Queen – Queen II

All’epoca era consuetudine nominare i dischi in maniera progressiva, la scelta di apporre un due di fronte al nome della band tradisce un po’ di pigrizia – oltre che far incazzare Roger – e fa così Led Zeppelin (grande fonte di ispirazione musicale e compositiva per i Queen come si può desumere da Ogre Battle e dalle tematiche fantasy fortemente presenti nella prima parte della carriera dei Queen). 

Ma la pigrizia è solo in apparenza, perché di fatto la cura dell’immagine è maniacale. Ad esempio durante il periodo del disco d’esordio, i ragazzi hanno seguito ogni singolo passaggio prima della pubblicazione: dal pressaggio del vinile alla redazione dell’artwork – al quale hanno partecipato attivamente procurando (e ritagliando) le foto per il retro del disco.  E per il secondo lavoro si sale di un gradino, l’iconica copertina nella posa Bo Rhap è una foto scattata da Mick Rock, ed il disco viene diviso iconicamente in lato bianco e lato nero.  

La dicotomia tra bianco e nero è stata introdotta durante i concerti della band tra il ‘73 e il ‘74, periodo nel quale la divisione viene marcata in modo netto. Uno scontro tra bene e male evidenziato dai brani presenti nel secondo album e cavalcato nei live dai Queen grazie ai vestiti di scena ideati da Zandra Rhodes. A completare: eyeliner che modella l’espressività di Freddie (come per le maschere kabuki); smalto Biba nero lucido sulla mano sinistra per Mercury e bianco sulla mano sinistra di Brian.  

Una serie di espedienti per svincolarsi dall’idea di gruppo senza precisa identità al traino delle figure di Bolan e Bowie, un incubo che permea la mente dei Queen anche per via di una critica che da una parte li incensa e dall’altra li definisce senza troppi giri di parole “un secchio di piscio”. 

Brian ricorda “Sin dall’inizio il gruppo ha mantenuto la propria idea originale. Il primo album è stato un modo per buttar fuori tutte le frustrazioni accumulate nel corso degli anni. Eravamo nel glam rock prima di gruppi come The Sweet e Bowie, e ora sia preoccupati perché magari siamo arrivati troppo tardi”, rincara la dose Mercury “Ci chiamavamo Queen, già tre anni fa, pre-Bowie […], credo che la gente abbia detto certe cose su di noi per poi cambiare idea non appena ha ascoltato il nostro album”. 

In effetti, la teatralità introdotta da Mercury è differente da quella di David Bowie. Mentre Ziggy è un personaggio costruito in ogni suo movimento, un patchwork di personalità (risultando algido e distaccato), Mercury è un divo genuino che vive per il pubblico e con esso stabilisce un legame saldo e d’amore (celebri in tal senso sono le esibizioni realizzate ad hoc per il fan club della band). Freddie si definisce una “puttanella” sul palco, per il suo modo di muoversi sinuosamente durante le esibizioni, ne è un esempio quando esegue la cover di Big Spender e rende dannatamente credibile quel “I don’t pop my cork for everyone”. 

Queen II è il disco che comincia a delineare le personalità dei membri della band, oltre ad aprire le danze al processo creativo che sfocerà in A Night At The Opera. Il seme di Bohemian Rhapsody non è solo nella foto di Mick Rock ma anche nella *aggettivo esaltante a scelta del lettore* March Of The Black Queen. Pomposa, cattiva, graffiante, vera rappresentante del lato nero del disco. 

Ogre Battle (Mercury) e Father To Son (May) sono coeve dei brani scritti nel primo album, ma sono state sapientemente tenute in naftalina per avere maggiore libertà in fase di registrazione. Il tema fantasy è sempre stato molto caro a Mercury che lo ripresenta nella versione cantata di Seven Seas Of Rhye e anche nella meravigliosa The Fairy Feller’s Master-Stroke, canzone ispirata all’omonimo dipinto di Richard Dadd presente nella Tate Gallery [e non a Peter Pan di Ruggeri… brrr il solo pensarlo sends shivers down my spine, body’s aching all the time. Se non capite di cosa parlo fatevi una capatina su YouTube]. Piccola nota riguardo questa canzone, una delle rare registrazioni live è stata eseguita nel leggendario concerto al Rainbow Theatre del 1974 (tour nel quale Procession introduce l’entrata sul palco della band). È una perla meravigliosa di un live meraviglioso.

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Queen – Queen

Tutto ha inizio da una distopia, quella dei 1984, band che conta la presenza di Tim Staffell  (al basso e alla voce) e di un ragazzo allampanato con una chitarra fai da te che risponde al nome di Brian Harold May. La distopia è propria quella di pensare: cosa sarebbe accaduto se Tim Staffell non avesse mollato i Queen in nuce per andare con gli irreprensibili Humpy Bong?  

A seguito di questo interrogativo sorge spontaneo un sorriso, quello degli Smile, progetto che soppianta 1984 e che vede l’ingresso nel gruppo di un batterista biondino e su di giri, che risponde all’annuncio – affisso alla bacheca del college – per un percussionista alla Ginger Baker o alla Mitch Mitchell. Entra in scena così Roger Meddows Taylor

Subentra un’altra band in questa storia, gli Ibex di Liverpool, con un frontman spigliato ed istrionico,  di origini indiane e nato in Tanzania, tale Farrokh BulsaraFarookh – rinominato dai cari Freddie – è amico di Tim Staffell e suo compagno di corso all’accademia.  

Il leader degli Smile è il tramite tra BulsaraMay e Taylor, coi quali nasce un legame profondo e saldo. Chi prova a vivere di musica, nel periodo della gavetta non ha grandi disponibilità economica pertanto, ad inizio carriera si crea una solidarietà implicita tra i membri delle due band.  

Sovente capita che i ragazzi si ritrovino a condividere gran parte della giornata insieme, dormendo nello stesso appartamento, nonostante la metratura esigua. Roger e Freddie si improvvisano anche venditori di vestiti usati nelle bancarelle di Kensington market per poter tirare avanti e supportare la propria attività artistica. 

Mentre gli Smile hanno un appeal consolidato, stesso non può dirsi degli Ibex, che dopo qualche live cambiano nome in Wreckage nel tentativo d’imporsi sul mercato con nuovi brani (tra i quali figura Stone Cold Crazy), ma il fallimento si compie con lo scioglimento della band e il trasferimento di Freddie nelle fila dei Sour Milk Sea

Nel 1970 gli Smile vengono messi sotto contratto dalla Mercury Records che offre la ghiotta occasione di registrare per il mercato americano un EP di tre tracce. Questo lavoro non verrà mai commercializzato e Staffell – come anticipato -decide di lasciare la band per approdare negli Humpy Bong

“Quando si è giovani è strano poter pensare che la nostra sorte venga e ci prenda per mano”, cantava Guccini, la sorte ha il volto di Tim Staffell che prima di levare le tende propone a Freddie di rimpiazzarlo. Il ragazzo accetta di buona lena ed impone immediatamente a Roger e Brian di cambiare nome. 

La fervida vena creativa di Freddie è calda, il nome scelto è Queen “perché regale e suona divinamente. È un nome forte, universale ed immediato. Ero certo delle connotazioni gay, e naturalmente eravamo preoccupati che il nome desse una impressione negativa, ma questo è solo uno dei tanti aspetti. Vogliamo apparire come una ottima rock band britannica e regale[…] e la nostra musica vuole superare l’immagine, perché siamo concentrati nel partorire della musica qualitativamente alta”.

Finalmente subentra anche un bassista a completare la formazione, il buon caro John Richard Deacon e la band viene subito raccolta sotto l’ala protettiva di Roy Thomas Baker dei Trident Studios. Ciò consente loro di registrare dei demo take che – dopo numerosi giri – finiscono sul tavolo di una gioconda EMI

Ora che il gruppo è al completo, con un’etichetta alle spalle e con un nome, manca un’immagine da associarvi. La formazione accademica artistica, legata alla spiccata inventiva, guidano Freddie alla creazione del famoso pittogramma con i due leoni, le vergini e il granchio (a simboleggiare i segni zodiacali dei membri della band) che circondano un Q con una corona incastonata dentro ed una fenice che sorge dalle ceneri (a rappresentare il passato di poco successo, e ad auspicare la protezione per la nuova carriera dei quattro musicisti). 

L’ultima cosa che manca, è un nome d’arte da cucirsi addosso che sostituisca l’esotico Bulsara in qualcosa all’altezza di una regina. La scelta ricade su Mercury, proveniente dalla canzone My Fairy King (presente nel disco d’esordio), nel passaggio “Mother Mercury, look what they’ve done to me”, Farrokh si rivolge proprio alla sua madre naturale Jer. È questo il frangente in cui nasce la leggenda di Freddie Mercury

Dopo tanto tribolare la storia dei Queen ha inizio, il disco viene registrato mostrando un discreto equilibrio a livello compositivo tra MercuryMay, includendo anche Doin’ All Right, scritta da Staffell e May Modern Times Rock ‘n’ Roll, composta e cantata da Taylor. La EMI offre – fatto insolito per l’epoca – al gruppo la possibilità di scegliere il singolo di lancio nel mercato ed i ragazzi optano per Keep Yourself Alive, le recensioni sono discrete incontrando soprattutto i gusti di riviste specializzate e tabloid come NME e Daily Mirror. Catturare gli onori della critica è di buon auspicio per un gruppo underdog e i Queen ci sono riusciti piuttosto bene.

Frank Zappa – Over-Nite Sensation

Frank Zappa - Over-Nite Sensation

Over-Nite Sensation è uno dei vari spartiacque nella carriera di Zappa, maturato dalla volontà di distaccarsi dal filone fusion di Waka/Jawaka si accosta ad una idea di musica che – in apparenza – è meno complessa di quella propinata finora.

Le sonorità tipiche della musica nera – tra il funky ed il pop soul – si insinuano nella struttura compositiva di Zappa rendendo orecchiabile ciò che prima era una trama di suoni strutturata capace di schiantare anche il più volenteroso degli ascoltatori.

Per i cori Frank inserisce la quota black ingaggiando Tina Turner e The Ikettes, con un salario pari a non più di 25 dollari a canzone per cantante “Volevo aggiungere dei cori ai pezzi, e il mio road manager propose: ‘Perché non usi le Ikettes?’ Gli chiesi: ‘Posso usarle davvero?’ e lui mi rispose di sì. Ma sapete dov’era il trucco? Ike Turner ci costrinse a pagare le ragazze non più di 25 dollari per canzone, perché era la paga che ricevevano da loro. Non importava quante ore ci mettessero a incidere un pezzo, non potevo pagarle più di 25 dollari a testa a canzone, compresa Tina.”

The Ikettes sono una presenza costante in Over-Nite Sensation e sbattono il timbro su una delle canzoni simbolo dell’intera discografia zappiana, quella Montana che racconta la brillante idea di business avuta da un uomo che decide di trasferirsi in Montana per avviare una coltivazione di filo interdentale e divenire un magnate del settore (il tutto traslato in un testo con un perfetto slang spensierato da uomo del ranch).

Montana ha delle variazioni vertiginose, soprattutto nella parte centrale, tant’è che Zappa ricorda “Una delle parti centrali di Montana era così difficile che le ragazze dovettero provarla per un paio di giorni. Solo una parte. […] Tina era così contenta di essere riuscita a cantare una cosa del genere che andò nello studio accanto, in cui stava lavorando Ike, e lo trascinò lì per fargli sentire il risultato del suo lavoro. Ike ascoltò il nastro e disse ‘Cos’è sta merda?’ e uscì”.

Ike è talmente stronzo da negare i credits a Tina e The Ikettes. In tutto questo, come non inserire un’ulteriore nota di gossip?

Celebri sono i casi di violenza domestica subiti da Tina negli anni della relazione con Ike, tanto da spingere lo stesso Frank a chiedersi come la loro storia possa essere durata così tanto tempo “La trattava in maniera orribile, ed era una ragazza davvero carina. Una domenica stavamo registrando lì. Lei non c’entrava con la registrazione, ma si presentò con un intero pentolone di stufato che aveva comprato per chi stava lavorando. Immagina la scena, dal nulla arriva Tina Turner con un cencio in testa e un pentolone di stufato. È stata davvero carina”.

Ora, siccome siam qui per Over-Nite Sensation e invece mi sono ritrovato a trapuntare i cazzi di Tina Turner a destra e a manca, consentitemi di tornare in carreggiata.

Per Over-Nite Sensation, Frank non si riduce al compitino e ci mette del suo, aggiungendo ad una struttura musicale più fruibile dei testi scandalosi per il bigottismo della società americano, talmente difficili da digerire da far passare in secondo piano i sottili attacchi al sistema politico.

Ne sono un esempio Dirty Love – descrizione di una relazione meramente sessuale tra una groupie ed il protagonista che non guarda in faccia nessuno pur di appagare la propria brama libidinosa (I don’t need your sweet devotion/I don’t want your cheap emotion) – e Dinah-Moe Humm – incentrata su una perversione di Zappa riguardante una donna che scommette 40 dollari sul fatto che Frank non riuscirà a placare le sue voglie (salvo poi scoprire che lei trae diletto nel vedere Zappa fottere la di lei sorella).

Insomma, canzoni abbastanza discinte negli argomenti che fungono da propulsore nelle vendite dell’album e assurgono Zappa al ruolo di provocatore.

Lo stentoreo – e a tratti tedioso – comportamento di Frank affonda le radici nella forte volontà di difendere il Primo emendamento della Costituzione statunitense (libertà d’espressione), basandosi su di un semplice ragionamento: perché l’orgasmo simulato da Jane Birkin in Je T’Aime (Moi Non Plus) o da Donna Summer in I Feel Love viene comunemente accettato, mentre canzoni come Dinah-Moe Humm e Dirty Love no?

In fondo l’animo progressista di Frank non ha mai guardato in faccia nessuno e la sua profonda indignazione ha scoperchiato un vaso di Pandora, con una battaglia decennale contro la censura ed il perbenismo radicato nello Zio Sam. Per questo il turpiloquio adoperato da Zappa ha avuto un ruolo fondamentale nella società americana, tanto da essere rappresentato nella copertina dell’album come lo slime che deborda dalla televisione.

I’m The Slime è una critica sociale molto sottile (con un giro di basso magnifico che ricorda Stevie Wonder e la Motown), nei confronti di una popolazione lobotomizzata dalla televisione, che accetta passivamente ogni singola sciocchezza propinata dal tubo catodico.

Il controllo attraverso i media è un argomento caro e stabile nella discografia di Frank (ad esempio in Apostrophe con Stink Foot). Se dovessimo proporre un parallelismo, paragono I’m The Slime ai The Simpson delle prime stagioni, dove la satira spadroneggia e affonda il coltello nel deficit d’attenzione che colpisce la popolazione americana (non è un caso che Matt Groening e Frank Zappa fossero legati da un genuino rapporto di amicizia e confronto).

La copertina del disco è illustrata da Dave McMacken, scena che ben rappresenta una distopia surreale alla Dalì, nel quale è possibile cogliere lo slime e lo stesso Zappa che fuoriescono dal televisore, oltre ad una serie di elementi disposti alla rinfusa – nella stanza di un motel – in un guazzabuglio grottesco che ben identifica ciò che l’ascoltatore dovrà ascoltare.

Squallor – Troia

Squallor - Troia

“Nell’Iliade appaiono due modi di rappresentazione. Il primo si ha quando Omero descrive lo scudo di Achille: è una forma compiuta e conchiusa in cui Vulcano ha rappresentato tutto quello che egli sapeva e che noi si sa su una città, il suo contado, le sue guerre i suoi riti pacifici. L’altro modo si manifesta quando il poeta non riesce a dire quanti e chi fossero tutti i guerrieri Achei: chiede aiuto alle muse, ma deve limitarsi al cosiddetto, e enorme, catalogo delle navi, che si conclude idealmente in un eccetera. Questo secondo modo di rappresentazione è la lista o elenco.”

Così Umberto Eco introduceva Vertigine della Lista, uno delle sapienti guide redatte dal “fetentone” (come lo qualificava il compianto – forse più di EcoMichele Giordano), un gancio quasi scritto ad hoc dal buon Umberto-berto-erto-to ispirato probabilmente dall’ascolto del disco d’esordio degli Squallor.

Una doppia rappresentazione quindi, ma in che senso?

“Cantami, o Diva, del pelide Achille l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei”

Ascoltando le prime note della title-track la sensazione è di avere a che fare con l’ennesima realtà cantautorale intellettuale, l’animo partenopeo di Cerruti viene in soccorso mantenendo il tutto in equilibrio su di un filo che vibra costantemente tra il serio e la presa in giro.

Una fitta trama di calembour volta a confondere l’ascoltatore sulla falsa riga del Pippo Franco di Cesso (uscita due anni prima), viene smantellata definitivamente al nitrito di Cerruti, interprete di tutte le ballate lente targate Squallor.

“Inventai Troia, così un ragazzino per andare a comprare, alla signorina… chiedigli Troia e ce l’ha anche se non sa cos’è”, Cerruti spiega l’idea dietro al primo titolo della discografia degli Squallor e il divertimento è proprio sito nelle soluzioni fantasiose dei ragazzini per nascondere il disco una volta arrivati a casa (testimoniato nel documentario sugli Squallor del 2012).

Eppure l’origine dei quattro è più che nobile, veri deus ex machina della musica leggera italiana appartenenti alla gloriosa CDG, talent scout ed autori di alcune delle canzoni italiane più celebri e belle incastonate nel Mille Note. Se cominciassi a elencarle avrei bisogno delle muse citate da Eco e potrei tediarvi non poco, vi consiglio pertanto di approfondire di persona se interessati.

Si continua sulla falsa riga di Troia, un continuo detto non detto che ondeggia placido su ritornelli pop, o su delle vere e proprie parodie come nei casi di The Mosquito dei The Doors (divenuta Non Mi Mordere il Dito), Sex Clubs di Serge Gainsbourg (Morire in Porsche), o con La Risata Triste copiata con carta carbone da Slush dei Bonzo Dog Band (che in parte può essere ascritta come antesignana de Il Circo Discutibile di Elio e Le Storie Tese).

Non sono esentate da questo trattamento anche composizioni in stile cinematografico (come Indiani a Warlock), insomma i brani sono permeati da un doppio senso reiterato che quando è assente viene rimpiazzato dalla narrazione delle scene quotidiane ad un apparente non-sense che avrebbe fatto impallidire anche Edward Lear nel proprio periodo di maggiore fertilità creativa.

Cerruti inquadra il manifesto degli Squallor con questa frase “Io e miei compagni d’avventura eravamo organici al mondo della musica. Avevamo a che fare con i cantanti e i cantanti, non so se lo sa, sono degli scassacazzi senza eguali. Egotici, arroganti, autoreferenziali. Volevano questo e pretendevano quell’altro. Gente micidiale. Usciti dai nostri incontri quotidiani con le stelle della musica, eravamo neri come la notte. Allora pensammo di donarci un po’ di luce. Parodiammo il nostro universo e in quel modo ci salvammo l’anima”.

Quindi il non-sense apparente, valorizzato dalla capacità di improvvisazione nei testi a tratti eroica, è la presa del culo degli Squallor al mondo dal quale provengono, una sorta di esorcismo per sopravvivere agli eccessi di un ambiente che oltre i lustrini sa essere più crudele dell’Isola della Regina Nera. Savio, Pace, Bigazzi e Cerruti son soliti svergognare i cantautori con i quali collaborano da una vita.

Il ruolo da loro ricoperto nel mercato musicale impone un iniziale riserbo sulle loro figure, gli Squallor celano la propria identità evitando anche promo, concerti o eventi pubblici, salvo poi gettare la maschera e cominciare con il turpiloquio ponderato che ha caratterizzato le successive sortite discografiche.

Affetti dalla sindrome di Bruce Wayne, si può tranquillamente affermare che son bischeri al pari del Mascetti, del Perozzi, del Sassaroli, del Necchi e del Melandri… insomma chi li ha vissuti ed amati li nomina come la formazione della nazionale italiana dell’82, sono gli Amici Miei della musica: irriverenti, cinici, fastidiosi, sboccati e senza freni, seri durante il giorno, cazzoni la notte. Capaci di lanciare strali verso le lobby senza nascondersi dietro un dito.

Gli Squallor sono nati così, un cazzeggio continuo al lavoro con una cascata di battute alle quali è seguita una domanda più che lecita: perché lasciarle disperdere nel vento?

E se magari i dubbi su quanto vi ho detto persistessero, credo che dobbiate fugarli con la meravigliosa 38 Luglio (primo singolo, registrato all’insaputa di Cerruti e Pace, alla base della nascita del progetto Squallor e con il quale hanno venduto 100mila copie senza nemmeno pubblicità) o con Ti Ho Conosciuta In Un Clubs, capolavori in climax ascendente di intensità tragicomica.

Signori, amo gli Squallor ed i loro tempi comici. Spero per voi sia lo stesso

 

Per questo articolo si ringraziano i siti:

https://spazio70.net/tag/troia-squallor/

http://www.lindiependente.it/gli-squallor-il-documentario-sulla-darkroom-della-musica-italiana/

dai quali sono state reperite informazioni per la redazione dello stesso.

Ramones – Rocket To Russia

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Il terzo disco è la prova del 9 atta a confermare al mondo intero che i Ramones non sono un fuoco di paglia e che fanno sul serio.

Scritto prevalentemente in bus – tra una tappa e l’altra del tour – Rocket to Russia è il disco figlio dell’entusiasmo dell’intera band che odora il successo e la fama come uno squalo percepisce una goccia di sangue nel mare. Questa volta – rispetto ai passati due lavori in studio – il budget è discreto e i Ramones hanno sempre più seguaci, riscuotono consensi tra colleghi e pubblico ma è difficile trovare qualche loro brano nella top charts o in rotazione continua nelle radio. Tommy trova le ragioni di questa poca considerazione radiofonica in una paura insita nell’industria discografica figlia dell’incapacità di trattare con i gruppi punk, oltre alla dote dei Ramones di scrivere brani “schizofrenici e psicotici”. Nonostante tutto, il disco sarà uno dei più venduti della band.

Come già evidente nell’album d’esordio, i Ramoni sono fortemente figli del rock’n’roll anni ‘50, di Elvis e Chuck Berry, ma anche del surf rock anni ‘60 – come dimostrano la strafamosa Surfin’ Bird (cover del brano dei Trashmen, non è un originale dei Ramones come molti pensano) e Rockaway Beach (canzone scritta dal vero e unico viveur delle sabbie e della salsedine Dee Dee e dedicato alla spiaggia di New York) –  subiscono anche l’influenza del Bowie trasformista di Ziggy Stardust, di Lou Reed, degli Stooges e degli MC5 (forse il legame con gli ultimi due gruppi risulta più evidente).

Su tutto – per quanto impensabile possa sembrare – aleggia la figura di Andy Warhol, forse colui che anche indirettamente – tramite il suo concetto di minimalismo – ha più influenzato i Ramones e la scena musicale di New York, per non parlare di quello che sarebbe diventato il CBGB.

Come per gli altri album, la scelta dei temi trattati è in parte autobiografica ed in parte pescata nelle malattie mentali – o nelle problematiche giovanili di tutti i giorni – estremizzate e mescolate a del black humor, come in Teenage Lobotomy dove si canta di un ragazzo che dopo una esposizione massiccia al DDT deve essere sottoposto a un intervento di lobotomia (denunciando la pericolosità di questa tecnica ancora utilizzata in quegli anni) o con Sheena Is a Punk Rocker – probabilmente il brano più celebre di Rocket To Russia.

Joey ci racconta la nascita di Sheena con queste parole “Per me Sheena è stata la prima canzone surf/punk rock/teenage ribelle. Ho combinato Sheena, Regina della giungla [fumetto Britannico del 1937 ndr], con il punk primitivo. Così Sheena è stata portata ai giorni nostri”, Sheena è l’eroina anticonformista, colei che si allontana dallo status di ragazza per bene che frequenta solamente i posti raccomandati, lei va nei club a scatenarsi con il punk.

L’album della consacrazione definitiva dei Ramones coincide con l’addio alla band di Tommy che tornerà a svolgere il ruolo di produttore, garantendo prosperità e lunga vita (insomma… sigh) ai Ramones “Pensavo, ‘cos’è meglio per i Ramones? C’era tanta tensione tra me e Johnny, quindi dovevo cercare di rilasciare tutta questa pressione per consentire alla band di andare avanti. Lo dissi prima a Dee Dee e Joey. Mi dissero ‘Oh no! Non andare! No! Dai! No! Dai! Blablablablabla’, dissi loro che dovevamo assolutamente fare qualcosa perché stavo perdendo la brocca”

Patti Smith – Horses

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Horses è un disco che nasce molto lontano, nel 1964, quando una giovane ragazza-madre – dai gusti decisamente strambi rispetto a tanti suoi coetanei – si avventura senza nemmeno un centesimo a New York. Nella grande mela vive di stenti e di lavori saltuari, fin quando non farà l’incontro che le cambierà definitivamente la vita: Robert Mapplethorpe.

La voglia di diventare artista e poetessa matura sempre di più vivendo a contatto con Robert, ma sino ai primi anni ‘70 l’idea di cantare non le sfiora nemmeno l’anticamera del cervello, è Lenny Kaye che le mette la pulce nell’orecchio.

Il trasferimento al Chelsea Hotel e la frequentazione di un centro nevralgico della sottocultura newyorkese la invogliano ad alzare l’asticella e credere nelle proprie capacità, perciò i reading si trasformano in performance con base musicale di chitarra elettrica.

Cresce così la convinzione in Patti di musicare le sue poesie trasformandole in canzoni. L’imprinting musicale è solido: oltre a scrivere recensioni per riviste specializzate come Creem (dove nascerà il rapporto di amicizia con Lester Bangs) e Rolling Stones; non ha mai nascosto una folle dedizione per Bob Dylan ed i Rolling Stones, perciò è semplice ritrovare la sensibilità del primo e la potenza dei secondi in Horses, mantenendo però una cifra stilistica riconoscibile e propria.

L’idea di Patti è di suonare un Rock ‘N’ Rimbaud (per essere precisi, si ispirerà molto anche a Blake e Baudelaire) “ciò che volevo fare nel rock’n’roll era di unire poesia e paesaggi sonori, le persone che hanno più contribuito a questa visione sono stati Jimi Hendrix e Jim Morrison“. Smith riversa profonda ammirazione nei confronti di questi artisti in due brani stupendi di HorsesElegie (dedicata alla memoria del chitarrista) e Break It Up (scritta dopo la visita alla tomba di Morrison a Père Lachaise).

Proprio da Jim Morrison eredita quella capacità magnetica di stabilire un contatto con ogni singolo ascoltatore, coinvolgendo le corde emotive e mentali di chi ascolta.

Horses sarà proprio quanto pensato da Patti, l’impressione che si ha ascoltandola è di avere a che fare con qualcosa di differente, non è la Nico sacerdotale e portatrice di funeste novelle o il Jim Morrison filosofo a tratti aggressivo. Patti ha una carica positiva e si fa portatrice di messaggi di speranza, tira fuori gli artigli sul palco e lo si sente nelle lunghe cavalcate convulse accompagnate da Kaye, Sohl, Kral e Daugherty. La band è un vero e proprio supporto che esalta con la semplicità di pochi accordi – ed in pieno stile da garage-band – i testi della Smith.

Nel 1973 a New York prende vita uno dei locali più iconici della storia della musica, il CBGB. Patti lo frequenta assiduamente e familiarizza con i principali artisti coinvolti nelle serate, tra i quali Tom Verlaine dei Television con il quale registrerà il suo primo 45 giri, (una nuova versione di Hey Joe e Factory Pissing, che ebbe più successo della cover di Hendrix). Da spettatrice a ospite il passo è enorme, ma Patti si troverà a calcare il palco del CBGB per una marea di volte, e di lì a poco il Patti Smith Group viene messo sotto contratto per registrare il primo album, che sarà prodotto da John Cale.

È il 1975 e per Patti Smith ci sarà una seconda nascita, da aspirante poetessa a vera e propria icona del proto-punk e della scena newyorkese. Per la copertina dell’album non ha nessun dubbio: Patricia vuole affidarsi a Robert Mapplethorpe. Lui la immortala in bianco e nero – un’immagine differente rispetto a quanto offerto dalle altre artiste in quegli anni- apparendo unisex “ero un incrocio tra Baudelaire e Sinatra“.

Patti Smith capisce di essere un punto di riferimento per la scena musicale quando ai suoi concerti nella grande mela la platea è affollata dai principali musicisti del periodo, tra i quali Lou Reed e l’idolo dell’adolescenza di Patti, Bob Dylan. Lo stesso Bob Dylan che 41 anni dopo le chiederà di presenziare alla cerimonia del Nobel al suo posto.

Se dovessi scegliere una canzone che descriva Horses, sicuramente opterei per la sua versione di Gloria – stravolge il testo di Van Morrison mantenendone solo il ritornello – diventerà l’inno anarchico di quella generazione, un perfetto esempio di come lavorare sulle proprie fonti di ispirazione senza maltrattarle… con una frase d’apertura che da a tutti l’idea di chi sia Mrs. Patti Smith:

“Jesus died for somebody’s sins but not mine.”

Judee Sill – Heart Food

Judee Sill - Heart Food.jpg

Ho avuto un colpo di fulmine con Heart Food, è un disco che ho consumato e mi ha accompagnato per molto, perché è estremamente intimo e rilassante. È un disco ambizioso, talvolta criticato per questo suo aspetto, ma le melodie e le linee vocali che si ascoltano in Heart Food le potete ritrovare in tutta la musica leggera attuale senza star troppo a cercare col lanternino.

Rispetto al disco d’esordio, prodotto con l’aiuto di Graham Nash, qui c’è un’evoluzione nelle sonorità che attinge proprio dagli impasti vocali di Nash e Crosby – ricreati con delle sovraincisioni della voce della Sill persistenti – che mescolati alla chitarra acustica, al piano, all’armonica e alla slide guitar offrono un ambiente sonoro strettamente confidenziale e morbido. È importante fare un piccolo inciso per aiutare a comprendere meglio le sfaccettature della Sill, l’elemento cardine nella vita della cantautrice è stato l’uso di droghe che ha fortemente influenzato il suo iter compositivo: prima ha aperto le porte della percezione con dosi di LSD; passando poi all’eroina  (per la quale trascorrerà anche un periodo in prigione) e terminando con la cocaina durante l’ultima parte della sua vita.

In una intervista ad NME, Judee Sill ha affermato di avere tre grandi fonti di ispirazione per la propria musica: Pitagora, Bach e Ray Charles. Ascoltando Heart Food è possibile notare come lo stile della Sill ammicchi alla sacralità della musica di Bach e al gospel, il forte interesse verso la teologia cristiana – come dimostrano The Kiss, The Vigilante e Soldier Of My Heart (una delle sue canzoni più conosciute) – trova uno sfogo importante con il brano di chiusura The Donor, che racchiude il Kyrie Eleison in un coro celestiale di voci maschili e femminili che si inseguono.

“La maggiorparte delle mie canzoni, le ho provate a scrivere per far sentire meglio le persone, per far sentire loro il calore, per affermare lo spirito umano… ma un giorno quando ero depressa ho pensato, ‘tu sai quando sei veramente depressa e vedi come ogni cosa porti a niente’, bene forse dovrei adottare un approccio differente, non scrivere qualcosa diretta alle persone ma scrivere qualcosa che induca Dio a dare una pausa a tutti noi, perché cominciavo ad essere leggermente stufa a quel punto. Quindi ho messo dentro una combinazione di note e ho lavorato a lungo sperando che funzionasse… da quella volta ho deciso che non avrei dovuto avere più pause, perché ne ho già avute tante in luoghi strani. Ma mi piace cantare canzoni per voi nella speranza che riusciate ad avere la vostra pausa.”

L’album, purtroppo, bissa il flop dell’esordio e distrugge ogni speranza di carriera a Judee Sill che si smarrirà di nuovo nel tunnel delle dipendenze, trovando spazio per l’ennesima lunga “pausa”. Chi la visita – anni dopo la pubblicazione di Heart Food – la descrive immersa nelle letture delle poesie di Aleister Crowley e nei libri rosacrociani. Lascerà questo mondo nel 1979, dopo aver vissuto una vita estremamente travagliata e segnata dai peggiori eventi.