Elio E Le Storie Tese – ඒලියෝ සමඟ හුකපං කැරියන තුරු (Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu)

Elio E Le Storie Tese - Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu

ATTENZIONE: il linguaggio utilizzato per questo articolo potrebbe turbare il pubblico più sensibile. Consiglio perciò di non continuare nella lettura, se non apprezzate un lessico oltraggioso e triviale. Questo disco richiede un’immedesimazione tale che se non l’avessi raccontato in questa maniera sarebbe stato come tradire lo spirito di Pillole (sinceramente mi sono anche divertito a scrivere qualche cazzo qua è là).

L’esordio è col botto, un po’ per l’insieme dei brani che compongono questo primo disco, un po’ per la nomea della band di culto costruita minuziosamente tra: musicassette piratate, anni e anni di gavetta con performance eseguite nei circoli ed i club.

Insomma, una carriera che è un pot-pourri di caroselli, teatrini, satira, comicità e parolacce quasi mai gratuite (tranne nel caso di La Ditta), ma sempre funzionali alla risata: “un fregio all’argomento trattato nella canzone” come ci ricorda Rocco Tanica seguendo il dogma degli Squallor e – se volessimo fare un esempio più alto nell’immaginario musical-borghese-radical-chic – di Guccini con L’Avvelenata (canzone ispiratrice per Rocco).

Proprio il turpiloquio ed i testi privi di pudore minano la presenza nelle radio e nelle classifiche ad inizio carriera, salvo poi essere sdoganati pian piano col passare degli anni.

A differenza del luogo comune che avvolge gli Elii, la parolaccia non sempre risulta la soluzione prediletta, talvolta si percorrono rotte più elaborate, navigando in maniera divertita nelle acque tormentate dei doppi sensi con John Holmes (l’incipit è un tributo alla canzone di Mina Quad’ero Piccola) – senza scadere nel tranello della parola proibita che gli ascoltatori attendono per tutta la durata della canzone. Gli Elii dimostrano così come la loro cifra stilistica sia proprio quella della presa in giro nei confronti dell’ascoltatore.

Il doppio senso fa da padrone anche in Piattaforma, che vede la partecipazione della strepitosa e compianta Peev Agliato (alias di Paola Tovaglia, volto di Bim Bum Bam e doppiatrice negli anni ‘80, portataci via troppo presto) in un brano che dal vivo ha offerto anche il confronto tra Elio e Rocco nella parte di Papà ed Enzo. Ispirato a Je T’aime Moi Non Plus (come Veramon) ci delizia di perle memorabili come “Fremo a immaginarti tra i cateti” – modo carino per dire ti penso a 90° – lasciando intendere ad una storia di amore tra i due, salvo poi scoprire a fine canzone che la relazione è semplicemente tra padre e figlio.

Questo è solamente uno dei molteplici messaggi subliminali nascosti in un brano che definire meraviglioso è riduttivo, come ad esempio l’intro che dovrebbe appartenere a Cold Song di Klaus Nomi. Un senso di disagio assale chi l’ascolta per la prima volta, restando inerme e disorientato.

Un continuo trompe-oreilles che incide deciso nella forma canzone della carriera di Elio, con: frasi musicali apparentemente rubate da altre hit; citazioni e tributi posizionati in punti strategici per coprire potenziali plagi; scherzi continui che prevedono come fine ultimo un perculamento costante volto ad una interazione dell’ascoltatore.

Proprio l’ascoltatore è costretto ad concentrarsi sui continui giochi di parole per non perdere il senso della canzone, in un inganno perpetuo dalle mille sfumature. Carro ne è un esempio, un turbillon di modi di dire che insieme alla Donna Cannone – alla fine dei giochi – va ad infilarsi nel buco del culo di Nembo Kid. Ma anche Abitudinario che gioca sugli usi e costumi tipici della stra-grande maggioranza dei maschi nei momenti di solitudine, domande esistenziali dal peso enorme che alimentano i discorsi dei ragazzi da secoli. Oppure Silos che sembra ricercare la soluzione alla fame del mondo con gli occhi e la testa di un 14enne – che vede la doccia col binocolo – a capo della FAO.

Cateto è un altro brano epico che dimostra come il non-sense vada a confluire in una storia con una morale inappuntabile, che tra ghost-track, batterie contro-tempo e registrazioni al contrario, appare come una delle canzoni più complesse degli Elii.

“In Cateto uno dei temi è l’adagio per archi e oboe di Benedetto Marcello letto al contrario” racconta Tanica il tastiere, rendiamoci conto del livello tecnico di questi signori. Anche qui troviamo Peev Agliato che presta la voce alla donna d’Erba.

Cara Ti Amo resterà forse il brano più iconico, capace di rappresentare la morte della rapporto di coppia dopo poco tempo dalla nascita della relazione. Inutile approfondire il batti e ribatti tra Elio (donna) e Rocco (uomo), mi preme invece porre l’attenzione sul fatto che questo è l’unico brano live del disco, nel quale figura come guest alla batteria l’inossidabile metronomo svizzero Christian Meyer.

Detto ciò, lo scherzo più grande gli Elii ce lo schiaffano davanti agli occhi con quella copertina e con quel titolo incomprensibile e impronunciabile.

Cominciando dalla copertina, essa ritrae il prototipo dell’essere umano vitruviano del XX secolo, il “figlio del mondo” che corrisponde all’unione dei capelli di Raffaella Carrà, la bocca di Whitney Houston, il naso di Mike Tyson e la fronte di Michael Jackson prima del cambio colore.

Per il titolo invece, la storia vuole che gli Elii chiedendo ad amici cingalesi una dei pensieri più turpi da esprimere nella loro lingua, ricevettero in ritorno questa frase: Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu.

Ora la lingua dello Sri Lanka non prevede l’uso di parolacce, perciò è necessario costruire pensieri biechi accostando dei vocaboli dall’uso comune ad una immagine. Pertanto Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu può essere interpretato in due modi:

  1. “scoreggiamo e sborriamo nel nome di Elio”
  2. “chiaviamo fino a sborrare”.

La certezza sul significato della frase probabilmente non l’avremo mai, di sicuro la sua funzione l’ha svolta, perché come ha raccontato Rocco Tanica qui, due cingalesi intenti a passeggiare in piazza del Duomo, attratti dai caratteri tipici dello Sri Lanka, si sono avvicinati alla vetrina del negozio di dischi e dopo aver strabuzzato gli occhi sgomenti, se ne sono andati con disappunto.

Esaminare ogni singola traccia di questo album richiederebbe un capitolo a parte di pubblicazione (includo anche le transizioni con le interviste di Bisio e l’apertura/chiusura con gli Adolescenti A Colloquio che ci ricordano i bei tempi andati dello scambio delle figu e introducono all’ascolto del disco il pubblico oltre che salutare “affettuosamente” gli Skiantos e la loro Eptadone), certo che alcune sembrano pensate appositamente per mettere in difficoltà i ragazzini costretti ad ascoltare la cassetta con la mano incollata alla manopola del volume dello stereo per abbassare al momento della parolaccia.

Mi sono dilungato in maniera oscena.

P.S. 19 anni prima dell’attuale ministro Toninelli, i buoni e cari Elii hanno presentato l’idea di costruire delle autostrade per i giovani “Delle autostrade dove tutti cantino e ballino insieme”.

Profeti in patria.

 

Si ringrazia infinitamente il sito Marok.org dal quale ho attinto diverse informazioncine preziose. Pertanto, se voleste approfondire, consiglio vivamente di spulciarvi tutte le chicche che i ragazzi hanno raccolto.

http://www.marok.org/Elio/Discog/samaga.htm

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The Cure – Disintegration

The Cure - Disintegration

Se la cura è stata trovata, ha esaurito il proprio effetto e Robert Smith cade in una nuova spirale depressiva, differente rispetto a quella che l’ha colpito durante il periodo di Pornography, non per questo meno grave.

La reazione è quella di rituffarsi a capofitto sulle droghe lisergiche per non pensare alla crisi per il passaggio all’età adulta. Il passaggio ai 30 anni può rivelarsi più drammatico di quanto si pensi… sigh!

Oltre alla crisi del “chi sono, da dove vengo e cosa farò da grande” ci si mette anche la necessità di dare una sferzata ad una carriera che dopo Pornography ha avuto una deriva più popolare. Questo non significa che la musica dei The Cure si fosse magicamente trasformata in spazzatura, ma ha incentivato Smith a ri-considerare le proprie priorità, con l’obiettivo di alzare l’asticella nuovamente “nonostante tutti i miei sforzi, adesso siamo diventati tutto ciò che mai avrei voluto diventare: una rockband da stadio”.

Viene scritta la seconda pietra di quella che viene definita la Trilogia Dark, composta dal presente album, Pornography ed il più recente Bloodflowers. Nasce così Disintegration, la distruzione delle certezze costruite in 10 anni di carriera per rimettersi in gioco con un disco che i produttori a malapena sono intenti a pubblicare. “Pensavano che fossi ‘volutamente oscuro’, che era la citazione effettiva della lettera che ho ricevuto dalla Elektra. Da allora compresi che le aziende discografiche non avevano la minima idea di cosa fossero i The Cure e cosa cazzo significassero i The Cure“.

Per fortuna, aggiungerei, visto che il risultato è una sorta di piccolo Greateast Hits della band. C’è Lullaby, la ninna nanna creepy che tutti ricorderanno per il magnifico videoclip. È una canzone simbolica, che porta alla mente di tutti la paura del buio e del mondo notturno, ci sono molte storie dietro questa canzone, Smith sostiene di essersi ispirato a degli incubi ricorrenti durante la propria infanzia, probabilmente correlati alle storie che il padre era solito raccontargli, in pieno stile Pupazzo Gnappo (della serie “C’era una volta una principessa che morì, fine. Ora dormi, o muori se non lo fai”… allegria).

Altri sostengono – come Tim Pope (direttore del videoclip) – che Lullaby rappresenti un’allegoria del mondo delle droghe e delle dipendenze di Smith. Come tutte le cose probabilmente la verità sta nel mezzo, tipo il padre che drogava il figlio per farlo dormire minacciandolo di morte se non si fosse addormentato dopo una favola brutta.

Disintegration si presenta come un disco equilibrato e questo è frutto di un lavoro di precisione alchemica di Smith dedito a miscelare canzoni differenti, Lovesong ad esempio si dimostra fondamentale in questo, essendo completamente in controtendenza col resto “Questa canzone, penso induca le persone a riflettere. Se non fosse stata nel disco, sarebbe stato veramente facile etichettare l’album secondo un determinato umore. Invece Lovesong getta scompiglio nelle persone perché si domandano ‘ma cosa diavolo c’entra?'”. È una canzone importante perché dimostra come dopo anni, Smith sia riuscito finalmente a cantare una canzone d’amore, sentimento in qualche modo tenuto a distanza dalle proprie canzoni.

“La maggiorparte delle relazioni con la band fuori dalla band si erano sfaldate. Chiamare il disco Disintegration è stato un affronto nei confronti del fato, e il fato si è rivoltato. L’idea del gruppo come famiglia è finito con Disintegration. È stata la fine di un periodo d’oro”. Smith si riferisce non solo ai rapporti logori con gli altri membri, ma anche all’allontanamento di Lol Tolhurst, membro fondatore, bullizzato da tutta la band – fatta eccezione per Smith – durante tutte le sessioni di Disintegration al quale ha partecipato più come comparsa che altro.

Dovrei scrivere qualcosa su Pictures of YouFascination StreetPlainsong, la verità e che parlando anche di loro ne lascerei altrettante fuori… Disintegration è un disco da vivere a pieno, non è la disperazione di Pornography – quello scavare incessante e vorticoso nell’inferno personale – in questo caso ci troviamo in un limbo stupendamente musicato da delle intro rarefatte e apparentemente infinite, estese quasi in un loop di sintetizzatori e percussioni tamponate. Se Pornography era la sublimazione del lavoro di tre ragazzi come bandDisintegration è la rivendicazione di Smith a unico elemento determinante.

In qualche modo la cura ha fatto effetto.

The Cure – Pornography

The Cure - Pornography.jpg

“Avevo due scelte al tempo, ovvero: finirla definitivamente o registrare un disco su quello che stavo provando per tirarmene fuori.” 

Pornography è uno dei dischi più potenti che abbia mai ascoltato, in termini di intensità, di messaggio, di verità. Pornography è il mio disco preferito dei The Cure ed uno dei miei preferiti in assoluto, per il viaggio nel malessere interiore, nell’intimità più profonda dell’animo, cercando la bestia e affrontandola faccia a faccia tra il nichilismo ed il pessimismo, schivando l’inedia. Non può passare inosservato il verso che inaugura il disco, nella canzone ansiogena per eccellenza One Hundred Years “It Doesn’t Matter If We All Die“… parla pe tte Robbè 

“All’epoca, avevo perso ogni amico. Tutti, senza alcuna eccezione; perché ero incredibilmente odioso, terribile ed egocentrico. Per qualche ragione tutti questi elementi autodistruttivi della mia personalità mi hanno spinto a fare qualcosa”. 

La scelta di Robert Smith è aggressiva e coraggiosa, nonostante lo spettro del suicidio aleggi sopra di esso – come fosse qualcosa di inevitabile – per tutta la durata del disco in un viaggio nella disperazione assoluta. Non è un caso che i ritmi siano sempre più serrati di canzone in canzone, con l’incedere della sezione ritmica a scandire il tempo che passa, come se il demone fosse con il fiato sul collo della preda tra un’apocalisse (The Figurehead) e l’altra (Cold). 

“La miscela dei suoni che abbiamo costruito all’epoca è unica. […] abbiamo voluto suonare i nostri pezzi senza pensare a tutto il resto. Gradualmente, siamo giunti a Pornography, abbiamo raggiunto l’apice del sound che avremmo potuto raggiungere come band di tre elementi” Lol Tolhurst è chiaro su come la pensa e personalmente condivo il suo pensiero, Pornography è immenso nella sua alchimia tra le parti e nella credibilità del sound e dei temi trattati, genuinità che si smarrisce nei dischi successivi più costruiti e strutturati, meno ruvidi. 

Pornography è il disco della depressione per eccellenza, del dolore che ti distrugge o ti forgia, l’album da ascoltare quando si è tristi per non tappare il dolore in un antro ma lasciarlo vivere e sfogarsi come Tristezza in Inside Out. La pornografia è un concetto labile, nell’immaginario collettivo è associata a video zozzi, con zizze, chiappe, gigiabaffe e barbagiaffi in bella vista… tendenzialmente è quel qualcosa che noi riteniamo osceno, come osceno viene considerato il dolore.  

Smith lo spiega con le seguenti parole “Non è il soggetto ad essere pornografico ma è l’interpretazione che ne viene data”, la scelta del nome del disco è avvenuta come fosse la conseguenza di una terapia di gruppo, a seguito di un dibattito interno che ha mostrato tutte le sfaccettature legate ad un’idea “abbiamo discusso molto sul concetto di pornografia… sorprendentemente ognuno di noi aveva un’idea differente. […] per tanti la pornografia è legata a vecchi valori”. 

Pornography è liberatorio, una doccia fredda che tempra l’animo e sveglia dal torpore e dai cattivi pensieri, in fondo uno dei timori legati alla depressione è la paura di fallire di non ammettere i propri limiti crogiolandosi in essi, o addirittura non ammettere la depressione, considerata come un male osceno e sinonimo di debolezza.  

L’angoscia sale ma solamente comprendendo la depressione essa può essere scacciata e combattuta “avevo veramente intenzione di lasciare il gruppo. Volevo terminare l’ultimo disco e lasciare tutto quanto”, il malessere che ha accompagnato Robert Smith è scaturito in parte nel tour di oltre 200 giorni (che lo ha indotto a pensieri maligni) e ad un vero crollo nervoso in quanto non poteva concedere il proprio tempo ad altro. Sicuramente l’assunzione costante di LSD e alcool non ha aiutato a migliorare lo stato d’animo dei ragazzi; come se non bastasse, per risparmiare soldi i tre erano soliti dormire all’interno dello studio di registrazione, che giorno dopo giorno vedeva crescere la pila dell’immondizia negli angoli della stanza. 

Non è un caso che al termine delle registrazioni, la bolla di esasperazione sia esplosa e abbia portato alla rottura con Simon Gallup nella famosa rissa nel bar di Strasburgo (ne parleremo prima o poi… forse). 

Pornography si chiude con un messaggio di speranza – incluso nella meravigliosa title-track – che fa venire la pelle d’oca a chiunque lo ascolti, per la disperazione rinchiusa nel grido lancinante di Smith e per la consapevolezza della malattia che lo sta lacerando e che in qualche modo deve sconfiggere

I Must Fight This Sickness… Find A Cure“…

sappiamo tutti che la cura è stata trovata. 

Einstürzende Neubauten – Die Zeichnungen Des Patienten O.T.

Einsturzende Neubauten - Die Zeichnungen Des Patienten O.T.

Chiasso, rumore, catene, pantaloni di pelle e talco, gilet discutibili, caos allo stato puro senza apparente motivo. L’intenzione è quella di ricreare l’ambiente industriale dove l’ensamble di rumori – dissonanti – contribuisce ad una visione più ampia: il rumore è musica. 

Parole forti! Citando l’amato Kent Brockman, un’affermazione ardita che son sicuro possa far storcere più e più nasi. 

La provocazione è tangibile, forte ma non fuori luogo. Oggetti desueti come catene, bidoni, lastre di ferro, trapani e altri attrezzi – che potremmo trovare più in un cantiere che in uno studio di registrazione – vengono adoperati in maniera sapiente da ChungHacke, F.M. HeineitUnruh e Bargeld. Una provocazione che come scrivevo poco sopra, non è campata in aria, già John Cage si era cimentato con l’utilizzo di oggetti vari a fine compositivo (i più informati si ricorderanno della partecipazione di un allora allampanato Cage a Lascia o Raddoppia? nel quale – tra paperelle e bollitori – vinse una ragguardevole cifra e nel quale si esibì davanti ad un pubblico ed un Mike Bongiorno in visibilio).  

Capita perciò che durante questo periodo – definito il più industrial della band – il pubblico dovesse prestare particolare attenzione durante i live a non rimanere offeso dagli “strumenti” del tutto anomali. Sia mai che una scheggia finisca in un occhio, che la piastrella di ceramica tagli la gola di qualcuno e che le scintille non diano foco allo palco! Non si po’ perir de musica. 

Tornando a Cage, vorrei puntualizzare su un aspetto fondamentale: usa il rumore come base per l’improvvisazione, tanto che la sublimazione di questo concetto viene raggiunta con 4’33”, improvvisazione di natura differente ogni volta che viene presentata al pubblico in quanto è proprio l’ambiente che contribuisce all’opera per quei 4 minuti e 33 secondi… della serie Paganini non ripete bbelli!  

L’esatto opposto di quanto fatto dagli Einstürzende in questo loro secondo disco (che copierò ed incollerò solo una volta per evitare di rifarlo successivamente Zeichnungen des Patienten O. T.), si può quindi affermare che la strada battuta da CageEinstürzende sia la stessa fino a quando – alla biforcazione – uno ha girato a destra e l’altro a sinistra salutandosi con la manina. 

L’approccio degli Einstürzende è più casinaro, tant’è che lo stesso Blixa ricopre di urla ogni canzone “è giusto un periodo nel quale preferivo cantare in quel modo. Ogni tanto ci sono ancora delle urla, non sono emozionali ma solo colori tonali. Al tempo di Zeichnungen des Patient O.T. ho cominciato urlando senza pensarci minimamente su.” 

Non pensate male, ci sono degli accenni di strumenti più o meno consueti, come in Die Genaue Zeit (solo all’inizio del brano a dire il vero)… inutile fare un approfondimento brano per brano, cosa cazzo volete che vi dica… sarei uno scimunito se provassi a descrivere ogni singolo “brano”… ma lancio un messaggio alla comunità: checché ne pensiate non è inascoltabile come disco, non date troppo peso alle mie parole e non allarmatevi. Certo prendete il disco con le pinze perché… mhh, come dire… non è proprio il disco che consente la concentrazione o aiuta a raggiungere la pace con l’ambiente circostante.  

Ma c’è un aspetto affascinante e che rende questo lavoro magnetico, il ruolo di Blixa che con la sua voce, la sua cadenza ed il fascino perverso che esercita la lingua tedesca, si erge a sciamano di un nuovo mondo, apparentemente gelido e apocalittico. 

Blixa è capace di far apprezzare qualcosa di estremamente complesso, sostituendosi al santone di Age Of Empires e gridando a pieni polmoni un “Wolololo” capace di catturarci nel suo mondo di rottami, lamiere e spazi abbandonati. 

Nick Cave & The Bad Seeds – From Her To Eternity

Nick Cave & The Bad Seeds - From Her To Eternity

Entriamo nel vivo di questo ciclo di pubblicazione, incentrato su Nick Cave. Dopo aver trattato No More Shall We Part e Murder Ballads, facciamo qualche passo indietro per ripescare il primo lavoro con i Bad Seeds successivo alla parentesi iniziale con i The Birthday Party.

Inutile spiegare quale sia l’importanza di un disco come From Her To Eternity, sono veramente intenzionato ad evitare il pippone su quanto sia importante un disco blablabla… partiamo dal presupposto che ogni disco trattato in questa pagina ha una determinata rilevanza oggettiva e/o soggettiva, per le carriere degli artisti per le emozioni che hanno trasmesso al pubblico e altri parametri che non sto qui a ripetere.

Su un aspetto in particolare però mi soffermerei, su quanto fondamentale sia stato l’ingresso di Blixa il crucco nelle dinamiche cantautoriali del tossico capellone Cave; di fatto con Blixa, Nick Cave rivolta il suo approccio musicale come un calzino: “Bè, credo che non stavamo più calciando la gente sui denti [fa riferimento all’aggressività dei The Birthday Party ndr]. Voglio dire, è semplicemente cambiato il resto. Volevo essere più orientato ai testi e acquisire Blixa Bargeld dagli Einsturzende Neubauten nel gruppo ha fatto un’incredibile differenza. È un chitarrista estremamente capace di creare atmosfera e ciò ha dato modo di avere il mio spazio.”

Bad Seeds nascono dal rigurgito dei The Birthday Party, Cave e Mick Harvey iniziano il nuovo progetto e vengono raggiunti dal già citato Bargeld, Barry Adamson al basso e Hugo Race alla chitarra. Questa è la prima formazione de facto dei Bad Seeds, che come sapete tutti ha una formazione talmente tanto liquida da sembrare più un bordello che una band… il nome viene preso dall’ultimo EP dei Birthday Party, dopo aver utilizzato per qualche tempo il nomignolo The Caveman.

Le atmosfere in From Her To Eternity sono cupe, sporche, quasi tribali e grevi, figlie del circuito underground anni ‘80, quello che si contrappone in maniera netta e decisa ai sintetizzatori e alle pallette, alle estremizzazioni del glam anni ‘70. Non c’è la violenza dei The Birthday Party, Nick Cave compie un passo in avanti non indifferente in un percorso che lo porta ai giorni nostri, permeato da storie che definire sintetiche e allegre sarebbe tutt’altro che corretto. Ascoltare Nick Cave in questo periodo è come ascoltare il monologo dell’ubriaco al pub su quanto sia fottuto il mondo e le sue barbare declinazioni morali, tu lo ascolti e sai che in fondo un po’ di verità c’è, fin quando non ti chiede se gli paghi il conto e li scarichi il rosario di peccati che mannaggialama*$#@!”.

Perciò addentriamoci nel disco, per farlo in questo caso, il modo migliore è partire proprio dall’inizio, da Avalanche presa in prestito da Leonard Cohen e caricata di una intensità drammatica – rafforzata dalle imperfezioni vocali di Cave – ogni verso viene scandito con una attenzione maniacale (a differenza dell’originale nel quale Cohen sembra quasi far scivolare il testo su un letto di arpeggi) e accompagnato da una progressione ai tamburi da matti. Il legame – in termini di songwriting – tra Cohen e Cave è estremamente saldo, ed iniziare il nuovo corso della propria carriera con una canzone di Lenny è senza dubbio di buon auspicio.

Che dire poi dei singhiozzi sguagliati e del piano che aprono Cabin Fever? Poesia pura che Cave ci lancia con una violenza inaudita, come fosse in astinenza, senza il tempo di riflettere sulle parole, quasi in trans si è trascinati barcollando vorticosamente in un limbo di follia tra il chiasso stordito da pub. Nel caos possiamo cogliere il tocco di Bargeld, che si trascina dietro l’esperienza di Zeichnungen des Patienten O. T. ed introduce uno dei temi musicali più applicati dai Bad Seeds nella prima parte di carriera, quei canti marinareschi (nel gergo specifico chanty) – della tradizione marinara americana e britannica – che troviamo esplicitamente in Well Of Misery e più tardi anche in The Weeping Song, per esempio.

Un altro dei canoni della discografia di Cave coi Bad Seeds prende vita in questo disco: la murder ballad di Saint Huck (oltre che manifestare la fissa per i serpenti), racconta le ultime ore di vita del povero Huck, giunto nella tentacolare e tetra città colma di vizi e meschinità (non vi ricorda un minimo le atmosfere cantate da Tom Waits?). Un modo di interpretare la canzone differente rispetto a chi lo ha preceduto.

La bellezza di From Her To Eternity è il fascino senza tempo di un disco che sembra raccontare storie del 1800 nonostante ci siano riferimenti – seppur sparuti – alla società moderna, Cave diventa un narratore di storie, un Omero del XX secolo, più di un Dylan che rasenta la cronaca .

Nick è un racconta storie, un romanziere che pur di non tralasciare un dettaglio allunga la canzone finché non riesce a trasmettere l’idea che ha in mente, con un’emotività ed intensità rara. Ed è quello che succede anche nello stupendo brano di chiusura A Box For Black Paul, una malinconica ballata che – considerato come termina – possiamo annoverare tra le murder, nel quale l’ascoltatore viene rapito dal modo di cantare imperfetto e personale di Cave, trascinato per tutta la durata del brano, senza troppo dar conto alla durata del delirio del tossico.

Tom Waits – Rain Dogs

Tom Waits - Rain Dogs

Per quanto quell’uomo nella copertina di Rain Dogs sia maledettamente somigliante a Tom Waits – e lo abbia spesso pensato – non è lui. La foto è stata scattata da Anders Petersen negli anni ‘60 e ritrae Rose e Lilly.

Una somiglianza che trae in inganno, come quella che si ha ascoltando Rain Dogs, potrebbe apparire come una copia di Swordfishtrombones l’effetto sorpresa è svanito, ma si dimostra una perfetta prosecuzione, il secondo capitolo di depressione urbana, di storie dal mondo, solchi sul viso, dolcezza e sguaiatezza. Sembra di trovarsi in un carosello talvolta, mentre in altre perso nelle città notturne. Per quanto a parole possa apparire come un qualcosa di terribile, dal disco non traspare niente di drammatico né traumatico.

Rain Dogs si apre con Singapore, come a voler riprendere il viaggio terminato in Swordfishtrombones, l’idea di Waits è di “avere una mentalità a vicoletti, pronta a variare ma sempre con una accuratezza orchestrale”, come a dire voglio un caos ordinato. Per questo motivo Tommasino viene definito dai musicisti presenti alle sessioni di Rain Dogs come un jazzbo [jazz enthusiast ndr], disposto ad uscire fuori dagli schemi e mischiare elementi discordanti con melodie piacevoli. Non è inusuale l’utilizzo di vecchi brani ri-arrangiati sui quali Waits inserisce i propri testi, come con Clap Hands, che trae spunto da una canzone pop di Shirley Ellis (alla Little Eva per intenderci) e la trasforma in chiave jazz, oscurandola e scorporandola di fatto.

Cemetery Polka e Jockey Full of Bourbon continuano sul solco tracciato dal precedente disco, attenzione fondamentale alle percussioni e sonorità ricercate, a tal proposito Waits si dimostra scettico sui suoni campionati preferendo di gran lunga la ricerca diretta di un particolare effetto “Se voglio un suono, solitamente lo inseguo, lo uccido, lo scuoio e lo cucino. Cose che puoi fare con un bottone oggi. Perciò quando cercavo un certo tiro di batteria, il mio ingegnere mi dice ‘Oh per l’amor del cielo, perché sprechi il tuo tempo? Diamo un colpetto con un bastoncino a questa tazza, lo campioniamo e lo miglioriamo al mix, non ti preoccupare.’ Gli ho risposto ‘No, preferisco andare al bagno e colpire la porta con una staffa di legno di un metro [two-by-four dimensione standard delle assi di legno ndr]'”.

In generale la sensazione è che come in Swordfishtrombones ci siano due dischi distinti in uno, e l’aspetto curioso è che Rain Dogs e il suo predecessore hanno tante canzoni comuni tante quante sono le differenze all’interno dei rispettivi dischi.

Rain Dogs è stato scritto – nel giro di due mesi nell’autunno del 1984 – a Lower Manhattan “tra Canal Street e la Quattordicesima, a due passi dal fiume…. era un buon posto per me per lavorare. Estremamente tranquillo, fatta eccezione per l’acqua che veniva giù dai tubi ogni due secondi. Era come trovarsi in una camera blindata”. È un disco profondamente newyorkese e risente della scrittura in un’area come quella di Manhattan, la malinconia, l’ansia e il senso di sacrificio che sentiamo sovente nel disco (come ad esempio in Blind Love e Time) sono la conseguenza del trasferimento nella grande mela da parte di Tom e sua moglie Kathleen, un cambio non semplice per loro.

Per questo con Rain Dogs, Tom Waits ha voluto metaforizzare lo stato di smarrimento dell’essere umano, delle persone che nel dolore non hanno il senso dell’orientamento. Persone che dormono sull’uscio, di quelle che non hanno un posto fisico in cui stare, o peggio ancora un posto destinato a loro all’interno della società.

“Mi piace la pioggia. La uso parecchio come immagine perché mi sembra appropriata… mi piace cosa fa alle persone. È un’emergenza! Non riescono a controllarla e a tranquillizzarsi.”

La pioggia, lo smarrimento, la necessità di reagire alle avversità, lo spirito operaio, sono tutti gli elementi che conducono ad una serie di canzoni profondamente springsteeniane, se non ve ne foste accorti Rain Dogs a tratti sembra il terzo disco di The River: Downtown TrainHangdown Your Head (scritta a quattro mani con la moglie) e Union Square. Impossibile non notare anche alcuni spunti da Neil Young come in Blind Love, la seconda parte del disco sembra voler affacciarsi ammiccando a due colonne cantautorali dell’America del Nord, con una chiusura alla Tom Waits, come a voler dire “Hey ci sono anche io, mi riconoscete?” con Anywhere I Lay My Head. La consacrazione definitiva avviene proprio con questo disco.

Prima di chiudere come non nominare il cameo di Keith Richards in Rain Dogs? Presente con la sua chitarra in Blind Love, Union Square e Big Black Mariah “presi un paio di canzoni che volevo capisse e lo ha fatto. Ha una grande voce e ha portato un grande spirito in studio. È veramente spontaneo, è come un animale. Stavo cercando di spiegargli Big Black Mariah fin quando non ho cominciato a muovermi in un certo modo e lui ‘Oh, perché non ti sei mosso così sin dall’inizio? Adesso so di cosa stai parlando!’ Ha un istinto animale”.

Tom Waits – Swordfishtrombones

Tom Waits - Swordfishtrombones

Swordfishtrombones è un album veramente importante, non solo per la carriera di Tom Waits, ma per la mia esistenza e per il mio personale gusto musicale. C’è un prima e un dopo Swordfishtrombones, una pietra miliare che mi ha consentito di andare verso un’idea musicale più articolata, meno rigida degli standard popolari, fluida e contaminata.

In un certo senso anche per Tom Waits ha rappresentato uno spartiacque non indifferente, alzando il tiro e mostrando al mondo intero di non essere semplicemente l’interprete di ballate ubriache e malinconiche. Swordfishtrombones lo erge alla stregua di un poeta beat, capace di raccontare quella società e tipicità americana sotto gli occhi di tutti: il derelikt per intenderci. Questa formula ispirerà tanti dischi e tanti musicisti, perché ha tanta di quella carne al fuoco – cotta bene – che è impossibile non prenderlo ad esempio.  

Tom Waits scrive la colonna sonora di un album notturno, con atmosfere dettate da ritmi sincopati, chitarre a singhiozzo, sussurri, grida e lamenti sguaiati, marimba, campanelli, sintetizzatori, conga e ogni tipologia possibile immaginabile di percussioni suonate dal compianto Victor Feldman. 

Il disco si apre con una rivisitazione mentale di una marcia russa, composta da “una comunità di nani mutanti, con migliaia di scarponi che camminano contemporaneamente sopra una superficie di legno. Un coro di uomini che cantano, come su ‘Dr. Zhivago'”.  Questa è l’idea di Tom Waits sviluppata in Underground, un brano, che prima di questa visione, era stato pensato per essere la colonna sonora della nightlife newyorkese, quella dei vicoli fumanti e dei barboni che vivono tra mille difficoltà nei pressi dei binari della metro… una sorta di viaggio al centro della terra. 

Da una metropoli all’altra, con Shore Leave che tenta di traslare un classico pattern blues in salsa orientale, nel tentativo di adattarlo alle strade umide e claustrofobiche di Hong Kong nel quale il protagonista della canzone vaga sovrappensiero pensando alla moglie che tanto gli manca. Un clima, in qualche, modo tetro che viene proseguito in Dave The Butcher con uno strumentale da mattatoio horror 

Con Johnsburg, Illinois si torna al romanticismo del Waits che meglio conosciamo, con la dedica al luogo che ha dato i natali a sua moglie  “ho provato a dire tutto quello che avevo da dire in un verso. Ci sono delle volte in cui lavori ad una canzone ripetendo nel secondo verso ciò che hai detto nel primo. Perciò ho pensato fosse più appropriato se si descrivesse la sensazione che un marinaio proverebbe in un café ovunque, aprendo il portafoglio e mostrando accidentalmente al tizio vicino la foto mentre sta parlando di altro, dicendo ‘Oh sì, è lei’, e poi chiude il portafoglio e lo ripone nella tasca.[…] ho cercato di riagganciarmi al concetto che ho cantato in Shore Leave.

È un disco che evidenzia la mancanza, l’essere persi nel mondo o semplicemente nel fondo di un bicchiere, come in Town With No Cheer “Questa non è una canzone d’amore. È una canzone su un tizio che non riesce a rimediare un drink!”, in risposta alla moglie che pensava fosse una canzone d’amore su una vecchia fiamma del nostro Tommaso Aspetta. In questo caso si è catapultati in un altro continente (in Australia per la precisione) in una miserabile città che ha deciso di chiudere l’unico bar presente, perciò quando Tom ha letto la notizia, non ha trovato di meglio da fare che scrivere una canzone sul misfatto. Fortuna che a chiudere il lato A ci sia un vero e proprio inno alle piccole cose, come In The Neighbourhood, quasi a ristabilire la normalità che la miserabile cittadina australiana ci aveva tolto. 

Il lato B comincia con un Tom Waits all’harmonium in Just Another Sucker On The Vine che fa un dolce tributo a Nino Rota con il secondo strumentale del disco “Ho provato a dipingere due fratelli italiani, in un piccolo circo, al trapezio. Uno di loro con una bottiglia di Ten High. Lanciandosi insulti in aria ogni volta che le loro traiettorie si incontrano”.  

La malinconia ritorna a dominare la scena con il confessionale da bar di Frank’s Wild Years, nel quale il protagonista è intento a spiegare – nel pieno rispetto della filosofia da quarto bicchiere – come siano le piccole cose della vita ad indurti alla pazzia, al contrario di quanto si pensi. Il morale si alza nel ritmo da club de l’Havana tirato su a dovere per Swordfishtrombones, una title track capace di mantenere le caratteristiche peculiari dei brani precedenti, descrivendoci il protagonista come un qualcuno “venuto dalla guerra con un’idea di party nella testa”. 

È un circolo vizioso quello descritto nel disco, non si può definire né il ciclo dei perdenti, nemmeno degli sconfitti; può essere identificato però come il ciclo della normalità, delle persone con i pensieri, quelle schiacciate dai fardelli quotidiani. Ognuno ha la propria storia affascinante alle spalle, ma nessuno è troppo interessante per essere definito speciale. In un alternarsi continuo di brani ritmati (come nel caso di Down, Down, Down e Gin Soaked Boy) e ballate (Soldier’s Thing) sino alla tenera conclusione di Rainbirds uno strumentale al piano che va a sancire la fine del ciclo di avventure dei nostri protagonisti, l’alba del nuovo giorno con gli uccelli che cantano e che portano il nostro ad una nuova avventura.