Vinícius de Moraes & Tom Jobim – Orfeu da Conceição

Che Vinícius fosse un dritto lo si sapeva, ma quanti di voi sono a conoscenza di come è avvenuto il suo ingresso nel mondo della musica e del suo primo 33 giri?  

Mi riferisco al disco che ha concretizzato l’incontro artistico con Tom Jobim, in una fusione tra mitologia (il mito di Orfeo e Euridice attualizzato nelle favelas), poesia e al sapore di Stravinskij

Troppi input. Cerchiamo di mettere un po’ d’ordine. 

L’Orfeo può essere definito il Manifesto che racchiude le pietre angolari della poetica di Vinícius: la fede cieca nell’Amore, l’ossessione per la Morte. L’Orfeo è figlio di una gestazione dilatata, oltre dieci anni di pensieri sviluppati durante periodi spesi tra il giornalismo e l’ambasciata brasiliana a Parigi, che vedono la luce con la pubblicazione dei testi nel 1954

Nel 1956 viene presentato a Vinícius il giovane pianista Antonio Carlos Jobim (detto Tom). Da questa unione nasce uno dei sodalizi più poetici della storia musicale. Jobim musica l’Orfeu da Conceição (con la compartecipazione del chitarrista Luiz Bonfá e l’intervento di Roberto Paiva alla voce per Um Nome de Mulher) agevolando con idee brillanti la realizzazione dell’omonima pièce teatrale e segnando l’ingresso di Vinícius nel mondo musicale. 

“Credo che la gente possa considerarlo un matrimonio ideale. Vinícius mi aveva insegnato tante cose. Era un uomo di grande cultura, poliglotta senza ostentazione, meraviglioso poeta, fine scrittore. Inoltre, anima generosissima. Passavamo giornate insieme, io al pianoforte, lui col suo pezzo di carta. […] Educato a Oxford, diplomatico a Parigi, triste a Strasburgo, vissuto a Los Angeles dove aveva scritto Pátria Minha. Intravedeva sempre il lato umano delle cose […]. Solo un individuo come Vinícius, che conosceva la musica della parola, lui che avrebbe potuto essere un professionista, poteva comporre i testi che ha composto.” 

Jobim descrive con queste parole la relazione artistica con de Moraes, espressioni che trasudano genuina amicizia e grande tenerezza. 

Ordunque, Orfeu da Conceição viene quindi trasposto cinematograficamente con il titolo di Orfeu Negro, vincendo Oscar e Palma d’Oro. Insomma un successone.  

La pellicola ha avuto il pregio di veicolare l’amalgama tra poesia e musica del duo Jobimde Moraes al grandissimo pubblico, facendo ottenere – a questo felice tentativo di commistione artistica – un tripudio discografico e altrettanta rilevanza internazionale. Ma, ancora di più, si impone con passo felpato nella storia della musica, visto che il sodalizio getta le basi della Bossa Nova.  

Non è un caso che nella meravigliosa Overture, si possano ascoltare dei marcati passaggi di A Felicidade, uno dei temi più celebri della Bossa, che troverà la sua versione definitiva nel film Orfeu Negro (poesia malinconica ripresa dai principali interpreti della scena brasiliana, tra i quali anche Tom Zé in Estudando o Samba).  

Parole che fluttuano nell’aria con meravigliosa leggiadria 

Tristeza não tem fim 
Felicidade sim… 
A felicidade è como a pluma 
Que o vento vai levando pelo ar 
Voa tão leve 
Mas tem a vida breve 
Precisa que haja vento sem parar
 

Tristezza non ha fine 
Felicità, sì 
La felicità è come la piuma 
Che il vento porta per l’aria 
Vola lieve 
Ma ha una vita breve 
Bisogna che il vento non cada 

Luciano Cilio – Dialoghi Del Presente

Come avrete inteso dalla scorsa settimana, si ritorna alla regolarità (ci si prova almeno) dopo una lunga ed imperdonabile assenza. Per questo motivo ho scelto un ciclo dedicato alla musica italiana, per dimostrarvi che nell’ammanto di silenzio calato in questo spazio digitale, risiede uno studio volto a regalarvi piccole perle di rara bellezza. 

Ho il piacere di introdurvi a un disco al quale sono molto legato, che ha poco di nostro all’apparenza. C’è una magia che non è propria del nostro territorio in Dialoghi del Presente, un misticismo che non consente di collocare facilmente questo disco in un arco temporale definito.  

Nomen Omen, Cilio rende fluidi questi Dialoghi, come se appartenessero all’adesso, al prima e al dopo. Suoni troppo puliti ed elaborati per sembrare antichi, ma con un riverbero che li rende distanti in un gioco misurato sapientemente da Cilio, capace di sospendere il tempo. 

Non è facile descrivere qualcosa del genere, sto facendo uno sforzo enorme, non è identificabile con musica progressiva, da camera, classica. Le composizioni di Cilio riunite in Dialoghi del Presente sono qualcosa di oltre. Per aiutarvi, se dovessi azzardare dei parallelismi direi che il Primo Quadro ha un sentore di Satie mentre nel Quarto Quadro (dove affiora anche un ritmo percussivo fortemente partenopeo) il rimando è alla Sagra della Primavera di Stravinskij

Paragoni impegnativi. Ma Luciano Cilio regge il confronto, perché capace di mutuare la sospensione temporale da Satie e Stravinskij, con una freschezza e leggerezza invidiabile.  Una capacità creativa meravigliosa, che lo stesso Cilio ha preferito negare a questo mondo all’alba dei 33 anni. 

C’è qualche accenno di Cage in questo disco, ma Cilio era diverso dal maestro statunitense. Mente curiosa e sperimentatrice, polistrumentista autodidatta incapace di tradurre la musica su pentagramma ma in grado di plasmare le composizioni a orecchio. Viaggia in oriente, apprende i rudimenti del sitar e si immerge a pieno nell’esotismo di sonorità inusitate. Sì, inusitate, come le parole che Umberto Eco era solito usare (quel fetentonte). 

Luciano [mi permetto di chiamarlo per nome in quanto quasi mio coetaneo quando se ne è andato ndr], ha battuto terreni musicali differenti rispetto a quanto richiesto dalle masse, invischiandosi con entrambi i piedi nelle sabbie mobili della sperimentazione che lo hanno lentamente risucchiato. Lui che con Alan Sorrenti ha condiviso un’idea musicale progressista – oltre all’anno di nascita e la provenienza – non è stato capito e accettato dai censori ortodossi del movimento e al contempo respinto dall’universo della musica popolare. 

Luciano si è arreso a soli 33 anni, perché non era capace di vivere attraverso la sua passione, quella musica maneggiata con sapiente bravura e leggiadria poco comune.  

Sarebbe bello onorare la sua memoria con l’ascolto dei Dialoghi, pertanto concedetevi poco meno di mezzora, non resterete delusi. Ad ogni ascolto riscatterete, un pelo di più, la memoria di un enorme artista nostrano. 

Rachel’s – Music For Egon Schiele

Rachel's - Music For Egon Schiele

Rachel’s hanno in parte raccolto la sfida lanciata dai Penguin Cafe Orchestra, offrendo al pubblico una musica da camera in un periodo storico nel quale il rumore, la rabbia ed i suoni artificiali dominano incontrastati, la scelta della band di Louisville appare in forte controtendenza con quanto proposto dalla scena musicale di quel periodo.

Da Louisville provengono gli Slint, e forse sarebbe stato più lecito aspettarsi un’idea affine a quella di McMahan Pajo, invece i Rachel’s sorprendono per un approccio distante, ma per questo forse più rispettabile se confrontato a quanto fatto da tanti altri gruppi coevi. Per chi non li conoscesse, vi basti sapere che prendono il nome dalla pianista Rachel Grimes, che dimostra così di essere la capoccia della situazione.

Music For Egon Schiele nasce come colonna sonora per un balletto sulla vita del pittore austriaco, giudicato buon disco ma definito – talvolta – prolisso e pigro da parte degli esperti del settore, sento il dovere – a distanza di vent’anni – di spezzare una lancia a favore, un po’ per gusto personale un po’ perché funzionale al ciclo di articoli in fase di pubblicazione.

Rachel’s preferiscono l’improvvisazione in fase compositiva per poi attenersi allo spartito nelle esecuzioni live, dimostrando un’attitudine a doppia corrente. Si privilegia la musica alle parole, come se fosse lo specchio dell’anima, il focus è nelle note che evidenziano la cifra stilistica e la necessità di esprimere sentimenti senza il bisogno di applicare un messaggio verbale a quello musicale, in una libertà interpretativa che lascia molto spazio all’immaginazione (veicolandola tramite i titoli delle canzoni e dell’album).

Scelta lodevole e riuscita, nei “passaggi a vuoto” sono percepibili le sfumature travagliate della vita di Schiele – portato via troppo presto dalla febbre spagnola – e del suo espressionismo, in un disco godibilissimo e a tratti romantico che catapulta chi l’ascolta nella mitteleuropa del secolo scorso.

Il pensiero è rivolto alla fonte di ispirazione, ma la relazione non è così stabile come si pensa, come disse Rachel(‘s) Grimes la ricerca è nel tentare di ricreare delle sensazioni che un’artista come Schiele ha trasmesso tramite le oltre trecento opere prodotte nella sua breve seppure intensa carriera, in un percorso diametralmente opposto a quello di Stravinskij con i propri quadri astratti.

Nel complesso non ci troviamo di fronte a nulla di memorabile o dall’impatto storico determinante, ma resta un tentativo anacronistico capace di mantenere vivo l’interesse verso un approccio alla musica che si è perso nel tempo, oltre che rappresentare un risultato qualitativamente valido nel combinare arte figurativa, performance e musica.

Sufjan Stevens – Illinois

Sufjan Stevens - Illinoise

Oggi provo a raccontarvi un disco estremamente complesso, ambizioso e pieno di spunti intriganti. Sufjan Stevens è una delle figure più valide della scena musicale contemporanea, non si limita al compitino, osa, con tutto quello che ne consegue: grandi intuizioni e qualche passaggio a vuoto.

Illinois nelle sue 22 tracce si impone al pubblico, facendosi notare, raccogliendo critiche positive e contribuendo ad alimentare la leggenda secondo la quale – dopo Michigan del 2003Stevens avrebbe deciso di comporre un disco per ogni stato americano. La strada è lunga…

“È solamente uno scherzo” ci tiene a precisare Stevens, quasi rincuorando chi lo avesse preso sul serio, l’idea di fondo non sarebbe stata nemmeno malvagia, cantare di fatti o di persone che hanno caratterizzato la storia di un particolare stato… come fa in Illinois e nelle sue canzoni dal titolo improbabile ed infinito (uno a caso The Black Hawk War, or, How to Demolish an Entire Civilization and Still Feel Good About Yourself in the Morning, or, We Apologize for the Inconvenience but You’re Going to Have to Leave Now, or, ‘I Have Fought the Big Knives and Will Continue to Fight Them Until They Are Off Our Lands!). Per praticità eviterò di scrivere altri titoli del genere, altrimenti finirei di fatto l’articolo semplicemente citando i brani😀

Illinois parte spedito, con fanfare meravigliose e ragtime anni ’30, per poi rallentare ad una più rassicurante velocità di crociera, apparentemente senza sussulti per un orecchio distratto. Oibò! Non cadete in codesto tranello, poiché una volta assimilato il disco e accettata la sua struttura, prestando attenzione ci si imbatterà in tante piccole gemme delicatissime, riferimenti su riferimenti all’imprinting musicale di Stevens, ogni canzone ha degli arrangiamenti spettacolari – estremamente complessi – si ha l’impressione di ascoltare delle micro colonne sonore [a tal proposito, il prossimo ciclo riguarderà in parte questo discorso ndr]

Quante volte ascoltando Illinois ho avuto la sensazione di vivere una scena di un film, di compiere un viaggio all’interno dello stato americano; ha delle atmosfere da sogno nelle quali è facile perdersi. La ricerca, lo studio di libri, documenti e storie sull’Illinois, la necessità di trasmettere la propria visione genuina di uno stato e dei suoi elementi distinguibili, conducono all’immedesimazione nel clima di festa dell’expo del 1893 [per i 400 anni dalla scoperta dell’America da parte di Colombo ndr] descritta in Come On! Feel the Illinoise! [titolo che prende spunto dalla canzone di Slade del 1973 Cum On Feel The Noize, giocando sulle parole Illinoise e Feel The Noize. Sufjan si è giocato la carta dell’assonanza per intitolare l’album e creare scompiglio in tutti gli ascoltatori che non sanno se il titolo dell’album è Illinois o Illinoise ndr] e che ha il celebre refrain di Close To Me dei The Cure a tributare uno dei radi slanci di gioia di Smith.

“Uso la formula dello short story: attenzione ai dettagli, linguaggio sensoriale, scenari, sviluppo dei personaggi. Talvolta penso che ogni canzone abbia un punto di conflitto, una crisi, un climax e un punto nel quale si rivela tutto quanto. Questa è sicuramente una struttura letteraria. Ma forse è perché appartengo alla vecchia scuola”, non ci sono dubbi che la metodologia di scrittura di Sufjan sia incline alla narrazione, questo spiega la scelta di titoli estremamente narrativi e le canzoni talvolta dilatate.

“Per quanto grande possa apparire questo disco, posso assicurarvi che è stato accuratamente tagliato. Era essenziale avere un particolare punto di vista che conciliasse ogni elemento all’interno di questa visione. Perciò molto è stato scartato. Ho ignorato tutti i temi popolari, ho cercato di cantare di Springfield, Pittsfield, il lago Carlyle. Cose che non c’entravano col resto dell’album e sono state scartate”. È forse questa la magia di trovare nell’artwork Al Capone con Superman che si stagliano di fronte lo skyline di Chicago, un’illustrazione che per beghe legali è stata ritoccata più volte, sino a rimuovere l’uomo dal mutandone sopra al pantalone e sostituirlo con dei palloncini rossi e blu. Quello stesso Superman citato in The Man Of Metropolis Steals Our Heart, nella quale Metropolis (città dell’Illinois autoproclamatasi città di Superman) è il teatro delle avventure di Nembo Kid, il Gesù del secolo scorso, il salvatore dell’umanità in una chiave di lettura molto cattolica ed estremamente cara alla DC ai fini narrativi.

Capite da voi che questo disco non poteva mancare in questo gruppo, anche se forse le sensazioni di gioia che trasmette in alcuni brani va un po’ in controtendenza con altri lavori trattati, decisamente più abbacchiati e tetri. In comune c’è l’approccio lo-fi, un registratore a 8 tracce che Sufjan è solito portare in studio con sé… nessun ingegnere del suono, nessun parametro pre-impostato, solo lui, gli strumenti ed il registratore ad 8 tracce.

Il fai da te come missione, forse per questo motivo Illinois mi sembra ancora di più accattivante, perché dietro ad arrangiamenti complessi, quasi rari visti i tempi che corrono, Sufjan si mette la mano sulla coscienza e compone un potpourri dal profumo inebriante: “Ho studiato l’oboe alle superiori […]. La maggiorparte di ciò che ho studiato è musica barocca, classica, ed il repertorio per oboe è interessante. Ho suonato molto con quintetti e fiati, ho ascoltato musica barocca per molto tempo. Recentemente mi sono imbattuto in Stravinskij, Rachmaninov e Grieg. Credo che parte dei miei arrangiamenti provengano da lì e da influenze minimali quali Terry Riley, Steve Reich e Phillip Glass“.

The Mothers Of Invention – Freak Out!

Frank Zappa & The Mother Of Invention - Freak Out

Sei fuori di testa Frank! Far confluire in un disco RnB, pop, psichedelia, rock sound60s e jingle pubblicitari sembra proprio voler andare incontro ad un pastrocchio di dimensioni enormi, eppure c’è una lucida follia dietro questa idea. Sì, un’idea musicale ben definita, che fa da corollario ad una satira senza mezze misure nei confronti della società statunitense.

Frank è colui cresciuto a pane RnB e Varese, come dire dalla musica popolare per eccellenza alla dissonanza sonora, riuscendo senza mezzi termini a partorire la musica totale, spaziando da concetti apparentemente disgiunti e dimostrando una continuità importante tra loro, annullando di fatto quella tediosa classificazione in generi musicali che suscita solamente confusione e miopia negli ascoltatori più pigri.

Ascoltando Freak Out! si ha come l’impressione di essere catapultati in un continuo spot commerciale: jingle apparentemente sciocchi (ma si sa che nella semplicità risiede la complessità) edificati su marimba e kazoo; impasti ed esagerazioni vocali; titoli volutamente naif. Una sorta di esasperazione sonora del periodo musicale volta a ridicolizzare tutti quei gruppi impegnati a prendersi troppo sul serio o a scimmiottare i Beatles. Sì proprio quei Beatles che in Freak Out! carpiscono molti elementi che porteranno all’ideazione di Sgt. Pepper, e insomma lo si sa che un disco tira l’altro, basta nominare un titolo e puntualmente si coprono sei gradi di separazione con nonchalance.

Altra curiosità è che giusto per poche settimane, Freak Out! non possa essere considerato il primo doppio album della storia, record che appartiene a Zimmy e al suo Blonde On Blonde. Per carità poco conta per Frank, uomo che ha modellato idee musicali di ogni tipo fondendo e sperimentando a più non posso, passando in sordina il più delle volte per l’enorme mole di musica prodotta.

Tornando a noi e accantonando questo tsunami di seghe mentali: cos’è Freak Out!? È la rottura degli schemi, lo svincolo dalle convenzioni sociali. Nomen-omen (will I see your face again?)  è il disco d’esordio dei Mothers Of Invention, in origine The Mothers, costretti a cambiar nome dall’etichetta discografica in quanto diminutivo di motherfuckers (anche se a detta di tutto avrebbe avuto un’accezione positiva, ma vabbé, la Murica benpensante dell’epoca poco transigeva su queste idee deliziosamente controtendenza). Quindi i Mothers cambiano nome nel ben più parco Mothers Of Invention, ma facendo un passo ulteriore indietro scopriamo che i Mothers sorgono dalle ceneri dei Soul Giant, band di RnB bianco che vede entrare nella formazione un tizio gracilino dal naso aquilino e il baffo fulvo.

Frank Zappa prenderà in mano le sorti della band, svoltando come un calzino le idee musicali dei componenti e spingendole verso lidi finora impensati…  l’obiettivo primario è di allargare la formazione, i casting si rivelano per forza di cose belli lunghi, difficile accontentare Frank o sopportarlo tanto a lungo (come nel caso di Alice Stuart, incapace di condividere l’istinto del rap chicano che a una certa Zappa non è più in grado di soffocare). Arriva così Henry Vestine, un’anima affine a Zappa che successivamente mollerà perché l’idea di suonare esclusivamente blues gli faceva cagare “non posso suonare questa merda! Vi mollo, vado con una blues band” ricorda Jimmy Carl Black.

I Mothers of Invention tengono botta e scrivono Trouble Every Day – brano di cronaca incentrato sui disordini di Watts avvenuti nel 1965 (un incrocio tra Ohio e For What It’s Worth) – e firmano il contratto con la Mgm-Verve ma risulta molto difficile venderli in giro “questi non vendono un cazzo!” (leggetela con la voce di Rupert Sciamenna quando giudica Rocchio). Chi li mette sotto contratto è Tom Wilson già fautore della svolta elettrica di Dylan in Bringing It All Back Home e produttore di Like A Rolling Stone, convinto di avere tra le mani una one shot band.

“Quando ho sentito per la prima volta Like A Rolling Stone volevo lasciare il business della musica, perché pensavo ‘se questa canzone si impone e il suo messaggio viene recepito, non ho bisogno di fare nient’altro’. Ma ciò non accadde, vendette molto ma la gente non comprese a fondo il pezzo”. Questo è il ricordo di Zappa sul brano di Dylan.

Ora, Tom Wilson è tutto fuorché uno sprovveduto direte voi, cavolo… ha prodotto anche gente come John Coltrane, Sun Ra e Cecil Taylor. Tom Wilson ha la pelle nera, non è una puntualizzazione fuori luogo, anzi sarà il motivo scatenante dell’effetto domino che darà il là al successo dei Mothers Of Invention. Quindi dicevamo che ha la pelle nera, e la canzone dei Mothers sui disordini a Watts termina con l’accusa alla società da parte di Zappa ” Non sono nero, ma ci sono tante occasioni in cui vorrei poter dire di non essere bianco”… ecco, quando Tom sente questa frase, va in visibilio, vuole occuparsi dei Mothers convinto che siano un gruppo RnB bianco, promette loro la produzione, e scompare per i successivi 4 mesi.

I Mothers si ritrovano in sala registrazioni con Wilson ancora convinto di avere un gruppo anziché un altro… poi succede che Zappa & co. Registrano in sequenza Any Way The Wind BlowsHungry Freak Daddy e Who Are The Brain Police?. I brani sono fortemente autobiografici, forse è l’unico disco di Zappa nel quale le canzoni attingono fondamentalmente nella vita dell’autore, dall’infanzia a Cucamonga alle recenti esperienze musicali con i Soul Giants.

Wilson non crede alle proprie orecchie, le sue valutazioni della prima ora si rivelano totalmente sballate, la prima cosa che fa è alzare la cornetta e chiamare la Mgm “Hey scusate, non avevo capito un cazzo… questi sono bravi, datemi più soldi, non ve ne pentirete”… Frank ringrazia, intasca e il giorno dopo ha già i nuovi arrangiamenti – per 20 e passa musicisti – per tutto il disco, più soldi significano maggiore profondità sonora ai brani. Se prima il budget minimo per registrare era di 5000 $, a fine sessioni vengono toccati i 21000 $ di spese.

Uno Zappa in frac (un Frac Zappa) – ispirato dai suoi numi tutelari Varese, Stravinskij e la dodecafonica di Schönberg – fa montare un palchetto in sala registrazione per condurre i membri dell’orchestra, sorpresi di trovarsi degli spartiti dinanzi e incapaci di credere che li avesse scritti proprio quel freak.

La poliedricità di Zappa comincia a farsi prepotente, una tirannia che condurrà allo scioglimento poi dei Mothers, la necessità di non scendere a compromessi è evidenziata anche dalla scelta dell’artwork “La copertina è strettamente connessa al contenuto di un disco. Da l’idea di cosa ci trovi dentro. Perciò più il tutto è bello ed accattivante, maggiore sarà il gradimento di chi ha scelto di comprare il disco”.

Quanto scritto sopra dimostra quanto Zappa fosse uomo di controllo e marketing, capace di capire quanto l’immagine contasse per promuovere la propria musica – a questo è anche ascrivibile il processo di mitologizzazione del baffo – e per tale motivo decide di circondarsi di freak, un po’ come i Byrds si sono circondati da un clan di fricchettoni.

Sarebbe straordinario parlare anche della nascita della diatriba tra Lou Reed e Zappa, ma direi che sono già andato troppo oltre e magari l’attenzione verso l’articolo è volata via… ne scriverò un’altra volta.