John Martyn – Solid Air

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Successo = Bravura

Talvolta questa equazione non è rispettata, perciò avviene un processo di rivalutazione dell’artista dopo tempi biblici, guardando indietro è possibile stabilire con certezza l’impatto storico che una data persona ha fornito in un dato momento. Molti sono i casi, come ad esempio Tim Buckley o Nick Drake, Vashti Bunyan, John Martyn. Non è stata la casualità a guidare la mia scelta, ho citato scientemente gli artisti in questione perché sono legati in qualche modo.

Un punto in comune è l’etichetta discografica, Island Records, che si è ritrovata tra le mani nella stessa scuderia e nel medesimo periodo Nick Drake e John Martyn. Per il primo è risaputo che il successo è arrivato più o meno 20 anni dopo dalla morte, per il secondo il discorso è diverso, in quanto la sperimentazione – seppur graduale – dei primi (capo)lavori è stata rivalutata durante gli anni ’80, quando Martyn ha intrapreso un percorso maggiormente pop con collaborazioni accessibili ai più.

Con Nick Drake e Vashti Bunyan condivide Joe Boyd che successivamente additerà come una delle cause del fallimento del suo matrimonio.

Con Tim Buckley c’è una rassomiglianza, in parte, nell’impromptu vocale (seppur più votato al soul e al bofonchiamento) e la contaminazione, mentre da Drake attinge la capacità nel creare ambienti musicali soffusi e confidenziali. Martyn appare come un punto di incontro tra i due cantautori.

Drake è un personaggio fondamentale nella carriera di Martyn, difatti oltre a esserne stato uno dei suoi migliori amici e anche uno dei pochi ad averne compreso l’animo tormentato; a lui è dedicata la title-track che inaugura l’album. La rappresentazione di Nick Drake è precisa in tutte le sue paure e prodroma di ciò che sarebbe accaduto 18 mesi dopo la pubblicazione. L’idea che ci trasmette è quella di una disperazione nell’aver compreso che la depressione sta trascinando a fondo il suo amico e la piena coscienza che ogni intervento è ormai inutile, una sorta di epifania anticipata già in Pink Moon l’anno precedente dallo stesso Drake.

A tal proposito John Martyn ha dichiarato abbastanza ermeticamente (come ha sempre fatto quando gli è stato chiesto di Drake): “E’ stata composta per un mio amico, ed è stata fatta senza nessuna motivazione e sono contento di ciò, per vari motivi. Ha un solo messaggio, ma dovrai capirlo da solo”.

Il titolo Solid Air, diede a pensare in principio all’Aerogel [una sorta di schiuma solida, che non sto a spiegarvi perché lo farei male… informatevi voi che è meglio ndr] ma ci sono dei dibattiti che non lasciano comprendere bene a cosa si riferisca quest’aria solida, probabilmente Martyn intendeva una barriera che lascia intravedere la persona cara in difficoltà ma che al tempo stesso non consente ogni sorta di azione per salvarla.

L’album è il prodotto di una cooperativa più che valida, che vede i prodi Fairport Convention (Nicol, Pegg, Mattacks e l’ormai ex Richard Thompson), aiutare nella registrazione Martyn in appena 8 giorni di lavoro, consentendogli delle improvvisazioni che lo fanno riuscire nell’intento di rendere ancora più credibile – e maturo – il percorso intrapreso da alcuni anni di fusione tra folk-jazz-soul (ancor prima di Joni Mitchell).

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Nick Drake – Pink Moon

Nick Drake - Pink Moon

Delle volte capita che il destino ti prenda di mira, ti seduca, ti faccia credere di essere unico e poi gradualmente ti abbandoni, sino a spingerti alla depressione più profonda. Tutto questo è successo a Nick Drake bistrattato dal pubblico – che non ne ha compreso il vero potenziale – e dalla critica che non lo ha cagato quasi per niente. Tre album in crescendo, uno più bello dell’altro. Inarrivabili. Tanto belli quanto di poco successo, quasi nullo.

La sensibilità espressa dalla sua voce e dalla tecnica chitarristica non sono apprezzate dal pubblico – e probabilmente nemmeno capite – tant’è che gran parte dell’insuccesso di Drake viene imputato alla sua incapacità di approcciare il palco. E’ impossibile trovare dei nastri che testimonino esibizioni dal vivo di Nick Drake, costretto a ridurre progressivamente le proprie apparizioni live per una innegabile difficoltà ad affrontare il pubblico. Il più delle volte era costretto ad abbandonare il palco ad esibizione in corso, dopo aver bisbigliato qualche brano al microfono.

Un dato di fatto però è innegabile: la capacità e le potenzialità di Nick Drake sono state espresse solamente in minima parte e purtroppo non ne abbiamo potuto fruire maggiormente. Si potrebbe indicare in Nick Drake il padre artistico di Elliott Smith: malinconico, introverso, sfigato quel tanto che basta da renderlo uno dei pilastri della musica intima, in grado di raggiungerti solo con la propria chitarra e la voce.

Come uno sciamano silenzioso scruta l’orizzonte, ed il presagio non è certamente dei migliori, la luna rosa sta per stagliarsi alta nel cielo – lo stesso colore che la luna ha durante le eclissi e che secondo la tradizione cinese è portatrice di sventura. Una sorta di premonizione riguardante il suo futuro discografico e non, è per questo che Pink Moon assume il significato di un testamento vero e proprio di Drake. Questo disco è stato registrato unicamente in due sessioni notturne da due ore, voce e chitarra-chitarra e voce, si intrecciano sino a diventare un unico elemento semplice e complesso, di una raffinatezza difficilmente avvicinabile. Raffinatezza derivante dal background letterario – che Drake mostra nelle sue canzoni – oltre che dalla vicinanza stretta con la madre e compositrice Molly, abile pianista capace di influenzare le melodie del figlio sin dalla prima infanzia.

Al termine delle sessioni Nicola maschio d’anatra (questa è la traduzione letterale di Nick Drake) lascia i nastri di Pink Moon alla Island – la sua casa discografica – annunciando il suo ritiro dalle scene musicali.

Pink Moon è la canzone di apertura dell’album oltre ad esserne il titolo, l’unico brano a contenere delle note di pianoforte – suonato da Drake stesso – che appaiono come leggeri ed impercettibili cerchi concentrici sulla superficie dell’acqua. Drake è capace di comunicare sia cupezza che speranza, con un testo enigmatico e riflessivo dalle molteplici interpretazioni e dagli altrettanti punti di vista. Come nel passaggio che secondo alcuni rappresenta una metafora per la grande consolatrice che prima o poi tutti dobbiamo affrontare “None of you stand so tall, Pink moon gonna get you all” (nessuno di voi starà così in alto, la luna rosa vi prenderà tutti).

Il resto del disco, seppur breve è delineato da un pessimismo cosmico, una rassegnazione insita nella sua persona, un consiglio  agli ascoltatori sullo stare in guardia dall’approssimazione, dall’alterigia e dall’opportunismo, piaghe della società che ha condannato in parte Drake al suo destino.

Il destino continua a prendere di mira Drake anche da morto, come se non avesse già sofferto abbastanza; nel 1999 difatti la Volkswagen sceglie Pink Moon per l’accompagnamento di una pubblicità televisiva sulla nuova Golf Cabrio, permettendo a Nick Drake di raggiungere una notorietà spropositata e facendogli vendere più copie dei suoi album da morto in un solo mese che in tutti i suoi 26 anni di vita.

L’artwork dell’album – che evoca il surrealismo di Dalì e Mirò – è stato realizzato dal partner della sorella di Drake tale Michael Trevithick.