Bruce Springsteen – The River

Bruce Springsteen - The River

“We’d go down to the river / And into the river we’d dive / Oh down to the river we’d ride”

Quando ascolto The River, non posso fare a meno di pensare a quell’attacco con l’armonica – che sa tanto di America profonda e che ritroviamo due anni dopo in Nebraska – e al suo ritornello. Entra dentro come gran parte delle canzoni di zio Bruce e lo fa in quanto – a differenza dei suoi precedenti lavori – è molto autobiografico e tutti i brani sono estremamente personali. The River è ispirata alla storia di sua sorella Ginny – incinta all’età di 17 anni – e del proprio cognato Micky. Viene considerata una canzone di speranza, un inno ad essere positivi anche quando le cose non vanno per il verso giusto.

The River è una registrazione che ha tracciato la via per molte delle canzoni scritte da lì in poi. E’ stato registrato dopo Darkness On The Edge of Town. E’ stato registrato durante un periodo di recessione. La title-track è una canzone che ho scritto per mio cognato e mia sorella. All’epoca mio cognato lavorava nell’industria edile, perse il lavoro e dovette fare tanti sacrifici, così come la gente fa oggi.”

The River originariamente era un album di 10 brani chiamato The Ties That Bind – il brioso (esclusivamente nel ritmo) brano di apertura di The River stesso – il naturale seguito di Darkness On The Edge Of Town.

The Ties That Bind, Ramrod, Independence Day, Point Blank, Sherry Darling, sono brani esclusi proprio dall’ultimo album e ripescati per questo quinto album del boss.

Ma cosa c’è dietro la scelta di farlo diventare un doppio album? La necessità di trovare un legame, una coerenza tra le registrazioni. Il risultato è estremamente dilatato rispetto all’originale, ma si dimostra una scelta corretta – riesce inoltre a gettare le basi di Nebraska, album in controtendenza con quanto fatto sin lì da Springsteen. Si può perciò affermare che la grandezza di The River è nelle sue molteplici sfaccettature e nella capacità di svariare tra più generi tutti in un unico album come a dimostrare il suo repertorio dalla A alla Z.

Si ritorna in studio per altro materiale, The River prende forma con delle canzoni più “scure” – scritte successivamente alla title-track – creando un’alchimia decisamente bizzarra nel quale il tono alto e solenne si mescola al futile. Lo stesso Springsteen spiega l’ossimoro che caratterizza The River con queste parole:

“Il Rock and Roll è sempre stata gioia, quella felicità che a suo modo è la cosa più bella nella vita. Ma il rock è anche durezza, freddezza ed essere soli… finalmente sono ad un punto della vita nel quale ho raggiunto la consapevolezza che la vita abbia dei paradossi e ognuno di noi deve convivere con loro”.

Il boss scrive una delle pagine più importanti della sua carriera,  consolidando con forza quanto fatto soprattutto con Born To Run e Darkness On The Edge Of Town, dimostrando la sua capacità di cantare della gente, di far parte di loro, diventando di fatto il “cantante-operaio” per eccellenza. Questa capacità riuscirà a trascinarla nel palco grazie alla E-street band e alla sua carica dirompente.

Ne viene fuori un disco coeso, con numerose hit che diverranno cavalli di battaglia nei monumentali live del boss, come ad esempio Hungry Heart. Non tutti sanno che in origine fu pensata e scritta per i Ramones. Joey Ramone e Springsteen si incontrarono nel New Jersey, con il parruccone punk che chiese a Bruce di scrivere una canzone per la sua band. Nella notte il boss compone Hungry Heart, ma il suo managerJon Landau – memore di quanto accaduto con Because The Night (regalata a Patti Smith) chiese a Springsteen di tenerla per se. L’intuizione si è rivelata giusta, in quanto Hungry Heart è stato il singolo di maggior successo di Bruce – da lì sino a Dancing in The Dark – ricevendo numerosi apprezzamenti tra i quali quello di John Lennon nel giorno della propria morte.

 

Bruce Springsteen – Born In The U.S.A.

Bruce Springsteen - Born In The USA

Quando in un disco sono presenti 7 singoli, significa che il disco in questione è stato azzeccato in ogni suo brano. L’interpretazione oggettiva dell’album in tal caso rischia di inciampare su dei dati puramente economici che ne esaltano solamente la popolarità, oscurando in gran parte lo studio ed il lavoro certosino svolto dietro ad un capolavoro, banalizzando in maniera abbastanza grossolana una pietra miliare. E’ il caso di Born in the U.S.A., apprezzato dai buzzurri e snobbato dai palati fini solo perché troppo popolare.

E’ giusto soffermarsi su Dancing in the Dark, primo singolo estratto, un brano che ha stupito lo zoccolo duro dei fan del boss… dopo il lavoro volto alla ricerca di una essenzialità sonora, scarna e acustica in Nebraska, i sintetizzatori di Dancing in the Dark sono come l’ascolto di In A Gadda da Vida durante una funzione religiosa. Come spiegare questo cambiamento? Semplice! Il ritorno di Springsteen all’E-street band.

Dancing in the Dark è una canzone nata dal’ imposizione del produttore che voleva a tutti costi legare il nuovo disco ad una hit supermegaplanetaria… la frustrazione che il boss ha provato nel non ritenersi capace di scrivere un brano adatto alla causa la possiamo notare nel testo (“You can’t start the fire without a spark” –> “non puoi accendere il fuoco senza una scintilla”, è una frase abbastanza emblematica). Il premio Grammy ricevuto per Dancing in the Dark è la risposta ad ogni dubbio di Springsteen riguardo la sua capacità compositiva.

Il video è stato girato da Brian de Palma e ha avuto il merito di lanciare la carriera di Courtney Cox.

Born in the U.S.A. è il nome della canzone che da anche il titolo all’album, un brano nato due anni prima, durante le session di Nebraska, in chiave acustica. Il brano è una denuncia di Springsteen che cerca di evidenziare il disagio dei reduci della guerra del Vietnam, obbligati a partire per un conflitto inutile, veterani etichettati dalla società come inetti e sconfitti, un’inutile ascesso che zavorra l’ascesa di una economia esplosiva.

Inizialmente il brano avrebbe dovuto chiamarsi Vietnam, il titolo finale è stato scelto da Springsteen dopo aver ricevuto una sceneggiatura di un film di Paul Schrader intitolata proprio Born in the U.S.A.. Il ritmo incalzante, quasi da richiamo alle armi, e il titolo patriottico, hanno indotto molti a credere la canzone un vero e proprio elogio del paese, soprattutto Reagan ha travisato il contenuto della canzone tanto da usarlo all’interno di un proprio discorso elettorale. Naturalmente Springsteen non ha gradito.

La cover, oramai divenuta una icona internazionale,  è frutto del genio fotografico di Annie Leibovitz.