Francesco De Gregori – Rimmel

I would say I’m sorry 
If I thought that it would change your mind 
But I know that this time 
I have said too much 
Been too unkind 

Vi sto confondendo le idee?  Pensate a me quanto confonde ogni volta ascoltare l’intro di Rimmel! Con quella progressione di accordi alla Boys Don’t Cry, ti aspetti che parta Robertino Smith con tutto il suo spleen e invece parte moscissimo De Gregori.  

Però sentire la voce di De Gregori, appena ventiquattrene, placa i sensi e ristabilisce la connessione con la realtà; le sinapsi tornano al proprio posto e il corto circuito si arresta. È il disco perfetto con il quale concludere questo ciclo di pubblicazioni [già, ve lo scrivo così, tra le righe, di nascosto e senza aspettativa alcuna ndr]. 

Ora che vi ho reso partecipi di questo mio enorme limite cognitivo, cominciamo ad addentrarci in Rimmel, il disco della consacrazione popolare di De Gregori, reso celebre – oltre che dalle melodie di grande impatto anche – dal suo “ermetismo dadaista”. Un successo che lo ha inviso ai supercritici dell’epoca (vedi alla voce Giaime Pintor), ma che ha elevato questo lavoro a monumento per le generazioni a venire. 

Come ha dichiarato per l’anniversario dei 40 anni dalla pubblicazione, il Diggì non riesce a darsi una spiegazione sull’effettivo successo, e affetto, corrisposto dal pubblico per tutti i brani presenti nel disco, lasciandoci intendere che non lo considera il migliore tra quelli pubblicati nel corso della carriera.  

“Sono orgoglioso di essermi sempre contraddetto. Dopo Rimmel il mio posto nel pantheon della musica italiana ce l’avevo. Ma non mi è mai piaciuto che potesse finire così. Preferisco continuare a scrivere canzoni magari più brutte o di scarso successo, ma continuare a scrivere quello che ho in testa. Sempre meglio che cavalcare le onde del passato.” 

Eppure Rimmel è stato un disco con dei testi che traggono linfa dagli studi e dalle letture che De Gregori faceva all’epoca, oltre che dal vissuto, dal quale un buon autore attinge sempre per dare abbrivio ad un progetto artistico. 

Un lavoro importante per il ruolo che ha giocato nel cantautorato italiano, per aver offerto al pubblico un linguaggio differente – onirico a tratti – rispetto all’offerta proposta dalla scena dell’epoca. Un credo stilistico che ha reso Diggì riconoscibile e apprezzato. 

Tengo a precisare che cerco di dare un taglio diverso nella descrizione di questo disco rispetto ad altri racconti (senza seghe mentali), perché De Gregori non ha mai amato che le sue canzoni venissero interpretate. Nel corso degli anni, i brani di Rimmel sono stati associati ad eventi più o meno estemporanei, bollati simpaticamente come cazzate dal burberissimo Degre [“simpaticamente” leggetelo con la voce di Maurizio Mosca quando dice che Squitieri lo ha definito simpaticamente “menefreghista di merda” ndr]. 

Rimmel è la maschera pirandelliana che viene tirata giù, il maquillage pesante che copre la verità, per questo le interpretazioni delle canzoni di De Gregori vengono contrastate dallo stesso, in quanto rappresentano proprio ciò che ha combattuto con questo disco: la finzione ed il sotto-testo. Rimmel è un album estremamente diretto, concreto più di quanto il pubblico negli anni abbia creduto. 

Quindi cominciamo a smentire subito chi sostiene che la didascalica Pablo sia dedicata a Neruda anziché ad un immigrato spagnolo in Svizzera [troppo banale per il palato raffinato dei segaioli da bar ndr], che Quattro Cani parli di Patty PravoAntonellone Venditti, che Buonanotte Fiorellino sia dedicata alla moglie di De Gregori morta in un incidente aereo [ci tengo a ricordare che aveva 24 anni, non era ancora sposato quando incise Rimmel e la melodia volutamente melensa di Buonanotte Fiorellino non lascia presagire una storia drammatica nelle retrovie ndr].  

“Queste ed altre cose si sono diffuse in internet in blog gestiti da persone che dicono di essere miei fan, ma che in realtà sono dei talebani perché inventano storie assurde e complicatissime dietro la semplicità delle canzoni”. 

Escludendo queste tesi fantasiose, il Degre ci confessa che c’è tanta farina del suo sacco [e poca farina del suo Vanzetti… non odiatemi ndr], molto di ciò che ha vissuto si è trasformato in canzone, senza troppi giri di parole. Pezzi di Vetro – ad esempio – è ispirata ad una scena che De Gregori vide passeggiando per Piazza Navona, di un artista di strada che spaccava bottiglie per terra e camminava sopra i frammenti come se nulla fosse.

La ragazza con cui stava passeggiando andò in brodo di giuggiole [che termine desueto che vi tiro fuori dal cilindro ndr] e lui se la prese di brutto perché in fondo il germe della gelosia contagia anche i cantautori stronzi. Che poi sfatiamo ‘sta cosa della stronzaggine di De Gregori, non deve essere per forza un capocomico, ma soprattutto, se non sei un capocomico non devi essere automaticamente uno stronzo. 

“Se la gente mi ferma per strada non mi dà fastidio, mi irrita se pensa di conoscermi dalle mie canzoni, o se considera una canzone come un vaticinio… È tutta fuffa”. #FreeDeGre  

Mentre invece Rimmel non è “niente di più” che un brano sugli amori sfioriti nella giovinezza, dell’accettazione di un addio quando si è ragazzi. Certo detta così sembra una merda, però lui l’ha scritta da Dio… questo significa che puoi anche raccontare banalità, ciò che conta è come queste banalità vengono raccontate. 

Infine, tengo a dispensare questa piccola curiosità: in riferimento al verso “chi mi ha fatto le carte ti ha chiamato vincente ma una zingara è un trucco”, De Gregori si è fatto fare veramente le carte “sì, un giorno mi hanno fatto le carte e mi hanno detto cose molto belle, mi hanno detto che sarei stato molto felice, mi hanno detto ‘Sarai un vincente’”; ma non è stato uno zingaro, bensì Enrica Rignon, all’epoca moglie di De André.  

Chiudo così questo racconto, senza dilungarmi ulteriormente, considerato che ho scritto più note che testo e sarete stanchi di leggere le cazzatelle sparate di qua e di là. Ma sono sicuro che almeno, questo racconto, come gli altri di questo ciclo, siano riusciti nel loro intento: quello di mettervi la pulce nell’orecchio.  

Sono certo che riascolterete Rimmel, così come sono convinto che vi diletterete nel canticchiarlo per i prossimi giorni. Quanto a me, sono pronto a congedarmi per tornare con altre pillole entro la fine dell’anno. 

A mille ce n’è, nel mio sito di pillole da narrar,  

Venite con me, nel mio mondo musicale per sognar…  

Non serve l’ombrello, il cappottino rosso o la cartella bella per venire con me…  

basta un po’ di fantasia e di bontà. 

C’era una volta il cantapillole dirà, e un altro articolo comincerà (plin)” 

Lucio Battisti – Anima Latina

Questa pillola comincia con una rivelazione bomba: non ho mai amato particolarmente Lucio Battisti.  

OK! Dopo aver suscitato il vostro scalpore con questo inizio bruciapelo, mi sento di continuare questa confessione affermando che: non mi sono mai sentito in dovere di scoprirlo [arghhhh ndr]. 

Ora che ho catalizzato il vostro odio, vorrei aggiungere a mia discolpa che da quando mi sono imbattuto in Anima Latina, si è aperto un nuovo mondo per me, come se finalmente avessi capito la grandezza di Battisti.  E sono contento che questo articolo coincida con la sua venuta su Spotify, in modo tale che possiate ritrovare questo album e goderne senza troppi giri.

Certo, avrei trovato più coraggioso registrare un disco intitolato Anima Ladina e dedicato alle dolomiti, ma il tentativo orchestrato dal duo Battisti/Mogol è stato particolarmente audace per l’epoca, riuscendo a ridefinire – al rialzo – lo standard della musica leggera italiana. 

Partiamo però dalle basi, cos’è Anima Latina?  

Nono album del Battisti, concepito durante un tour promozionale speso tra Brasile e Argentina (in un periodo storicamente complicato per i due paesi, con il regime dittatoriale nel paese carioca e la crescente formazione di gruppi armati estremisti in Argentina), rappresenta un disco di rottura rispetto al passato, capace di osare e uscire dal giardino del nazional popolare sapientemente agghindato negli anni – insieme a Mogol –  con hit da classifica e classiconi senza tempo. Sì, perché Anima Latina è un discone che nonostante l’abbandono della forma canzone classica (e l’ammiccamento forterrimo agli standard jazz, al progressive e la sperimentale dell’epoca), ha trovato modo di imporsi nella classifica nazionale raggiungendo dati di vendita importanti. Il tutto, nonostante la critica abbia ampiamente pisciato in faccia a Battisti per questa scelta. Critici di tutto il mondo, certo che voi siete come la tipa di Cara Ti Amo, non vi sta mai bene un cazzo! 

Anima Latina, opera complessa che ha richiesto oltre 6 mesi di registrazione, non è solamente un esercizio di stile, bensì la volontà precisa di sperimentare contaminando, di sfidare le convenzioni con brani dalla durata di 6-7 minuti o reprise superbrevi. Una testimonianza atta a costruire un ponte tra culture distanti, ma anche a dimostrare che il repertorio di Battisti può essere farcito di canzonette sole-cuore-amore, ma dietro – senza troppa fatica – c’è una capacità di lavorare a melodie e testi compositi capaci di far ricredere critica e pubblico sulle qualità di Lucio. Eh sì, non è da meno dello squadrone di cantautori coevi impegnati [che qualcuno non avrebbe remore a chiamare i cantautoroni di Bruxelles ndr].  

Per dare una forma a questo guanto di sfida verso l’opinione pubblica e critica, si circonda di una band coi controcazzi: troviamo oltre al famigerato Gneo Pompeo (che leggenda vuole sia il buon Gian Piero Reverberi, anche se ci sono versioni discordanti che legherebbero questa figura a Gabriele Lorenzi), Ares Tavolazzi, Claudio Maioli, Claudio Pascoli e Alberto Radius (questi ultimi due [soprattutto Radius ndr] a lungo collaboratori di Battiato).  

La folgorazione per la scrittura di Anima Latina avviene durante il viaggio in Sud America, come già scritto, quando Battisti scopre che musica e vita si fondono in un’unicum estremamente diretto, gioioso, alla ricerca dello spirito primitivo della musica: la comunione. Ben rappresentata anche dalla copertina, fotografata da Cesare Montalbetti, piena zeppa di bambini [o nani? Ndr] che suonano e ballano come fossero una banda. D’altronde il buon Vinicius De Moraes insieme al buonissimo Sergio Endrigo ci hanno regalato, nel 1969, il Samba Delle Benedizioni che racchiude un po’ quanto portato in dote da Battisti: l’amore, la tristezza, le donne e un concetto che troviamo in Anima LatinaLa vita, amico, è l’arte dell’incontro, malgrado ci siano tanti disaccordi nella vita.

Non ci sono barriere tra il pubblico e i musicisti, ma unità di intenti e rispetto reciproco che esplode in un divertimento che non prevarica sull’ascolto, ma lo aiuta. Una gioia che traspare nonostante le complessità vissute in quegli anni dai paesi sudamericani.  

Quest’ultimo punto influenza pesantemente i mixaggi dell’album, che presenta diversi passaggi con voci sussurrate, parole non facilmente comprensibili, strumenti che prevaricano le linee vocali. Un escamotage intelligente da parte di Battisti per spingere ad ascoltare l’album e non parcheggiarlo in sottofondo; una lotta contro la pigrizia uditiva ma anche un pungolo nei confronti di chi troppo spesso si arrende ad un giudizio affrettato del primo ascolto. Della serie: se ti interesso mi ascolti, anche se la mia voce si confonde tra le note e le grida di sfondo.  

In fase di ultimazione del disco si sono verificate delle frizioni tra Mogol e Battisti, in quanto il Gran Mogol s’è messo di traverso imponendo di alzare il volume della voce che altrimenti sarebbe stato ancora più ridotto (Battisti avrebbe voluto in alcuni casi un sussurro da maniaco… su tutte La Macchina Del Tempo e Anonimo presentano momenti incomprensibili che potrebbero confondere gli ascoltatori occasionali). 

Ho trovato questa scelta meravigliosa, così fuori dal tempo, ma di gran cuore nei confronti del pubblico. Un tentativo coraggioso di svegliare le coscienze, anche perché sostenuto dalla fama di Battisti che all’epoca si interfacciava con un pubblico estremamente eterogeneo. Pensate, se già nel 1974 questa opzione veniva considerata coraggiosa ad oggi una scelta del genere scatenerebbe la collera dell’ascoltare, che preso da rrrabbia non capirebbe dando la colpa all’artista.  

Tornando al viaggio sudamericano [se non ve ne foste accorti questo disco è stato concepito in sudamerica e blablabla… l’ho già scritto trentordici volte ndr] Battisti riporta nella valigia le tematiche principali del disco, che sono identificabili nell’erotismo, l’amore e la vitalità. In particolare la sessualità viene affrontata in maniera estremamente delicata – a tratti raffinata – dal duo Battisti/Mogol, intenti a raccontarci la scoperta del corpo nel periodo dell’infanzia e dell’adolescenza.  

Con sensibilità fuori dal comune il duo delle meraviglie ci butta giù testi sui primi seghini, sul gioco del dottore e sulle prime pomiciatelle [naturalmente non in questi termini, nemmeno con queste parole… mi auguro Mogol non legga mai queste righe. Esimissimo Mogol, non legga la prego ndr], con l’innocente Il Salame e la meno innocente Anonimo, troviamo due capolavori da pesi massimi, con quest’ultima che termina con una strombettata da banda sulle note de I Giardini di Marzo.  

Poi su Due Mondi un Battisti in duetto con Mara Cubeddu, rifiuta di andare in vigna a ficcare duro, o meglio… lei parte in sordina, poi gli dice che lo vuole e parte la schitarrata mezza mariachi. Al che lei insiste, chiede più volte di appartarsi in vigna per ficcare, anche in falsetto, ma lui fa il sostenuto. Della serie, dico di no all’inizio, mi faccio vedere risoluto e sembra che sono un fichetto tetragono. Bravo Lucio, resisti e lavora che la vendemmia non aspetta te! Per chiavare c’è sempre tempo! 

Questo articolo sta scadendo nella trivialità più becera, me ne rendo conto, ma è tutto un contraltare studiato a puntino per bilanciare lo spessore enorme del disco, che trovo perfetto sotto ogni suo aspetto.  

Sì, perfetto, non esagero.

Perché anche le imperfezioni sono al posto giusto, rendendo Anima Latina ancora più maestoso. Ma mettetelo sul piatto solo 5 minuti ragazzi miei, sentite quando suona bene da Dio ancora oggi? Ma lo sentite quanto è attuale? Fermatevi ad ascoltare i deliri, le jam che prendono la tangente, sono da pelle d’oca e non esagero. 

Vorrei tanto raccontare ogni sfumatura di questo capolavoro, ma non è il caso di tediarvi. In fondo questo spazio si chiama Pillole Musicali e il format negli ultimi tempi sta andando un po’ a baldracche. Mi accontento di avervi instillato la voglia di riprendere in mano questo disco, magari in maniera più consapevole rispetto ai bei tempi che furono.

A presto! 

Nada – Ho Scoperto Che Esisto Anche Io

La bellezza della musica risiede anche nelle storie e nelle connessioni, in tutte quelle collaborazioni che si sono realizzate fugacemente, nascoste agli occhi attenti perché poco pubblicizzate.  Uno dei principali motivi per cui ho deciso di iniziare pillole è stato proprio quello di raccontare le relazioni che intercorrono tra i personaggi del mondo musicale, cercando di raccontare il tutto in maniera gradevole. 

Ecco, con Ho Scoperto Che Esisto Anche Io, si apre un capitolo a me caro, perché si affronta un capolavoro di rara bellezza ed intensità nel quale mi sono imbattuto con tutta la casualità del mondo, mentre approfondivo la biografia di Piero Ciampi

Ho scoperto che esiste anche questo album e ne sono veramente contento, perché ha un valore enorme nella discografia italiana, segna il cambio di passo da parte di Nada che abbandona la strada sicura da interprete di canzoni “pop”, per mettersi in gioco e sperimentare percorsi artistici mai affrontati prima. Dopo questo disco, Nada capisce che deve evolversi in autrice e non solo interprete. 

Ma è anche un lavoro che vede uno sparring partner di tutto punto, quel Piero Ciampi che dopo Io e Te Abbiamo Perso La Bussola, ignora sciaguratamente tutte le chiamate di Ornella Vanoni, auto-sabotando le possibilità di un successo economico e commerciale. Ciampi non ascolta le sirene per dedicarsi a una sua conterranea, quella Nada Malanima, ragazzina irrequieta, con la quale Ciampi stabilisce un rapporto familiare e ne riconosce uno spirito analogo, tendente all’autodistruttività e per questo bisognoso di supporto. 

Una decisione forte, artisticamente rilevante. Non che scegliere Ornella Vanoni fosse un passo indietro, ma probabilmente la produzione artistica di Ciampi (in combutta con l’indivisibile Gianni Marchetti) avrebbe peccato di genuinità nel confrontarsi con una artista poco empatica con il suo modo di essere. Il riconoscere Nada come sua pari, tocca le corde giuste e agevola lo sviluppo creativo in fase di scrittura. 

Non è un caso che il modo di interpretare i brani da parte di Nada sia così vicino a quello di Ciampi stesso, dimostrando un’affinità a tratti copia carbone: è come se i due si specchiassero l’uno nell’altra. Perciò quando il disco parte sulle note di Confiteor non si può non avere un sussulto nel sentire Nada partire con un gramelot sul filo della follia, con una base musicale alla David Axelrod, proseguendo con una conversazione più che con un canto, lasciando fluire parole su parole che crescono diventando pesanti e magnetiche.  

I temi affrontati sono tosti, come solito di Ciampi, e l’interpretazione non è da meno, credibile e veritiera per essere compiuta da una ventenne (Nada ha esordito a quasi 16 anni a Sanremo e ha già le spalle belle grandi), che sembra più donna che ragazzina. Ma in fondo oltre quarant’anni fa si era costretti a diventare adulti precocemente.  

Ho tralasciato che Nada ha conosciuto Ciampi a 18 anni, ha dichiarato di non ricordare molto del periodo di costruzione di Ho Scoperto Che Esisto Anche Io, ma i due hanno convissuto un paio di anni, in amicizia, conoscendosi a fondo. Ciampi si è dimostrato un maestro nei suoi confronti, indicandole la strada da percorrere per avere “tutte le carte in regola”, ma capendo anche – durante il periodo trascorso insieme – chi fosse Nada, trovando le parole adatte per rappresentare i suoi pensieri su nastro. 

Curioso citare anche un altro aspetto legato a questo stupendo disco: la title-track, che chiude il disco e riassume le tematiche dello stesso, è ufficialmente ispirata a The Great Gig In The Sky, in quanto Nada, grande appassionata dei Pink Floyd, portò in studio il disco facendolo ascoltare a Gianni Marchetti, che nonostante la formazione classica apprezzò di buon grado questa influenza musicale introducendola nell’arrangiamento. 

Ho Scoperto Che Esisto Anche Io è un disco completo, variegato, che scorre via bene, un capolavoro da riportare in auge, con dei pezzoni tra i quali Ma Chi Dorme Insieme A Me, capace di farti sorridere per il trasporto che Nada trasmette, o Come Faceva Freddo, così violenta e disperata, un fiume in piena di emotività. Senza entrare ulteriormente addentro al disco, dovete ascoltarlo e basta, fate un tuffo negli anni ‘70, rivivete queste atmosfere perché questo album è come una macchina del tempo… e pensare che vendette talmente poco che le numerose copie rimaste furono mandate al macero. Ascoltatelo, fidatevi, ne gioverete. 

Piero Ciampi – Io e Te Abbiamo Perso La Bussola

Piero Ciampi è quel livornese, sì, proprio quello dalla battuta sagace e dall’animo fumantino. 

Piero Ciampi è quell’uomo dal fisico longilineo, con lo schiaffo e il ghigno montato sul viso affilato.  
Piero Ciampi è quel cantautore che ha dedicato la propria esistenza alla conflittualità.  

Piero Ciampi è quell’artista che la gente non conosce.  

Ogni volta che ascolto Piero Ciampi mi danno l’anima: perché il pubblico non lo apprezza? Cos’ha in meno di tutti gli altri? Ogni canzone è vita tormentata, una verità portata alle nostre orecchie senza filtri, un’ode agli errori, ai vizi, ai rimpianti, alle malinconie e le incazzature, quelle viscerali. 

La bussola non l’ha persa solo Piero ma tutti quelli che non l’hanno compreso. Eppure nel settore il suo nome aveva un peso specifico di degna nota, rappresentando la stella polare per tutti i cantautori della sua generazione, tanto che il buon Gino Paoli, suo grande amico, si è speso più volte per trovargli dei contratti.  

Ci è anche riuscito, combinando un incontro con Ennio Melis, dirigente della Rca. Tramite il seducente savoir faire, Ciampi lo convince della bontà delle sue intenzioni e della volontà di registrare un disco a stretto giro. In fondo il materiale c’è. 

Melis ci crede, convinto anche dalla presenza del navigato Gino Paoli all’incontro… in fondo come si fa a dir di no a quel personaggio così a modo e composto. Insomma, Piero Ciampi sapeva vendersi, riuscendo a nascondere tutti quegli atteggiamenti poco edificanti per i quali la sua celebrità ha assunto forma.  

Riceve così un anticipo cospicuo per registrare un suo disco. Terminato l’incontro, Ciampi si rivolge a Paoli con fare divertito: “Oh Gino… glielo abbiam buttato nel culo eh?!”.  

Con i soldi ottenuti si dà alla macchia, dando vita a tre anni di vagabondaggio per l’Europa, tra la penisola iberica e i paesi anglosassoni, un periodo turbolento che gli lascerà in dote due matrimoni falliti e due figli ed altre esperienze che sono alla base di una produzione artistica a venire di enorme spessore. 

In questo contesto si posiziona Io e Te Abbiamo Perso La Bussola, il terzo disco di Piero nel quale, una volta tornato in Italia, sviscera tematiche già trattate nei precedenti lavori con un focus sul rapporto di coppia. Con Te Lo Faccio Vedere Chi Sono Io, la relazione presentata in Ma Che Buffa Che Sei assume connotati grotteschi, Ciampi si avvita in una serie di deliranti promesse, prima di chiedere del denaro in prestito alla propria amata, in una contrapposizione tra lusso ideale e povertà reale. 

In realtà questa canzone è un teatrino montato su a dovere da Ciampi per autocommiserarsi, nascondendo il senso di precarietà vissuta dal cantautore, insoddisfazione dettata dal non riuscire a dare alla propria compagna quanto meriterebbe. Questo brano definisce lo stereotipo di chi promette l’impossibile (“ti regalo un transatlantico”) salvo poi minacciare di affogarla nel Pacifico se avesse deciso di fuggire. 

Ma con Ha Tutte Le Carte In RegolaCiampi si descrive con il brano più autobiografico della propria carriera, scavando nella propria anima e raccontando l’amore per le sue due donne, esaminando il rapporto burrascoso con l’altro sesso e la vita. Nella strofa “beve come un irlandese” e “divide la cena con pittori ciechi, musicisti sordi, giocatori sfortunati, scrittori monchi”, Ciampi mostra di riconoscersi negli sconfitti dal destino, per questo vicini a lui e degni della sua comprensione.  

A differenza di Piero CiampiIo e Te Abbiamo Perso La Bussola è perlopiù incentrato sul crepuscolo del rapporto, la narrazione del fallimento della relazione di coppia ha In Un Palazzo Di Giustizia, brano sul tema del divorzio, il suo culmine. 

Questo disco è l’occasione per il rilancio commerciale di Piero Ciampi, che puntualmente disattende per bizze o fissazioni, tipo il declinare le proposte di collaborazione da parte di tantissime interpreti di punta dell’epoca. Comportamenti che lo hanno guidato nel vortice autodistruttivo conclusosi nel Gennaio del 1980. Ciampi si è rifugiato nella canzone, senza la quale probabilmente avrebbe vissuto una vita ancora più turbolenta, lo ha fatto con una voce che avvolge l’ascoltatore come una carezza, salvo poi graffiarlo quando meno lo aspetta, con quel ghigno spaventevole che al tempo stesso risulta confortante. 

Franco Battiato – L’Era Del Cinghiale Bianco

Ciclicamente, di epoca in epoca, torna prepotente una domanda ad affacciarsi nella società: l’era del cinghiale bianco tornerà? 

Voglio bene a Battiato [voglio bene a chiunque sigh ndr], ma voglio ancora più bene a questo disco: per la canzone che gli dà il nome, per la copertina, per Luna Indiana

In tutto questo partiamo da un dato di fatto… ascoltare Battiato non è complicato, capirlo è invece dote non da tutti. 

Non è difficile ascoltarlo perché la durata media di un disco – di inizio carriera – del Maestro si aggira sui trenta minuti e le canzoni presentano un’orecchiabilità invidiabile ai principali compositori contemporanei. 

La comprensione invece passa attraverso i diversi ascolti, la voglia di recepire e apprendere tutti gli indizi disseminati in ogni frase, le metafore e la presentazione di vari personaggi inseriti qua e là con leggerezza apparente. Soggetti che nel corso degli anni assumono lo status di icone solo per aver guadagnato un posto nelle canzoni di Battiato

L’Era Del Cinghiale Bianco in fondo inaugura proprio questa tendenza di Battiato di costruire dei testi che sono dei giochi di incastri, con ammiccamenti sfacciati alle culture arabo/orientali. Una capacità, palesata ad esempio con Strade dell’Est, di metterti una voglia fottuta di viaggiare dai balcani fino all’estremo oriente solo perché senti pronunciare al Maestro nomi esotici e parole a cazzo un po’ qua e un po’ là. 

Mentre il suo conterraneo Pippo Baudo lo trattava come un povero imbecille durante un’intervista promozionale in Rai, ci pensava Mr. Fantasy ad introdurlo degnamente nel 1979: “sensibile a sé stesso, ciò alle cose misteriose di questo strano pianeta”. E Battiato figura proprio come uno studente curioso e diligente, che vive fagocitando nozioni, cercando risposte alle innumerevoli domande che lo affliggono nel quotidiano, le cui risposte inserisce all’interno delle proprie canzoni. Come ad ergersi sacerdote moderno e guida spirituale di “un mondo di cui si sente la presenza ma di cui si perde la vista”. 

E allora L’Era Del Cinghiale Bianco, quella dell’inizio degli anni ‘80, è l’era dell’assoluta conoscenza spirituale. Se Huxley e Il Nuovo Mondo hanno influenzato Fetus, qui c’è lo zampino del filosofo francese René Guénon, filosofo nominato in Magic Shop, che nel saggio Simboli della Scienza Sacra illustra il ruolo esoterico del cinghiale, animale simbolo della mitologia celtica e indù. Proprio in quest’ultima, rappresenta uno degli avatar di Vishnu

Siamo già in quel momento in cui dovete decidere se volete capire quello che il Maestro dice o muovere solamente le chiappette seguendo il ritmo di Tullio De Piscopo e del violino di Giusto Pio. Non c’è nulla di male, ma assicuro che dopo un po’ di ascolti la necessità di scardinare l’ermetismo del nostro caro Battiato premerà forte sulla vostra cervicale e proverete un gusto sadico nello scoprire i riferimenti disseminati.   

Sarà lì che scoprirete come Magic Shop racconta della deriva spirituale e consumistica di una società che si lascia abbindolare da falsi miti, o di come Il Re Del Mondo sia il protettore della terra, capace di sostenere la vita nel pianeta reggendone le sorti a scapito del libero arbitrio degli ignari abitanti (“ma il Re del Mondo ci tiene prigioniero il cuore”). Anche questo brano affonda le proprie radici su René Guénon  che editò l’omonimo testo nel 1927

A proposito di Guénon, ho dimenticato di scrivere [o forse l’ho già scritto ma non me lo ricordo… ma sono troppo pigro per scorrere la rotella del mouse e rileggere le righe sopra. Bon, in caso repetita iuvant ndr] che tra i più aspri critici della sua dottrina filosofica vi era quel gran fetentone di Umberto Eco, so much love for him <3. 

Uno spazio importante è dedicato alla sacralità quella di Luna Indiana, punta di diamante del disco, resa celebre grazie anche dalla versione di Alice [alla quale personalmente preferisco i gorgheggio sul filo della stonatura del nostro Maestro ndr] e la preghiera meravigliosa di Pasqua Etiope con il Kyrie Eleison che risuona e se la batte a modo suo con la preghiera di Judee Sill in The Donor

Una sacralità che sfocia poi nella poesia laica di Stranizza d’Amuri, una delle poche canzoni scritte e cantate in siciliano da Battiato, che ricorda il periodo della guerra nella sua terra natia, o meglio, l’amore ai tempi della guerra, di come “anche se fuori si muore, non muore questa stranezza d’amore”, che fa montare dei lucciconi belli grossi sugli occhi dell’ascoltatore e una pelle d’oca non indifferente. 

Ecco ora sono emozionato e non so come chiudere questo articoletto infinito su Battiato, pertanto vi lascio con una delle più belle dichiarazioni d’amore, da ricicciare a piacimento, che si possano fare ad una persona amata: 

Man manu ca passunu i jonna 
sta frevi mi trasi ‘nda ll’ossa 
ccu tuttu ca fora c’è a guerra 
mi sentu stranizza d’amuri 
l’amuri. 

Franco Battiato – Fetus

È il 1972 e un giovane Franco Battiato dal capello crespo, occhialone sfumato e salopette presenta il brano Energia in uno studio RAI. Tra il pubblico sono state distribuite alcune maschere di carta con la faccia del Maestro (che ad essere sinceri col mascara sembra un po’ Toto Cotugno), alcuni si guardano attorno senza capire molto, altri tengono le maschere in faccia per coprire l’imbarazzo tangibile per un brano che non comprendono.  

L’esordio discografico di Battiato lascia perplessi, ma rappresenta la volontà precisa di credere nella musica elettronica come impronta distintiva. Fetus è un disco ambizioso e sicuramente acerbo, ma ha tanti ottimi spunti che riescono a ergere l’idea di Battiato a ponte tra kosmische muzik e progressive italiano.  

Eppure con lo sguardo revisionista, tipico di chi non si fa mai andare bene un cazzo, c’è una grande fetta di pubblico che suole affermare “Battiato è stato Battiato solo fino al 1975”, rivalutando i primi lavori della produzione del Maestro e smerdando di fatto tutto quello che è venuto dopo.  

Come al solito nella musica, così come nella vita, ci vogliono mezze misure. Non si può vivere di estremi. 

Talvolta tacciato di finto intellettualismo, nel corso della carriera è riuscito a legittimare le proprie scelte dimostrando la sua effettiva caratura. La svolta elettronica avviene a seguito di una infatuazione per Karlheinz Stockhausen (col quale collaborerà in futuro) e cerca di tradurla in musica grazie all’ausilio di una batteria elettronica e di un VCS3 a sostegno di strumenti convenzionali come chitarra classica e basso. I collage sonori inoltre trovano spazio in diversi brani (tra cui Meccanica con le voci degli astronauti dell’Apollo 11 e Nixon sopra l’Aria Sulla Quarta Corda di Bach), dando vita così a uno dei primi album di elettronica pop in Italia.  

Certo quella copertina col feto sul foglio di carta paglia è stato un capolavoro di marketing, garantendo 15mila copie vendute [anche se molti negozianti si rifiutarono di esporla ndr] pensata per scioccare chi se la fosse trovata dinnanzi, merito del genio artistico di Gianni Sassi:  

“Era sicuramente geniale anche se non ero del tutto favorevole a certe cose che faceva. Per esempio la campagna stampa con cui ha cercato di lanciarmi fu una trovata notevole, che diceva cose tipo: ‘Battiato è un buffone… la gente non ne può più’”, ricorda il Maestro. 

In questo caso il vestito ideato da Gianni Sassi fa il monaco, perché quello che troviamo all’interno di Fetus è sì fichissimo, ma allo stesso tempo l’inno alla vita di Energia, con le voci prima di neonati e poi di bambini, rappresenta un brano supercreepy [qualora partisse di notte a casa da soli ndr] un collage sonoro con un certo impatto, diverso da quanto prodotto fino a quel momento in Italia (ricordiamo che oltre i Beatles, prima ancora Zappa e John Cage avevano già battuto questa strada). 

Le trovate musicali sono varie e in alcuni casi acerbe, sì va dall’elettronica al synth pop, fino al manouche alla Django Reinhardt, dimostrando quella cifra stilistica che ha marchiato a fuoco la produzione discografica di Battiato, melodie orecchiabili su testi “concettuali ma non troppo”, della serie “se volete approfondire, approfondite il significato dei miei testi, altrimenti godetevi la mia musica e imparate qualcosa ascoltandola passivamente, in un modo o nell’altro vi inculo” [queste non sono le parole di Battiato ndr]. 

È così che il Maestro ci propone un disco basato sul controllo mentale e l’eugenetica, ispirato al romanzo distopico Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley. In Fenomenologia, manifesto dell’album, ci spara formule matematiche che dovrebbero rappresentare due sinusoidi sfasate, ovvero l’elica del DNA. Ora io non capisco una minchia di matematica e algebra, ero veramente una sega, quindi mi fido delle info reperite in da web. 

Senza addentrarmi sui testi, chiudo raccontando di una piccola chicca che riguarderebbe questo album. Battiato durante un tour europeo del 1972 avrebbe incontrato Frank Zappa, manifestandogli tutta la stima del caso [vorrei vedere ndr]. Lo stesso Frank ascoltando Fetus sembrò gradire il lavoro di Battiato e gli regalò un paio di scarpe argentate con le ali, come simbolo di buon auspicio. Probabilmente la sicilianità dei due ha agevolato l’incontro ed il conseguente confronto, ma dimostra come il buon Frank fosse legato musicalmente alle proprie origini (come dimostreranno gli apprezzamenti nei confronti dei Tenores De Bitti o nell’album Francesco Zappa). 

Ah, sembra che il Maestro perse le scarpe durante uno dei vari traslochi che lo hanno riguardato. Sigh! 

Mauro Pagani – Mauro Pagani

«Si deve essere curiosi, ma prudenti, avere cura della propria anima. Dice un proverbio: il danaro va e viene, la dignità, una volta andata, non torna più». 

Non esiste artista che stimi di più del Maestro Pagani, sarebbe pleonastico elencarne i motivi. Mi limito a raccontarvi en passant questo primo disco solista.  

Credo vi siate fatti più o meno un’idea del valore dei personaggi che stiamo affrontando, credo inoltre che stiate capendo chi affronteremo nelle prossime pubblicazioni di questo ciclo. Sì perché la linea narrativa è abbastanza regolare, gli anni d’oro della musica sperimentale italiana coincidono con la compresenza di alcuni personaggi dallo spiccato spessore.  

Mauro Pagani è l’anello di congiunzione tra la musica ricercata e quella popolare, e il suo primo disco omonimo è stato l’apripista per uno dei miracoli della musica italiana: Crêuza de mä. Con le debite proporzioni Mauro Pagani è un disco che mi viene facile accomunare a Before And After Science, un compendio della scena musicale contemporanea di media durata, con dei pezzi ben assemblati, l’uno differente dal successivo, ma non per questo eterogenei. Si ascolta tutto con trasporto e piacere, con attenzione o distrattamente, ma mai con fastidio… anzi, ci troviamo dinanzi ad un’opera che provoca assuefazione e un gran movimento di chiappette e budella. 

Ma dove nasce questo disco? 

Dopo 7 anni di militanza tra Quelli e P.F.M., Mauro Pagani si dice che sia stressato, distante dalle idee degli altri membri della Premiata, vuole alzare l’asticella. Poi, tutto questo girare il mondo gli consente di ottenere riconoscimenti per le proprie doti da parte della critica, ma lo consuma.  

La ricerca è la strada maestra, è il 1976 quando piscia i P.F.M. e comincia ad approfondire gli studi sulla world music, in particolare la musica etnica di matrice araba lo rapisce. La capacità, la curiosità e la creatività, combinate insieme sono una miscela di rara potenza e da questo mix Pagani maneggia in maniera sopraffina idee che in testa ad altri difficilmente troverebbero sfogo. 

Europa Minor dimostra ciò: un ritmo arabeggiante viscerale che potenzialmente può essere riprodotto all’infinito; in Argiento invece ci muoviamo in Campania con la voce di Teresa De Sio sopra di una melodia non troppo elaborata, accompagnata dai fiati e dal violino di Pagani che rendono il pezzo un raffinato miscuglio di world music e musica da camera. 

Senza addentrarmi in una misera cronaca di un disco che DOVETE TASSATIVAMENTE ASCOLTARE, è con L’Albero di Canto e la sua reprise – a chiusura del disco – che si toccano vette emotive di intensità strepitosa. La voce di Stratos e la presenza degli Area rendono il pezzo un incrocio tra Gioia e RivoluzioneLuglio, Agosto, Settembre Nero, i ritmi mediorientali degli Area ben copulano con l’idea musicale di Pagani che rende il tutto meno caotico di quanto solitamente si confà agli Area

Sino a qui ho citato signori ospiti, ma all’appello mancano ancora gli ex-compagni della scuderia P.F.M. (eccezion fatta di Flavio Premoli), parte del Canzoniere del Lazio (Vivaldi e Minieri), Roberto Colombo (reso celebre più per le sigle che ha creato che per il popo’ di musica che ha suonato [vabé che ha fatto il segnale orario del TG5, quindi gloria imperitura ndr]), Luca Balbo, Mario Arcari ed il grande Walter Calloni alla batteria. 

Pagani in tutto ciò non si risparmia suonando un po’ tutto: viola, violino, mandolino, bouzouki e un flauto di canna. Naturalmente questo disco non ha fatto il botto di vendite, però è stato accolto in maniera strapositiva dalla critica, dando ulteriore luce e credibilità alla carriera di una delle divinità del Pantheon musicale. 

«Solo nel 1978 [mi è capitato di non essere capito dal pubblico ndr], quando – finita la bellissima esperienza con la P.F.M. – pubblicai il mio primo disco solista, quelle sonorità mediterranee spiazzarono il pubblico. Però poi cominciai a collaborare con Fabrizio De André, e quel lavoro mi permise di scrivere le musiche di Crêuza de mä con naturalezza». 

Cari lettori, è giunto il momento di immergervi (nuovamente) in questo capolavoro. Buon ascolto.