Franco Battiato – L’Arca di Noè

Dopo una serie di articoli prolissi, questo sarà finalmente in forma ridotta rispettando il format primigenio di questo spazio digitale. 

Con L’Arca di Noé viene sfornato un disco da poco più di 27 minuti, stringato, ma con un livello di eccellenza marcato. A distanza di un anno dal boom de La Voce Del Padrone, L’Arca di Noé replica il successo di pubblico e di critica con mezzo milione di copie vendute. Suscitando anche sterili polemiche da parte dei “critici” di turno che hanno puntato il dito sull’affinità che la musica del Maestro avrebbe con la cultura della nuova destra, trovando in brani come Radio Varsavia e L’Esodo, dei riferimenti controversi alle repressioni dei polacchi e all’imperialismo. 

Naturalmente tali critiche sono state respinte dal Battiato che si è sempre proclamato di idee differenti, inoltre, per quanto riguarda L’Esodo e Clamori, il Maestro si è avvalso del supporto di Tommaso Tramonti, pseudonimo di Henri Thomasson, intellettuale mistico e allievo di quel Gurdjieff figura ispiratrice, e centrale, di La Voce Del Padrone.  

Questo disco è l’esempio concreto di come Battiato non abbia inseguito direttamente il successo, da un’intervista del 2015 presente su Minima & Moralia, c’è un passaggio molto interessante che tengo a riportare 

Battiato: “Non ho mai compiaciuto nessuno. Sono partito dallo sperimentalismo, ho scritto canzoni popolari, girato film, dipinto quadri senza mai accontentarmi della culla protetta o delle sicurezze. Come per magia quelli che mi apprezzavano in una veste, mi hanno dato retta anche quando mutavo essenza senza pretendere che somigliassi a un juxe-box e che a ogni monetina inserita, corrispondesse un loro desiderio. Mi hanno lasciato essere come volevo e se posso dirlo spudoratamente, io sono cambiato e ho fatto tutto il mio percorso solo per loro. Me ne frego delle sicurezze e me ne frego di offrirle. Sa cosa mi diceva Lucio Dalla

D: Il suo amico Dalla

Battiato: Il mio amico Dalla, certo. “Io inseguo il pubblico, Franco. Tu ti fai inseguire”. Sembra una cazzata, ma è vero. Io dei gusti dei fans me ne frego, loro lo sanno. Non ho mai fatto una capatina su Facebook. Non esiste. Se lo possono scordare.” 

Questo distacco lo si comprende dalle apparizioni televisive che il Maestro affronta. Come a L’Orecchiocchio, nel quale il telespettatore si trova di fronte una situazione surreale e a tratti molto “macheccazzz???”, con un Battiato che sembra quasi rendersi conto dell’inaccessibilità di quella situazione e interviene con un bel “Ahi… che noia mortale. Devo cantare io. Ehhhh Scalo a Grado, auguri” prima di eseguire un playback da seduto (con faccia scazzata). Tutto ciò ha una tremenda aura di trash che difficilmente lascia indifferenti.

Ma lo si capisce anche dal multistrato di cui sono composti i suoi brani, complessi, ricchi di orpelli e con testi apparentemente pleonastici e divertenti per la loro pomposità, anche se magari non li capisci. Voglio Vederti Danzare è un esempio di brano che può anche essere ascoltato in maniera totalmente svogliata, senza concentrarsi sul testo. Seguito da un videoclip reso celebre dalla sua danza spigliata, oltre che dalla presenza ingombrante dei beduini nel deserto [che probabilmente si sentono più a disagio di me che rivedo il video a quasi quarant’anni di distanza ndr].

Ecco se c’è una qualità enorme che si deve riconoscere al Maestro è quella capacità di saperti mettere a disagio con il nulla, potrebbe essere definito senza troppi giri di parole il McGyver del mettere a disagio. 

C’è da dire poi che la fruibilità di alcuni suoi brani è cambiata col tempo, l’ascolto e la percezione della musica è radicalmente mutata dall’avvento della musica liquida rispetto a 30-40 anni fa, quando un disco lo si consumava letteralmente sul piatto a forza di ascolti su ascolti. 

L’Arca di Noé non deve essere raccontato ulteriormente, ma ballato, perché forse è il disco più pop del Maestro e ve lo dovete gustare in loop, nella sua sapiente costruzione composta da grandi, grandissimi brani. 

Annunci

Franco Battiato – La Voce Del Padrone

Viaaaaa viaaaa viaaaaaa da queste spondeeeeeee (falsetto) 

Portami lontano sulle ondeee ee e eeeeeee (falsetto ansimante)  

GNI GNI GNIIIII 

GNI GNI GNIIIII 

Come entrare nell’ultima settimana di questa bizzosa estate senza cantare Summer On A Solitary Beach, con lo sciabordio del mare sulla battigia che suona leggiadro in sottofondo? Non ci pensavate? Adesso ve l’ho schiaffata io in testa, bastardi che non siete altro!  

Universalmente riconosciuto come capolavoro assoluto della discografia del Francone nazionale, La Voce Del Padrone sembra quanto di più vicino possibile ad un greatest hits. Ma sento di fare una piccola postilla: questo album non rientra nella mia top 3 del Maestro, per quanto è veramente un grande, grandissimo disco.  

Hey, hey, poi c’è da dire che altri capolavori del Maestro saranno recensiti in futuro su altri cicli, quindi non disperate.  

Bon, bando alle ciance, chi di voi non ha cantato almeno una volta nella vita “Sul ca**o sventola la mano stanca”?

È un po’ alla stregua di “Ma la notte la festa è finita, evviva la fi*a”. Ritornelli che viscidamente si insinuano nell’immaginario adolescenziale, i grandi classici che ti fanno urlare le parolacce quando tutti gli altri te le vietano, l’espediente per ottenere la gloria a 14anni, la battuta che si fa con quegli occhi un po’ sottili e un po’ a sofficino. Insomma ci siamo capiti. 

Ok, dopo tutte queste manfrine comincio a raccontare veramente La Voce Del Padrone, anche perché il Maestro non ha sicuramente ragionato il disco per renderlo un coro per ragazzini pubescenti. Se ascoltate attentamente Battiato troverete delle analogie con Frank Zappa ed Elio E Le Storie Tese nell’inserire easter egg qua e là, nei testi, nella musica. Merito di un bacino di riferimento letterario e pop sterminato che garantisce la creazione di brani multistrato composti con l’ausilio di Giusto Pio

Ne è un esempio Cuccurucucù, che cita Nicola Di Bari (Il Mondo è Grigio, Il Mondo è Blu), Milva (Il Mare Nel Cassetto), Rolling Stones (Ruby Tuesday) i Beatles (With A Little Help From My Friends e Lady Madonna), Tomàs Méndez (Cucurrucucù Paloma), Chubby Checker (Let’s Twist Again) e Bob Dylan (con Like A Rolling Stone e Just Like A Woman).  

Per raccontare questo album credo sia fondamentale focalizzarsi (un poco) sul rapporto creatosi tra Battiato e Pio, due mostri sacri che hanno alimentato a vicenda la loro leggenda. Le lezioni di violino di Giusto Pio, vedevano in Battiato un egregio allievo, la condivisione di idee musicali li conduce alla scrittura, riuscendo a strappare un contratto con la EMI, disattendendo di poco le previsioni di vendita per i primi lavori.  

Il duo costruisce negli anni una forte credibilità con L’Era del Cinghiale Bianco, che con 40000 copie vendute si rivela un successo, soprattutto pensando al budget a disposizione e al tempo ridotto nel registrarlo. Un risultato che corroborato dalla conferma di Patriots induce la EMI a porsi delle domande su Battiato: “Ci crediamo o no? Quanto pensate di vendere con questa Voce Del Padrone” 

Battiato: “90000” 

Pio: “120000” 

Risultato finale: oltre 1 milione di copie polverizzate diventando l’album più venduto nella storia della musica italiana per lunghissimo tempo. Questo successo è ascrivibile anche alla capacità del duo di lavorare in sinergia con efficienza ed efficacia infinitesimale. Per La Voce Del Padrone, Pio e Battiato arrivarono in studio con le partiture complete, le armonie e gli arrangiamenti ultimati, nessun margine di manovra in fase di registrazione. Un modus operandi che permetteva la registrazione di un disco 9 volte più velocemente rispetto alla norma (in 20 giorni rispetto ai 180/240 previsti da altri artisti). 

La composizione avveniva durante gli spostamenti in auto, prediletti da Pio e Battiato per evitare perdite di tempo e ritardi da parte dei roadie. Proprio in quei momenti Battiato era solito canticchiare ritornelli o fraseggi musicali, che Pio traslava su spartito in albergo. Così facendo pochi giorni dopo la tournèe, tornavano in studio a registrare il nuovo disco. 

Se René Guénon ha influenzato in blocco L’Era Del Cinghiale Bianco, con La Voce Del Padrone Battiato si ispira a George Ivanovic Gurdjeff per ricercare il risveglio del proprio io interiore, in questo il Centro di Gravità Permanente strizza l’occhio alla sua filosofia, e tutti gli incontri raccontati nella canzone sono mirati alla crescita personale. “Gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia di Ming” fa riferimento al gesuita Padre Matteo Ricci, conosciuto in Cina come Li Madou, evangelizzatore che ha provato a sedurre l’impero cinese dall’interno.

Un j’accuse di Battiato alla dottrina colonialista della chiesa Cattolica e anche un monito generale ad essere sé stessi, per questo, successivamente nella canzone, rivela che non gli piace alcun genere musicale, nemmeno quelli che ancora non esistono. Ergo, muovo una critica verso tutti coloro che si adeguano agli altri per trovare il proprio equilibrio, quando il centro di gravità permanente è un viaggio in solitaria basato sulle proprie scelte e sull’essere sé stessi.  

In questa analisi trova la sua dimensione anche Bandiera Bianca, brano di critica sull’immoralità della società contemporanea (Minima immoralia è un tributo al testo di Adorno Minima Moralia). Si torna a puntare il dito sul denaro (pronipoti di sua maestà il denaro) e la dipendenza da esso (come in L’Era del Cinghiale Bianco), la piaga del terrorismo (gli idioti dell’orrore) così come la politica (i programmi demenziali con tribune elettorali) vengono condannate.  

Ricompare la figura di Dylan (o meglio compare per la prima volta, visto che Bandiera Bianca è il secondo brano e Cuccurucucù il quarto) chiamato Mister Tamburino, c’è anche Alan Sorrenti e i suoi figli delle stelle, mentre Vivaldi, Beethoven e Sinatra nel brano sono condannati perché idealizzati aprioristicamente dalla società (che non capisce la loro reale portata culturale). Il ritornello invece è ispirato alla poesia L’Ultima Ora di Venezia di Arnaldo Fusinato “[…] il morbo infuria, il pan ci manca, sul ponte sventola bandiera bianca […]”, che descrive la resa della città alle truppe austriache.  

La medesima resa di una società alle piaghe dello scorso secolo, flagelli attuali, anzi a quarant’anni di distanza si può dire che la situazione sia peggiorata notevolmente. 

Come in passato, anche qui ci sarebbe da scrivere un libro, non vi analizzo tutto il resto del disco per non tediarvi ulteriormente. mi sono dilungato troppo come spesso capita, a maggior ragione con questo disco perché è maledettamente bello perdersi in questo incantesimo [passatemi questa chiusa un po’ sbrigativa e acchiappona ndr]. 

Franco Battiato – L’Era Del Cinghiale Bianco

Ciclicamente, di epoca in epoca, torna prepotente una domanda ad affacciarsi nella società: l’era del cinghiale bianco tornerà? 

Voglio bene a Battiato [voglio bene a chiunque sigh ndr], ma voglio ancora più bene a questo disco: per la canzone che gli dà il nome, per la copertina, per Luna Indiana

In tutto questo partiamo da un dato di fatto… ascoltare Battiato non è complicato, capirlo è invece dote non da tutti. 

Non è difficile ascoltarlo perché la durata media di un disco – di inizio carriera – del Maestro si aggira sui trenta minuti e le canzoni presentano un’orecchiabilità invidiabile ai principali compositori contemporanei. 

La comprensione invece passa attraverso i diversi ascolti, la voglia di recepire e apprendere tutti gli indizi disseminati in ogni frase, le metafore e la presentazione di vari personaggi inseriti qua e là con leggerezza apparente. Soggetti che nel corso degli anni assumono lo status di icone solo per aver guadagnato un posto nelle canzoni di Battiato

L’Era Del Cinghiale Bianco in fondo inaugura proprio questa tendenza di Battiato di costruire dei testi che sono dei giochi di incastri, con ammiccamenti sfacciati alle culture arabo/orientali. Una capacità, palesata ad esempio con Strade dell’Est, di metterti una voglia fottuta di viaggiare dai balcani fino all’estremo oriente solo perché senti pronunciare al Maestro nomi esotici e parole a cazzo un po’ qua e un po’ là. 

Mentre il suo conterraneo Pippo Baudo lo trattava come un povero imbecille durante un’intervista promozionale in Rai, ci pensava Mr. Fantasy ad introdurlo degnamente nel 1979: “sensibile a sé stesso, ciò alle cose misteriose di questo strano pianeta”. E Battiato figura proprio come uno studente curioso e diligente, che vive fagocitando nozioni, cercando risposte alle innumerevoli domande che lo affliggono nel quotidiano, le cui risposte inserisce all’interno delle proprie canzoni. Come ad ergersi sacerdote moderno e guida spirituale di “un mondo di cui si sente la presenza ma di cui si perde la vista”. 

E allora L’Era Del Cinghiale Bianco, quella dell’inizio degli anni ‘80, è l’era dell’assoluta conoscenza spirituale. Se Huxley e Il Nuovo Mondo hanno influenzato Fetus, qui c’è lo zampino del filosofo francese René Guénon, filosofo nominato in Magic Shop, che nel saggio Simboli della Scienza Sacra illustra il ruolo esoterico del cinghiale, animale simbolo della mitologia celtica e indù. Proprio in quest’ultima, rappresenta uno degli avatar di Vishnu

Siamo già in quel momento in cui dovete decidere se volete capire quello che il Maestro dice o muovere solamente le chiappette seguendo il ritmo di Tullio De Piscopo e del violino di Giusto Pio. Non c’è nulla di male, ma assicuro che dopo un po’ di ascolti la necessità di scardinare l’ermetismo del nostro caro Battiato premerà forte sulla vostra cervicale e proverete un gusto sadico nello scoprire i riferimenti disseminati.   

Sarà lì che scoprirete come Magic Shop racconta della deriva spirituale e consumistica di una società che si lascia abbindolare da falsi miti, o di come Il Re Del Mondo sia il protettore della terra, capace di sostenere la vita nel pianeta reggendone le sorti a scapito del libero arbitrio degli ignari abitanti (“ma il Re del Mondo ci tiene prigioniero il cuore”). Anche questo brano affonda le proprie radici su René Guénon  che editò l’omonimo testo nel 1927

A proposito di Guénon, ho dimenticato di scrivere [o forse l’ho già scritto ma non me lo ricordo… ma sono troppo pigro per scorrere la rotella del mouse e rileggere le righe sopra. Bon, in caso repetita iuvant ndr] che tra i più aspri critici della sua dottrina filosofica vi era quel gran fetentone di Umberto Eco, so much love for him <3. 

Uno spazio importante è dedicato alla sacralità quella di Luna Indiana, punta di diamante del disco, resa celebre grazie anche dalla versione di Alice [alla quale personalmente preferisco i gorgheggio sul filo della stonatura del nostro Maestro ndr] e la preghiera meravigliosa di Pasqua Etiope con il Kyrie Eleison che risuona e se la batte a modo suo con la preghiera di Judee Sill in The Donor

Una sacralità che sfocia poi nella poesia laica di Stranizza d’Amuri, una delle poche canzoni scritte e cantate in siciliano da Battiato, che ricorda il periodo della guerra nella sua terra natia, o meglio, l’amore ai tempi della guerra, di come “anche se fuori si muore, non muore questa stranezza d’amore”, che fa montare dei lucciconi belli grossi sugli occhi dell’ascoltatore e una pelle d’oca non indifferente. 

Ecco ora sono emozionato e non so come chiudere questo articoletto infinito su Battiato, pertanto vi lascio con una delle più belle dichiarazioni d’amore, da ricicciare a piacimento, che si possano fare ad una persona amata: 

Man manu ca passunu i jonna 
sta frevi mi trasi ‘nda ll’ossa 
ccu tuttu ca fora c’è a guerra 
mi sentu stranizza d’amuri 
l’amuri. 

Franco Battiato – Fetus

È il 1972 e un giovane Franco Battiato dal capello crespo, occhialone sfumato e salopette presenta il brano Energia in uno studio RAI. Tra il pubblico sono state distribuite alcune maschere di carta con la faccia del Maestro (che ad essere sinceri col mascara sembra un po’ Toto Cotugno), alcuni si guardano attorno senza capire molto, altri tengono le maschere in faccia per coprire l’imbarazzo tangibile per un brano che non comprendono.  

L’esordio discografico di Battiato lascia perplessi, ma rappresenta la volontà precisa di credere nella musica elettronica come impronta distintiva. Fetus è un disco ambizioso e sicuramente acerbo, ma ha tanti ottimi spunti che riescono a ergere l’idea di Battiato a ponte tra kosmische muzik e progressive italiano.  

Eppure con lo sguardo revisionista, tipico di chi non si fa mai andare bene un cazzo, c’è una grande fetta di pubblico che suole affermare “Battiato è stato Battiato solo fino al 1975”, rivalutando i primi lavori della produzione del Maestro e smerdando di fatto tutto quello che è venuto dopo.  

Come al solito nella musica, così come nella vita, ci vogliono mezze misure. Non si può vivere di estremi. 

Talvolta tacciato di finto intellettualismo, nel corso della carriera è riuscito a legittimare le proprie scelte dimostrando la sua effettiva caratura. La svolta elettronica avviene a seguito di una infatuazione per Karlheinz Stockhausen (col quale collaborerà in futuro) e cerca di tradurla in musica grazie all’ausilio di una batteria elettronica e di un VCS3 a sostegno di strumenti convenzionali come chitarra classica e basso. I collage sonori inoltre trovano spazio in diversi brani (tra cui Meccanica con le voci degli astronauti dell’Apollo 11 e Nixon sopra l’Aria Sulla Quarta Corda di Bach), dando vita così a uno dei primi album di elettronica pop in Italia.  

Certo quella copertina col feto sul foglio di carta paglia è stato un capolavoro di marketing, garantendo 15mila copie vendute [anche se molti negozianti si rifiutarono di esporla ndr] pensata per scioccare chi se la fosse trovata dinnanzi, merito del genio artistico di Gianni Sassi:  

“Era sicuramente geniale anche se non ero del tutto favorevole a certe cose che faceva. Per esempio la campagna stampa con cui ha cercato di lanciarmi fu una trovata notevole, che diceva cose tipo: ‘Battiato è un buffone… la gente non ne può più’”, ricorda il Maestro. 

In questo caso il vestito ideato da Gianni Sassi fa il monaco, perché quello che troviamo all’interno di Fetus è sì fichissimo, ma allo stesso tempo l’inno alla vita di Energia, con le voci prima di neonati e poi di bambini, rappresenta un brano supercreepy [qualora partisse di notte a casa da soli ndr] un collage sonoro con un certo impatto, diverso da quanto prodotto fino a quel momento in Italia (ricordiamo che oltre i Beatles, prima ancora Zappa e John Cage avevano già battuto questa strada). 

Le trovate musicali sono varie e in alcuni casi acerbe, sì va dall’elettronica al synth pop, fino al manouche alla Django Reinhardt, dimostrando quella cifra stilistica che ha marchiato a fuoco la produzione discografica di Battiato, melodie orecchiabili su testi “concettuali ma non troppo”, della serie “se volete approfondire, approfondite il significato dei miei testi, altrimenti godetevi la mia musica e imparate qualcosa ascoltandola passivamente, in un modo o nell’altro vi inculo” [queste non sono le parole di Battiato ndr]. 

È così che il Maestro ci propone un disco basato sul controllo mentale e l’eugenetica, ispirato al romanzo distopico Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley. In Fenomenologia, manifesto dell’album, ci spara formule matematiche che dovrebbero rappresentare due sinusoidi sfasate, ovvero l’elica del DNA. Ora io non capisco una minchia di matematica e algebra, ero veramente una sega, quindi mi fido delle info reperite in da web. 

Senza addentrarmi sui testi, chiudo raccontando di una piccola chicca che riguarderebbe questo album. Battiato durante un tour europeo del 1972 avrebbe incontrato Frank Zappa, manifestandogli tutta la stima del caso [vorrei vedere ndr]. Lo stesso Frank ascoltando Fetus sembrò gradire il lavoro di Battiato e gli regalò un paio di scarpe argentate con le ali, come simbolo di buon auspicio. Probabilmente la sicilianità dei due ha agevolato l’incontro ed il conseguente confronto, ma dimostra come il buon Frank fosse legato musicalmente alle proprie origini (come dimostreranno gli apprezzamenti nei confronti dei Tenores De Bitti o nell’album Francesco Zappa). 

Ah, sembra che il Maestro perse le scarpe durante uno dei vari traslochi che lo hanno riguardato. Sigh! 

Mauro Pagani – Mauro Pagani

«Si deve essere curiosi, ma prudenti, avere cura della propria anima. Dice un proverbio: il danaro va e viene, la dignità, una volta andata, non torna più». 

Non esiste artista che stimi di più del Maestro Pagani, sarebbe pleonastico elencarne i motivi. Mi limito a raccontarvi en passant questo primo disco solista.  

Credo vi siate fatti più o meno un’idea del valore dei personaggi che stiamo affrontando, credo inoltre che stiate capendo chi affronteremo nelle prossime pubblicazioni di questo ciclo. Sì perché la linea narrativa è abbastanza regolare, gli anni d’oro della musica sperimentale italiana coincidono con la compresenza di alcuni personaggi dallo spiccato spessore.  

Mauro Pagani è l’anello di congiunzione tra la musica ricercata e quella popolare, e il suo primo disco omonimo è stato l’apripista per uno dei miracoli della musica italiana: Crêuza de mä. Con le debite proporzioni Mauro Pagani è un disco che mi viene facile accomunare a Before And After Science, un compendio della scena musicale contemporanea di media durata, con dei pezzi ben assemblati, l’uno differente dal successivo, ma non per questo eterogenei. Si ascolta tutto con trasporto e piacere, con attenzione o distrattamente, ma mai con fastidio… anzi, ci troviamo dinanzi ad un’opera che provoca assuefazione e un gran movimento di chiappette e budella. 

Ma dove nasce questo disco? 

Dopo 7 anni di militanza tra Quelli e P.F.M., Mauro Pagani si dice che sia stressato, distante dalle idee degli altri membri della Premiata, vuole alzare l’asticella. Poi, tutto questo girare il mondo gli consente di ottenere riconoscimenti per le proprie doti da parte della critica, ma lo consuma.  

La ricerca è la strada maestra, è il 1976 quando piscia i P.F.M. e comincia ad approfondire gli studi sulla world music, in particolare la musica etnica di matrice araba lo rapisce. La capacità, la curiosità e la creatività, combinate insieme sono una miscela di rara potenza e da questo mix Pagani maneggia in maniera sopraffina idee che in testa ad altri difficilmente troverebbero sfogo. 

Europa Minor dimostra ciò: un ritmo arabeggiante viscerale che potenzialmente può essere riprodotto all’infinito; in Argiento invece ci muoviamo in Campania con la voce di Teresa De Sio sopra di una melodia non troppo elaborata, accompagnata dai fiati e dal violino di Pagani che rendono il pezzo un raffinato miscuglio di world music e musica da camera. 

Senza addentrarmi in una misera cronaca di un disco che DOVETE TASSATIVAMENTE ASCOLTARE, è con L’Albero di Canto e la sua reprise – a chiusura del disco – che si toccano vette emotive di intensità strepitosa. La voce di Stratos e la presenza degli Area rendono il pezzo un incrocio tra Gioia e RivoluzioneLuglio, Agosto, Settembre Nero, i ritmi mediorientali degli Area ben copulano con l’idea musicale di Pagani che rende il tutto meno caotico di quanto solitamente si confà agli Area

Sino a qui ho citato signori ospiti, ma all’appello mancano ancora gli ex-compagni della scuderia P.F.M. (eccezion fatta di Flavio Premoli), parte del Canzoniere del Lazio (Vivaldi e Minieri), Roberto Colombo (reso celebre più per le sigle che ha creato che per il popo’ di musica che ha suonato [vabé che ha fatto il segnale orario del TG5, quindi gloria imperitura ndr]), Luca Balbo, Mario Arcari ed il grande Walter Calloni alla batteria. 

Pagani in tutto ciò non si risparmia suonando un po’ tutto: viola, violino, mandolino, bouzouki e un flauto di canna. Naturalmente questo disco non ha fatto il botto di vendite, però è stato accolto in maniera strapositiva dalla critica, dando ulteriore luce e credibilità alla carriera di una delle divinità del Pantheon musicale. 

«Solo nel 1978 [mi è capitato di non essere capito dal pubblico ndr], quando – finita la bellissima esperienza con la P.F.M. – pubblicai il mio primo disco solista, quelle sonorità mediterranee spiazzarono il pubblico. Però poi cominciai a collaborare con Fabrizio De André, e quel lavoro mi permise di scrivere le musiche di Crêuza de mä con naturalezza». 

Cari lettori, è giunto il momento di immergervi (nuovamente) in questo capolavoro. Buon ascolto. 

Demetrio Stratos – Cantare La Voce

 to have haD 
         the idEa        
             his Music 
     would nEver           
                  sTop        
            the Range        
             of hI
                 vOice  
would have    
       no limitS 
              nexT 
                 foR him       
             to leArn was       
                in Tibet 
  after that Out 
  into vocal Space       

John Cage lo ha celebrato con questo mesostico, riconoscendogli un ruolo angolare nel campo della ricerca vocale. Non che agli altri non sia affezionato, ma a Demetrio voglio tanto bene, un po’ per quella proprietà dialettica che lo contraddistingueva e col quale era solito spiegare con piglio accademico i suoi studi, un po’ per l’eccentricità degli studi musicali.  

Sì, gli Area hanno accompagnato – e di che tinta – la mia pubertà (spiegata benissimo con Come Gli Area degli Elii) e li ascolto sempre con piacere enorme, ma Cantare La Voce è un disco che mi ha flippato di brutto il cervello.  

Insomma come ormai avrete capito questo ciclo di pubblicazione è cominciato con dei dischi non proprio accessibilissimi e sicuramente Cantare La Voce è l’apice della ricerca presentata in questo spazio. Il susseguirsi di suoni strani, quelle diplofonie e triplofonie eseguite senza apparente sforzo, la capacità di vocalizzare più note contemporaneamente ha un non so che di mistico.  

Misticismo trasmesso in parte da questo nome d’arte così esotico a tradire le proprie origini elleniche (il vero nome di Demetrio era Efstràtios Dimitrìu nato da genitori greci in Egitto [chissà cosa ne avrebbero pensato i nostri cari leghisti? Insomma, hanno crocifisso Mahmood perché milanese con nome arabo. Lo avrebbero trattato come carne da macello o come fiore all’occhiello? Ma allora tutti i post-mezzadri con nomi del cazzo, tipo Gennifer, Dilan, Jhonny, etc… non meriterebbero uguale trattamento? ndr]), dall’altra dallo strepitoso documentario Suonare La Voce, nel quale Stratos spiega esercizi per utilizzare la voce come uno strumento. Si comincia con le celebrazioni pagane, nelle quali i sacerdoti erano soliti sflipparsi di brutto ripetendo scioglilingua a velocità impossibile (tipo i tizi delle pubblicità sui medicinali che parlano superveloce e ti danno tutte quelle avvertenze che morirai comunque di effetti collaterali perché non ci si capisce una sega), 30 parole in un giro di 3 secondi e mezzo, ripetute ad libitum per ore, la respirazione agisce sul nervo simpatico sballando i preachers, che offuscati dallo sforzo e dalla carenza di ossigeno si imbattevano nella divinità o nel messaggio divino.  

Insomma, suggestioni create da un uso della voce differente da quello moderno, ingabbiato in forme sintattiche, strutture e parole che ne limitano il trasporto emotivo e l’espressività. La parola incastra, è una schiavitù, e cantare la voce è una liberazione. La parola venendo pronunciata velocemente perde il suo senso originario fondendosi in un flusso sonoro indefinito. Stratos ha il coraggio di approfondire questo concetto, buttandosi a capofitto sullo studio della voce, riuscendo a tesorizzare quanto Yma Sumac, Meredith Monk, Tim Buckley, Cathy Berberian avevano fatto (riproporrà anche Stripsody della Berberian), spingendosi oltre e regalandoci un album enorme come Cantare La Voce pubblicato con la Cramps.  

 “Il più grosso complimento che i Maestri di musica indiana fanno ai propri studenti è ‘suoni lo strumento come una voce’” questa frase riassume il contenuto di un disco di esperimenti vocali, un’idea opposta rispetto alla concezione occidentale sposata appieno da Stratos. La ricerca non lo porta solo in India, il Tibet è d’ispirazione per Stratos, in particolare la tecnica dei monaci tibetani – che un po’ come i santoni nell’antica Grecia adoperano la voce per scopi liturgici, ma accordandola in base alla risonanza del tempio – in grado di emettere due suoni contemporaneamente. Un altro esempio tenuto in conto da Stratos riguarda la musica africana nel quale lo stregone è capace di modulare il suono della voce utilizzando le mani a conca di fronte alla bocca e muovendo le dita per ottenere toni e semitoni (come se si suonasse un’ocarina). 

Nell’esecuzione di Flautofonie ed AltroStratos era solito tenere uno specchietto in mano per osservarsi e gestire la propria voce, ottenendo il pieno controllo della voce. Paragona lo specchietto ai pedali di un pianoforte, strumento con il quale si può dare pienezza al suono. 

Insomma, qui si dovrebbe scrivere un trattato e io percepisco che la vostra soglia di attenzione sta scemando di brutto. Spero che questo articoletto vi invogli comunque ad ascoltare ed approfondire una perla tanto bella quanto ost(r)ica.

Lucio Dalla – Terra di Gaibola

“Ter-ra di Ga-i-bo-la” lesse pensieroso il giovane ragazzo di nome Pillole, scandendo ogni singola sillaba con lo stesso sguardo di una Melania Trump qualsiasi…  di primo acchito la sua mente ha cominciato ad associare il titolo di questo disco a qualcosa di biblico, sapete tipo quelle robe da Matusa che provengono dall’antico testamento. Poi quel motivo floreale sulla copertina, che rimanda alle carte da parati anni ‘60 e a quell’odore di naftalina e muffa ha contribuito all’idea formatasi nella sua mente. 

L’abito non fa il monaco ma l’occhio attento non ha mai tradito Pillole, e una copertina del genere ispira tanta roba, quindi decide di andare a fondo alla questione. Perché non ha mai sentito parlare di questo disco? Ma soprattuto chi cazzo è Gaibola?  

È una di quelle parole vetuste che senti solamente alla messa della domenica da bambino ed impari meccanicamente, senza vestirle di un senso… chessò, tipo “manna”, “osanna”, “annunziamo”, “deuteronomio”.  

Ok, Pillole è cresciuto e ha deciso di indagare!  

Anche chi non conosce approfonditamente Lucio Dalla, sa bene quanto fosse saldo il legame con la propria Bologna, Gaibola è proprio una frazione sita fra i colli del capoluogo, nella quale Dalla era solito giocare a calcio e passare il tempo nella spensieratezza giovanile.  

Questo secondo disco trasmette tanta nostalgia di quegli anni, epoche e situazioni non vissute ma che appaiono così tangibili, tra ricordi e profumi che possono solo essere immaginati, ma come Lucione riesce a trasmettere tutto questo guazzabuglio di situazioni, nessuno mai. 

Siamo di fronte ad un disco disprezzato all’epoca, pregno di cliché musicali da Carosello o cinematografici sapientemente ammansiti dal maestro Dalla insieme all’aiuto dei fratelli Maurizio e Guido De Angelis (gli amati Oliver Onions “Come with me for fun in my buggy” [che non hanno naturalmente niente a che fare con i Green Onions ndr]). Terra di Gaibola è una rarità discografica che se poco poco lo doveste trovare nella cantina dei vostri genitori o nonni, dovreste prendervelo senza fiatare e tenere da parte con una cura feticista. 

Cerco di dipanare la matassa di Terra di Gaibola in maniera chiara, per non indurvi a confusione e lasciarvi intendere di cosa si sta scrivendo oggi.  

12 brani per 39 minuti all’incirca: Non Sono Matto (o La Capra Elisabetta) è il primo testo della discografia di Dalla scritto per intero da Lucione e musicato dal fu Gran Visir della SIAE Gino Paoli; Il Mio Fiore Nero, viene incisa nello stesso anno anche dalla ragazzina del Piper (Patty); Occhi di Ragazza è un brano fresco, veloce che viene preso in prestito e portato al successo dall’eterno ragazzone di Monghidoro (Gianni <3); Dolce Susanna invece è stata composta dal trio Dalla (musica)/Baldazzi/Bardotti (testo) per il buon Rosalino Cellamare e la troviamo come b-side del suo secondo 45 giri. 

È presente anche una meravigliosa cover di Stars Fell On Alabama, nella quale Dalla dimostra – e di che tinta – come il clarinetto sia il suo strumento prediletto, mentre tra Orfeo Bianco, Dolce Susanna, ABCDEFG e K.O. troviamo svariati esempi del suo meraviglioso gramelot, marchio di fabbrica della produzione musicale capace di alleggerire i brani quando necessario.  

In precedenza ho menzionato sia Gianfranco Baldazzi, che non ha alcuna parentela con il Truce [oddio la mano sul fuoco non la metterei mica ndr], che l’immenso Sergione Bardotti (al quale bisognerebbe costruire un monumento solo per il lavoro svolto con Chico Buarque, poco prima di Terra di Gaibola [ma di questo parleremo un po’ più là, ohhh sì che ne parleremo ndr]), ma ho omesso la terza gamba di questo spettacolare trio di scrittori, ovvero Paola Pallottino.  

Una squadra che, con l’aiuto di un musicalmente illuminato Dalla, stabilisce la rotta di quella che sarà la carriera del cantautore, l’inizio di un universo che comincerà ad espandersi e avere una dimensione artistica ed emotiva definita con il successivo Storie di Casa Mia, nel quale la punta di diamante è quella 4/3/1943 che ha come b-side proprio la già edita Il Fiume e La Città

Che altro aggiungere? Una semplice chiosetta: Terra di Gaibola è un disco da imparare a memoria in ogni suo passaggio, oggi avete il piacere di scoprirlo e apprezzarlo, o l’occasione ghiotta di ricordarvelo e riascoltarlo.  

Baciotti dal vostro Pillole