Jethro Tull – Aqualung

Jethro Tull - Aqualung

GNI GNI GNI GNI GNI (riff introduttivo di Aqualung)

Non vi metto a conoscenza di quello che credevo comunicasse Aqualung (assolutamente censurabile). Prima che capissi il senso della canzone e delle parole che Anderson ha cantato, ne è passata di aqualung sotto i ponti.

Comunque, Aqualung, non è solo una canzone, non è solo un disco. È un concetto musicale nitido che Ian Anderson in tutta la sua bruttezza è riuscito a riversare su nastro. Una struttura fortemente dal flauto di Iano che ci catapulta in epoche distanti. Ma in generale, cos’è Aqualung?

“Il titolo è un nome irrilevante tanto quanto Jethro Tull. Non credo che i nomi abbiano un grande significato. Aqualung è un titolo che fa da collegamento mentale […] e questo è veramente quello che è. È la tappa a metà tra il pensiero e la parte reale che il pensiero in sé rappresenta… ”, della serie “il nome è tutto e niente” queste sono le parole di Ian Anderson a proposito di Aqualung, parole degne di un tossico che cerca di essere filosofo senza esserlo. Fatto sta che stiamo parlando di un signor album, tanto riconoscibile quanto unico.

Ora, storia vuole che – secondo la maggioranza dei fan – il disco sia un concept album, cosa che Iano ha smentito a più riprese. Perché smentire colui che ha scritto tutte le canzoni di un disco? Fans rassegnatevi all’idea che non è un concept, può sembrarlo per la scelta dei brani, per alcuni collegamenti tra i personaggi, ma Iano ci assicura che non lo è.

Aqualung è l’uomo copertina del disco, il barbone al quale nessuno vuole avvicinarsi per timore, un concetto attuale: la paura del diverso. Il nome – che ne dica Iano – deriva dal rantolo del suo respiro, del tutto simile a quello che fanno i subbbbacquei quando sono sotttacqua.

Aqualung è un uomo patetico, “socialmente degradato” (come puntualizza l’autore), emarginato dalla società perbenista ma accolto dai suoi simili, come Mary. Avevamo già accennato ai collegamenti che intercorrono tra i personaggi cardine di ogni brano, il primo è quello tra Mary la strabica (cross-eyed), la scolaretta che si prostituisce concedendosi solamente ai barboni e agli anziani al solo scopo di renderli felici (ma soprattutto perché difficilmente qualcuno se la filerebbe). Questo tipo di surrealismo grottesco lo ritroviamo in Mother Goose che praticamente ci racconta di 100 studentesse che piangono. La prima parte del disco presenta anche due brevi passaggi come Cheap Day Return, ispirata da un viaggio in treno di andata e ritorno per andare dal padre in ospedale, o Wond’ring Aloud.

Con il secondo lato si porta alla luce il tema religioso – in alcuni casi sacrilego – My God ad esempio nei suoi 7 minuti vuole denunciare l’ipocrisia ecclesiastica e nel concetto di Dio (inteso nella trasversalità del termine). Una critica all’adorazione di default di un dio:

“È molto insoddisfacente per me che i bambini siano portati a seguire lo stesso Dio nel quale credono i genitori. Dio è un’idea astratta che l’uomo sceglie di adorare; non DEVE adorare. Dico che deve solo essere riconosciuto. I bambini vengono portati ad essere ebrei, cattolici o protestanti solo come conseguenza della loro nascita, non per una loro scelta. Penso che sia una cosa presuntuosa e immorale da fare. […] La religione crea una linea di divisione tra gli esseri umani e ciò è errato.”

Concetto molto chiaro e diretto quello di Iano, che torna sul tema della religione anche nei seguenti brani, parlando di morte in Sleepstream e nella stupenda Locomotiv Breath, o di Gesù in Hymn 43. Aqualung è un album che punta veramente in alto andando a discutere di tematiche estremamente delicate e tuttora contemporanee, estremamente presuntuoso nell’intento, ma comunque riuscito.

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Creedence Clearwater Revival – Cosmo’s Factory

CCR - Cosmo's Factory

Oggi è con immenso piacere che scrivo dei CCR, meglio conosciuti come il Credito Cooperativo Romagnolo (o Romano, o di Recanati… va be, a seconda di dove vi troviate scegliete la città che inizia con la R più vicina a voi). Il CCR è riuscito negli anni ad offrire dei tassi vantaggiosi per investimenti a breve termine. Ok dopo aver scritto ste cazzate, cominciamo a parlare dei Credenzoni, che vedono in John Fogerty il leader incontrastato della band (il leader è grande, il leader è bello) e in Cosmo’s Factory lo zenith della loro fulgida carriera.

Cosmo’s Factory (il magazzino di Cosmo… non il Fantagenitore) deve il suo nome al magazzino nel quale i Creedence erano soliti provare durante l’inizio della propria carriera. Questo titolo ha creato anche dei siparietti curiosi considerato che il soprannome di Doug Clifford (il batterista dei CCR per chi non lo sapesse) è proprio Cosmo.

Di Cosmo’s Factory mi torna in mente sempre quella copertina sgangherata, scattata da Bob Fogerty – fratello di John e Tom – dove i 4 CCR si trastullano durante un attimo di pausa, mentre vengono immortalati in un’immagine leggendaria dove sembrano tutto fuorché delle star al quinto album. Già… il quinto, forse il più grande, sicuramente il più memorabile tra i fan e non.

La sapiente struttura del disco presenta sia brani che saranno ricordati come classici, che grandi classici sistemati su misura. La scelta delle cover non è inusuale per i Creedence, da Suzie Q e Put A Spell On You – presenti nel primo omonimo disco – c’è sempre stato almeno un brano di altri artisti nelle successive uscite discografiche, fino a Before You Accuse Me (Bo Diddley), Ooby Dooby (scritta per Roy Orbison), My Baby Left Me (di Cudrup e resa famosa successivamente da Elvis) ed I Heard It Through The Grapevine (resa celebre da Marvin Gaye).

Ora 4 brani su 11, sono di altri artisti. Perché allora Cosmo’s Factory riceve tutti questi complimentoni? Voglio dire, posso capire una cover, massimo due. Ma quattro…  il problema è che gli altri sette brani, quelli scritti dal pugno di John, sono esplosivi e giustificano una presenza così massiccia di canzoni extra CCR.

Prendiamo un brano simbolo delle Credenzone, Who’ll Stop The Rain che nasce a Woodstock, quando John Fogerty intento a suonare con i CCR vede il pubblico – parliamo di mezzo milione di persone – completamente zuppo di pioggia e fango cominciare a denudarsi completamente. Ispirato da cotanta nudità, torna a casa e scrive Who’ll Stop The Rain, quindi al contrario di quanto si pensasse in passato non è una canzone con riferimenti al Vietnam o a qualsiasi tipo di guerra, come invece è Run Through The Jungle.

Ecco sì… quel capolavoro di Run Through The Jungle – tra l’altro – è la canzone preferita da fratellone Tom Fogerty “è come un piccolo film, con tutti quegli effetti sonori. Non cambia mai di chiave musicale, ma resta sempre incollato per tutto il tempo. È il sogno di tutti i musicisti. Non cambia mai la chiave ma hai l’illusione che lo faccia.”

Per non parlare dell’apertura con la jam di Ramble Tamble, Travelin’ Band (che si ispira al miglior Little Richards), di Up Around The Band o Lookin’ Out My Back Door. A proposito di quest’ultima, gli scienziati dell’analisi del testo credevano parlasse di droga, mentre il buon John l’ha scritta per il figlio di 3 anni. Evabbè.

Senza che ve la meno ulteriormente, Cosmo’s va veloce, è potente e si spinge oltre: è una fabbrica da hit. Le forti tensioni interne esasperate da un John Fogerty vessatorio contro tutti – e soprattutto verso il fratello maggiore – vengono mascherate da un disco coeso e sapientemente costruito.

Suicide – Suicide

Suicide - Suicide.jpg

“Se sei brutto, ti tirano le pietre,

Se sei Alan Vega, ti tirano le asce”

Cantava Antoine nel 1967, anticipando di 11 anni quanto sarebbe successo durante un tour europeo dei Suicide in apertura ai Clash.

Ma perché? Perché c’è questo accanimento verso i Suicide? Perché hanno cominciato al CBGB’s e sono finiti in Europa? Perché? Perché? Perché? (da ripetere in maniera disperata alla Antonio Socci durante la lite con Capezzone in una puntata di Excalibur).

Partiamo dal principio, i Suicide forse non li avete mai sentiti (non è che siano mai stati così celebri nello stivale) ci hanno provato gli Afterhours con Milano Circonvallazione Esterna a farceli apprezzare, ma l’effetto è stato tutt’altro che quello desiderato in principio. Il problema è che se non sei Alan Vega non li puoi fare i suoi urletti, soprattutto se ti prendi troppo sul serio (come gli Afterhours da Non è per Sempre in poi).

Vabè, chiudo la polemica tra me e il sottoscritto.

Alan Vega è famoso per il suo modo di cantare e per il suo trasporto nel canto, simula l’amplesso in ogni canzone del disco d’esordio, per questo si becca insulti da morire negli States. Insieme a Martin Rev – il tappeto sonoro vivente dei Suicide – se ne vanno in Europa ad aprire i concerti dei Clash, dove vengono insultati come accade con Richard Benson, culminando poi nel lancio dell’ascia che sfiora Vega a Glasgow. Un grido lancinante si alza in sala “I NANIIIIII!!!”.

Se fosse stato centrato, la band avrebbe dovuto cambiare nome in Homicide.

“Suppongo fossimo più punk dei punk nella folla. Ci odiavano. Allora li ho provocati: ‘Voi teste di cazzo, dovrete passare sopra di noi prima che suoni la vostra band!’ È stato quello il momento in cui l’ascia ha sfiorato la mia testa per un pelo. È stato surreale. Ho pensato di trovarmi in un film 3-D di John Wayne. Ma non c’era nulla di inusuale. In ogni concerto dei Suicide in quel periodo era come trovarsi nella terza guerra mondiale. Ogni sera credevo che sarei stato ucciso.” Alla fine Alan è campato tanto da potersi ritenere un sopravvissuto, purtroppo però ci è stato portato via da un 2016 che non ha lasciato prigionieri.

I Suicide non sono stati capiti – da quel che avrete capito – ospiti fissi del CBGB’s insieme a Patti Smith, Television, Talking Heads e Ramones, vennero ridicolizzati dalla critica salvo poi – come spesso capita – far dietrofront. La vera fortuna per il duo Vega e Rev è stato quello di incontrarsi a SoHo in un laboratorio artistico: “Abbiamo avuto la stessa fortuna che hanno avuto Jagger e Richards quando si incontrarono” ricorderà il cantante, in principio scultore; uno originario di Brooklyn l’altro del Bronx, avevano in comune una povertà che caratterizzava le loro giornate (un po’ come per Patti Smith e Robert Mapplethorpe quando all’inizio della loro carriera si trovarono a New York).

Rev era in possesso di un Wurlitzer da 10 dollari che sputava suoni strani, e Vega improvvisava sopra quelle emissioni sonore; la vera rivoluzione avvenne nel 1975 quando il duo rimediò una drum machine che ne completava la struttura musicale e ne rafforzava la consapevolezza dei propri mezzi. Sarebbero diventati – da lì in poi – i pionieri della no-wave e del sound anni ‘80 fatto di sintetizzatori e merda elettronica (della peggior specie in molti casi).

I primi concerti sono ricordati per le performance dei due con un Alan Vega più body artist che cantante, capace di procurarsi ferite sul volto con la catena ed il coltello che si portava sempre sul palco. Fortemente forgiato dal rock ‘n’ roll di Gene Vincent, Roy Orbison ed Elvis, Vega riesce ad emulare ed evolvere il loro linguaggio musicale.

Suicide è un album meraviglioso, fonte d’ispirazioni per tanti musicisti, tra i quali Bruce Springsteen – che in Frankie Teardrop vede le origini per la sua State Tropper in Nebraska – o gli R.E.M. veri fanatici di Vega e Rev – celebri sono negli anni le loro interpretazioni di Ghost Rider.

Ah dimenticavo… il nome Suicide è un tributo al soprannome del protagonista nell’omonimo fumetto Ghost RiderSatan Suicide – del quale Rev è un grande ammiratore.

Ramones – Rocket To Russia

Ramones - Rocket To Russia.jpg

Il terzo disco è la prova del 9 atta a confermare al mondo intero che i Ramones non sono un fuoco di paglia e che fanno sul serio.

Scritto prevalentemente in bus – tra una tappa e l’altra del tour – Rocket to Russia è il disco figlio dell’entusiasmo dell’intera band che odora il successo e la fama come uno squalo percepisce una goccia di sangue nel mare. Questa volta – rispetto ai passati due lavori in studio – il budget è discreto e i Ramones hanno sempre più seguaci, riscuotono consensi tra colleghi e pubblico ma è difficile trovare qualche loro brano nella top charts o in rotazione continua nelle radio. Tommy trova le ragioni di questa poca considerazione radiofonica in una paura insita nell’industria discografica figlia dell’incapacità di trattare con i gruppi punk, oltre alla dote dei Ramones di scrivere brani “schizofrenici e psicotici”. Nonostante tutto, il disco sarà uno dei più venduti della band.

Come già evidente nell’album d’esordio, i Ramoni sono fortemente figli del rock’n’roll anni ‘50, di Elvis e Chuck Berry, ma anche del surf rock anni ‘60 – come dimostrano la strafamosa Surfin’ Bird (cover del brano dei Trashmen, non è un originale dei Ramones come molti pensano) e Rockaway Beach (canzone scritta dal vero e unico viveur delle sabbie e della salsedine Dee Dee e dedicato alla spiaggia di New York) –  subiscono anche l’influenza del Bowie trasformista di Ziggy Stardust, di Lou Reed, degli Stooges e degli MC5 (forse il legame con gli ultimi due gruppi risulta più evidente).

Su tutto – per quanto impensabile possa sembrare – aleggia la figura di Andy Warhol, forse colui che anche indirettamente – tramite il suo concetto di minimalismo – ha più influenzato i Ramones e la scena musicale di New York, per non parlare di quello che sarebbe diventato il CBGB.

Come per gli altri album, la scelta dei temi trattati è in parte autobiografica ed in parte pescata nelle malattie mentali – o nelle problematiche giovanili di tutti i giorni – estremizzate e mescolate a del black humor, come in Teenage Lobotomy dove si canta di un ragazzo che dopo una esposizione massiccia al DDT deve essere sottoposto a un intervento di lobotomia (denunciando la pericolosità di questa tecnica ancora utilizzata in quegli anni) o con Sheena Is a Punk Rocker – probabilmente il brano più celebre di Rocket To Russia.

Joey ci racconta la nascita di Sheena con queste parole “Per me Sheena è stata la prima canzone surf/punk rock/teenage ribelle. Ho combinato Sheena, Regina della giungla [fumetto Britannico del 1937 ndr], con il punk primitivo. Così Sheena è stata portata ai giorni nostri”, Sheena è l’eroina anticonformista, colei che si allontana dallo status di ragazza per bene che frequenta solamente i posti raccomandati, lei va nei club a scatenarsi con il punk.

L’album della consacrazione definitiva dei Ramones coincide con l’addio alla band di Tommy che tornerà a svolgere il ruolo di produttore, garantendo prosperità e lunga vita (insomma… sigh) ai Ramones “Pensavo, ‘cos’è meglio per i Ramones? C’era tanta tensione tra me e Johnny, quindi dovevo cercare di rilasciare tutta questa pressione per consentire alla band di andare avanti. Lo dissi prima a Dee Dee e Joey. Mi dissero ‘Oh no! Non andare! No! Dai! No! Dai! Blablablablabla’, dissi loro che dovevamo assolutamente fare qualcosa perché stavo perdendo la brocca”

Barbara Keith – Barbara Keith

Barbara Keith - Barbara Keith.jpg

Come dimostrato nei precedenti post della rubrica “Derelikt”(so che ogni volta cambia il nome di questa benedetta rubrica, ma fate conto che i dischi particolari finiscono in questa categoria) non è remota la possibilità di una fugace apparizione nel business musicale, con discreti risultati, per poi ritornare nella vita più che normale, circondati dagli affetti e senza enormi pretese.

Dopo Vashti Bunyan e Linda Perachs è il giunto il turno di Barbara Keith (l’ennesima illustre sconosciuta), il parallelismo tra queste figure è più che lecito: produzione discografica scarsa per ognuna, più o meno nello stesso periodo; la scomparsa per quasi trent’anni; il ritorno in pista e la riabilitazione al grande pubblico, raccogliendo successi più che insperati all’epoca delle registrazioni.

Barbara Keith – nell’album che ha un titolo veramente pregno di fantasia – riesce a regalarci una cover della cover delle cover: All Along The Watchtower. La sua versione mantiene una dignità ed un polso che la rendono unica, ha impresso la propria idea musicale in un brano ideato da Dylan – suo compagno di vita bohemien presso il Greenwich Village – rielaborato da Hendrix in maniera magistrale, e ripreso dalla stessa Keith con influenze acide e gorgheggi che si intrecciano in un climax talvolta epico e suggestivo. L’arrangiamento di All Along The Watchtower vale sicuramente l’intero disco, perché dare un senso ad un brano così fortemente connotato e celebre rendendolo proprio, è operazione da folli.

La Keith si ritirò dalle scene dopo aver sposato il produttore di questo disco, tale Doug Tibbles (con il quale ha scritto a quattro mani l’ultimo brano del disco A Stone’s Throw Away), e rescisse il contratto con la Reprise, l’idea dei coniugi era quella di concentrarsi sulla vita familiare e cercare una major in grado di incontrare le loro esigenze.

Il recesso dalla Reprise fu un colpo grosso per la carriera della Keith, in quanto la promozione del disco subì un arresto non indifferente che tagliò di fatto le gambe alla sua carriera.

Morale della favola, le vendite non furono assolutamente eccelse, ma il talento della Keith venne comunque notato dall’industria musicale, non solo grazie ai suoi due album omonimi (uno sforzo creativo da fantasia al potere) ma anche grazie alla fitta rete di contatti creati durante la permanenza dei salotti creativi del Village, dove venne scoperta nel club Café Wha?, per questo motivo alcune sue canzoni vennero reinterpretate da cantanti più conosciuti di lei. E tutti vissero felici e contenti.

Ramones – Ramones

Ramones - Ramones.jpg

Ecco il turno di un’altra istituzione del CBGB, il percorso è molto simile a quello intrapreso da Patti Smith, solo che Joey e compagni si avventurano nel Country Bluegrass Blues una manciata di mesi prima rispetto a Patricia Lee; è una torrida serata agostana ed i Ramones si presentano sul palchetto del live club più famoso di New York, dove sosterranno da lì alla fine dell’anno oltre 70 esibizioni.

Ogni performance dei Ramones era composta da una scaletta tiratissima con brani velocizzati che difficilmente superavano i due minuti, perciò i primi spettacoli avevano una durata media di 17 minuti (concetto estremizzato poi dai Minutemen). Basta veramente poco per notarli, il loro nome d’arte nasce da un’intuizione di Dee Dee – all’epoca Douglas Colvin – che prendendo spunto dall’alias di Paul McCartney ad inizio carriera (Paul Ramon), si da il nome di Ramone e suggerisce anche agli altri membri di adottare tale alter ego, perciò John Cummings diventa Johnny e Jeffrey Hymam si trasforma nel ben più famoso Joey.

Dee Dee si accorge che suonando il basso non è in grado di cantare, perciò Joey viene spostato dalla batteria alla voce e alle percussioni subentra Thomas Erdelyi (Tommy). Questa sarà la formazione dei Ramones fino al 1978 e così si imporrano nel mondo: un’immagine coordinata che li ha aiutati nella rapida ascesa, capelli lunghi e corvini, giacche di pelle nera, un muro del suono (o di rumore sarebbe meglio dire) ad accompagnare le loro esibizioni disordinate – e prive di talento effettivo rispetto a colleghi molto più quotati.

I Ramones rifuggono dal concettualismo di tutti gli altri colleghi che si esibiscono al CBGB e altri gruppi coevi, suonano quello che vogliono con quei cazzo di accordi semplici -mai un abbrivio – con testi senza pretese; sono caciaroni e primitivi nel senso che ritornano alle origini del rock’n’roll. Gran parte di questo “successo” è legato alla figura di Joey Ramone: bastian contrario rispetto a tanti altri cantanti, non si ispira a nessuno, ma soprattutto non cerca di scimmiottare nessuno, si impone nel panorama per quello che è oltre che per la sua voce gutturale capace di sciorinare scioglilingua e filastrocche con rima baciata.

Nel 1975 i Ramones vengono messi sotto contratto ed incidono il loro primo omonimo lavoro; la foto di copertina – celebre – è stata scattata a due passi dal CBGB, doveva essere simile – nell’idea della band – alla copertina dell’album Meet The Beatles!, diventerà a sua volta una delle immagini più iconiche della storia della musica, coi 4 Ramoni appoggiati al muro abbigliati talmente tanto fichi che saranno copiati dai tanti fan (e non) della band.

1,2,3,4! è il marchio di Dee Dee che risuonerà ad ogni canzone,  Ramones comincia con Blitzkrieg Bop, scritta da Tommy e Dee Dee – nonostante sia accreditata a tutti i membri – prende il nome dalla tattica della guerra lampo (blitzkrieg in tedesco) proveniente dalla seconda Guerra Mondiale; a seguire c’è Beat on the Brat brano che nasce dall’infanzia di Joey “Quando vivevo con mamma e mio fratello, avevamo dei vicini con un bambino rumorosissimo e senza disciplina che urlava tutto il tempo. Da lì è maturata in me la voglia di prendere una mazza da baseball e colpirlo. Volevo ucciderlo”, Dee Dee invece ricorda che Joey aveva visto una madre inseguire un bambino con la mazza per picchiarlo… a chi dobbiamo dare retta?

Comunque tutte le canzoni si sviluppano sulla base di esperienze di vita vissuta dai membri della band, come per Beat on the Brat anche Judy is a Punk prende forma praticamente nello stesso momento, o Now I Wanna Sniff Some Glue un concetto proveniente da un trauma adolescenziale di Dee Dee, o 53rd & 3rd ovvero il punto nel quale si concentra la prostituzione maschile omosessuale a New York – e dove si suppone che Dee Dee si sia prostituito per saldare debiti di droga (come faceva Robert Mapplethorpe, non sarebbe poi una affermazione più di tanto campata in aria quella su Dee Dee).

Insomma sono tanti i temi trattati dai Ramones, lo faranno senza troppe impalcature, in maniera genuina con un linguaggio schietto e diretto, è Tommy colui che da una spiegazione del manifesto dei Ramones: “Suoniamo canzoni brevi e facciamo scalette corte per tutte le persone che non hanno tanto tempo libero”.

Talking Heads – More Songs About Buildings And Food

Talking Heads - More Songs About Buildings And Food

Eno è l’unica persona che comprenda il modo di suonare di David. […] Il senso del ritmo di David è folle ma fantastico. Una canzone parte incasinata per diventare poi un koala. È tremendamente difficile trasformare un’idea stupida in qualcosa di brillante. David ricava il dipinto dallo schizzo. È grandioso nel convincerci di come un’idea pazza possa divenire qualcosa di splendente.”

Tina Weymouth in questa intervista rilasciata a Creem, ci fornisce degli indizi che ci spiegano l’evoluzione dei Talking Heads:

1) More Songs About Buildings And Food è il secondo album delle teste parlanti, il primo affidato a Brian Eno;

2) Eno è l’uomo capace di intendersi con Byrne più di chiunque altro, perciò è da qui che nasce il sodalizio che porterà a Fear Of Music, Remain In Light, My Life In The Bush Of Ghosts;

3) Eno comincia una cura contro l’autismo da palcoscenico di Byrne (lui stesso definisce il proprio inizio di carriera aspergeriano) spostando il focus dalla sua chitarra alla sezione ritmica, mettendo in condizione il duo FrantzWeymouth di porre l’accento sui brani.

Come scritto per Talking Heads ’77 la forza della band è suonare dal vivo, la palestra che ne ha forgiato lo spirito ed il carattere, Eno propone così alle Teste Parlanti di entrare in studio e registrare completamente dal vivo i nuovi brani, questo infonde maggior coraggio ed estro nei Talking Heads che consente loro di chiudere le registrazioni ed i mixaggi in appena tre settimane (una in più del disco d’esordio).

Concedendo la ritmica a Frantz e Weymouth – e non essendo una band che basa i propri successi su giochi di chitarra pirotecnici – la peculiarità dei brani è incentrata non solo sui testi ma anche sulla voce di chi li interpreta e sul come lo fa. The Big Country in tal senso credo possa essere una canzone che ben rappresenta quanto scritto sopra.

Byrne ha trovato in Eno il suo Virgilio e Eno in Byrne il proprio Dante.

More Songs About Buildings And Food mostra la via, definendo il futuro che spetta ai Talking Heads, ma offrendo anche un’idea artistica riconoscibile grazie all’emblematica immagine di copertina raffigurante un mosaico di oltre 500 polaroid – scattate da David Byrne – rappresentante i membri della band.

Anche il titolo peculiare ha contribuito all’immagine coordinata del gruppo:

Tina “Come dovremmo chiamare un album che parla di cibo ed edifici?”

Chris “Puoi chiamarlo Altre canzoni sul cibo e sugli edifici (More Songs About Buildings and Food)”.