Yo La Tengo – May I Sing With Me

Yo La Tengo - May I Sing With Me

Tante volte mi maledico… scelgo degli album stupendi per i quali però è difficilissimo reperire informazioni.

Come si fa in questi casi?

Bé, vi do 2 opzioni:

1) o vi fidate di me incondizionatamente e leggete comunque la sbobba farcita di cazzate che vi propongo (magari cominciando ad ascoltare questa perla selvaggia di inizio anni ’90);

2) oppure saltate direttamente ad un altro articolo (se avete scelto questa opzione, vi saluto… “Au revoir Shoshanni!”)

Avete scelto opzione 1, bravi. (mi inventerò qualcosa, tranquilli, mi inventerò qualcosa… GOOSFRABA)

May I Sing With Me – oltre a palesare una preoccupante auto-burocrazia negli yolitenghi che si domandano se possono cantare per loro stessi – segna uno spartiacque nella carriera di Kaplan e soci: il quinto album è quello della reale maturità artistica, del bilanciamento tra paesaggi sonori e testi. Inoltre è caratterizzato dal fondamentale ingresso del bassista James McNew, divenuto il terzo piede definitivo dello sgabello Yo La Tengo (che vede nei coniugi Kaplan e Hubley la struttura portante).

L’album suona ancora oggi come qualcosa di fresco, godibile, attuale, nei suoi 53 minuti e rotti, scorre meravigliosamente bene e getta le basi di quel capolavoro che prenderà il nome di Painful, con la chitarra che costruisce riff compulsivi tra Neil Young, Husker Du e J Mascis (soprattutto nella meravigliosa, delirante, [frenc] zeppa di feedback e di carogna, Mushroom Clouds Of Hiss) o accordi che richiamano a tratti i Penguin Café per la loro morbidezza e raffinatezza.

L’alternanza tirata in ballo prima, non è conseguenza solamente dei paesaggi sonori, ma anche delle voci di Hubley e Kaplan capaci di dipingere atmosfere diametralmente opposte (essendosi spartiti il disco a metà nelle composizioni con 5 e 6 pezzi a testa), in una serie di canzoni che rimandano agli anni ‘80 – agli Stone Roses per esempio – senza però apparire datate.

Un disco perciò paragonabile ad uno Zocchihedron, che probabilmente deve questa sua ampia sfaccettatura armoniosa alla carriera di Kaplan di navigato critico musicale, capace di attingere sapientemente dal calderone dei propri ascolti e mesciarli con una capacità non indifferente (caratteristica non affiorata a pieno nei lavori precedentemente registrati).

May I Sing With Me è un disco meraviglioso, capace di rallegrare le giornate con il suo sound e con la giusta armonia raggiunta da Kaplan e soci al quinto tentativo.

Può essere considerato un disco di riferimento che ha fatto scuola a tante delle band cresciute negli anni ‘90 per lo stile e la classe che lo contraddistingue.

Non c’è tanto da raccontare su quest’album, perciò vi chiedo di perdonare la mia stitichezza nell’articolo, giurin giurello, non è pigrizia! Posso però considerarmi felice di aver potuto condividere con voi May I Sing With Me… spero avrete modo di apprezzarlo quanto me.

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Björk – Post

 

Bjork - Post

Sembra discorso sciocco e sottostimato, ma mettersi in testa di fare una cover e realizzarla come Cristo comanda, non è un gioco da ragazzi. Badate bene, non intendo mettersi nei panni di una cover band e scopiazzare nota per nota un brano, la carta carbone non va più di moda. No, no, no, qui si parla di artisti che prendono una canzone e la modellano a propria immagine e somiglianza.

Ecco, tra i tanti meriti di Björk annovero proprio la capacità di rimettere mano al classico di Betty Hutton It’s Oh So Quiet – che per essere del 1951 risulta immensamente più ansiogeno della versione della nostra tappetta islandese preferita –rendendolo immensamente più armonioso ed empatico. E poi diciamocela tutta, quant’è maravilioso lo video de Spike Jonze?

Tanto! Mi rispondo da solo e mi stringo persino la mano.

Diciamo che lo regista ha una discreta bravuzia nell’imprimere su pellicola videoclippi musicali e longometraggi. Ma anche Björka è stata braverrima nello scegliere i registi, visto che il buon Gondry le dirige HyperballadArmy Of MeIsobel…  insomma, va sul sicuro.

Ok, possiamo tornare a scrivere in una lingua comprensibile, che ne dite? [Cristo! Cerco di rompere la quarta parete ma datemi una mano anche voi!]

Passiamo a Post, [buffo come questo post sia su Post… una sorta di Post al quadrato. Ok mi sopprimo] uno tsunami all’epoca, che piazza Björk nella lista delle musicanti più fighe del momento, voluta e bramata da tutti.

“Le persone con le quali ho collaborato sono le stesse che andavo a vedere nei club di Londra. Conoscevo ognuno di loro da molto prima che cominciassimo a lavorare insieme”.

Ordunque, sviscerassimo Post dal punto di vista musicale, diremmo che fotografa perfettamente le sonorità del tempo – ed in questo tributiamo il merito a Howie BTricky (fiamma della Björkina all’epoca dei fatti) e Nelee Hooper [questi ultimi due facenti parte di The Wild Bunch di Bristol] – in alcuni brani apparirebbe imbolsito, in altri tutt’ora snello, fluido e piacevole, ma non stiam qui a dare pareri personali.

Gran parte delle tracce vocali sono state registrate alle Bahamas, presso i Compass Studio, tanto che la barrettiana Cover Me ha avuto una sessione di registrazione all’aperto, sotto il cielo stellato dell’isola caraibica. L’audio trasuda un misticismo molto marcato che non risulta in altri brani di questo album.

Post è stato fortemente influenzato dalla distanza dalla mia casa, in un paese dove ognuno crede che tu sia matto”. Il titolo dell’album è un gioco di parole pensato dalla nostra Björkina, che per Post intende sia la posta (una missiva che manda ai propri cari in Islanda), ma anche un modo per evidenziare che tutti i brani sono stati scritti a Londra, dopo aver salutato la propria patria.

“Quello che ho sempre saputo è che avrei registrato due album e li avrei chiamati Debut e Post. Prima e dopo. […] Ho chiamato il disco Post anche perché nella mia testa volevo mandare indietro in Islanda le canzoni in una lettera. Perché è stato un salto nel vuoto trasferirmi lontana dai miei cari, i miei amici e tutto quello che mi circondava”.

Quel che Post ha lasciato a Björk è una enorme tensione emotiva, culminata nell’aggressione ad una reporter (di cui potete tranquillamente trovare i video sul tubo) ed un tentativo di omicidio con pacco bomba da parte di uno stalker. Situazioni che hanno spinto la nostra a fuggire dalla sua base a Londra.

Quel che Post ha lasciato a noi, è un qualcosa di meraviglioso, dalla copertina spettacolare (foto scattata dal fidanzato dell’epoca Stephane Sednaoui) e dalle tante canzoni da tenere nel cuore e nella mente. Forse Post è l’istantanea più brillante della carriera di Björk.

Portishead – Dummy

Portishead - Dummy

Che la storia del trip-hop bristolino fosse la summa del destino incrociato di più personaggi lo si era carpito ampiamente (presumo), ma la caratteristica che rende divertente raccontare ciò che si cela behind the scenes è l’ispirazione reciproca che alimenta il fuoco sacro dell’arte. 

Se con i Massive Attack e Tricky abbiamo affrontato un certo trip-hop, con i Portishead ci troviamo in una terza variante del genere, nel quale l’atmosfera jazzy-sofisticata subentra garantendo cupezza, malinconia e noir fortemente cinematografico. Difficile non scrivere di Dummy senza lasciar trasparire nessuna emozione o senso di magnificenza.  

Portishead nascono dall’incontro tra Beth Gibbons e Geoff Barrow, già collaboratore dei Massive e di Trickytraps, un musicista di noto spessore chiamato a collaborare anche con Depeche Mode e Paul Weller, mica bruscolini! Il nome è semplicemente preso in prestito dalla loro città di provenienza ad una manciata di km da Bristol. Creatività al potere! Fortunatamente, quella non utilizzata per la scelta del nome è stata sapientemente dirottata sui brani. 

Bon, la prassi stabilita per essere creativi al 100% è la seguente: Adrian Utley (il chitarrero) e Geoff Barrow vanno in studio a suonare con Clive Deamer (il batterista turnista), registrano ed estrapolano le parti migliori, che vengono trasferite su vinile per essere scratchate 

In questo modo i Portishead sono in grado di imporre il proprio timbro certificato ai brani; in seguito la Gibbons aggiunge in autonomia le proprie linee vocali – studiando le soluzioni più idonee – ed aggiungendo solamente al termine di tutto questo il testo.  

Ora, il procedimento può apparire un filo strambo, ma la consuetudine dei ragazzi di Bristol è proprio quella di prendere in prestito degli stralci di canzoni e metterli in loop creando un tappeto sul quale poi – in questo caso – suonano Adrian e Barrow 

La lista presente in Dummy è bella lunga: di Glory Box abbiamo già parlato, un sample da Ike’s Rap II di Isaac Hayes, presa in prestito da Tricky per Hell Is Round The Corner… ciò che forse non sapete è che John Martyn fece una cover della versione dei Portishead (si sta configurando una situazione alla Inception); mentre la bellissima Sour Times va a ripescare da un classicone di Lalo Schifrin, The Danube Incident che figurava nella colonna sonora di Mission Impossible (la serie, quella del 1969) e che è stata utilizzata anche da Neffa… (Neffa? 😮 sì Neffa in Strategie Dell’Universo registrata con Deda suo collega nei Sangue Misto, sapevatelo). Ma non finisce mica qui! Perché c’è I’ll Never Fall in Love Again di Johnnie Ray in Biscuit (che viene pitchato tanto quanto basta per renderlo il Maurizio Seimandi di Dummy), o le trombe in Wandering Star nel loop catturato da Magic Mountain di Eric Burdon con i War, oltre che Elegant People dei Wather Report in Strangers. Tanta roba e un grande gusto nello scegliere i pezzi e renderli adatti alle proprie esigenze.  

“Sono veramente nervosa al pensiero che la gente che ci ascolta, possa vederci [potete notare il livello di timidezza di Beth in alcuni video che riprendono le prime apparizioni televisive dei Portishead ndr]. Insomma, non siamo una forza dominante, non mi piace quando le band salgono sul palco e dicono ‘Hey guardateci e divertitevi’, magari non vuoi divertirti, potresti voler star male”. Beth inquadra bene la dicotomia degli anni ‘90 tra chi predilige essere introverso rispetto a chi vuole divertirsi a tutti i costi, quasi a voler stigmatizzare questa leggerezza sbandierata da chi produce musica frivola. 

“Quando sono sul palco penso spesso di voler scrivere canzoni che comunichino alle persone, l’altra ragione per cui le scrivi è il sentirsi frustrato ed incompreso dalla vita. È qui che scatta il meccanismo, quando pensi che la gente abbia compreso il messaggio che si cela in esse, ma realizzi che non hai comunicato un bel nulla – e sei stato trasformato in un mero prodotto -, allora lì ti senti più solo di quando hai cominciato tutto quanto. La musica è una cosa spirituale, dovrebbe essere trattata come tale [leggete quest’ultimo passaggio alla Osvaldo Paniccia ndr]”. 

Anche in questo caso sono in cerca di una chiusura degna dell’articolo, [mi ergo un po’ all’He-Man di turno che a fine puntata fa la morale e insegna la differenza tra bene e male ndr] ma più di due righe non riesco proprio a partorirle. Ok, mi metto in modalità Zoltar e vi sparo una perla per i poster(i). 

Credo che i Portishead abbiano rappresentato la diversità nella diversità. Il trip-hop ha avuto un’influenza importantissima sul modo di concepire musica dalla metà degli anni ‘90 in poi, nonostante il successo conclamato dei ragazzi di Bristol, nel corso del tempo hanno dimostrato bravura e una capacità – da non sottostimare – di non montarsi la testa, restando fedeli alla propria idea musicale, senza vendersi al mercato pe’ du spicci.  

Tricky – Maxinquaye

Tricky - Maxinquaye

I fuck you in the ass, just for a laugh
With the quick speed I’ll make your nose-bleed
I ride the premenstrual cycle

Tricky si erge a poeta metropolitano del 1995, tra Scatman e Corona (veri mattatori delle estati italiane), con queste frasi sussurrate delicatamente e colme di charme in Abbaon Fat Tracks. Serve altro per catturare la vostra attenzione? Porcellotti che non siete altro!

Per spiegare questo disco dobbiamo però fare dei passi indietro fino al 1992 e all’incontro con l’allora diciassettenne Martina Topley-Bird (con la quale concepirà una figlia durante il periodo di Maxinquaye), quando Tricky la sente cantare poco distante da casa sua, appoggiata ad un muretto… un colpo di fulmine, che si rivelerà molto utile, considerata la volontà di tirarsi fuori dalla continua collaborazione con i Massive. Anch’esso ex The Wild Bunch, ha collaborato con il trio bristolino in più di un’occasione, ma è ora di mettersi in proprio e la piccola Martina appare l’occasione giusta al momento giusto.

Lasciandovi intendere il talento cristallino della Topley-Bird, nei brani che la vedono come protagonista di Maxinquaye [Pumpkin’ è cantata da Allison Goldfrapp dei Goldfrapp e You Don’t da Ragga ndr], le sue tracce vocali sono quasi tutte buone alla prima, lasciandosi andare e cantando istintivamente. Tricky era proprio alla ricerca di una cantante – con un’estrazione sociale differente dalla sua -che interpretasse in maniera distaccata i suoi brani autobiografici, .

Il disco si rivela un viaggio stordito nella Londra degli anni ‘90, non solo quella delle droghe, del sesso e dei club. Dobbiamo smettere il paraocchi per vedere in Maxinquaye uno spaccato sociale di tutto punto, ma soprattutto un tributo a Maxime Quaye, madre defunta di Tricky.

È un lavoro che vive del passato – come per Aftermath brano proposto nel 1993 ai Massive ma rifiutato – senza troppo adagiarvisi, la splendida Hell Is Round The Corner ad esempio vede la campionatura in loop di Ike’s Rap II di Chef Isacc Hayes. Non vi sembra familiare? Se vi dicessi Glory Box dei Portishead? 😀

Il senso di deja vù non si ferma certamente qui, ma continua nella versione 2.0 di Karmakoma – presente in Protection sempre dei Massive – divenuta Overcome. In quest’ultimo brano c’è una chiave di lettura più profonda di quanto lasciassero intendere le parole “Non parla solo di sesso. Anche gli stralci che parlano di sesso, non parlano di sesso veramente. Prendete Overcome You and I walking through the suburbs/ We’re not exactly lovers‘ e poi “And then you wait/ For the next Kuwait‘. Potresti camminare mano nella mano con la tua fidanzata e contemporaneamente il Kuwait venir bombardato. Riguarda quello che accade nello stesso momento, ho cercato di essere tridimensionale, riguarda il mondo. E suppongo ci sia tanto sesso ed altrettanta violenza nel mondo. Io e Martina siamo dei documentatori, ecco cosa siamo. Documentiamo la situazione attorno a noi, violenza, morte, sesso, denaro e altre asperità del mondo”.

Il fatto che Tricky attualmente consideri tutto il disco un’enorme cagata pazzesca la dice lunga sul personaggio e sull’approccio di chi nasce con l’intento di distinguersi. Il fatto che Maxinquaye sia diventato più un disco pop – nell’accezione più larga del termine – e la voce di Martina Topley Bird sia diventata un riferimento da copiare, ha spinto Tricky a ripudiare il suo più grande successo “il successo ha trasformato Maxinquaye in un disco da ascoltare mentre si prende il caffè al tavolo”.

Il giudizio è comprensibile ma troppo severo, certo che il bombardamento mediatico può aver esasperato il giudizio su un disco enorme che ha toccato vette mai più raggiungibili da Trickytraps, ma gli ha concesso anche un credito imperituro per tutte le opere prodotte da lì in poi.

Vorrei dirvi tante altre cose, ma purtroppo mi sono dilungato veramente troppo, giusto per chiusa e per riempire un grado di separazione all’interno del ciclo di pubblicazione ricordo a tutti che Björk e Trickytraps ebbero una tresca, tra Post e Nearly God (secondo lavoro di T.)… insomma lui ci stava bene con lei, lei un po’ meno e alla fine l’ha pisciato.

Saluti.

Massive Attack – Mezzanine

Massive Attack - Mezzanine

Per entrare in modalità trip-hop è doveroso rilassarsi, sedersi comodamente per lasciarsi trasportare dai tempi dilatati che i collettivi di Bristol ci hanno regalato negli anni. 

Chi di voi non ha ascoltato fino alla nausea questo disco smarrendosi in Teardrop, Black Milk, Angel, Exchange e Inertia Creep? Chi non ha consumato Mezzanine nel proprio lettore cd? Nello sciagurato caso nel quale non l’abbiate fatto, avete tutto il tempo per rimediare. 

Mezzanine è un disco apicale per la carriera dei Massive, l’asso viene calato al terzo tentativo e dopo 15 anni di collaborazione iniziata con il collettivo The Wild Bunch – il minimo comun denominatore tra Vowles, Marshall e Del Naja – rappresentando una sorta di allenamento prolungato per raggiungere il giusto equilibrio e un’idea musicale (con)vincente. 

Questa volontà costa l’abbandono di Vowles, in un turbillon di tensioni esplose per le decisioni imposte da Del NajaMarshall come l’ingresso delle chitarre elettriche (con un cambio palese del sound rispetto al passato, vissuta dall’esodato come un tradimento della propria identità e manifesto musicale), alla quale si aggiunge la classica goccia che fa traboccare il vaso affidando la voce di Teardrop ad Elizabeth Fraser (ex Cocteau Twin) anziché Madonna, sponsorizzata caldamente dallo stesso Vowles. 

Con quest’ultimo screzio Mushroom si toglie dalle palle non appena Mezzanine va a scaffale, nonostante Neil Davidge produttore – nonché membro anch’esso di The Wild Bunch – confermasse la bontà dell’intuizione di Del Naja Marshall “è il primo disco ‘very Bristol‘ dei Massive. Blue Lines e Protection è come fossero nati a Londra, non a Bristol… insomma Mezzanine ha quella roba post-punk, quell’altra reggae, un po’ di jazz, funk e perché no prog-rock… è un guazzabuglio di tutte le influenze dei membri della band, me incluso. Sembra il risultato perfetto del lavoro condiviso di tante persone.” 

L’elenco della spesa che Davidge fa, aiuta a capire e discernere un pensiero condiviso da Marshall e Del Naja, che percepivano in Protection un disco più affine ai gusti di Mushroom, non che lo disdegnassero ma – probabilmente – se i Massive avessero continuato per quella strada si sarebbero arenati in un limo difficilmente superabile. Il ripensarsi, introducendo elementi da band live, ha reso i Massive ciò che sono oggi. Non a caso in Risingson troviamo una campionatura – seppur di 10 secondi – di I Found A Reason, come a voler legittimare l’apertura verso quell’idea che ha allontanato Mushroom, ma ci sono anche esempi più eclatanti come in Dissolved Girl. 

La gestazione di Mezzanine è dilatata – tre anni di raccolta e sviluppo delle idee – tra sessioni di registrazione svolte tra Bristol, Londra e Cornovaglia, nelle quali Del Naja ha preso le redini del gruppo diventandone di fatto leader. Il cambiamento è alla base del progresso, accogliere la diversità aiuta questo processo, Del Naja racconta come abbia in qualche modo pesato lo spostamento di equilibri “si dimentica quanto intensamente abbiamo lavorato insieme. Mi capita veramente spesso di sognare di lavorare ancora con Mushroom“. 

Mezzanine è un disco di rottura [di coglioni se non siete pronti ad affrontarlo] col passato, un nuovo inizio che ha catapultato i restanti Assalti Massicci a ridefinirsi, perché in fondo i Massive Attack non sono un gruppo come un altro, ma come dice Del Naja “i Massive Attack sono sempre stati un’idea”. 

P.S. ah Del Naja è Bansky… ora questo articolo è super-indicizzato e prenderò big likes e big money per lo scoop ricicciato ogni 3 mesi da qualsiasi testata web. 

P.P.S. questo si dice in giro, non che qualcuno abbia mai confermato o smentito.  

So long, schiappe! 

My Bloody Valentine – Loveless

My Bloody Valentine - Loveless

Quando penso ai My Bloody Valentine, prima in testa risuona il feedback – così acuto da avere l’impressione di avere delle lame nel cervello – con le distorsioni di chitarra ed i suoni campionati, solo in seconda battuta riesco ad associarli ad una immagine. I suoni dei quali sto parlando provengono tutti da Loveless.

Potrei scrivere di quanto Loveless sia stato un disco epocale, potrei continuare magnificando l’impatto che i My Bloody Valentine hanno avuto sul panorama musicale, (di fatto sto scrivendo tutto questo @_@) ma non lo farò (falso), in quanto questo è ciò che fanno tutti quando di mezzo c’è Loveless (vero).

Quindi in questo articolo – che si sta trasformando ormai in un surrogato di una canzone di Paolo Meneguzzi – è necessario aggiungere un po’ di sostanza, che ne dite? (ve lo ricordate che spettacolo di video trash che aveva buttato su il buon Meneguzzi per l’occasione?)

Per molto tempo, si è pensato ai My Bloody Valentine come degni eredi di Fleetwood Mac e ABBA (falso). La realtà dei fatti però vede questo assunto vero a metà (falso è stato un gioco, falso io lì non c’ero [perdonatemi, interrompo subito la meneguzzite violenta che mi sta ammorbando ndr]), Bilinda Butcher – ragazza madre londinese, nonché chitarrista e meravigliosa voce dei MBV – e Kevin Shields – fondatore dei My Bloody Valentine – hanno una tresca, cosa che fisiologicamente non può esserci tra Colm O’Ciosoig e Debbie Googe, un po’ per colpa del di lui nome, un po’ perché ella convinta militante sgranocchiapassere.

Ma non soffermiamoci troppo sul gossip da due spicci, suvvia!

Dietro Loveless si celano svariate ispirazioni, Bilinda ad esempio spendeva gran parte dei suoi giorni felici ad assistere a concertini di gruppettini come Birthday Party, Joy Division e Talking Heads, ma anche Cramps. Ecco proprio da questi ultimi Kevin ha mutuato lo stile nel suonare la sua Jazzmaster, di ritorno da un loro concerto a Berlino nel 1984 – come un Winston Smith assalito da una sequela di dubbi – si pone la domanda “Ma se suonassi la chitarra tenendo costantemente la mano sul tremolo??? Devo provarci”. E alla fine ci ha provato e si vede che gli è pure piaciuto.

Non mi inoltro nei gusti degli altri per le fonti di ispirazione, perché fondamentalmente sono stati Kevin e Bil i fautori del disco, anzi… diciamo che l’aspetto musicale è stato curato in toto dal buon Kevin che a detta di Bilinda ha sempre avuto il quadro ben chiaro nella propria mente. Talmente chiaro da reputare una perdita di tempo lo spiegare agli altri membri della band le loro parti e come le aveva pensate. È così che Loveless prende forma, con Kevin che suona le parti di tutti durante le 19 sessioni… eh sì, suona le parti di Bil, di Colm e di Debbie; tant’è che quest’ultima durante le sessioni di chiusura riduce drasticamente la presenza negli studi.

A Bilinda questa storia poi non è che abbia fatto più di tanto né caldo né freddo, di fatto è sempre stata come appare, ai limiti del “lascia scorrere”, l’aneddoto sull’origine del suo nome vi darà una dimensione della sua persona “Proviene da mio nonno, se fossi stato un maschietto mi sarei chiamata Bill, ma nascendo femmina divenne Bilinda. John Peel una volta disse durante la propria trasmissione che era solo un tentativo presuntuoso di rendere speciale il mio nome [pensava si chiamasse Belinda ndr]. Mi ha infastidita. È il nome che mi hanno dato… ma non avevo energie per scrivergli un reclamo”.

Bilinda è questa, una ragazza che non consentiva agli ingegneri di presenziare alle registrazioni della propria voce durante le sessioni in studio con Kevin. Capite bene che l’essere guidata in tutto e per tutto da Shields non è stata sicuramente vissuta come un’imposizione.

Certo che essere svegliata all’alba – dopo aver appena abbracciato Morfeo – per ottenere una voce sognante e sonnacchiosa nelle registrazioni, non deve esser stato piacevole “Kevin ha sempre difeso il mito di noi come una band. Nelle interviste non ha mai affermato di essere l’unico a fare musica. Probabilmente si arrabbierebbe se leggesse ciò che sto dicendo ora. Colm aveva buone idee ma considerato che eravamo sempre di fretta durante le registrazioni, Kevin ci chiedeva di non suonare nulla [mhhh, che divertimento ndr]. Andavamo tutti insieme in studio e Kevin ci voleva lì per conoscere le nostre opinioni, non era un dittatore. Le canzoni prendevano forma di volta in volta”.

Riguardo lo scarso contributo di Colm, Kevin mostra una versione dei fatti più dettagliata “Colm aveva raggiunto il limite, era diventato un senzatetto. Veniva ospitato sui divani ma poi si è buscato un virus brutto brutto brutto. La sua salute andava di male in peggio. È stato un periodaccio per tutti noi, troppa pressione”.

I testi invece hanno visto l’intervento decisivo di Bilinda, in confronti serrati e rigorosi a tavolino con Kevin per buttar giù qualcosa che fosse originale, nel tentativo di evitare ogni sorta di potenziale banalità. La sensibilità femminile e la timidezza vocale (soprattutto dal vivo) sono ampiamente percepibili, in una combinazione che rappresenta quello che Bilinda chiama “terapia ipnotica”, così come la piena dedizione e l’ammirazione nei confronti di Kim Gordon dei Sonic Youth, vera stella polare di Bil.

Difficile trovare una descrizione più corretta di “terapia ipnotica” per Loveless [solo per l’aspetto musicale, i video fanno venire il mal di mare e sbattono in faccia una serie di cliché da videomaker anni ‘90 niente male], un disco a cavallo fra la depressione e la redenzione, tra chitarre dissonanti e sensazioni zen, non c’è nulla fuori posto. Unica raccomandazione: lasciarsi trasportare secondo per secondo, senza farsi domande.

Perché gli anni ‘90 – in fondo – sono stati veramente belli.

Mazzy Star – Among My Swan

Mazzy Star - Among My Swan

Ok, ok, non sta diventando un tributo a Rick & Morty ok?  Meglio mettere le cose in chiaro altrimenti sono cazzy e mazzy. 

Invece di schifarvi, dovreste accogliere questi espedienti narrativi di serie C con somma maraviglia!  

Che poi, cioè… la battuta si chiamava da sola, non è tanto colpa mia, non credete? 

Va be torniamo a noi su e parliamo di Among My Swan, un disco che per molti anni ha rappresentato l’ultimo dei Mazzy, una band che ha sempre dimostrato verve (ma senza Richard Ashcroft) e joie de vivre a palate. La perseveranza con la quale Hope Sandoval ha seguito il proprio credo è oltre l’encomiabile, rifiutare centilioni di soldi – quando lo showbiz e le etichettone vengono tutte da te ad elemosinare i tuoi servigi – non è una cosa da poco e sfido voi a fare la sua stessa scelta.  

“Ho dovuto implorare affinché potessi recedere dal mio contratto con la Capitol. Loro mi volevano far lavorare con dei produttori importanti. Io volevo produrre la mia musica, loro non volevano questo. Sono sicura che siano stati felici di avermi lasciato andare”. 

E quindi i Mazzy sono scomparsi (vi piacciono i fuoristrada che sto facendo per non parlare troppo del disco?), salvo poi tornare nel 2013, dopo un lungo digiuno e qualche ruga in più a solcare il volto di Hope e David. 

Ma torniamo ad Among My Swan, intriso della malinconia ed epurato dai fastidiosi eco che permeavano i precedenti lavori, si dimostra un disco maturo, introspettivo, molto legato ai cliché delle band psych anni ‘60, oltre che ad un cantautorato visionario. 

David ne sa molto più di me su musica e strumentazioni. Conosce a menadito i Velvet Underground, mentre io non più di tanto. […] Quando ho cominciato a lavorare con David, ha acceso il mio interesse su alcuni musicisti o gruppi. Mi piacciono cose recenti come Soul II Soul, ma anche altre più datate tipo Syd Barrett ed i Rolling Stones“. 

Hope cita alcune delle ispirazioni dietro i brani, ovvio che l’allegria non è mai appartenuta all’universo di Sandoval Roback, certo anche che la chitarra di quest’ultimo ha la capacità di costruire spazi là dove non esistono, a dire il vero si ha quasi l’idea di galleggiare sopra una nuvola soffice, sospesi ed alleggeriti dai pensieri.   

“Non ci siamo mai preoccupati del mondo esterno, è un processo interno quello che sviluppiamo. Il mondo esterno non è nei nostri pensieri […] stiamo facendo tutto ciò nel nostro mondo per noi stessi. Siamo legati alle storie dietro ad ogni canzone.” ci spiega Roback e non so il perché, ma ho come l’impressione che nell’idea dei due una canzone come Look On Down From The Bridge (nella quale il narratore in un gioco di prospettive – che si consuma con lo scorrere della canzone – ha lo sguardo diretto verso il basso durante la sua caduta libera piuttosto che guardare verso l’alto, verso il suo passato) –  a chiusura di Among My Swan sia stata pensata come canto del cigno, in un finale che sarebbe suonato perfetto qualora nel 2013 non ci fosse stato alcun ritorno.