Portishead – Dummy

Portishead - Dummy

Che la storia del trip-hop bristolino fosse la summa del destino incrociato di più personaggi lo si era carpito ampiamente (presumo), ma la caratteristica che rende divertente raccontare ciò che si cela behind the scenes è l’ispirazione reciproca che alimenta il fuoco sacro dell’arte. 

Se con i Massive Attack e Tricky abbiamo affrontato un certo trip-hop, con i Portishead ci troviamo in una terza variante del genere, nel quale l’atmosfera jazzy-sofisticata subentra garantendo cupezza, malinconia e noir fortemente cinematografico. Difficile non scrivere di Dummy senza lasciar trasparire nessuna emozione o senso di magnificenza.  

Portishead nascono dall’incontro tra Beth Gibbons e Geoff Barrow, già collaboratore dei Massive e di Trickytraps, un musicista di noto spessore chiamato a collaborare anche con Depeche Mode e Paul Weller, mica bruscolini! Il nome è semplicemente preso in prestito dalla loro città di provenienza ad una manciata di km da Bristol. Creatività al potere! Fortunatamente, quella non utilizzata per la scelta del nome è stata sapientemente dirottata sui brani. 

Bon, la prassi stabilita per essere creativi al 100% è la seguente: Adrian Utley (il chitarrero) e Geoff Barrow vanno in studio a suonare con Clive Deamer (il batterista turnista), registrano ed estrapolano le parti migliori, che vengono trasferite su vinile per essere scratchate 

In questo modo i Portishead sono in grado di imporre il proprio timbro certificato ai brani; in seguito la Gibbons aggiunge in autonomia le proprie linee vocali – studiando le soluzioni più idonee – ed aggiungendo solamente al termine di tutto questo il testo.  

Ora, il procedimento può apparire un filo strambo, ma la consuetudine dei ragazzi di Bristol è proprio quella di prendere in prestito degli stralci di canzoni e metterli in loop creando un tappeto sul quale poi – in questo caso – suonano Adrian e Barrow 

La lista presente in Dummy è bella lunga: di Glory Box abbiamo già parlato, un sample da Ike’s Rap II di Isaac Hayes, presa in prestito da Tricky per Hell Is Round The Corner… ciò che forse non sapete è che John Martyn fece una cover della versione dei Portishead (si sta configurando una situazione alla Inception); mentre la bellissima Sour Times va a ripescare da un classicone di Lalo Schifrin, The Danube Incident che figurava nella colonna sonora di Mission Impossible (la serie, quella del 1969) e che è stata utilizzata anche da Neffa… (Neffa? 😮 sì Neffa in Strategie Dell’Universo registrata con Deda suo collega nei Sangue Misto, sapevatelo). Ma non finisce mica qui! Perché c’è I’ll Never Fall in Love Again di Johnnie Ray in Biscuit (che viene pitchato tanto quanto basta per renderlo il Maurizio Seimandi di Dummy), o le trombe in Wandering Star nel loop catturato da Magic Mountain di Eric Burdon con i War, oltre che Elegant People dei Wather Report in Strangers. Tanta roba e un grande gusto nello scegliere i pezzi e renderli adatti alle proprie esigenze.  

“Sono veramente nervosa al pensiero che la gente che ci ascolta, possa vederci [potete notare il livello di timidezza di Beth in alcuni video che riprendono le prime apparizioni televisive dei Portishead ndr]. Insomma, non siamo una forza dominante, non mi piace quando le band salgono sul palco e dicono ‘Hey guardateci e divertitevi’, magari non vuoi divertirti, potresti voler star male”. Beth inquadra bene la dicotomia degli anni ‘90 tra chi predilige essere introverso rispetto a chi vuole divertirsi a tutti i costi, quasi a voler stigmatizzare questa leggerezza sbandierata da chi produce musica frivola. 

“Quando sono sul palco penso spesso di voler scrivere canzoni che comunichino alle persone, l’altra ragione per cui le scrivi è il sentirsi frustrato ed incompreso dalla vita. È qui che scatta il meccanismo, quando pensi che la gente abbia compreso il messaggio che si cela in esse, ma realizzi che non hai comunicato un bel nulla – e sei stato trasformato in un mero prodotto -, allora lì ti senti più solo di quando hai cominciato tutto quanto. La musica è una cosa spirituale, dovrebbe essere trattata come tale [leggete quest’ultimo passaggio alla Osvaldo Paniccia ndr]”. 

Anche in questo caso sono in cerca di una chiusura degna dell’articolo, [mi ergo un po’ all’He-Man di turno che a fine puntata fa la morale e insegna la differenza tra bene e male ndr] ma più di due righe non riesco proprio a partorirle. Ok, mi metto in modalità Zoltar e vi sparo una perla per i poster(i). 

Credo che i Portishead abbiano rappresentato la diversità nella diversità. Il trip-hop ha avuto un’influenza importantissima sul modo di concepire musica dalla metà degli anni ‘90 in poi, nonostante il successo conclamato dei ragazzi di Bristol, nel corso del tempo hanno dimostrato bravura e una capacità – da non sottostimare – di non montarsi la testa, restando fedeli alla propria idea musicale, senza vendersi al mercato pe’ du spicci.  

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Tim Buckley – Lorca

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“La poesia non cerca seguaci, cerca amanti”

Questo pensiero di Federico Garcìa Lorca descrive a pieno il rapporto che un ascoltatore medio ha con Tim Buckley. A Lorca è intitolato il quinto album del cantautore  (non a Lorca Assassina come molti avranno sicuramente pensato). Scelta dettata dalla lettura profonda – in quel periodo affrontata da parte di Buckley e Underwood – degli scritti del poeta spagnolo.

C’è quindi in questo disco un qualcosa fortemente in controtendenza con quanto fatto in precedenza da Buckley, così introverso, così fortemente sperimentale e ipnotico, un varco iper-dimensionale che conduce verso mondi interiori inesplorati. La voce di Buckley si sposa perfettamente con quanto proposto dai musicisti, con quel gain della chitarra di Underwood che rende le note ricoperte di ovatta.

È una deriva consapevole, lo stesso Buckley definisce Lorca come un album che “non metti alle feste… semplicemente la gente si fermerebbe. Non c’entra nulla”, continua aggiungendo “finalmente me, senza nessuna influenza”. La sperimentazione come spesso accade non viene gradita pienamente dalla maggioranza del pubblico e della critica portando ad una incomprensione largamente condivisa. Nonostante tutto si dimostra un disco completo, maturo ed estremamente influente. Registrato durante le sessioni di Blue Afternoon e in parte di Starsailor, Lorca è l’ultimo disco sotto l’etichetta Elektra.

Lorca è immenso nella sua complessità, è una rottura con i cliché strofa/ritornello, è la transizione che va dal folk sino al folk-jazz d’avanguardia (un passo avanti a John Martyn), tocca vette immense che segnano la strada che Buckley continuerà a battere di lì a poco con l’altro grande capolavoro della sua discografia: Starsailor.

Buckley ci racconta dove affonda le radici la title-track, e quanto dice aiuta anche a capire l’idea musicale perpetrata da Timoteo in questo disco:

“Eravamo stanchi di scrivere canzoni che rispettassero la sequenza verso, verso, coro. Non era un esercizio intellettuale, è un dato di fatto, è un qualcosa che Miles [Davis ndr] ha fatto all’interno di In A Silent Way. E’ successo con il piano elettrico Fender Rhodes e con la linea di basso che mi ha consentito di tenere l’idea in mente. In Silent Way, Miles aveva una linea melodica che manteneva con la tromba, io invece avevo un testo e una melodia che si sono trasformati in Lorca.”

II disco prosegue in crescendo con la stupenda Anonymous Proposition – un brano a tratti free-jazz – considerato dallo stesso Buckley il vero e proprio avanzamento rispetto all’apertura: “Una ballata estremamente personale, una presentazione fisica, per tagliar fuori il non-sense e le cose superficiali. È un qualcosa da eseguire lentamente, in 5-6 minuti, è in movimento, è un qualche cosa che ti tiene lì e ti rende consapevole del fatto che qualcuno ti sta dicendo qualcosa di sé nell’oscurità.[…] Questa è la musica che c’è qui dentro. È estremamente personale e non vi è nessun’altra interpretazione.”

Dopo quest’affermazione ogni libera interpretazione dei brani di Lorca risulterebbe un esercizio di stile soggettivo e lontano dalla verità. Il disco prosegue con un brano più simile al passato che al presente storico in cui è stato registrato Lorca, I Had A Talk With My Woman, meno cervellotica nell’esecuzione musicale rispetto ai primi due brani, per fare poi un passo indietro con Driftin’ – composizione decisamente complessa – ed esplodere nel finale Nobody Walkin’ che dimostra come Buckley fosse capace di spaziare da un brano più freddo – in termini di interpretazione – come Lorca ad un finale frizzante ed estremamente scatenante.

Lorca cerca amanti, che restino completamente ammaliati dalle sperimentazioni vocali di Buckley, dal suo spingersi verso confini che solo Stratos avrebbe provato ad esasperare ulteriormente.

John Martyn – Solid Air

John Martyn - Solid Air.jpg

Successo = Bravura

Talvolta questa equazione non è rispettata, perciò avviene un processo di rivalutazione dell’artista dopo tempi biblici, guardando indietro è possibile stabilire con certezza l’impatto storico che una data persona ha fornito in un dato momento. Molti sono i casi, come ad esempio Tim Buckley o Nick Drake, Vashti Bunyan, John Martyn. Non è stata la casualità a guidare la mia scelta, ho citato scientemente gli artisti in questione perché sono legati in qualche modo.

Un punto in comune è l’etichetta discografica, Island Records, che si è ritrovata tra le mani nella stessa scuderia e nel medesimo periodo Nick Drake e John Martyn. Per il primo è risaputo che il successo è arrivato più o meno 20 anni dopo dalla morte, per il secondo il discorso è diverso, in quanto la sperimentazione – seppur graduale – dei primi (capo)lavori è stata rivalutata durante gli anni ’80, quando Martyn ha intrapreso un percorso maggiormente pop con collaborazioni accessibili ai più.

Con Nick Drake e Vashti Bunyan condivide Joe Boyd che successivamente additerà come una delle cause del fallimento del suo matrimonio.

Con Tim Buckley c’è una rassomiglianza, in parte, nell’impromptu vocale (seppur più votato al soul e al bofonchiamento) e la contaminazione, mentre da Drake attinge la capacità nel creare ambienti musicali soffusi e confidenziali. Martyn appare come un punto di incontro tra i due cantautori.

Drake è un personaggio fondamentale nella carriera di Martyn, difatti oltre a esserne stato uno dei suoi migliori amici e anche uno dei pochi ad averne compreso l’animo tormentato; a lui è dedicata la title-track che inaugura l’album. La rappresentazione di Nick Drake è precisa in tutte le sue paure e prodroma di ciò che sarebbe accaduto 18 mesi dopo la pubblicazione. L’idea che ci trasmette è quella di una disperazione nell’aver compreso che la depressione sta trascinando a fondo il suo amico e la piena coscienza che ogni intervento è ormai inutile, una sorta di epifania anticipata già in Pink Moon l’anno precedente dallo stesso Drake.

A tal proposito John Martyn ha dichiarato abbastanza ermeticamente (come ha sempre fatto quando gli è stato chiesto di Drake): “E’ stata composta per un mio amico, ed è stata fatta senza nessuna motivazione e sono contento di ciò, per vari motivi. Ha un solo messaggio, ma dovrai capirlo da solo”.

Il titolo Solid Air, diede a pensare in principio all’Aerogel [una sorta di schiuma solida, che non sto a spiegarvi perché lo farei male… informatevi voi che è meglio ndr] ma ci sono dei dibattiti che non lasciano comprendere bene a cosa si riferisca quest’aria solida, probabilmente Martyn intendeva una barriera che lascia intravedere la persona cara in difficoltà ma che al tempo stesso non consente ogni sorta di azione per salvarla.

L’album è il prodotto di una cooperativa più che valida, che vede i prodi Fairport Convention (Nicol, Pegg, Mattacks e l’ormai ex Richard Thompson), aiutare nella registrazione Martyn in appena 8 giorni di lavoro, consentendogli delle improvvisazioni che lo fanno riuscire nell’intento di rendere ancora più credibile – e maturo – il percorso intrapreso da alcuni anni di fusione tra folk-jazz-soul (ancor prima di Joni Mitchell).

Vashti Bunyan – Just Another Diamond Day

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Come una ninfa che con la sua voce flebile – e a tratti spettrale – ammalia chi ha intorno, ma pochi ne scorgono la presenza. Ciò che mi fa associare Vashti Bunyan ad una figura leggendaria, non è solo il nome che viaggia tra letteratura e realtà (sembra provenire direttamente dal ciclo di Shannara), ma anche il suo passaggio completamente in sordina. Ha fatto quasi scivolare la sua presenza evanescente nella scena e nell’industria musicale, contribuendo a creare così prima il mito e poi la leggenda.

Realtà o finzione? A sostenere la diatriba ci sono quegli arrangiamenti alla Nick Drake di Five Leaves Left e Bryter Layter (è lo stesso produttore di Drake, Robert Kirby, ad orchestrare tutto) che rendono la produzione della Bunyan ancora più effimera ed evanescente.

La nascita di Just Another Diamond Day è molto curiosa e frutto di una serie di casualità. Dopo una serie di apparizioni nel mondo musicale senza ricevere un ritorno degno di nota, come in molte occasioni, il viaggio diventa fonte di ispirazione per la stesura dell’album di Vashti. Donovan – amico del ragazzo della Bunyan – invita il compagno della cantautrice nella sua comune fricchinicchi sull’isola di Skye. La Bunyan accoglie positivamente l’idea di seguire la sua dolce metà in questo viaggio – forse lui l’ha anche intortata facendole credere che fosse uno Smartbox deluxe (ahhh che bello quando la ggente credeva ancora negli smartbox) – fatto sta che l’idea di mollare di colpo la realtà Londinese, basata sull’apparenza, rappresentava uno strappo nei confronti dei rifiuti ricevuti e di quel mondo che non l’aveva compresa a pieno.

Essendo in toto uno Smartbox, nel pacchetto sono incluse 100 sterline omaggiate da Donovan che serviranno ad acquistare una carrozza ed un cavallo. Si parte all’avventura: lei, lui, il cavallo ed il loro fido cane. Da qui nasce anche la rappresentazione bucolica presente nella cover dell’album, dove sono ritratti i protagonisti di questo viaggio nelle Lowlands e Highlands scozzesi, scenari che consolidano l’idea di Vashti come creatura leggendaria.

Dopo un anno di cazzeggio per strada vagabondando con una carrozza, la nostra Fantabestia ed i suoi fidi accompagnatori (diciamo che il suo essere raminga in giro con un cane ha reso Vashti una antesignana dei Punkabbestia, ed essendo una signorina fantasiosa lei è la variante Fantabestia) raggiungono l’isola senza trovare nessuno.

Nel frattempo i fricchinicchi hanno abbandonato l’utopia della comune. Ma come nei migliori racconti c’è sempre un lato positivo, il viaggio è come nuova linfa che scorre nelle vene artistiche della Bunyan, ora osserva con occhi nuovi ciò che la circonda cambiando le tematiche delle sue canzoni. Inoltre nel viaggio di ritorno, la ragazza, si imbatte in Re Mida Joe Boyd (produttore di Nick Drake e John Martyn) che si offre di lavorare sulle composizione create durante il viaggio di Vashti, offrendole una superband di supporto formata da membri degli Incredible String Quartet (Williamson) e Fairport Convention (Nicol & Swarbrick), band prodotte da Boyd. La collaborazione di Boyd e Kirby offre quell’atmosfera sopita e soffice tipica di Drake e presente nella registrazione di Just Another Diamond Day, conferendo alla Bunyan un’aura a tratti funerea.

Stessa aura che a confronto delle modalità frichinicchi-psichedeliche-drogaddicted impresse al mercato in quegli anni, relega nell’alveo l’opera prima della Bunyan spingendola a ritirarsi dal mondo musicale per 35 anni, sino alla riscoperta e alla rivalutazione commerciale avvenuta in tempi recenti.