Depeche Mode – Black Celebration

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I Depeche Mort devono questo triste soprannome a Black Celebration e all’alone di tristezza e oscurantismo che ammanta questo splendido disco.

Ma come? Prima facevano i (s)fighetti a tutto spiano – con permanenti orrende e tinte da far impallidire maestri del gusto come Fabio Lanzoni – ballando come Jessi Malò e ora fanno i depressi che si appoggiano le lamette sui polsi per dimostrare quanto sono ganzi. Già da così a così (immaginate che io volga il palmo della mano dall’alto verso l’altro mentre lo leggete), un cambiamento figlio di Alan Wilder, che farà la fortuna di tutti i successivi dischi (sì, verranno raccontati anche degli altri). La verità è che i quattro ragazzetti sono sbocciati, la pubertà è alle spalle e saggiamo la loro maturazione artistica già dall’intro della title-track – a la Tubular Bell di Mike Oldfield – che non lascia presagire un clima di allegria all’ascoltatore.

La sensazione è di trovarsi dinanzi i Cure di Pornography con un’elettronica a fare d’atmosfera al posto delle chitarre, ed una crescente turba che avvolge la band. Fly On The Windscreen continua sul file rouge tracciato da Black Celebration “La morte è ovunque, ci sono le mosche sul parabrezza”, la toccata di palle parte naturale come a scongiurare ogni pericolo, il tempo di allentare la presa che la canzone si aggancia ad A Question of Lust, tipico singolo da pomiciata al ballo delle medie anni ‘80. Martin Gore alla voce ci regala attimi da pelle di cappone che continuano con Sometimes (un brano con un coro alla Nevermind in Queen II).

Proseguendo cominciamo a comprendere l’evoluzione dei DepecheA Question of Time è convulsa e più dentro le dinamiche di questi Depeche, rispetto ad esempio al pop romanticone di Question of Lust – con chiari retaggi passati. Una questione di tempo, in quanto la protagonista della storia è una quindicenne ed il tema è quello della pedofilia, sempre per confermare la scelta di argomenti allegri. Il videoclip viene girato da Anton Corbjin – con il quale la collaborazione sarà sempre più proficua – che avrà modo di costruire l’immagine adeguata alle nuove sonorità dei Depeche Mode.

Sicuramente il clima greve del disco è conseguenza di un parto tribolato da parte dei Depesci: la voglia di separarsi, seguita dalla necessità di rifondare un suono che avrebbe rischiato di far crollare il baraccone – come per la grande maggioranza delle band elettroniche del tempo – incidono sullo status mentale dei ragazzi. La ricerca spasmodica della perfezione spinge ad un accanimento nei confronti di Stripped – sulla quale Wilder e Gore spendono 3 settimane.

Stripped è una figata ed è il brano per eccellenza nel quale la campionatura viene utilizzata nel pieno delle sue potenzialità: il suono del motore di motocicletta, i fuochi di artificio e l’accensione della macchina. Diventano tutti dei suoni assemblati armoniosamente, l’ascoltatore difficilmente si accorgerebbe di una soluzione del genere se non lo sapesse.

Si termina con New Dress, come ad indicare il nuovo vestito che la band ha deciso di indossare. Troviamo in Black Celebration il crocevia della carriera dei Depeche Mode, ma anche un modo per comprendere l’ennesimo volto dell’elettronica che negli anni ‘80 sembra aver definito ampiamente i propri limiti esaurendo le proprie cartucce di li a poco.

Depeche Mode – Ultra

Depeche Mode - Ultra

Nono album per i Depeche Mode, il primo senza Alan Wilder, il 1997 è considerato l’anno della rinascita del gruppo, e non solo. Dave Gahan, dopo aver tentato il suicidio negli States nel 1995, nell’anno seguente è stato dichiarato morto per 3 minuti dai suoi soccorritori per colpa di una overdose da speedball (sempre negli States, precisamente sempre in California, stato più rigido della signorina Rottermayer). La nuova esistenza lo pone di fronte ad una scelta da fare: dire stop alle droghe o essere espulso dagli Stati Uniti.

La disintossicazione funziona e Gahan torna più forte che mai, anche se il disco risulta veramente dark. I testi di Gore e le vicissitudini passate recentemente culminano nella definitiva maturazione musicale della band, poliedrica mescolanza di stili che dimostra quanto di straordinario fatto sinora da questo gruppo. Banale da dire ma invecchiando migliorano.

Come anticipato la band non vive uno dei suoi miglior periodi: Wilder ha mollato; Gahan è resuscitato; Fletcher è depresso. All’appello manca Martin Gore che, autore di tutte le canzoni, da buon leader qual’è ha preso in pugno la situazione e ha portato gli altri due membri a registrare.

Barrel of a Gun è la canzone d’apertura ed il primo singolo estratto dall’album, con un sound molto industrial e pesante correlato ad un videoclip cupo, girato in Marocco, che ci mostra un Dave Gahan che gira per un locale come un’anima in pena, il tutto mentre Fletcher e Gore se la dormono beati (alcuni hanno voluto interpretare questo video come una sorta di tributo allo stato di morte apparente del cantante, cosa peraltro non confermata da nessuna fonte ufficiale).

La canzone forse più rappresentativa dell’album però è Home perché vede il ritorno al microfono di Martin Gore (ultima performance in One Caress) ed è una ballata molto toccante che mi ha fatto scoprire i Depeche Mode in tenera età e mi permetteva di fare il figo con i compagni di scuola che ascoltavano 883 o altri gruppi scrausi. La tristezza, trasmessa non solo dalla canzone, sta nel fatto che ho sempre pensato che, nel videoclip, il tipo che gira per le case – e va a visitare le famiglie consolandole – fosse un fantasma di un familiare o un caro morto da poco tempo, ma sono stato smentito… a quanto pare è un Alieno (ho interpretato per 15 anni un video a cazzo).

Altri singoli di gran spessore presenti in questo lavoro sono It’s No Good e Useless entrambi i videoclip sono stati diretti da Anton Corbjn (così come per Barrel of a Gun), mentre per quanto riguarda la copertina del singolo di Home, l’artwork è stato disegnato dalla figlia di Corbjn.