlierà ne La Voce del PadronePassaggi a Livello è una chiusura strepitosa per un disco, arricchita da un vorticoso incedere di violino con cui Giusto Pio fregia il brano nobilitandolo. 

Vorrei soffermarmi tanto di più, ma non intendo sollecitare la vostra attenzione. In fondo son qui per stuzzicare non per dimostrarmi enciclopedico.
Permettetemi di aggiungere poche righe però: scrivere di Battiato non era semplice prima e lo è ancora meno adesso, si scade sempre nella banalità e gli inciampi sono dietro ogni angolo, ma trovo doveroso mantenere alta l’attenzione nei confronti di un intellettuale che ha saputo stimolare e coltivare un dibattito costruttivo e continuo attorno alla propria musica e all’interno di una società che – per quanto lo neghi – abbisogna di riferimenti spirituali che sappiano porre le riflessioni giuste. 

A presto amici miei. 

Alice – Capo Nord

Continua il viaggio nel sentimento estivo, e uso come gancio Il Vento Caldo dell’Estate, brano in apertura di un disco monumentale.  

Gli artefici di questo capolavoro distillato in nove brani sono vecchie conoscenze dello spazio digitale di Pillole, che hanno risuonato più e più volte sulle casse dei vostri stereo anche prima che venissi io a ricordarvi della loro esistenza. Sto parlando proprio di Franco BattiatoGiusto PioAlberto Radius e Lino Capra Vaccina. Una squadra collaborativa che, di disco in disco, affina con gran gusto la sperimentazione in chiave pop.  

A questo gotha musicale si aggiunge Carla Bissi, alla prima collaborazione musicale con Franco Battiato. Si viene a creare, come avvenuto con Giuni Russo, una simbiosi nella quale la cantante non è semplice esecutrice dei divertissement musicali di Battiato Pio, quanto un valore aggiunto che consente di rendere riconoscibile – e differente – una produzione musicale che ha un humus condiviso con quella del proprio autore: da L’Era del Cinghiale Bianco a L’Arca di Noé

Sia Alice che Giuni Russo possono contare su una voce da sirena, seppure con le debite differenze dettate dall’estensione vocale – quasi anomala quella di Giuni Russo – e da un approccio canoro decisamente riconoscibile. 

Così, tornando al brano di apertura, Battiato e Pio arrangiano una Baba O’Riley pop e tutta italiana, con un tappeto sonoro che profuma tanto di minimalismo nel quale Alice suona in prima persona il sintetizzatore: Il Vento Caldo dell’Estate diventa così un inaspettato tributo di spessore ai maestri del genere come Riley Reich.  

Un generoso modo di introdurre dinamiche di musica cerebrale in un contesto squisitamente pop, prima che Radius imbastisca una ariosa fuga sulla chitarra che dà il là ad un dirompente infinito sonoro che scardina la claustrofobica prigione sulla quale è strutturato il brano. 

Chitarra che si ricollega a Bazar e al profumo medio-orientale che abbiamo imparato ad apprezzare con il Battiato di L’Era del Cinghiale Bianco, sul quale si adagia un testo naif che ammicca a Edward Lear; ma quello che sorprende l’ascoltatore più attento è un brano come Sarà, che non vede alcun contributo degli autori esterni nel testo e sembra ammiccare allo stile di scrittura di Ivan Graziani.  

Ecco, Alice ha contribuito a tutti i testi di Capo Nord, potendo contare anche su l’esperienza maturata nei due dischi precedenti con i quali si è fatta discretamente le ossa (lavorando a stretto contatto con lo zoccolo duro dei Pooh D’OrazioBattaglia) e trovandosi così pronta alla chiamata di Battiato.  

Il sentimento estivo torna con prepotenza in Lenzuoli Bianchi, vero brano scacciapensieri, che ricorda tantissimo quella St. Elmo’s Fire di Brian Eno per l’incedere con ritmo vorticoso e la conclusione breve – ma intensa – di Radius alla chitarra (che sembra voler omaggiare Robert Fripp). Mi preme divincolarmi da questa descrizione pezzo per pezzo, anche perché ci tengo a dire che Capo Nord è un meraviglioso disco nella sua interezza, un lp anni ‘80 che suona anni ‘80 e da ascoltare senza troppi giri di parole.  

Non è attuale. Semplicemente perché l’attualità temporanea è la retromania, e i gruppi si impegnano nel clonare i suoni anni ‘80, non vuol dire che lo facciano bene o che sia giusto.  

Capo Nord ha senso perché è figlio e manifesto degli anni ‘80

Ergo, questo disco suona dannatamente bene perché è remoto, opulento, concitato, che si anima per poi spegnersi, per poi mettersi nuovamente il pepe al culo con il finale di Guerriglia Urbana (altro brano che – così com’è registrato e composto – pare essere stato scartato dalla scaletta de L’Era del Cinghiale Bianco). Insomma, un monito per ricordarci che di musica bella ne abbiamo nei nostri archivi, ma è giusto anche guardare avanti, come Alice ha fatto con coraggio e bravura. 

Giuni Russo – Energie

Sexy baby  
sexy mami  
gireranno con  
gireranno con 
farò grandi cose quando le giornate saranno perfetteee
il divertimento sarà alle stelleee
serate con varie modelle
perché noi attendiamo
l’ESTATEEEEEE

Cosa ne sarebbe stato di questa canzone se fosse stata affidata alla flessuosa voce di Giuni Russo, alla sapiente penna di Franco Battiato e alla capacità compositiva di Giusto Pio, anziché lasciare il potenziale enorme di questo poderoso grido generazionale alle acerbe voci – e capacità – dei giovani Lil Angel$, Gioker Ben-J

L’inno del solstizio d’estate mi ha offerto uno spunto di riflessione: questo caldo sole dell’estate che si affaccia con sadica ferocia – cuocendo le nostre pallide pelli giugnine -, deve essere affrontato con una colonna sonora adeguata. Godereccia, leggera, pop ma non cafona. Approfittiamo di questa occasione per allontanarci da quel buzzurrame reggaeton, dai tormentoni in idioma ispanico che le frequenze radiofoniche impongono, da chiappone iperscoperte che ondeggiano senza pudore sui bordopiscina.   

Gli Europei di calcio, e le speranze azzurre che riempiono queste prime settimane estive, ci prestano l’assist per una riflessione su una colonna sonora un pelo più ricercata rispetto alle Notti Magiche del duo Nannini/Bennato. Ecco quindi una selezione di dischi targata Pillole, pronta ad accompagnare le vostre canicolari giornate, i giri in bicicletta, la lingua incollata al fior di fragola, le pomiciate serali, i bagni di sole sul lettino mentre le narici si riempiono della stucchevole fragranza di una protezione 30. 

La partenza è affidata ad Energie di Giuseppa Romano (conosciuta come Giuni Russo [d’altronde siamo a Giugno e sarebbe stato brutto non cominciare con Giuni ndr]), secondo album della cantante sicula, anche se personalmente lo considero il vero esordio discografico dopo il poco fortunato avvio in lingua albionica (Love Is A Woman) con lo pseudonimo di Junie Russo. L’album pubblicato nell’ottobre del 1981, e quindi alla soglia dei quarant’anni, vede però nelle ristampe la presenza di Un’Estate al Mare nel quale Russo raggiunge abilmente il registro di fischio simulando il garrito del gabbiano con sconvolgente accuratezza (utilizzato anche ne Il Sole di Austerlitz, presente nella scaletta di Energie). 

Come Per Elisa di Alice, che conta sulla regia occulta del duo Pio/Battiato, anche Un’Estate al Mare riesce a veicolare una tematica drammatica (della prostituta che immagina uno stacco violento dalla sua routine sognando un’estate al mare senza pensieri) in apparente antitesi con la sonorità leggera del pezzo, salvo poi rendersi conto che non c’è nulla di fuori posto, comunemente a Chega de Saudade di João Gilberto si passa da una sonorità cupa ad un respiro di gioia con una naturalezza che riempie l’anima. 

Aldilà però di questo brano, aggiunto successivamente, si può respirare il vento caldo dell’estate [per i più attenti dissemino anche piccole tracce di prossime pubblicazioni ndr] nella Lettera al Governatore della Libia, all’interno del quale è possibile respirare la cifra stilistica di Battiato, tanto intensa quanto contagiosa – nell’accezione positiva del termine – per Giuni Russo (come dimostrerà nel prosieguo di carriera).
Il tagliente violino di Giusto Pio crea il tappeto sonoro di un disco che suona con raffinatezza rara e brio, tanto che il titolo Energie, ben identifica il leitmotiv che accomuna tutti i brani raccolti all’interno del disco. Tappeto VolanteCrisi MetropolitanaUna Vipera Sarò, sono dei picchi estatici ai quali è difficile non abbandonarsi e rimanere frigidi. 

L’ammiccamento all’oriente o al nord-Africa sono forse i punti di tangenza più facili da ascrivere alla collaborazione con Battiato, non dimenticando la provenienza di entrambi, quella Sicilia incubatore di culture antiche, terra feconda di idee e riferimenti. Ebbene è giusto ricordare che questo incontro tra Giuseppa Romano e Franco Battiato è frutto della regia di Alberto Radius, chitarrista e già collaboratore di Battiato. Un matrimonio artistico felice e sinergico che darà vita a numerosi progetti di spessore tra i due.  

A questa partnership, si aggiunge inoltre quella artistico-sentimentale con Maria Antonietta Sisini, che assieme a BattiatoPio Radius, aiuta Giuni a sbocciare artisticamente e discograficamente.  

Insomma, Energie è l’album più rinomato di Giuni Russo, quello in grado di catalizzare le attenzioni degli ascoltatori che non la conoscono a dovere, in quanto consente una doppia lettura dei brani (come avviene per i dischi di Battiato): lettura alta nei riferimenti adottati; lettura bassa nelle sonorità estremamente pop. La fruizione quindi è aperta a chi è solito ascoltare con la pancia, a chi ascolta con le orecchie, a chi ascolta con il cuore.  

Prima di chiudere questo primo raccontino, tengo a precisare che Energie si tratta solo di una delle perle appartenenti alla collana che è la discografia di Giuni Russo. La capacità di mettersi sempre in gioco, studiare e metabolizzare sonorità inusitate (dalla musica orientale ai vocalizzi adiacenti a Yma Sumac) amalgamandole in un flusso sorprendente e di gradevole semplicità.

Buona estate! 

Céu – Tropix

Di pillole brasiliane ne abbiamo sciorinate fin troppe, ci si è dilungati tanto più del dovuto, sicché addì siam giunti all’ultimo capitolo con un’artista giovane rispetto a tutto il vecchiume fin qui trattato. Ed era ora. 

Potere ai giovani!  

Nei precedenti racconti mi sono lamentato, più o meno velatamente, di quanto lo spessore artistico – ed il contributo – delle nuove leve non fosse minimamente paragonabile a quanto prodotto in passato da quelli che poi si sono rivelati essere mostri sacri.
Vero, si giudica sul lungo passo e non sul breve, ma nella maggior parte dei casi, per quel che riguarda la scena attuale si tende ad esaltare – senza troppi giri di parole – chi partorisce il guizzo, salvo poi perdersi con successive produzioni non all’altezza. 

Céu ha avuto il merito di donarci un guizzo splendente con Tropix. Le pecche le ha (come ad esempio quel nefasto gusto di retromania anni ‘80 che ogni tanto si affaccia durante l’ascolto), ma è ampiamente meritevole di uno spazio in questo non-luogo, poi per carità sempre che de gustibus non disputandum est

Lo spazio se l’è guadagnato a suon di gomitate con una delle canzoni che potrebbe essere ritenuta – per affinità – una delle colonne sonore di Pillole: l’eterea, sottile e un po’ pop anni ‘90 Amor Pixelado, delicata e che in pochi si interessano a prendere come riferimento. Oppure il rimbrotto delle tastiere che si impone nel finale di Varanda Suspensa che ricorda tanto il sound dei primi anni duemila, che ridendo e scherzando sono accaduti venti anni fa. 

Da O Menina e o Monstro a mio avviso si alza l’asticella raggiungendo picchi considerevoli: il brano citato, ad esempio, riesce senza difficoltà ad essere catalogato come fuori tempo e fuori dal tempo, ma si fregia di una identità propria (a dispetto di quanto citato prima).
Anche in Minhas Bics si riscontrano sonorità godibili, senza andare in apnea da nostalgia gratuita, dimostrando delle egregie intuizioni che producono un disco brasiliano fortemente atipico. In questi sprazzi Tropix è in grado di suonare internazionale e non annoiante, per tutti i fruitori allergici al portoghese zuccherino adoperato come strumento aggiuntivo. 

Sangrìa, ad esempio, coniuga sapientemente le radici della musica latino-americana al raffinato progresso dell’elettronica, occorso negli ultimi anni e, colto senza imbarazzo da Céu.  

Sin dal primo ascolto sarete capaci di carpire l’estrazione generazionale di Maria do Céu Whitaker Poças, quegli anni ‘80 che si riflettono pesantemente nell’estetica di Tropix.
Un’unione di elementi vintage alla tropicalità brasiliana: il pixel, l’introduzione della musica digitale, la leggerezza matura e le sonorità sintetiche.
Inoltre risalta una capacità compositiva molto verticale, diretta e riconoscibile, il più delle volte elegante, conseguenza delle fortunate origini genealogiche (essendo la figlia di Edgar Poças che ha collaborato negli anni con Moraes MoreiraGal CostaRoberto Carlos e Djavan

Insomma ascoltando Tropix avrete modo di chiudere con serenità questo – mi auguro poco doloroso – ciclo brasiliano. Un disco che, se ascoltato, difficilmente passerà senza lasciare traccia. 

“Finisce così questa pillola breve se ne va… 
Ma aspettate e altre ne avrete! C’era una volta il cantapillole dirà e un’altra pillola comincerà” 

 Breve Pausa e si torna col nuovo ciclo!