Daniele Pace – Vitamina C

Hey tu, 
Stai perdendo, stai perdendo, 
Stai perdendo la Vitamina C 
Vitamina C 

Tranquillizzatevi subito, Daniele Pace non si è cimentato con la cover italiana di Vitamin C dei Can, mi auguro che questa non esista; mi auguro inoltre che questo incipit non spinga menti malate a sviluppare una cover in italiano di quel gioiellino regalatoci da Damo Suzuki e compagnia bella [ho avviato una piccola ricerca nel mentre e non ho trovato tracce di una versione italiana di Vitamin C ndr]. 

Orquinque, il ricambio generazionale ha contribuito a dimenticare certe figure centrali dell’ironia dotta, abrasiva e nonsense, così per chi fosse giovine o per gli avulsi dalle pubblicazione susseguitesi in codesto cantuccio digitale, forse il nome di Daniele Pace può suonare sconosciuto, a qualcun altro remoto, gli habitué di Pillole al contrario avranno più dimestichezza con la sua erre moscia e con la discografia prodotta assieme agli Squallor. E la di già pubblicata Troia, con quel cavallo in fiamme che troneggia nella copertina, con inclusa la meravigliosa 38 Luglio sarebbero caduti a cocco de pippa per questo ciclo di pubblicazione estiva, essendo però una carta già giocata me la cavo con questa pietra miliare della musica italiana. 

Le note di Che t’agg a fa hanno riempito le case degli italiani come sigla di chiusura del programma La Sberla (1979), prima dell’avvento delle reti private. Forse anche per questo Vitamina C risuona lontano, tra sogno e incanto, proveniente da un paese che sbocciava di ottimismo e che sentiva profumo di un futuro roseo e ben oltre quanto siamo ridotti a pensare oggi.  

La spensieratezza e la delicatezza attraversano tutto il disco, anche quando si trattano tematiche “scomode” (più per il pensiero retrogrado che permea la società odierna che per l’argomento in sé) e che oggi sembrano lo spauracchio di tutti come in OrgasmoLa Spirale o VaffanculoDonna Maddalena, questo senso di libertà e positività – anche quando la vita ti calcia sugli stinchi – si percepisce già dal collage di polaroid che compone la copertina di questo disco.  

Vitamina C sembra partorito en passant, in bermuda, infradito e sigaretta in bocca, mentre si sorseggia una bionda chiara, un po’ come si era soliti comporre tutti i dischi degli Squallor, anche se non assimilabile alla produzione espressa assieme ai suoi tre sodali. Questa apparente semplicità e decadenza italiana, che passa anche in brani come Mamma Margherita, conquista la rigidità tedesca [presumo abbiano consumato Vitamina C durante le vacanze estive spese in Italia, tanto lontana da quella Vitamin C proveniente dai conterranei Can ndr] meritando la pubblicazione in krukkialand.  

Leggerezza che traspira da ogni brano, e ci tengo ad aggiungere che ogni canzone presente in Vitamina C avrebbe potuto tranquillamente essere una hit, sicuramente a questo sensazione contribuisce non solo la musicalità del dialetto napoletano ma anche gli arrangiamenti di fino – a marchio Gian Piero Reverberi – che mettono sotto gli occhi di tutti un’attenzione alta di cui i faciloni tendono a non considerare quando si ascolta la musica ironica/demenziale, come se si affrontasse un catalogo di serie b [in tal senso trovate un mio articolo qui ndr], ad esempio Ma Che Casino sembra anticipare alcuni brani di Paolo Conte presenti nell’omonimo disco del 1984

Un brano come Piccerè ha dato recentemente la giusta ribalta a questo disco e al genio di Daniele Pace grazie alla felice rilettura del Martin Eden di Jack London avvenuta da parte di Pietro Marcello, che ha ambientato la storia in una Napoli passata e senza tempo, con il piano ritmato e il sussurro sensuale di Pace ad aprire la pellicola. 

Insomma, a me la figura di Daniele Pace ha sempre ricordato quella dell’amico di famiglia che viene invitato il sabato sera a cena, che tiene il banco tra bottiglie di vino condivise e la sigaretta di fine pasto, colui che spara cazzate a raffica con la faccia seria e la voce inflessibile, con quella erre moscia che lo rende unica ed inimitabile anima della festa. Godetevi questo gioiellino.

Napoli Centrale – Napoli Centrale

Prendetemi per matto, ma Napoli Centrale – al contrario da quanto rappresentato in copertina – ha tutte le carte in regola per iscriversi a questo ciclo di pubblicazioni prettamente estivo. Perché?  

Scardinando le travi del solito stereotipo della bella Napoli estiva, come anticipato con Alice, album e canzoni difficilmente appartengono a una stagione, siamo “noi” a dargli una collocazione temporale e a rivestire di nuovo significato un brano, sulla base del nostro vissuto e delle nostre esperienze. È logico che Moon In June dei Soft Machine venga più semplice ascoltarla durante giugno quanto Harvest di Neil Young nei mesi estivi, però possono legarsi tranquillamente a periodi apparentemente lontani dal significato originario pensato per la canzone.  

Logicamente qualche composizione si presta di più a questa ricollocazione stagionale, altre meno, ma Napoli Centrale ha un suo senso in questo ciclo di pubblicazioni, nonostante in copertina risalti una campagna uggiosa e i quattro membri della band vestano giacche impermeabili, diretti verso una meta che presumo non sia una spiaggia.  

Facciamo questo giochino pertanto: immaginiamoci tutti insieme che Napoli sia stata colpita da uno di quegli acquazzoni estivi che sollevano il petricore e fanno crollare drasticamente le temperature, tanto da giustificare la vestizione di impermeabili e cerate; poi mettete su questo disco ed immergetevi nei lancinanti suoni sfornati dal Fender Rhodes di Mark Harris e dal sax senza fronzoli di James Senese.  

La temperatura comincerà ad alzarsi di brutto, le chiappette si agiteranno sempre più convinte e voi, euforici, vi renderete conto di quanto la trama musicale trasudi funk, jazz e soul

Chi mastica un po’ di jazz, sa che ha a cavallo tra anni ‘60 e ‘70 sono state compiute corpose rivoluzioni, tanto da leggere in Napoli Centrale una forte influenza subita dal Miles Davis di Bitches Brew, non tanto nel lavoro alla produzione svolto da Teo Macero in studio, bensì nei salti mortali eseguiti da Miles Davis e dalla sua band durante le esibizioni dal vivo, con Chick CoreaJoe Zawinul e Larry Young in grado di tessere linee armoniche col Fender Rhodes, ed il sax soprano di Wayne Shorter (vero faro di Senese) in grado di bilanciare l’essenza ed il carisma di Davis. Questo popò di roba è sfociata poi nella nascita dell’epico quintetto perduto, raccontato esaustivamente da Bob Gluck, puro sperimentalismo dal quale i Napoli Centrale hanno saputo pescare con diligenza, innestando la propria identità.  

Identità è una parola fondamentale, nel pieno rispetto delle proprie radici, Napoli Centrale è un disco che avrebbe deliziato le orecchie dell’antropofago Oswald de Andrade per la capacità di assorbire le influenze culturali dei due albionici Mark Harris e Tony Walmsley, miscelandole alla napoletanità [no non è una citazione dello Sgargabonzi ndr] di Franco Del Prete e James Senese, entrambi provenienti dalla precedente esperienza con i The Showmen. Senese, come Hendrix, si trova a cantare per necessità più che per passione, visto che successivamente agli Showmen viene a mancare la voce Mario Musella. Napoli, come Palermo, è una città che ha sempre avuto un tessuto sociale multiculturale, ma per chi desiderasse approfondire lo spaccato sociale della Napoli post-bellica (quella che ha dato i natali a Senese e Del Prete per intenderci ndr], Curzio Malaparte ne racconta magistralmente nei primi capitoli de La Pelle.  

Senese e Del Prete si incuneano nel tappeto jazz con elementi di musica popolare napoletana volti alla creazione di un linguaggio musicale unico e riconoscibile. Le tematiche sociali sono dirompenti e la voce di Senese, rugge [d’altronde come teneva a ricordarci Piero Ciampiil meridione rugge” ndr] e graffia, alternandosi al sax e presentando delle invettive che la musicalità del dialetto napoletano rende ancora più ficcanti.  

L’esplosiva Campagna esordisce con violenza nel disco, ricordandoci più un quadretto verista di Verga che il bucolico paradiso di Carducci, un ritratto ricco di storture e sofferenza che sottolinea la sperequazione sociale dello Stivale: 

Campagna, campagna 
Comme è bella ‘a campagna 
Ma è cchiù bella pe’ ‘o padrone 
Ca se enghie ‘e sacche d’oro 
E ‘a padrona sua signora 
Ca si ‘ngrassa sempre cchiù 
Ma chi zappa chesta terra 
Pe’ nu muorz’ ‘e pane niro 
Ca ‘a campagna si ritrova 
D’acqua strutt’ e culo rutto
” 

La lotta al caporalato, allo sfruttamento, alla denigrazione della dignità umana, l’emigrazione alla ricerca di migliori condizioni di vita, la difesa dei meno abbienti, sono solo alcune delle denunce che emergono dai testi di Del Prete (proveniente da Frattamaggiore, città poco distante da Napoli, centro canapiero e ai tempi trainata da un’economia a base agricola) e prodromi di un impegno di cui Almamegretta, Teresa De Sio e 99 Posse raccoglieranno l’eredità a piene mani.  

C’è una tangenza anche con gli Area, nelle tematiche, per quanto la band di Stratos risulti più cerebrale e meno di pancia rispetto a Senese e Del Prete. I Napoli Centrale rappresentano più il cuore pulsante del popolo e sono lì a dar voce a chi non ne ha, per curare alla radice un male calcificato tramite una resistenza civile e artistica, per ricordare l’integrità morale di una popolazione che preferisce vivere di stenti piuttosto che chinare il capo dinanzi a soprusi e le angherie di chi tira i fili del destino. 

Matia Bazar – Matia Bazar 1

Surprise, surprise!

Ci ritroviamo in questi lidi con gli ABBA liguri, inaspettati… ma anche no.

I Matia Bazar grazie soprattutto alla presenza di Antonella Ruggiero hanno regalato alla storia della musica nostrana dei pezzi da novanta, che non possono essere affatto trascurati, anche da chi non ama i Matia più di tanto, come il sottoscritto. Ma nell’ascolto della musica non è utile essere rigidi, quanto flessibili e capaci di accogliere ciò di buono che fiorisce al di fuori del nostro seminato.

Considerando che in queste pillole estive sono state scomodate sia Alice che Giuni Russo, sarebbe stato ingeneroso non includere all’interno di questo gruppo anche un’altra divinità dell’Olimpo vocale italiano. Espressiva e capace di dare un senso anche all’elenco telefonico, se solo mai si fosse arrischiata nell’avventura di cantarlo.

Bando alle ciance!

I Matia Bazar nascono dalle ceneri dei Jet, l’origine del nome è combinata: Matia è il nome d’arte scelto da Antonella Ruggiero, alla ricerca di un alias che potesse apparire androgino e che sgusciasse dalla connotazione come donna o uomo; mentre Bazar vuole indicare la sfaccettata attitudine della band nel gestire il tutto in autarchia (dall’organizzazione dei concerti alla scelta delle canzoni, dagli arrangiamenti ai testi).

Dopo questo piccola preambolo, i Matia Bazar si affacciano in questo spazio digitale con il loro omonimo disco d’esordio che oltre ai 5 membri storici della band (quindi Ruggiero, Cassano, Marrale, Stellita e Golzi), con un disco pot-pourri registrato negli Studi Ariston che appare abbastanza disorientante essendo composto da suoni differenti: un susseguirsi di acuti, falsetti, disco music, brani in inglese pop e vene prog.

E se lo scat in cui si lancia la Ruggiero nello strumentale Io, Mattia dal forte retrogusto prog, funziona relativamente durante una torbida estate, l’apertura di disco – con l’iconica Per Un’Ora D’Amore – potrebbe tranquillamente offrire il diritto d’accesso di questo disco nell’attuale ciclo di pubblicazione (considerato il prurito estivo scaturito dagli ormoni e inflazionato da mesi dove lo struscio è stato negato in ogni forma possibile).

Il sigillo che legittima definitivamente la presenza in questo spazio digitale è Stasera Che Sera, singolo d’esordio dei Matia Bazar con il quale hanno partecipato a Un Disco per l’Estate, è che sarà il trampolino di lancio per la band verso le classifiche nazionali e non. A questo successo si aggiunge anche Limericks, jingle squisitamente frivolo e da ascoltare a bordo piscina, la sera, con un mojito [avrete capito che mi piacciono i mojito ormai? Ndr] e una collana di fiori al collo, utilizzato anche come sigla della trasmissione La TV dei Ragazzi.

Piccola nota di colore (giusto per annullare i sei gradi di separazione tra un disco raccontato e l’altro), in Un Domani Sempre Pieno di Te – al sax – vi è una nostra conoscenza recente, quell’Hugo Heredia che ci ha gasato con le sue note suonate in Senza Cornice di Alice (e che in questo brano ricorda più la digressione del sax in Cornutone degli Squallor).

Detto ciò abbandonatevi con rilassatezza alla voce di Antonella Ruggiero e chiudete un occhio se qualche brano suonerà un po’ datato e vecchiotto. Ogni tanto direi che ci vuole anche questo!

Sivuca – Sivuca

Citato a più riprese nel corso di questo ciclo di pillole brasiliane, finalmente il principe del forró approda in questo spazio digitale. È anche più sorprendente il fatto che riguardo lui si trovi poco o nulla in giro, e ogni singola riga di questo scritto è stata cavata fuori come sangue dalle rape, d’altronde secondo voi è un caso che mi stia tanto dilungando in questa introduzione senza aver detto nulla di strettamente memorabile? Vi rispondo io: no.  

Ora che ho terminato di disperdere battute a muzzo, vi butto là qualche primizia riguardo al buon Severino Dias de Oliveira, uno dei migliori fisarmonicisti della storia del Brasile. Anzitutto a giudicare dalla copertina di questo eponimo disco, ho sempre creduto che Sivuca fosse un vecchio in età pensionabile già ai tempi di questo album, mentre scopro che – oltre ad aver dato il proprio nome al disco, obbligando a specificare se il soggetto della frase è il disco o l’artista – Sivuca [album] ha visto la luce nel 1973, quando il buon Severino aveva appena 43 anni. 

Per me Sivuca è un personaggio mitologico: sarà perché si trovano pochissime informazioni a riguardo; o forse per quella sua figura mistica e ieratica alla Moondog [sinceramente credevo fosse anche cieco visto che nella maggior parte delle foto disponibili o nelle copertine in cui presenzia lo troviamo con gli occhi chiusi ndr]; o per l’albinismo che lo fa apparire ancora più eccezionale.
Con Moondog condivide anche la città nel quale vive; Severino decide di trasferirsi a New York ove vivrà dal 1964 al 1976, in questo periodo si spenderà come turnista in diversi tour, accompagnando – tra gli altri – Miriam Makeba e Harry Belafonte

Sarà proprio durante la parentesi americana che il disco Sivuca viene inciso, difatti c’è poco o niente di brasiliano negli accrediti del disco, anche le coriste – seppur bravissime e senza alcun accento o inflessione che tradisca la loro provenienza – sono a stelle e strisce.
Il buon Severino si trova a suonare un botto di strumenti e a cantare in alcuni brani, riuscendo ad imprimere comunque un’impronta riconoscibile al disco, che analogamente a Elis & Tom sarà anche stato registrato negli states (tutt’altra costa) ma suona dannatamente ed esclusivamente brasiliano. 

Fatto sta che per raccontarvi di lui ho scelto un album difficile da trovare: non presenzia su Spotify ed è sospeso su YouTube, nel quale fortunatamente è possibile pescare qua e là qualche brano in un collage fai-da-te che funziona sempre (anche se riduce l’esperienza d’ascolto drasticamente). 

Sivuca suona a tratti come un disco di library music, o di colonne sonore per film degli anni ‘50’60 (pescando dai nostri Piero UmilianiPiero PiccioniArmando Trovajoli e compagnia bella), non dimenticando di ammiccare al forró e a quel clima festaiolo come nella combinata Arrastapé Você Abusou – dal sapore di festa di paese – o nella delicatezza di Lament of Berimbau (in cui il suono del berimbau viene riprodotto in modo eccellente dalle corde di nylon della chitarra classica). 

Questo album , che è la vetta artistica raggiunta dal Sivuca solista, è debitore della propria notorietà alla presenza di Ain’t No Sunshine -successone internazionale di Bill Whiters -, una versione con arrangiamento da paura che differisce dall’originale prendendo vita propria. Anche il brano scelto ad apertura del disco non è inedito, Adeus Maria Fulô, composta con Humberto Texeira e registrata nel 1951 (da Miriam Makeba nel 1967 e magistralmente dagli Os Mutantes nel disco raccontato in questo non luogo).  

Ecco questo disco suona tipicamente nordestino, i fisarmonicisti provenienti dalla zona hanno nel sangue l’uso delle armonie con tonalità sottodominanti, per questo motivo sono capaci di costruire melodie desuete ed estranee alla scuola del sud del paese. E Sivuca in quest’arte era un Maestro riconosciuto e certificato. 

Tom Jobim & Elis Regina – Elis & Tom

Dopo un lungo peregrinare siamo giunti a uno dei capisaldi della musica popolare brasiliana. Un disco – reso celebre dal brano di apertura, l’inno della beleza e alegria brasiliana, Águas de Março – che ha stabilito lo standard sofisticato di riferimento per molte delle cantanti di jazz contemporanee [lo stesso che a molti fa esclamare: “Madonna che coglioni la musica brasiliana” ndr]. 

Eh già… non me la sento di darvi completamente torto, ma è anche giusto provare ad ampliare i propri orizzonti ed esplorare situazioni non propriamente ideali: in fondo se venisse a decadere questa condizione, si resterebbe ancorati nel proprio cantuccio a cantare ad libitum le canzoni del cuore per tutta la vita.
Per carità, legittima anche questa scelta, ma che due palle eh! 

Elis & Tom è stato registrato negli Stati Uniti, lo scenario di riferimento è il seguente: Tom Jobim è l’artista di punta del Brasile, musicista acclamato a livello internazionale che vanta notevoli collaborazioni con Frank Sinatra e Stan GetzElis Regina è in una condizione non invidiabile, cantante di punta e simbolo di un regime che esalta i propri diamanti, succube della situazione fuori dal confine nazionale non gode di grande fama.
In tal senso, per premiare i 10 anni di carriera, l’etichetta della Regina gioca la carta Jobim nel tentativo di farla sfondare nel mercato internazionale. Viene predisposta, pertanto, la registrazione del disco in Los Angeles, anche se l’album in questione non avrà una beneamata cippa di americano. 

Le due personalità cozzano di brutto e nessuno arretra dinanzi l’altro, questo clima di frizione non filtra più di tanto dalla registrazione. Il duetto brioso e giocoso in Águas de Março o la dolcezza in Soneto De Separação sono per nulla presaghi di malumore.  

Durante le registrazioni sono trapelate le seguenti parole – discretamente diplomatiche – esternate dalla Regina:  

“è una merda [in riferimento al disco ndr], non c’è niente di buono, Tom è uno stronzo, un noioso, se la prende sempre con l’attrezzatura elettronica, dice che sono stonati e sintonizzati non so cosa, fa così, e la registrazione è scadente, sembra bossa-nova.” 

Ai suoi occhi, Jobim, aveva compiuto la tediosa metamorfosi da idolo a essere umano. Passati gli scazzi iniziali – e vedendo il materiale venuto alla luce – la situazione tra i due è andata migliorando, ed è lo stesso Jobim che ricorda la professionalità di Elis Regina con le seguenti parole  

“Conosce il mio repertorio meglio di me. Elis ricordava arrangiamenti che avevo già dimenticato. Qualcosa di incredibile.” 

Aldilà di Águas de Março (che giustificherebbe da sola la presenza di un disco del genere in codesto spazio digitale) ci sono altri grandissimi brani in scaletta che valgono di brutto il prezzo del biglietto: come Chovendo Na Roseira deliziosa bossa disorientante per il tempo dispari (che ad esempio troviamo sovente nella discografia degli Elii [sì, lo so, li tiro sempre in mezzo ndr]); o la magnetica Fotografia, istantanea minimale scritta da Jobim nel 1959

Fotografia è intimità pura, delicatezza disarmante, moderna ancora oggi, probabilmente il momento più alto del disco; in grado di descrivere un amore in procinto di esplodere durante un tramonto al mare. 

Águas de Março invece è concepita appena due anni prima della pubblicazione di Elis & Tom ma il successo lo ottiene grazie all’interpretazione di Elis Regina, che la veste con la sua voce e personalità.
Ispirata dalle piogge che solitamente affliggono Rio de Janeiro nel mese di marzo, è nata in un momento in cui Jobim voleva riposare, ma disturbato dal tarlo della creatività la mette nero su bianco in appena un pomeriggio. La canzone si presenta con una progressione discendente, riuscendo nell’obiettivo di rappresentare la forza del torrente che travolge tutto. 

Il testo si adegua all’impeto della musica, alternando picchi di positività a depressione, iperboli ed antitesi, tra grande ispirazione dalla poesia di Olavo Bilac Il cacciatore di smeraldi  (“Foi em março, ao findar da chuva, quase à entrada / do outono, quando a terra em sede requeimada / bebera longamente as águas da estação […]“), e in parte da un ponto de macumba di J.B. de Carvalho che comincia proprio con la linea “É pau, é pedra, é seixo miúdo, roda a baiana por cima de tudo” e per il quale Jobim è stato accusato di plagio. 

Naturalmente l’accusa di plagio è decaduta e passata in giudicato come citazione colta da parte di Jobim, resta però il fatto che mi sono dilungato eccessivamente e di questo disco ho scritto poco o nulla, anche se – per quante informazioni si trovano in giro – rispetto a tanti altri dischi di cui abbiamo discusso ci sia molto meno da scrivere. Va bè, il tempo a nostra disposizione si sta esaurendo, anche se il tempo lo decido io potrei plasmarlo in base alle mie esigenze, ma fottesega per dirla alla francese. 

Ascoltatevi il disco e perdetevi nei fraseggi di Elis & Tom, vi assicuro che lo ascolterete più e più volte senza esservene resi conto: vi entrerà sotto pelle. Non è una minaccia. 

Tom Zé – Estudando o Samba

La parabola di Tom Zé, se non fosse reale, sembrerebbe provenire da una narrazione cinematografica statunitense intrisa di stucchevole retorica, ma essendo reale è capace di offrire un insegnamento senza tempo: mai desistere, se la qualità è reale prima o poi il mondo se ne accorgerà.  

Solitamente la vita si fa beffe degli artisti, non è casuale il rapporto tra morte e successo; come se la dipartita fosse un sigillo di garanzia per coloro che se ne vanno, una sorta di autentica del valore artistico di qualcuno che in vita ha visto la meritata considerazione col binocolo. 

Certo, la statistica è un monito, ma non mancano le volte in cui lo sfizio della ribalta mediatica in vita qualcuno se lo riesce a togliere. È il caso di molti degli artisti ospitati in questo spazio digitale, a cui fortunatamente va ad aggiungersi Tom Zé che – nonostante avesse partecipato alle turbolente manifestazioni tropicaliste – , ha inciso molti album di pregevole fattura, ma non avendo più appeal di critica e pubblico si è visto costretto ad abbandonare malinconicamente tutto per andare a fare il benzinaio. 

Per chi non lo conoscesse, Tom Zé è un fico assoluto, un giovane vecchio che maschera di rughe una giovinezza inscalfibile, un freak che a più di 80 anni ancora si tinge i capelli e presenzia sui social con più convinzione ed efficacia di me. Della mia stessa idea è David Byrne artefice di questa sua rinascita artistica e del successo internazionale che ha investito Tom

La partecipazione alla prima ondata tropicalista non è scontata, Zé si definì per gioco vanguardista retardista (nel senso di avanguardista che si ispira al passato anziché al futuro) dimostrandosi atipico rispetto agli altri artisti. Fatica con la teoria ma vola con le idee e la pratica: influenzato dalla musica dodecafonica ha saputo creare una dimensione parallela nell’ambito della musica popolare brasiliana.  

Sperimentava con maggiore decisione rispetto ai colleghi del periodo (potete confrontare la sua discografia con quanto offerto in Araça Azul, che risulta un pelo più sterile).
Nonostante ciò Zé ricorda con umile reverenza il periodo in compagnia di Veloso Gil, esaltandone la creatività e la verve politica due e lamentando di fatto una propria incapacità nel saper essere ficcante quanto loro nel dibattito nazionale e contro il regime.
Eppure per lui non c’è stato esilio bensì due arresti passati nelle carceri brasiliane, e nonostante ciò ha avuto il coraggio di partorire perle di dissidenza criptiche, come ad esempio la copertina del grandioso Todos Os Olhos sul quale campeggia un buco di culo con una biglia in mezzo (che può essere tranquillamente confuso per un occhio da lontano o per una bocca atta a imprigionare una biglia tra le labbra).  

Insomma, materiale che ridimensiona notevolmente gli individui che al giorno d’oggi si spacciano per sovversivi e dominano le nostre vite mediatiche con i loro 15 minuti di celebrità [spengo immediatamente la polemica da matusa ndr]. 

Detto ciò, è un’altra copertina che fa svoltare la vita a Tom, quella di Estudando o Samba, nella quale il filo spinato si intreccia ai cavi, definita da stesso [perdonate il gioco di parole da trattoria ndr] “una trappola” con la quale è riuscito a ghermire un innocente David Byrne – recatosi a Rio de Janeiro per un festival del cinema nel 1986.
Byrne rimase stupito dal fatto che su un disco di samba non ci fossero dei culi in copertina.  
 ha ideato una gabola da pubblicitario navigato che tende a catturare l’attenzione grazie al sapiente uso della parola samba accompagnata – con carattere minuscolo – dal gerundio “estudando” in riferimento agli “studi” che fanno parte del ramo della musica classica. 

In aggiunta, la deliziosa scaletta posizionata sul retro-copertina, sembra redatta in base agli stilemi della poesia futurista fatta di monosillabi e bisillabi (ad eccezione dell’interpretazione di A Felicidade del duo Jobim Moraes, e Índice):  

TocVaiUi!DoiMãeHein?Se

David Byrne resta folgorato dall’ascolto di questo disco [l’influenza che ha avuto sulla concezione di musica pop di Byrne è tangibile, basti pensare a Toe Jam ndr] e un paio di anni dopo riesce a mettersi in contatto con Tom Zé; lo strappa da un destino lontano dal mondo musicale, e lo mette sotto contratto con la sua casa discografica, garantendogli la giusta visibilità che avrebbe meritato già da tempo. 

In tutta questa tempesta Tom Zé ha mantenuto la barra dritta, dimostrando la sincerità di chi non si piega a nessuna logica di mercato, sacrificando – in misura – il successo in confronto ad altri colleghi più quotati ma meno incisivi. Ha sempre rispettato la propria urgenza artistica, farlo per oltre cinquant’anni non è mestiere per molti e questo penso che sia un motivo valido per ascoltare questa pietra miliare della musica mondiale. 

Caetano Veloso – Araçá Azul

Dopo Transa è difficile non pensare di avere tutti gli occhi puntati su di sé. Perciò per dissimulare l’ansia da prestazione, Caetano, decide di sbatterci in copertina il pacco in bella vista, come a dire: “se il contenuto sarà di merda, la copertina non sarà da meno”.  

Naturalmente il contenuto non è una merda [e la copertina nemmeno ndr], anche se è palese che con Araçá Azul Veloso abbia voluto disorientare critica e pubblico proponendo un disco sperimentale e disattendendo le aspettative commerciali dopo il successo ottenuto con Transa. Anche se lo sperimentalismo puro per me è altra cosa, è innegabile che presentare un lavoro del genere sia un atto di coraggio consapevole e,  come potete dedurre dalla presenza su questo spazio digitale, a me Araçá Azul ha garbato parecchio (e continua a garbare).  

Certo c’è sempre da tener conto dei suoi limiti e degli spunti positivi, uno fra tutti: la voglia da parte di Veloso di non adagiarsi sugli allori, mettendosi sempre in gioco con scelte musicali ai limiti e controtendenza. 

Quando si ascolta Araça Azul la sensazione pervadente è quella di trovarsi di fronte ad un sogno sconclusionato nel quale i freni inibitori saltano. O meglio, un sogno indotto da una sbornia, di quelli fastidiosi che ti provocano dolore a tempie e cervicale (come per la caciara che domina Sugar Cane Fields Forever, un tributo ai Beatles di Sgt. Pepper, per il nome scelto e per gli archi stile A Day In the Life). 

Un calderone di idee che travalica la diga del buon senso dando vita ad un incontrollabile flusso di coscienza nel quale si incontrano pensieri sciolti: come nel caso del brano De Conversa che si lega in maniera convincente a Cravo e Canela di Milton Nascimento (che i più attenti hanno già ascoltato in Clube da Esquina) ed in cui è possibile trovare ispirazioni più o meno velate; o per l’ennesimo tributo ai The Beatles di Revolution 9 e ai relativi esperimenti con il collage di nastro magnetico; non ultimo i giochi gutturali, gli studi della voce di Yma Sumac o di Cathy Berberian e la sua Stripsody (che anticipano di qualche anno i calembour vocali di Demetrio Stratos). 

Tutto questo bailamme sperimentale, che principio ed ispirazione trae dai poeti concretisti della scena paulista, viene prodotto in una sola settimana agli Eldorado Studio di San Paolo. Troviamo nuovamente Tuti Moreno alle percussioni e Moacyr Albuquerque al basso, per il resto il personale è ridotto all’osso (dobbiamo la chitarra cattiva di De Cara a Lanny Gordin). Ospite vocale d’eccezione è Dona Edith do Prato, conosciuta come Edith Oliveira, maestra del Samba de Roda che troviamo a inizio disco con Viola Meu Bem e poi nel sogno di Sugar Cane Fields Forever

Capire il dritto dal rovescio sarebbe complicato se non intervenisse lo stesso Caetano in nostro aiuto, raccontandoci nella title-track – relegata a fine disco – a cosa andiamo incontro, nel punto forse più alto dell’intero disco:  

Araçá azul é sonho-segredo  (Araça Azul è un sogno segreto) 
Não é segredo  (Non è un segreto) 
Araçá azul fica sendo (Araçá azul è qui) 
O nome mais belo do medo (Il più bel nome della paura) 
Com fé em Deus (Con fede in Dio) 
Eu não vou morrer tão cedo (Non voglio morire così presto) 
Araçá azul é brinquedo (Araçá azul è un giocattolo) 

Araça Azul fa presupporre che l’origine di questo disco sia mistica e contraddittoria; un sogno ad occhi aperti, uno scherzo che ci dobbiamo raccontare per rompere lo schema convenzionale della vita. Araçá Azul è un gioco, e come tale esiste, ma essendo tale si pone come eccezione in un mondo scorbutico, arido e privo di gioia come quello vissuto all’epoca da Caetano Veloso (e che viviamo tuttora). 

Caetano Veloso – Transa

Dopo Tropicalia: ou Panis et CircencisCaetano Veloso e Gilberto Gil, godono di una forte esposizione mediatica, i loro dischi di esordio sono sulla bocca di tutti, il manifesto tropicalista si è diffuso e ha fatto numerosi proseliti.  

Come sostenuto da Gilberto Gil in ricordo del periodo: non vi era piena coscienza dell’impatto di Tropicalia, quanto più che altro consapevolezza di un cambiamento nella propria musica; un’onda a trazione globale (guardando anche agli eventi negli Stati Uniti e in Europa). Naturalmente questa si riverbera sulla società.  

In fondo il cambiamento si pone sempre come un’urgenza di comunicare verso chi si trova in condizioni similari, e tropicalia si è dimostrato un centro di concepimento fertile. 

Accade però che nella prima metà del dicembre 1968, il governo in carica emana l’AI-5 – un atto istituzionale che conferisce poteri assoluti al Presidente della Repubblica – e di fatto sbaraglia ogni tipo di attività sovversiva o opposizione. Istituisce i tristemente noti squadroni della morte, e va a censurare ogni forma artistica (e che indurrà i vari Chico BuarqueMilton Nascimento e gli altri di cui abbiamo raccontato, ad ingegnarsi per aggirare ogni forma di veto per far vedere la luce alle proprie creature intellettuali).
Passano appena due settimane, quando un provocatorio Caetano (divenuto, assieme a Gilberto Gil, ospite fisso del programma televisivo dei tropicalisti Divino, Maravilhoso in onda su TV Tupi [Tupy or not Tupy… ndr]), si punta la rivoltella alla tempia mentre interpreta Boas Festas di Assis Valente.  

Dopo 3 giorni vengono entrambi arrestati guadagnandosi 2 mesi di prigione a cui seguono 4 di domiciliari per attività sovversiva e vilipendio del paese. Il programma non è che fosse stato preso in simpatia dalle sfere alte e l’ultima performance di Veloso è stato il classico eccesso che ha fatto vacillare la pazienza dei potenti. Il Governo invita caldamente i due dissidenti ad “auto-esiliarsi”; Veloso Gil colgono la palla al balzo per andarsene a Londra (con tappe poco degne di nota a Lisbona Parigi) non prima di aver organizzato un concerto di commiato – o meglio di raccolta fondi – per pagarsi il biglietto aereo. Nei due anni e mezzo spesi nella Big SmokeCaetano Veloso produce due dischi: un omonimo (tanto per cambiare) e Transa

Durante il periodo d’esilio, a Veloso viene concesso di tornare in Brasile per le celebrazioni del quarantesimo anniversario di matrimonio dei suoi genitori. Nella breve permanenza è sottoposto ad interrogatorio dal personale militare, che ne approfitta per richiedere la composizione di una canzone che elogi la nuova opera pubblica sulla bocca di tutti: l’autostrada Transamazônica.
Come lecito aspettarsi, Veloso si rifiuta, ma tornando a Londra registra Transa, disco che poi vedrà la luce nel 1972 proprio in Brasile, quando grazie all’intercessione pubblica di João Gilberto – che accetta di tornare in televisione dopo 10 anni di assenza a patto che partecipi anche il suo figlioccio artistico – Veloso tornerà in patria. 

Caetano constata che la situazione è più distesa rispetto a due anni prima, e decide di fermarsi nel suo paese per continuare la dissidenza in loco. Transa è un ulteriore schiaffo ad un regime che ha dimostrato a più riprese i propri limiti intellettivi. La richiesta da parte dei militari di registrare un album ufanista è stata rigettata, ma a questo affronto, Caetano Veloso, risponde con una provocazione: elidendo la parola Transamazônica nella più semplice Transa (che l’urban dictionary traduce in “scopare”).  

Alla luce di questo, Transa, va a collocarsi con vigore tra i picchi raggiunti da Veloso durante la sua infinita carriera [invito a leggere la valida considerazione a proposito sulla scarsa notorietà del disco in questo paese a scapito di album come Estrangeiro ndr], evito di dilungarmi in una tediosa analisi del disco, in quanto ahimé è stato scritto di tutto e di più a riguardo.  

Ho piacere però nel soffermarmi sul valore puro di Transa, di come risuoni decisa l’integrazione tra due mondi musicali, come dimostra nell’audace – per i canoni dell’allora pubblico – rilettura di Mora na Filosofia di Monsueto Meneze e Arnaldo Passos, nella citazione a The Long and Winding Road dei The Beatles (pallino non solo di tutto il mondo occidentale ma anche dei giovani tropicalisti), o nel reggae scoperto a Portobello Road e assimilato brillantemente in Nine Out Of Ten.  

Ma la bellezza di questo disco a mio avviso giace nella naturalezza dimostrata da Veloso nel disorientare l’ascoltatore passando dal brasiliano all’inglese, senza forzature e in armonia; una proprietà che ha mostrato più volte nel corso della sua lunga carriera (anche con lo spagnolo e l’italiano) così come hanno dimostrato di saper fare Gilberto Gil e Chico Buarque.    

Con questa spontaneità si svela al mondo con You Don’t Know Me, in apertura del disco, arricchita dai puntelli vocali di Gal Costa. Per le registrazioni di TransaVeloso si è affidato a Ralph Mace (ei fu produttore di The Man Who Sold The World) e ha chiamato a raccolta i propri sodali, oltre a Gal Costa partecipano anche: MacaléMoacyr AlbuquerqueTuti Moreno e Áureo de Sousa (entrambi alle percussioni). Con la volontà di registrare tutti i brani come se provenissero da uno spettacolo dal vivo, ricreando una situazione da band (la prima nella carriera di Veloso), che risultasse genuino.  

Transa è un grande valore aggiunto nella discografia di Caetano Veloso, un disco che evidenzia – se ce ne fosse stato bisogno – l’eclettismo di chi nei successivi 50 anni avrebbe continuato a distribuire perle di rara sensibilità artistica.

Novos Baianos – Acabou Chorare

Ci metto la mano sul fuoco: questo album e una delle cose più fiche che ascolterete in questo 2021 [naturalmente nel caso in cui non lo aveste mai ascoltato ndr]. I Novos Baianos spaccavano di brutto e sono sinceramente contento che sia arrivato il momento di ospitarli in questo cantuccio digitale. 

Forse per i neofiti è meglio fare una piccola introduzione su chi fossero i Novos Baianos ed il perché sia così gasato. Un gruppo che cominciava a presenziare a concerti e festival senza nemmeno avere un nome definitivo, non può che conquistare da principio le vostre simpatie. Nel 1969, durante la partecipazione al Festival della Musica Popolare Brasiliana [come spesso accade nei nostri racconti ndr] il coordinatore del festival urlò “fate salire questi nuovi baiani!”, da lì nasce ufficialmente l’epopea dei Novos Baianos, con il primo disco che vedrà la luce di lì a un anno e con l’arrivo poi nel 1972 di quello che sarà universalmente riconosciuto come il capolavoro della band di Salvador

Ogni volta che lo lascio risuonare, Acabou Chorare riesce a sorprendermi per la freschezza del suono e delle vocalità: di una potenza unica; divertente; dalle chitarre rampanti di Pepeu Gomes e dal ritmo che infervorerebbe anche i culetti più statici; pulito; con un’idea musicale dirompente. 

Insomma è un disco che ha quasi cinquant’anni ma ne dimostra molti meno, senza ausilio di lifting. Pensate, è stato insignito del titolo di miglior album della storia brasiliana da Rolling Stones Brasil lasciando un’impronta più che riconoscibile nella scena verdeoro e diventando un riferimento ingombrante per chiunque abbia deciso di misurarsi con un’idea musicale similare e trovando ancora oggi nipoti degni di portare avanti questo retaggio musicale (tra cui Céu Marisa Monte). 

Indagando nel dettaglio, è divertente scoprire come il disco raccontato debba pagare un grande pegno a João Gilberto, amico d’infanzia dell’autore dei testi dei Novos Baianos, ovvero Luiz Galvão. Insomma Galvão chiede a Gilberto di raggiungere i ragazzi – intenti a buttar giù pensieri sfusi riguardo il nuovo disco – rinchiusi in un appartamento di Rio Janeiro; il maestro della bossa nova accoglie con queste parole l’invito del suo amico: 

“Ho sempre sognato di avere un gruppo con cui convivere. L’ho sempre desiderato. Non ce l’ho mai fatta”. 

I membri della band giovano subito della presenza di Gilberto, nonostante inizialmente lo avessero confuso per un poliziotto in borghese per via del suo aspetto così distante dall’estetica hippyGilberto si erge subito a padrino – spinge le sonorità della loro musica verso lidi fino a quel momento nemmeno ponderati, mettendo ordine così al caos nel quale regnavano la moltitudine delle loro idee musicali: unire l’amore per Jimi Hendrix e Janis Joplin con il ritmo nordestino, la bossa e la samba

Il brano ad apertura del disco è Brasil Pandeiro [il pandeiro è il tamburello ndr], un samba composto da Assis Valente per Carmen Miranda (la ricorderete in Los Trés Caballeros), che lo ha rifiutato malamente sostenendo che facesse schifo. È stato proprio João Gilberto a suggerirlo, sfidando i baiani a svecchiare un brano nato apparentemente sotto una cattiva stella. I Novos Baianos lo interpretano a 3 voci – di Baby ConsueloMoraes Moreira e Paulinho Boca de Cantor – come se fosse una preghiera, che progressivamente grazie all’aggiunta della chitarra acustica di Moreira, i contrappunti innervati da Pepeu Gomes ed il cavaquinho di Jorginho Gomes, si trasforma in una festa nella quale le percussioni brasiliane confluiscono nel suono riconoscibile e unico di Acabou Chorare

La scelta del titolo dell’album è un tributo a João Gilberto da parte dei baiani: la title-track viene costruita sullo stile del maestro João Gilberto, con il quale condividono anche la ferma volontà di voler dire basta alla tristezza con quel “basta piangere” (acabou chorare) parafrasando lo “chega de saudade” che ha inaugurato l’era della bossa nova. Ma la scelta di questo titolo si pone anche come un invito a smettere i panni della tristezza tramite la quale la musica popolare brasiliana ha costruito un impero degno di quello di Gino Paoli [gli Elii docet ndr] per farsi portatori di allegria e spensieratezza.
In quest’ottica brani come Preta Pretinha (che racconta come Moreira è stato pisciato da una squinzia quando era convinto di averla conquistata), A Meninha DançaBesta é Tu e Tinindo Trincando sono un inno alla vita e alla spensieratezza. 

Per intenderci, l’avvento di una scelta musicale così allegrotta e spregiudicata, fatta di chitarre elettriche aggressive, è idiosincratica allo zoccolo duro dei fan di un Chico Buarque… insomma è inviso a chi percepisce la musica unicamente per le tematiche. 

Moreira, che purtroppo ci ha lasciato redentemente, ricorda così la nascita di Acabou Chorare e di come la visione di João Gilberto fosse stata piano piano assimilata anche dai Novos Baianos

“In un’epoca in cui il Brasile era triste, grigio, apparivamo nella più grande gioia cantando canzoni come: Besta é Tu [La bestia sei tu ndr]. Nessuno lo capiva molto. E João ci disse: ‘guarda come è bello il Brasile’. Nessuno stava vedendo quel Brasile. Solo Lui. Abbiamo così cominciato ad accogliere questo Brasile.” 

Spero di non essermi dilungato troppo, ce ne sarebbero di altre cose da dire, ma non voglio privarvi di altro tempo, fiondatevi su questo disco e ascoltatelo fino allo sfinimento, e appena avrete finito di ascoltarlo comincerete da capo, così ad libitum. Ne sono convinto. 

Ivan Lins – Agora

Troppe volte in tutti questi anni di Pillole ho inciampato accidentalmente in realtà musicali a me sconosciute, è la parte più divertente legata alla stesura di un ciclo musicale: i dischi scelti a corollario ai quali tendi ad affezionarti più, rispetto a quelli per i quali hai imbastito un intero ciclo di pubblicazioni. 

È quel che è successo con Ivan Lins e questo album di esordio Agora, che ha da poco girato la boa del mezzo secolo di vita, così straordinariamente diverso da quanto propinato dai nostri amici brasiliani incontrati fino a oggi. Ciò che mi garba di Ivan Lins è la capacità di elevare la musica  che incontriamo anche in Egberto Gismonti, in tal caso un pop raffinato, non sorprende che molti brani firmati da Lins sono stati ripescati a più riprese dal mondo jazz ( tra gli altri Toots ThielemansElla FitzgeraldQuincy Jones). 

Ho il piacere di manovrare il cono di luce in direzione di questo artista “atipico” rispetto agli altri già trattati: nasce a Rio ma passa gran parte della propria gioventù negli Stati Uniti, a Boston, per seguire il padre, ingegnere navale dell’esercito.

In questo periodo subisce l’influenza della musica americana che fa capolino, nemmeno troppo velatamente, in Agora: il sorprendete gospel ad inizio disco di Salve Salve o di Corpo-Fôlha, il trionfo orchestrale in pieno stile disco music di A Próxima Atração (brano facente parte della colonna sonora dell’omonima telenovela brasiliana trasmessa da Rede Globo, che vede altri illustri colleghi come MBP-4Rita Lee ed Elis Regina all’interno della rosa degli artisti selezionati) della title-track Agora.

A questa breve lista vanno ad aggiungersi il pop sanremese di Minha história (no, non c’entra nulla Lucio Dalla, anche se i due hanno collaborato e Lins ha appreso e attinto molto dalla libertà espressiva ed interpretativa di Dalla) e Novamente Nós. Si scorgono anche accenni di motown black music nelle canzoni che presentano maggiore garra come Hei VocêTanauê.

Qualche anno dopo sarà Miles Davis a riconoscerne l’estro creativo [certo era il Miles un pelo rincoglionito, quasi a fine corsa, ma comunque pur sempre Miles Davis ndr] “You’re a fucking composer”. Miles aveva in animo di collaborare con Lins – o almeno prendere in prestito alcuni suoi brani per poi reinterpretarli a modo suo (la produzione sarebbe stata affidata a Quincy Jones) ma purtroppo non se ne fece nulla. L’aneddoto però aiuta a comprendere la considerazione di cui gode fuori dalle mura domestiche Lins, soprattutto negli Stati Uniti, paese che lo ha adottato.  

La sua parabola è alquanto strana, comincia a suonare il piano solamente a 18 anni in ritardo rispetto a un Gismonti (che ha cominciato quasi in fasce), ma riesce ad ottenere l’investitura di grande compositore da molti dei colleghi del settore. Ha dichiarato, nel corso degli anni, quanto fosse onorato del fatto che venissero scelti i suoi brani da interpreti nazionali ed internazionali, come se si vedesse più dietro le quinte che esecutore dei propri brani. Il suo successo arriva proprio per la scelta di Elis Regina di interpretare Madalena, rivestendola di una leggerezza che la voce carica e aggressiva di Lins non riusciva a offrire.  
 
Madalena è uno dei due brani a trasmettere il senso di pura brasilianità all’interno di Agora, l’altro, O Amor é o Meu Pais, è un brano che ha assunto involontariamente un ruolo controverso finendo – ahilui – nella storia musicale del Brasile. Come ampiamente raccontato nelle precedenti pillole, in un periodo storico nel quale la maggior parte dei suoi colleghi si mettono di buzzo buono nel combattere il regime militare, Ivan se ne esce fuori con un brano all’apparenza sciovinista o, per essere più precisi, ufanista (dal testo di Afonso Celso Porque me ufano do meu pais).

Naturalmente fu un errore scambiarla per un brano ufanista, però – come già spiegato – una dittatura solitamente latita di cime (intellettualmente parlando), e sovente vengono intesi fischi per fiaschi. Il fraintendimento del significato e significante da parte della giuria, ha assicurato a Lins il secondo posto al Festival International da Cançao Popular al Ginásio do Maracanãzinho che gli ha garantito ulteriore visibilità dopo il successo ottenuto grazie a Madalena

Aldilà delle note di colore (orpelli volti a rendere questa storia fruibile), suggerisco di prendere confidenza con Agora e con la discografia di Ivan Lins, troverete molte chicche e un’idea musicale di fondo affascinante, che può piacere o meno ma sicuramente sarà in grado di ampliare lo spettro percettivo della vostra sensibilità musicale.