Queen – Queen II

All’epoca era consuetudine nominare i dischi in maniera progressiva, la scelta di apporre un due di fronte al nome della band tradisce un po’ di pigrizia – oltre che far incazzare Roger – e fa così Led Zeppelin (grande fonte di ispirazione musicale e compositiva per i Queen come si può desumere da Ogre Battle e dalle tematiche fantasy fortemente presenti nella prima parte della carriera dei Queen). 

Ma la pigrizia è solo in apparenza, perché di fatto la cura dell’immagine è maniacale. Ad esempio durante il periodo del disco d’esordio, i ragazzi hanno seguito ogni singolo passaggio prima della pubblicazione: dal pressaggio del vinile alla redazione dell’artwork – al quale hanno partecipato attivamente procurando (e ritagliando) le foto per il retro del disco.  E per il secondo lavoro si sale di un gradino, l’iconica copertina nella posa Bo Rhap è una foto scattata da Mick Rock, ed il disco viene diviso iconicamente in lato bianco e lato nero.  

La dicotomia tra bianco e nero è stata introdotta durante i concerti della band tra il ‘73 e il ‘74, periodo nel quale la divisione viene marcata in modo netto. Uno scontro tra bene e male evidenziato dai brani presenti nel secondo album e cavalcato nei live dai Queen grazie ai vestiti di scena ideati da Zandra Rhodes. A completare: eyeliner che modella l’espressività di Freddie (come per le maschere kabuki); smalto Biba nero lucido sulla mano sinistra per Mercury e bianco sulla mano sinistra di Brian.  

Una serie di espedienti per svincolarsi dall’idea di gruppo senza precisa identità al traino delle figure di Bolan e Bowie, un incubo che permea la mente dei Queen anche per via di una critica che da una parte li incensa e dall’altra li definisce senza troppi giri di parole “un secchio di piscio”. 

Brian ricorda “Sin dall’inizio il gruppo ha mantenuto la propria idea originale. Il primo album è stato un modo per buttar fuori tutte le frustrazioni accumulate nel corso degli anni. Eravamo nel glam rock prima di gruppi come The Sweet e Bowie, e ora sia preoccupati perché magari siamo arrivati troppo tardi”, rincara la dose Mercury “Ci chiamavamo Queen, già tre anni fa, pre-Bowie […], credo che la gente abbia detto certe cose su di noi per poi cambiare idea non appena ha ascoltato il nostro album”. 

In effetti, la teatralità introdotta da Mercury è differente da quella di David Bowie. Mentre Ziggy è un personaggio costruito in ogni suo movimento, un patchwork di personalità (risultando algido e distaccato), Mercury è un divo genuino che vive per il pubblico e con esso stabilisce un legame saldo e d’amore (celebri in tal senso sono le esibizioni realizzate ad hoc per il fan club della band). Freddie si definisce una “puttanella” sul palco, per il suo modo di muoversi sinuosamente durante le esibizioni, ne è un esempio quando esegue la cover di Big Spender e rende dannatamente credibile quel “I don’t pop my cork for everyone”. 

Queen II è il disco che comincia a delineare le personalità dei membri della band, oltre ad aprire le danze al processo creativo che sfocerà in A Night At The Opera. Il seme di Bohemian Rhapsody non è solo nella foto di Mick Rock ma anche nella *aggettivo esaltante a scelta del lettore* March Of The Black Queen. Pomposa, cattiva, graffiante, vera rappresentante del lato nero del disco. 

Ogre Battle (Mercury) e Father To Son (May) sono coeve dei brani scritti nel primo album, ma sono state sapientemente tenute in naftalina per avere maggiore libertà in fase di registrazione. Il tema fantasy è sempre stato molto caro a Mercury che lo ripresenta nella versione cantata di Seven Seas Of Rhye e anche nella meravigliosa The Fairy Feller’s Master-Stroke, canzone ispirata all’omonimo dipinto di Richard Dadd presente nella Tate Gallery [e non a Peter Pan di Ruggeri… brrr il solo pensarlo sends shivers down my spine, body’s aching all the time. Se non capite di cosa parlo fatevi una capatina su YouTube]. Piccola nota riguardo questa canzone, una delle rare registrazioni live è stata eseguita nel leggendario concerto al Rainbow Theatre del 1974 (tour nel quale Procession introduce l’entrata sul palco della band). È una perla meravigliosa di un live meraviglioso.

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