Caetano Veloso – Caetano Veloso

Finalmente eccoci qui con Caetano Veloso di Caetano Veloso.  

Quando penso a questo disco, incappo sempre nella fastidiosa trappola mentale che appartiene anche a Everybody Knows This Is Nowhere di Neil Young (accompagnato dai cavalli pazzi) ovvero: la convinzione che sia un disco d’esordio, quando invece trattasi di seconda fatica discografica. 

Il meccanismo mi conduce a pensare che, aldilà dei numerosi pregi che possono contraddistinguere Domingo – registrato assieme a Gal Costa e quindi tutt’altro che meritevole di esser dimenticato -, si riveli ai miei occhi come un disco meno identitario, o di transizione, rispetto a questa prima (di quattro) fatica omonima del Veloso: uno dei manifesti del movimento tropicalista

 
Quindi, dopo avervi messo a conoscenza di una delle tante anomalie che condiziona la mia percezione delle cose, è giunto il momento di trattare Caetano Veloso e lo facciamo con questo disco MAIUSCOLO. Come anticipato poco sopra, non è un caso se ad inaugurare il microsolco troviamo il brano Tropicalia ad accoglierci, con un’accozzaglia di suoni da giungla tropicale lisergica. Una sorta di provocazione che ben si lega alla procace Eva in copertina che pregusta la mela del peccato brasiliano, quel giovane Veloso simbolo brasiliano dell’emancipazione culturale e politica.  

La svolta musicale del paese verde-oro si srotola freneticamente tra gli ultimi mesi del 1967 e il gennaio del 1968, quando Caetano Veloso viene lanciato sul mercato e il movimento tropicalista assume perimetri ben definiti ponendosi come derivazione virtuosa della bossa nova. La bossa nova è la radice dalla quale confluiscono (parole di Caetano Veloso) “[…] le aspirazioni ridicole degli americanofili, le buone intenzioni naif dei nazionalisti, la tradizionale arretratezza del Brasile e l’avanguardia locale […]” per sviluppare la nuova identità non solo musicale, ma intellettuale.  

Il brano in apertura è la sinossi del manifesto tropicalista, uno sguardo modernista e panoramico tra i simboli nazionali e le storture del Brasile, in un continuo ping-pong tra bellezze e rovine di un gigante pachidermico che soffre la negazione della democrazia.  

Io organizzo il movimento 
io oriento il carnevale
io inauguro il monumento 
sull’altipiano centrale del Paese
Viva la bossa, 
viva la capanna  

Tropicalia è un glossario da portare con sé per interpretare l’evoluzione del paese, uno strumento che ad ogni ritornello eleva i simboli del successo brasiliano all’esterno – come la bossa, Ipanema, Bahia, i vari emblemi della vita da sogno (capanna sul mare, la mulatta, la foresta amazzonica), la Banda di Chico Carmen Miranda – contrapponendoli con la triste realtà che vivono i brasiliani.  
Il titolo della canzone, e di conseguenza anche del movimento, viene attribuito da Veloso al regista Luiz Carlo Barreto che associa sinesteticamente la sensazione provocata dalla  canzone – al tempo, ancora senza titolo – all’omonima installazione di Hélio OiticicaVeloso prende, porta a casa, e dimostra sin da giovane di disporre di un grande spessore morale non attribuendosi meriti. 

Ci tengo nel fare un piccolo passo indietro per contestualizzare ulteriormente l’epifania di Veloso

[Il prossimo paragrafo renderà l’idea solo, ed esclusivamente, se sarà letto con la voce di Carlo Lucarelli ndr
San Paolo, è il 21 ottobre del 1967, ci troviamo al festival della canzone organizzato dalla RedeRecord (ispirato al festival di Sanremo), Caetano Veloso si posiziona al quarto posto con il brano Alegria, Alegria. Questo rappresenta il momento preciso di rottura nella musica brasiliana, l’inizio di una rivoluzione gioiosa (parafrasando gli Area).  

Veloso immagina un mondo in cui si possa passeggiare a testa alta, senza documenti o armi, senza problemi di ogni sorta ma in piena libertà. Il verso iniziale Alegria, Alegria si eleva così a inno di protesta; una derivazione pop con arrangiamento ispirato ai Beatles di Sgt. Pepper (eseguito efficacemente dai Beat Boys su chitarre acide alla Os Mutantes); e di A Banda di Chico Buarque, vincitrice del concorso l’anno precedente e usata da Veloso come punto di partenza per sviluppare un nuovo grido di protesta dall’approccio smaccatamente hippy


Per chi mastica un po’ la storia della musica, sono sicuro che quanto accaduto a Caetano Veloso ha riportato alla mente Newport e tutti coloro che hanno quasi pisciato in faccia a Dylan, con le dovute proporzioni lo stesso destino è spettato a  De André quando ha collaborato con la PFM. La novità viene spesso pagata col lancio delle monetine, salvo poi andare incontro ad un giusto revisionismo.
Tornando a noi, il risultato è la contestazione. Sia per Caetano che comunque si piazza quarto, che per Gilberto Gil – accompagnato dagli Os Mutantes – con Domingo no Parque che si aggiudica il secondo posto. Indovinate chi si posiziona tra i due al terzo posto? Chico Buarque con gli MBP-4 e la bellissima Roda Viva.  

La canzone di Veloso diventa un inno per molti dei movimenti sociali pro-libertà, un esorcismo contro la proliferazione capitalista senza criterio. Alla base di Alegria, Alegria vi è la consapevolezza che simboli capitalisti (come Coca-ColaBrigitte Bardot o la propaganda legata all’esplorazione spaziale) siano affascinanti, condividendone bellezza e condannando l’assuefazione, come nel verso: 

O sol se reparte em crimes 
Espaçonavesguerrilhas 
Em cardinales bonitas” 

La luce del sole si diffonde tra i crimini  
Navi spaziali, guerriglie 
E bellissime ‘Cardinales’” 

Dove con il termine Cardinales fa riferimento a Claudia Cardinale: una sineddoche nella quale include tutte le bellezze dello star-system che – divenendo figure di rilievo – trasmettono degli standard sociali tossici. 

Come avrete notato mi sono dilungato in maniera imbarazzante, quindi salterò di palo in frasca per dirvi che il disco vede anche la partecipazione di Gal Costa nella delicata Clara, mentre tre brani del disco portano la firma del sodale Gilberto Gil.

Tra questi figura la ballerina Soy Loco por Ti America – che Gil ha composto assieme a José Carlos Capinan -, una canzone inizialmente dedicata a Che Guevera – il cui nome figura nella prima stesura della canzone – salvo poi venire rimosso per non incappare nelle maglie della censura col generico verso “el nombre del hombre muerto” (riuscendo comunque a divenire un altro degli inni del movimento tropicalista). 

Ok, è ora di chiudere questa pillola che ha preso le sembianze di un clistere, anche perché devo cominciare a scrivere il prossimo racconto (nel quale proverò a narrare un’altra pagina di tropicalia e ad andare un poco più nel dettaglio raccontandovi il manifesto del movimento). A presto! E fate i compiti a casa mi raccomando: consumate questo disco a dovere!

[se avete proseguito a leggere con la voce di Carlo Lucarelli avreste dovuto fermarvi qualche paragrafo fa, ma ho dimenticato di segnalarvelo. Sorry not sorry ndr]

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