Sufjan Stevens – Illinoise

Sufjan Stevens - Illinoise

Oggi provo a raccontarvi un disco estremamente complesso, ambizioso e pieno di spunti intriganti. Sufjan Stevens è una delle figure più valide della scena musicale contemporanea, non si limita al compitino, osa, con tutto quello che ne consegue: grandi intuizioni e qualche passaggio a vuoto. 

Illinoise nelle sue 22 tracce si impone al pubblico, facendosi notare, raccogliendo critiche positive e contribuendo ad alimentare la leggenda secondo la quale – dopo Michigan del 2003 – Stevens avrebbe deciso di comporre un disco per ogni stato americano. La strada è lunga… 

“È solamente uno scherzo” ci tiene a precisare Stevens, quasi rincuorando chi lo avesse preso sul serio, l’idea di fondo non sarebbe stata nemmeno malvagia, cantare di fatti o di persone che hanno caratterizzato la storia di un particolare stato… come fa in Illinoise e nelle sue canzoni dal titolo improbabile ed infinito (uno a caso The Black Hawk War, or, How to Demolish an Entire Civilization and Still Feel Good About Yourself in the Morning, or, We Apologize for the Inconvenience but You’re Going to Have to Leave Now, or, ‘I Have Fought the Big Knives and Will Continue to Fight Them Until They Are Off Our Lands!). Per praticità eviterò di scrivere altri titoli del genere, altrimenti finirei di fatto l’articolo semplicemente citando i brani😀 

Illinoise parte spedito, con fanfare meravigliose e ragtime anni ’30, per poi rallentare ad una più rassicurante velocità di crociera, apparentemente senza sussulti per un orecchio distratto. Oibò! Non cadete in codesto tranello, poiché una volta assimilato il disco e accettata la sua struttura, prestando attenzione ci si imbatterà in tante piccole gemme delicatissime, riferimenti su riferimenti all’imprinting musicale di Stevens, ogni canzone ha degli arrangiamenti spettacolari – estremamente complessi – si ha l’impressione di ascoltare delle micro colonne sonore [a tal proposito, il prossimo ciclo riguarderà in parte questo discorso ndr] 

Quante volte ascoltando Illinoise ho avuto la sensazione di vivere una scena di un film, di compiere un viaggio all’interno dello stato americano; ha delle atmosfere da sogno nelle quali è facile perdersi. La ricerca, lo studio di libri, documenti e storie sull’Illinois, la necessità di trasmettere la propria visione genuina di uno stato e dei suoi elementi distinguibili, conducono all’immedesimazione nel clima di festa dell’expo del 1893 [per i 400 anni dalla scoperta dell’America da parte di Colombo ndr] descritta in Come On! Feel the Illinoise! [titolo che prende spunto dalla canzone di Slade del 1973 Cum On Feel The Noize, giocando sulle parole Illinoise Feel The NoizeSufjan si è giocato la carta dell’assonanza per intitolare l’album e creare scompiglio in tutti gli ascoltatori che non sanno se il titolo dell’album è Illinois Illinoise ndr] e che ha il celebre refrain di Close To Me dei The Cure a tributare uno dei radi slanci di gioia di Smith 

“Uso la formula dello short story: attenzione ai dettagli, linguaggio sensoriale, scenari, sviluppo dei personaggi. Talvolta penso che ogni canzone abbia un punto di conflitto, una crisi, un climax e un punto nel quale si rivela tutto quanto. Questa è sicuramente una struttura letteraria. Ma forse è perché appartengo alla vecchia scuola”, non ci sono dubbi che la metodologia di scrittura di Sufjan sia incline alla narrazione, questo spiega la scelta di titoli estremamente narrativi e le canzoni talvolta dilatate. 

“Per quanto grande possa apparire questo disco, posso assicurarvi che è stato accuratamente tagliato. Era essenziale avere un particolare punto di vista che conciliasse ogni elemento all’interno di questa visione. Perciò molto è stato scartato. Ho ignorato tutti i temi popolari, ho cercato di cantare di SpringfieldPittsfield, il lago Carlyle. Cose che non c’entravano col resto dell’album e sono state scartate”. È forse questa la magia di trovare nell’artwork Al Capone con Superman che si stagliano di fronte lo skyline di Chicago, un’illustrazione che per beghe legali è stata ritoccata più volte, sino a rimuovere l’uomo dal mutandone sopra al pantalone e sostituirlo con dei palloncini rossi e blu. Quello stesso Superman citato in The Man Of Metropolis Steals Our Heart, nella quale Metropolis (città dell’Illinois autoproclamatasi città di Superman) è il teatro delle avventure di Nembo Kid, il Gesù del secolo scorso, il salvatore dell’umanità in una chiave di lettura molto cattolica ed estremamente cara alla DC ai fini narrativi. 

Capite da voi che questo disco non poteva mancare in questo gruppo, anche se forse le sensazioni di gioia che trasmette in alcuni brani va un po’ in controtendenza con altri lavori trattati, decisamente più abbacchiati e tetri. In comune c’è l’approccio lo-fi, un registratore a 8 tracce che Sufjan è solito portare in studio con sé… nessun ingegnere del suono, nessun parametro pre-impostato, solo lui, gli strumenti ed il registratore ad 8 tracce.  

Il fai da te come missione, forse per questo motivo Illinoise mi sembra ancora di più accattivante, perché dietro ad arrangiamenti complessi, quasi rari visti i tempi che corrono, Sufjan si mette la mano sulla coscienza e compone un potpourri dal profumo inebriante: “Ho studiato l’oboe alle superiori […]. La maggiorparte di ciò che ho studiato è musica barocca, classica, ed il repertorio per oboe è interessante. Ho suonato molto con quintetti e fiati, ho ascoltato musica barocca per molto tempo. Recentemente mi sono imbattuto in Stravinskij, RachmaninovGrieg. Credo che parte dei miei arrangiamenti provengano da lì e da influenze minimali quali Terry Riley, Steve Reich e Phillip Glass“. 

 

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