Elio E Le Storie Tese – Eat The Phikis

Elio E Le Storie Tese - Eat The Phikis

Perché Eat The Phikis?

Credo che qualitativamente abbia toccato delle vette che difficilmente sono state raggiunte dagli Elii negli anni successivi, ma soprattutto perché risulta l’ultimo album in studio con l’amato Feiez, che come contributo creativo ha sempre avuto un peso specifico non trascurabile.

Eppoi perché ho amato tantissimo la copertina dello squalo con l’apparecchio ed ho consumato la musicassetta [già…] nella mia Twingo verde mela, mentre da adolescente macinavo chilometri nelle nottate di cazzeggio. Un album al quale sono profondamente legato perché ci sono cresciuto… in particolare sono affezionato alla Terra Dei Cachi, brano che ha contribuito all’effettiva consacrazione degli Elio E Le Storie Tese, con il conseguimento del disco di platino in poche settimane dalla pubblicazione di Eat The Phikis.

Un brano che fotografa l’Italia del passato, presente e futuro, con una dovizia di particolari meravigliosa. Una struttura che strizza l’occhio agli stilemi pop-folk dello stivale (Papaveri e Papere di Nilla PizziUna Lacrima Sul Viso di Bobby SoloLa Donna Cannone di De Gregori), con un vorticoso e frenetico uso di calembour che è impossibile non amare. Accettata al festival di Sanremo, rischia seriamente di vincere. Già, rischia, perché anni dopo si è scoperto che la vittoria è stata ottenuta veramente sul campo.

Proprio loro, quelli che 4 anni prima suonavano fuori dall’Ariston, al Controfestival, prendendo per culo alcuni partecipanti parodiando le loro canzoni (come dimenticare Ameri, Sono Felice o le versioni di Vattene Amore e Verso L’Ignoto), per un pelo non vengono classificati vincitori al concorso da loro schernito. Oltre ciò, Elio E Le Storie Tese hanno avuto il merito di vivacizzare un concorso imbolsito e ingessato, con esibizioni degne di memoria:

  • Una serata Elio si presenta con il braccio finto;
  • L’ultima esibizione avviene con la band travestita da Rockets;
  • Durante la penultima serata si compie la meraviglia, quando anziché proporre un estratto da un minuto del proprio brano, propongono il brano quasi per intero eseguendolo velocissimamente (in 55” per essere precisi, che potete ascoltare a chiusura del disco in Neanche Un Minuto di Non Caco, citando Lucio Battisti).

Fuori concorso si classifica la versione, altrettanto spettacolare, con Raul Casadei; un taglio in salsa balera che rende il brano ancora più nazionalpopolare, nonostante voglia di fatto buggerare quello stereotipo. La Terra Dei Cachi segna anche l’inizio del sodalizio tra gli Elii e il maestro Vessicchio.

Concettualmente Eat The Phikis si conferma come un’evoluzione dei precedenti album, pertanto nella scelta di un brano quale Burattino Senza Fichi possiamo scorgere l’eredità della favoletta del Vitello Dai Piedi Di Balsa, dove il protagonista è un Pinocchio adolescenziale su cui facili si sviluppano dei doppi giochi (tra i quali il fatto che sia stato fatto con una sega e altri divertenti cliché).
Mentre T.V.U.M.D.B. racconta l’ennesima sfaccettatura della donna, quella romantica e giovane, interpretata da Giorgia che sogna il bomba dei Take That (Gary Barlow)sulla base della melodia di After The Love Has Gone degli Earth, Wind and Fire (band citata a detta di Faso per non cadere nel plagio). C’è il tempo anche per salutare Piattaforma ed il famoso PAM (“Senti come grida il peperone?”). Il meraviglioso assolo di sassofono eseguito da Feiez in questo brano, aprirà il successivo Craccracriccrecr in sua memoria.

I cameo sono ormai consuetudine e alcune ospitate sono consolidate, come nel caso di Enrico Ruggeri che appare in Lo Stato A, Lo Stato B, presenziano al disco anche Aldo (dal trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo) in Mio Cugino, il meraviglioso James Taylor (in First Me, Second Me che interpreta Peak Of The Mountain, storico brano composto agli inizi di carriera dagli Elii dal testo tradotto in un inglese maccheronico ma reso immortale dal cantautore di Boston) ed Edoardo Vianello in Li Mortacci, brano compendio nel quale vengono citati i grandi morti dell’universo musicale all’interno di uno stornello romano che sembra eseguito direttamente a La Parolaccia.

Nello specifico vengono citati

  • er Chitara: Jimi Hendrix 
  • er Mafrodito: Freddie Mercury 
  • er Rastamanno: Bob Marley 
  • er Guardiano der Faro: Federico Monti Arduini 
  • er Pelvicaro: Elvis Presley 
  • ‘a figlia der Pelvicaro: Lisa Marie Presley
  • er Trilleraro: Michael Jackson 
  • er Canaro: malvivente della Magliana (alla cui figura è stato ispirato il film diretto da Garrone Dogman)
  • er Lucertolaro: Jim Morrison 
  • er Quattrocchi Immaginaro: John Lennon 
  • er Tromba: uno tra Louis Armstrong, Miles DavisChet Baker (giudicando la morte violenta direi proprio quest’ultimo)
  • er Vedraro: Luigi Tenco 
  • l’Impiccato: Ian Curtis 
  • er Fucilense: Kurt Cobain  
  • er Piscina: Brian Jones 

(grazie infinite a marok.org per la lista)

Per citare altri easter egg degni di nota, al termine di El Pube, viene raccontata una barzelletta tramite il MacinTalk della Apple. L’effetto ottenuto è quello del Central Scrutinizer, narratore di Joe’s Garage, (uno dei vari inchini al grande idolo della band, Frank Zappa). Altra checca… ups chicca, è presente in Omosessualità, un trash metal che vede Elio al basso, in quanto Faso si è rifiutato di interpretare il brano per l’odio nei confronti di questo genere musicale. Omosessualità, apprezzato e di molto dai circoli omosessuali per l’onestà intellettuale e l’apertura mentale (nonostante il linguaggio crudo), si è aggiudicato il premio dal circolo di cultura Mario Mieli.

Il brano simbolo – però – gli Elii lo piazzano alla fine, quel Tapparella che narra il dramma del ragazzino eterno complessato, sfigato, bullizzato e pisciato da chiunque alla festa delle medie. Uno spleen [d’altronde in Eat The Phikis è presente anche il brano Milza ndr] decadente di frustrazione totale che si conclude in un’estasi collettiva dal momento che il ragazzetto scioglie l’aspirina nell’amarissima aranciata. Il brano è un omaggio palese ad Hendrix con Little Wing ed Hey Joe che dominano il tema musicale iniziale.

Tapparella è un inno generazionale per chi è stato underground; inno con il quale gli Elii hanno chiuso concerti dal 1996 al 2018 e che dal 1999 è la consuetudine con la quale viene salutato ogni volta il vuoto enorme lasciato dal grande Panino: Paolone Feiez.

FORZA PANINO!

Ebbene sì! Non smetterò mai di ringraziare infinitamente il sito Marok.org dal quale ho attinto diverse informazioncine preziose. Come di consueto, se voleste approfondire, consiglio vivamente di spulciarvi tutte le chicche che i ragazzi hanno raccolto.

http://www.marok.org/Elio/Discog/phikis.htm

 

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Elio E Le Storie Tese – Italyan, Rum Casusu Çikti

Elio E Le Storie Tese - Italyan, Rum Casusu Çikti

Questa volta il titolo dell’album non nasconde alcun messaggio sozzo, semplicemente riporta un titolo di giornale cipriota che tradotto dovrebbe significare “La spia italiana dei greci è stata espulsa”. La spia altri non è che Massimo Rana, fotoreporter amico degli Elii e autore della splendida copertina del vitello dai piedi di balsa (ispirata ad Atom Heart Mother).

Sì, perché all’interno della presa in giro, si annida una storia vera; il povero Massimo in vacanza a Cipro – terra all’epoca al centro di un conflitto geo-politico di non poca importanza – viene arrestato dalle autorità turco-cipriote con l’accusa di essere una spia greca, il tutto per qualche scatto sospetto di troppo (accusato di aver immortalato un muro dietro il quale vi è una base militare). I titoli dei giornali locali in quei giorni riportano il titolo Italyan, Rum Casusu Çikti, prontamente riutilizzata dagli Elii per intitolare il proprio disco. Un altro dei loro easter egg insomma.

Il disco non viene ricordato solamente per la celebrità di alcune delle canzoni incise nella storia degli nostri, ma anche per la presenza del coro delle misteriosi voci bulgare (Le Mystère des Voix Bulgares), rinomata e prestigiosa ensemble che ha registrato la sigla di Xena oltre ad aver collaborato con artisti del calibro di Peter Murphy.

Insomma una contaminazione presente più o meno in tutto il disco e capace di rendere buffo il risultato finale, la domanda sorge lecita:

avranno mai capito cosa stavano cantando?

La loro presenza porta in dono il passaggio radiofonico agli Elio E Le Storie Tese con il Pippero®, fantomatico ballo popolare – con tanto di coreografia (ruotiamo le dita e uniamo le falangi,
questo è il ballo del PIPPPERO) nato dalla collaborazione tra Italia e Bulgaria, un precursore della Macarena ed un sostituto di Ramaya, canzone vietata in Bulgaria (naturalmente questo è quanto dice la canzone, prendete tutto con le pinze). Un brano che nella sua apparente semplicità nasconde delle soluzioni musicali estremamente geniali e minuziosamente incollate tra di loro, con I Feel Fine dei The Beatles, Barbare Ann dei The Beach Boys, The Power di Snap!, il giro di basso simile a quello di Piranha (b-side di Ramaya di Afric Simone) e Dyulmano, Dyulbero proprio de Le Mystère des Voix Bulgares, re-inventato per assonanza nel ritornello in Più Umano, Più Vero.

Pippero non è mai stata tra le mie canzoni preferite, così come il brano che apre il disco, Servi Della Gleba, che continua il filone concettuale inaugurato da Cara Ti Amo: la donna è stronza e ti fa soffrire, soprattutto quando sei giovane e incassi 2 di picche a tutto spiano.

Ecco, nell’immaginario collettivo questa canzone ha imposto una serie di concetti icastici che oggi sono utilizzati da chiunque:

  • Servo della gleba è una frase pensata da Meyer, dopo aver sentito una telefonata infinita di Faso con una tipa (per questo il brano termina con la chiamata di Faso) definendone la sua completa sottomissione senza nulla in cambio;
  • Due di Picche, carta che di fatto non conta nulla e che oggi identifica un fallimento nell’approccio;
  • Mi vuoi mettere una scopa in culo così ti ramazzo la stanza? Il finale della canzone che non necessità di spiegazioni.

Credo che uno dei passaggi più poetici ed esplicativi della canzone sia “L’occhio spento e il viso di cemento / lei è il mio piccione, io il suo monumento”, da cantautorato di alto livello.

Rum Casusu mostra un ulteriore aspetto che contraddistingue la carriera degli Elio E Le Storie Tese, le ospitate nelle canzoni. Se nel precedente lavoro Paola Tovaglia (alla quale Rum è dedicato) e Paolo Bisio si integravano nelle canzoni, assieme alla voce giappo dal teatro kabuki di Shidzu Version, qui ascoltiamo oltre alle Voci bulgare anche Riccardo Fogli e i The Chieftains in Uomini Col Borsello, la voce campionata di Marco Masini in Cartoni Animati Giapponesi (che ripete Sperma a sua insaputa, dandoci un saggio di quello che Rocco Tanica farà con i corti negli anni a venire), di nuovo Bisio, Enrico Ruggeri nei panni del Vitello dai Piedi di Cobalto, Diego Abbatantuono nei panni del Dio Pugliese della barzelletta e del matusa in Supergiovane.

Infine, come non segnalare l’ingresso ufficiale dell’architetto Mangoni nei panni proprio del Supergiovane – il super eroe che difende la generazione ribelle dal Governo con un gergo uscito dagli anni ‘60, in piena controtendenza con la figura che dovrebbe rappresentare e con gli ideali che difende.

La canzone si sviluppa su di un ritmo da noir jazz anni ‘60 (tanto per non dimenticare Riz Samaritano) con uno sviluppo recitato che esplode in gospel, dimostrando la versatilità nel maneggiare stili differenti dai musicisti in questione, se mai ce ne fosse bisogno.

Ci sono poi altri scherzi musicali che sarebbe delittuoso non citare come: Arriva Elio e Arrivederci, brani utilizzati in apertura e chiusura dei concerti, (evidenziando l’attitudine al cabaret); oppure il Vitello dai Piedi di Balsa, una meravigliosa favola da raccontare a tutti i bambini (omettendo il finale naturalmente) anche con la sua Reprise.

Un disco immortale che con il suo precedente iscrive di diritto gli Elii a ruolo di eredi naturali di Frank Zappa, senza se e senza ma. Gli unici a poter essere considerati come successori sia per l’approccio creativo, che per la satira ed i testi puntuti ed originali.

Anche in questo caso si ringrazia infinitamente il sito Marok.org dal quale ho attinto diverse informazioncine preziose. Pertanto, se voleste approfondire, consiglio vivamente di spulciarvi tutte le chicche che i ragazzi hanno raccolto.

http://www.marok.org/Elio/Discog/italyan.htm

Daniel Johnston – 1990

Daniel Johnston - 1990

Siamo giunti all’ultimo articolo di questo ciclo e ci arriviamo di slancio con Daniel Johnston, uno di quelli che non abbisogna di presentazioni, un tipo senza peli sulla lingua e che di storie ne ha da raccontare.

1990 è un disco fortunato, perché se fosse nato due anni dopo sarebbe stato frutto di un’idea di Stefano Accorsi (con Daniel Johnston che se la sarebbe presa nel didietro). Purtroppo per lui però, il 1990 è l’anno delle Notti Magiche di Totò Schillaci, Walter Zenga (“uh Varriale che paura che mi fa”), Gianna Nannini e Edoardo Bennato, di Ciao e di Ciao Mamma.

Una shit storm si abbatte sul povero Johnston.

Come anticipato nel precedente articolo, ci sono numerosi punti in comune con Bill Callahan, oltre alla data di pubblicazione del disco 1990 (si sarebbe dovuto chiamare 1989, ma l’uscita venne posticipata a Gennaio dell’anno successivo), risulta difficile non notare la registrazione parzialmente casalinga – e a tratti disturbante -, l’approccio apparentemente approssimativo, del tutto ruvido, con le strilla che talvolta sporcano l’audio in maniera decisa.

È il Lo-fi, ma non c’è solo questo: Johnston è oltre l’essere disadattato di Callahan, ha problemi mentali fortemente aggravati dall’abuso di droghe e acidi, che rendono il mondo raccontato dalle sue canzoni quasi infantile e puro.

1990 avrebbe dovuto essere il primo album registrato in studio per Daniel, nello specifico ai Noise Studio di New York con Kramer, ma i suoi problemi mentali – progressivamente peggiorati – non hanno consentito di realizzare a pieno il progetto. Per questo motivo è possibile ascoltare alcune registrazioni live – come Don’t Play Card With Satan e Tears Stupid Tears al CBGB o Careless Soul e Funeral Home – che rendono questo disco unico. Soprattutto lo sbrocco finale in Don’t Play Card With Satan, con il Satan urlato violentemente e tra lo sconcerto generale.

Per farvi capire lo stato mentale di Johnston: nello stesso anno dopo aver suonato al festival di Austin, tornando nel biplano pilotato dal padre, Daniel credendosi il fantasma Casper toglie la chiave d’avviamento e la getta dal finestrino. Fortunatamente il padre essendo pilota esperto riesce nel miracolo di salvare se stesso ed il figlio. Naturalmente ne consegue l’internamento in psichiatria di Daniel.

Ora però consentitemi di scavalcare la trincea delle malattie mentali dietro la quale finisce ogni chiacchiera su Johnston, sì perché il disco non è solo questo, c’è tristezza, allegria, spensieratezza e speranza nelle sue canzoni (come in True Love Will Find You In The End), ma quello di cui forse non tutti sono a conoscenza è che Daniel è un enorme fan dei Beatles – dei quali avrebbe voluto far parte – ed è il motivo per il quale in 1990 è inclusa la splendida cover tutta cuore di Got To Get You Into My Life (brano di Revolver).

“Sentivo di conoscerli, un po’ come fossero i miei fratelli più grandi, perché li ho ascoltati tantissimo per molti anni. La loro musica mi ha cresciuto dai tempi delle superiori. Ero un nerd che non parlava molto e non aveva amici. Ho cominciato ad ascoltare i Beatles e cominciavo a parlare con le ragazze con quello che pensavo fosse il mio accento inglese. Ho cominciato a comportarmi come se fossi famoso. Ero talmente tanto grato ai Beatles da cominciare a scrivere canzoni… ed è così che è cominciato tutto.”

Credo che il modo migliore per capire questo disco sia smettere di leggere ciò che ho scritto e cominciare ad ascoltarlo, ascoltarlo e… ascoltarlo ancora, allo sfinimento. fino a che non si arriva alla comprensione dei solchi nell’anima di Daniel, oppure fino al prossimo ciclo di pubblicazioni 🙂

Smog – Sewn To The Sky

Smog - Sewn To The Sky

pena… rete… lama… 

L’uomo di fumo si presenta a noi così, dal nulla appare, inaspettato, c’è ma non c’è. Palazzeschi usa l’allegoria per raccontarci la figura epica di Perelà, che in qualche modo rimanda al personaggio trattato in questo articolo… il nostro uomo di fumo. 

Il ciclo di pillole volge il disio, passerà molto tempo prima che torni a pubblicare qualcosa, sono in alto mare – lo ammetto – e perciò mi sento in dovere di donarvi due perle prima di assentarmi dalla mia casetta digitale. Spero le amiate quanto lo faccio io, perché sono veramente piezz ‘e core. 

Partiamo da Bill Callahan, ovvero il signor Smog, maestro delle registrazioni Lo-Fi effettuate con un Tascam Portastudio 224, caratterizzanti il disco d’esordio Sewn To The Sky, un album dal titolo e dalla copertina meravigliosi, costituito da una serie di registrazioni raccolte tra il 1988 e il 1990 (un anno di riferimento per la scena Lo-Fi ). 

“Ero come una scimmia che lancia la merda sul muro. Lo considero un periodo estremamente tangibile, mi sentivo parte della struttura del suono e mi piaceva come il microfono distorceva tutto. Mi affascinava”. 

4 Cassette, registrate durante una permanenza in Georgia tutt’altro che piacevole “L’ho cominciato in Georgia e terminato in Maryland. Sono tornato nello scantinato dei miei e ci ho portato la mia roba. È come se la mia vita avesse avuto il singhiozzo e non fossi in grado di andare avanti. Dormivo un sacco durante il giorno. Ad ogni mezzanotte, lasciavo metodicamente casa per una passeggiata di un paio d’ore, tornavo per registrare fino a che il sole non sorgeva. Se ero soddisfatto delle registrazioni andavo a dormire felice. Il disco è una sorta di utero, che attenua tutto, come quando la gente suona per i propri neonati, è ciò che i bambini vorrebbero ascoltare”. 

Sewn To The Sky è essenza, può dare fastidio la voce di Callahan che gioca a nascondino, viaggia sola e flebile in maniera disinteressata da una musica che si evolve e va per i cavoli suoi. Ma tutte quelle dissonanze, le note acide – ed in apparenza casuali – costruiscono le basi di un album concreto ed ammaliante, pionieristico per gli amanti del genere. I feedback ed il muro del fuzz eretto da Callahan aumentano la propria efficacia grazie alla bassa qualità delle registrazioni, in un caos calmo fortemente voluto.  

“Sono tra un investigatore privato ed un giornalista. Uno scrittore, non un simbolo. Non voglio essere un interprete che si becca l’applauso per aver smesso di bere o per non essersi suicidato. C’è un po’ di fiction dietro questo.[…] Quando scrivo una canzone lo faccio per riempire una nicchia nella vita delle persone, per avere una canzone per ogni esperienza se qualcuno non l’ha ancora fatto.” 

Chi conosce marginalmente Callahan – quello recente, lirico e cantautoriale – rimarrà sconcertato da questo lato torbido ed ermetico, che ammanta la prima parte della carriera dello Smog – di un musicista che si avvicina a tratti a Daniel Johnston pur non avvicinandosi alla sua follia. 20 brani che si adatterebbero bene a colonna sonora di film muti e che non appesantiscono l’ascoltatore. Una volta fatto l’orecchio, vi confermo che le cacofonie non vi sembreranno più tali. 

“Scrivere canzoni è come un mio biglietto per il mondo. Sapevo che nessuno avrebbe puntato sull’uscita di Sewn To The Sky, ma non mi importava. Ho fondato la mia etichetta e ho prodotto 300 copie alla prima incisione. È come se fosse il mio biglietto per partecipare a qualsiasi cosa. […] guardare le persone che stavano facendo musica era come guardare la vetrina di un negozio e fissare le cose che non potevi permetterti pensando ‘Questo è quello di cui ho bisogno'”. 

Yo La Tengo – May I Sing With Me

Yo La Tengo - May I Sing With Me

Tante volte mi maledico… scelgo degli album stupendi per i quali però è difficilissimo reperire informazioni.

Come si fa in questi casi?

Bé, vi do 2 opzioni:

1) o vi fidate di me incondizionatamente e leggete comunque la sbobba farcita di cazzate che vi propongo (magari cominciando ad ascoltare questa perla selvaggia di inizio anni ’90);

2) oppure saltate direttamente ad un altro articolo (se avete scelto questa opzione, vi saluto… “Au revoir Shoshanni!”)

Avete scelto opzione 1, bravi. (mi inventerò qualcosa, tranquilli, mi inventerò qualcosa… GOOSFRABA)

May I Sing With Me – oltre a palesare una preoccupante auto-burocrazia negli yolitenghi che si domandano se possono cantare per loro stessi – segna uno spartiacque nella carriera di Kaplan e soci: il quinto album è quello della reale maturità artistica, del bilanciamento tra paesaggi sonori e testi. Inoltre è caratterizzato dal fondamentale ingresso del bassista James McNew, divenuto il terzo piede definitivo dello sgabello Yo La Tengo (che vede nei coniugi Kaplan e Hubley la struttura portante).

L’album suona ancora oggi come qualcosa di fresco, godibile, attuale, nei suoi 53 minuti e rotti, scorre meravigliosamente bene e getta le basi di quel capolavoro che prenderà il nome di Painful, con la chitarra che costruisce riff compulsivi tra Neil Young, Husker Du e J Mascis (soprattutto nella meravigliosa, delirante, [frenc] zeppa di feedback e di carogna, Mushroom Clouds Of Hiss) o accordi che richiamano a tratti i Penguin Café per la loro morbidezza e raffinatezza.

L’alternanza tirata in ballo prima, non è conseguenza solamente dei paesaggi sonori, ma anche delle voci di Hubley e Kaplan capaci di dipingere atmosfere diametralmente opposte (essendosi spartiti il disco a metà nelle composizioni con 5 e 6 pezzi a testa), in una serie di canzoni che rimandano agli anni ‘80 – agli Stone Roses per esempio – senza però apparire datate.

Un disco perciò paragonabile ad uno Zocchihedron, che probabilmente deve questa sua ampia sfaccettatura armoniosa alla carriera di Kaplan di navigato critico musicale, capace di attingere sapientemente dal calderone dei propri ascolti e mesciarli con una capacità non indifferente (caratteristica non affiorata a pieno nei lavori precedentemente registrati).

May I Sing With Me è un disco meraviglioso, capace di rallegrare le giornate con il suo sound e con la giusta armonia raggiunta da Kaplan e soci al quinto tentativo.

Può essere considerato un disco di riferimento che ha fatto scuola a tante delle band cresciute negli anni ‘90 per lo stile e la classe che lo contraddistingue.

Non c’è tanto da raccontare su quest’album, perciò vi chiedo di perdonare la mia stitichezza nell’articolo, giurin giurello, non è pigrizia! Posso però considerarmi felice di aver potuto condividere con voi May I Sing With Me… spero avrete modo di apprezzarlo quanto me.

Björk – Post

 

Bjork - Post

Sembra discorso sciocco e sottostimato, ma mettersi in testa di fare una cover e realizzarla come Cristo comanda, non è un gioco da ragazzi. Badate bene, non intendo mettersi nei panni di una cover band e scopiazzare nota per nota un brano, la carta carbone non va più di moda. No, no, no, qui si parla di artisti che prendono una canzone e la modellano a propria immagine e somiglianza.

Ecco, tra i tanti meriti di Björk annovero proprio la capacità di rimettere mano al classico di Betty Hutton It’s Oh So Quiet – che per essere del 1951 risulta immensamente più ansiogeno della versione della nostra tappetta islandese preferita –rendendolo immensamente più armonioso ed empatico. E poi diciamocela tutta, quant’è maravilioso lo video de Spike Jonze?

Tanto! Mi rispondo da solo e mi stringo persino la mano.

Diciamo che lo regista ha una discreta bravuzia nell’imprimere su pellicola videoclippi musicali e longometraggi. Ma anche Björka è stata braverrima nello scegliere i registi, visto che il buon Gondry le dirige HyperballadArmy Of MeIsobel…  insomma, va sul sicuro.

Ok, possiamo tornare a scrivere in una lingua comprensibile, che ne dite? [Cristo! Cerco di rompere la quarta parete ma datemi una mano anche voi!]

Passiamo a Post, [buffo come questo post sia su Post… una sorta di Post al quadrato. Ok mi sopprimo] uno tsunami all’epoca, che piazza Björk nella lista delle musicanti più fighe del momento, voluta e bramata da tutti.

“Le persone con le quali ho collaborato sono le stesse che andavo a vedere nei club di Londra. Conoscevo ognuno di loro da molto prima che cominciassimo a lavorare insieme”.

Ordunque, sviscerassimo Post dal punto di vista musicale, diremmo che fotografa perfettamente le sonorità del tempo – ed in questo tributiamo il merito a Howie BTricky (fiamma della Björkina all’epoca dei fatti) e Nelee Hooper [questi ultimi due facenti parte di The Wild Bunch di Bristol] – in alcuni brani apparirebbe imbolsito, in altri tutt’ora snello, fluido e piacevole, ma non stiam qui a dare pareri personali.

Gran parte delle tracce vocali sono state registrate alle Bahamas, presso i Compass Studio, tanto che la barrettiana Cover Me ha avuto una sessione di registrazione all’aperto, sotto il cielo stellato dell’isola caraibica. L’audio trasuda un misticismo molto marcato che non risulta in altri brani di questo album.

Post è stato fortemente influenzato dalla distanza dalla mia casa, in un paese dove ognuno crede che tu sia matto”. Il titolo dell’album è un gioco di parole pensato dalla nostra Björkina, che per Post intende sia la posta (una missiva che manda ai propri cari in Islanda), ma anche un modo per evidenziare che tutti i brani sono stati scritti a Londra, dopo aver salutato la propria patria.

“Quello che ho sempre saputo è che avrei registrato due album e li avrei chiamati Debut e Post. Prima e dopo. […] Ho chiamato il disco Post anche perché nella mia testa volevo mandare indietro in Islanda le canzoni in una lettera. Perché è stato un salto nel vuoto trasferirmi lontana dai miei cari, i miei amici e tutto quello che mi circondava”.

Quel che Post ha lasciato a Björk è una enorme tensione emotiva, culminata nell’aggressione ad una reporter (di cui potete tranquillamente trovare i video sul tubo) ed un tentativo di omicidio con pacco bomba da parte di uno stalker. Situazioni che hanno spinto la nostra a fuggire dalla sua base a Londra.

Quel che Post ha lasciato a noi, è un qualcosa di meraviglioso, dalla copertina spettacolare (foto scattata dal fidanzato dell’epoca Stephane Sednaoui) e dalle tante canzoni da tenere nel cuore e nella mente. Forse Post è l’istantanea più brillante della carriera di Björk.

Portishead – Dummy

Portishead - Dummy

Che la storia del trip-hop bristolino fosse la summa del destino incrociato di più personaggi lo si era carpito ampiamente (presumo), ma la caratteristica che rende divertente raccontare ciò che si cela behind the scenes è l’ispirazione reciproca che alimenta il fuoco sacro dell’arte. 

Se con i Massive Attack e Tricky abbiamo affrontato un certo trip-hop, con i Portishead ci troviamo in una terza variante del genere, nel quale l’atmosfera jazzy-sofisticata subentra garantendo cupezza, malinconia e noir fortemente cinematografico. Difficile non scrivere di Dummy senza lasciar trasparire nessuna emozione o senso di magnificenza.  

Portishead nascono dall’incontro tra Beth Gibbons e Geoff Barrow, già collaboratore dei Massive e di Trickytraps, un musicista di noto spessore chiamato a collaborare anche con Depeche Mode e Paul Weller, mica bruscolini! Il nome è semplicemente preso in prestito dalla loro città di provenienza ad una manciata di km da Bristol. Creatività al potere! Fortunatamente, quella non utilizzata per la scelta del nome è stata sapientemente dirottata sui brani. 

Bon, la prassi stabilita per essere creativi al 100% è la seguente: Adrian Utley (il chitarrero) e Geoff Barrow vanno in studio a suonare con Clive Deamer (il batterista turnista), registrano ed estrapolano le parti migliori, che vengono trasferite su vinile per essere scratchate 

In questo modo i Portishead sono in grado di imporre il proprio timbro certificato ai brani; in seguito la Gibbons aggiunge in autonomia le proprie linee vocali – studiando le soluzioni più idonee – ed aggiungendo solamente al termine di tutto questo il testo.  

Ora, il procedimento può apparire un filo strambo, ma la consuetudine dei ragazzi di Bristol è proprio quella di prendere in prestito degli stralci di canzoni e metterli in loop creando un tappeto sul quale poi – in questo caso – suonano Adrian e Barrow 

La lista presente in Dummy è bella lunga: di Glory Box abbiamo già parlato, un sample da Ike’s Rap II di Isaac Hayes, presa in prestito da Tricky per Hell Is Round The Corner… ciò che forse non sapete è che John Martyn fece una cover della versione dei Portishead (si sta configurando una situazione alla Inception); mentre la bellissima Sour Times va a ripescare da un classicone di Lalo Schifrin, The Danube Incident che figurava nella colonna sonora di Mission Impossible (la serie, quella del 1969) e che è stata utilizzata anche da Neffa… (Neffa? 😮 sì Neffa in Strategie Dell’Universo registrata con Deda suo collega nei Sangue Misto, sapevatelo). Ma non finisce mica qui! Perché c’è I’ll Never Fall in Love Again di Johnnie Ray in Biscuit (che viene pitchato tanto quanto basta per renderlo il Maurizio Seimandi di Dummy), o le trombe in Wandering Star nel loop catturato da Magic Mountain di Eric Burdon con i War, oltre che Elegant People dei Wather Report in Strangers. Tanta roba e un grande gusto nello scegliere i pezzi e renderli adatti alle proprie esigenze.  

“Sono veramente nervosa al pensiero che la gente che ci ascolta, possa vederci [potete notare il livello di timidezza di Beth in alcuni video che riprendono le prime apparizioni televisive dei Portishead ndr]. Insomma, non siamo una forza dominante, non mi piace quando le band salgono sul palco e dicono ‘Hey guardateci e divertitevi’, magari non vuoi divertirti, potresti voler star male”. Beth inquadra bene la dicotomia degli anni ‘90 tra chi predilige essere introverso rispetto a chi vuole divertirsi a tutti i costi, quasi a voler stigmatizzare questa leggerezza sbandierata da chi produce musica frivola. 

“Quando sono sul palco penso spesso di voler scrivere canzoni che comunichino alle persone, l’altra ragione per cui le scrivi è il sentirsi frustrato ed incompreso dalla vita. È qui che scatta il meccanismo, quando pensi che la gente abbia compreso il messaggio che si cela in esse, ma realizzi che non hai comunicato un bel nulla – e sei stato trasformato in un mero prodotto -, allora lì ti senti più solo di quando hai cominciato tutto quanto. La musica è una cosa spirituale, dovrebbe essere trattata come tale [leggete quest’ultimo passaggio alla Osvaldo Paniccia ndr]”. 

Anche in questo caso sono in cerca di una chiusura degna dell’articolo, [mi ergo un po’ all’He-Man di turno che a fine puntata fa la morale e insegna la differenza tra bene e male ndr] ma più di due righe non riesco proprio a partorirle. Ok, mi metto in modalità Zoltar e vi sparo una perla per i poster(i). 

Credo che i Portishead abbiano rappresentato la diversità nella diversità. Il trip-hop ha avuto un’influenza importantissima sul modo di concepire musica dalla metà degli anni ‘90 in poi, nonostante il successo conclamato dei ragazzi di Bristol, nel corso del tempo hanno dimostrato bravura e una capacità – da non sottostimare – di non montarsi la testa, restando fedeli alla propria idea musicale, senza vendersi al mercato pe’ du spicci.