Queen – News Of The World

Con News Of The World c’è un ritorno a sonorità dure, una virata necessaria dopo la morbidezza – definita noiosa dalla critica (sigh!) – che ha caratterizzato A Day At The Races.

Con questo album si compie il definitivo passaggio a band planetaria dei Queen

“Le cose stanno così, A Day At The Races non ha venduto più di A Night At The Opera e questo è stato un peccato. Non ha venduto meno, semplicemente non ha venduto di più […] Gettando uno sguardo indietro posso capire il perché, anche se usciti dallo studio credevo fosse uno dei lavori più brillanti che avessimo mai creato” ricorda un intristito Roger. Effettivamente per essere il primo lavoro autoprodotto dai Queen, subire critiche del genere può risultare un pelo frustrante, ma la reazione è caparbia. 

Il disco si apre con We Will Rock You (May) e a seguire We Are The Champions (Mercury) un “uno-due” degno del miglior Marvin Hagler. Serve aggiungere altro? Praticamente due inni da stadio interplanetari, uno dopo l’altro, assicurano lo status di leggenda ai Queen

È vero, News Of The World comincia a tirare fuori l’anima un po’ pacchiana di quelli che saranno i Queen degli anni ‘80, con passaggi a vuoto come Fight From The Inside, Sleeping On The Sidewalk o Get Down Make Love, ma il tutto è controbilanciato con delle piccole delizie – come All Dead, All Dead, e Who Needs You – o classiche ballatone alla It’s Late [notate alcuna somiglianza con All God’s People? ndr]. È anche il disco che da più spazio a Deacon e Taylor (con 2 brani a testa), mentre vede leggermente ridotto l’apporto di Mercury

“In questo album le nostre identità sono venute fuori in maniera differente rispetto i precedenti lavori. […] Roger e John sono stati coinvolti maggiormente, non solo nella composizione, ma anche nell’uso dei vari strumenti. Roger suona la chitarra ritmica nei suoi brani, che ha senso in quanto ha un’idea più concreta del suono che vuole ottenere. John ha suonato la chitarra acustica in Who Needs You, io invece ho suonato le maracas. Mentre non possiamo concederci queste libertà sul palco, in studio ha più senso”, May illustra così la dinamica di come gli equilibri si siano leggermente spostati rispetto al passato.  

Per queste ragioni risulta uno dei dischi più spontanei dei Queen, qualità che mancava nei precedenti lavori, molto strutturati. 

Ma prima di addentrarci nei pezzi da 90 del disco credo sia necessario ricordare della scaramuccia avvenuta tra Freddie Sid Vicious, ribattezzato dallo stesso Mercury come Stanley Ferocious.

I Queen registrano News Of The World negli studi Wessex in concomitanza con le registrazioni di Nevermind The Bollocks. Mentre, sovente è capitato che May e Taylor si intrattenessero a discutere di musica con John Lydon, gli incontri con il riottoso Sid sono di tutt’altro tenore. 

Taylor lo ricorda come “un imbecille” e come tale si è comportato con i Queen quando entrato nella sala di controllo dello studio interrompe la loro sessione citando la frase di un’intervista rilasciata da Mercury poco tempo addietro “sei già riuscito a portare la danza classica alle masse?”.  

Freddie ricorda così quanto accaduto “Lo chiamai Simon Ferocious o qualcosa del genere, e questa cosa non gli è piaciuta proprio. Gli dissi: ‘A te cosa importa?’. Aveva molti segni addosso, al che continuai: ‘Se oggi riuscirai anche a tagliarti con lo specchio, forse domani avrai qualcosa di diverso da guardare’. Lui odiava anche il solo fatto che avessi avuto da ridire. Credo che abbiamo superato bene quel test”. 

A detta del roadie dell’epoca, Peter Hince, pare che Freddie abbia preso per il bavero Simon Ferocious e poi lo abbia sbattuto di forza fuori dallo studio. 

Una delle risposte a questa diatriba è stata proprio Sheer Heart Attack, un brano scritto in origine per l’omonimo album e lasciato a metà, venato di punk in risposta al movimento crescente nel Regno Unito e alle critiche di coloro soliti accusare i Queen di essere libertini. Il verso “I feel so inarticulate” è una critica non troppo velata alla mancanza di talento delle punk band che hanno invaso il panorama musicale all’epoca. 

Andando al succo di News Of The World, vi posso assicurare che We Will Rock You non è stata composta in quel modo grottesco e anacronistico presentatoci in Bohemian Rhapsody. L’idea di We Will Rock You e We Are The Champions vede la luce durante il tour di A Day At The Races, dopo un concerto alla Bingley Hall di Stafford quando dopo un bis – anziché continuare ad applaudire – il pubblico ha cominciato a cantare You’ll Never Walk Alone.

“Eravamo completamente scombussolati e presi alla sprovvista – è stata un’esperienza davvero emozionante, credo che queste cose siano in qualche modo collegate a questo. […] Volevamo far cantare la folla e vederla ondeggiare. È un qualcosa di unico, unificante e positivo” spiega May

I videoclip di We Will Rock You e Spread Your Wings sono stati girati lo stesso giorno nel giardino della villa di Roger Taylor. Una giornata scorsa tra le riprese, la neve ed i fumi dell’alcool (utilizzato per scaldarsi). Brian per paura che il freddo e la neve potessero danneggiare la Red Special, ha usato una replica per l’occasione. Le clip restano negli annali più per gli occhiali a stella di Freddie che per altro. 

L’ultima chicca riguarda la storiella celata dietro il video di We Are The Champions: i Queen hanno intenzione di simulare un live per le riprese della clip, perciò chiamano a raccolta i ragazzi dell’official fan club al New London Theatre Center. I Queen si esibiscono in una versione di We Are The Champions che viene registrata, poi per ringraziare il pubblico della “cortesia”, regalano loro un live intero e un 45 giri del singolo in anteprima nazionale. 

La cover dell’album invece è stata illustrata da Frank Kelly Freas, artista sci-fi, ed ispirata ad una sua copertina della rivista Astounding Science del 1953 che ritrae il gigante intelligente con in mano un corpo di un uomo ferito a morte e la didascalia “Per favore papà… lo aggiusteresti?”. Freas ha sostituito il tizio morto con i quattro Queen, visibilmente morti, creando una delle copertine più suggestive tra quelle della discografia queeniana. 

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Queen – A Day At The Races

Il quinto album in studio è il gemello concettuale di A Night At The Opera. Non solo per i brani che vanno a comporre A Day At The Races, quanto per lo stile musicale e visivo (la copertina è una variante di A Night At The Opera, ed il titolo scelto anche in questo caso ricade su una pellicola dei fratelli Marx).  

Freddie lo introduce con queste parole “È nuovo, è leggermente differente, ma suona ancora come un album dei Queen. A Day At The Races è il seguito di A Night At The Opera. Da qui il titolo. Abbiamo imparato molto da A Night At The Opera riguardo le tecniche di studio”. 

A Day At The Races è il primo disco per il quale i Queen non si avvalgono dei servigi di Roy Thomas Baker, “questa volta ci è mancata la sua allegria, ha contribuito molto tecnicamente e noi siamo riusciti a capitalizzare”, spiega Taylor

Per quanto A Night At The Opera risulti più brillante e convulso, è innegabile il fascino esercitato da A Day At The Races, in primis per l’acclarata difficoltà nel differenziarsi dal suo fratello maggiore nonostante il mantra di tutta la band di non ripetere quanto fatto in passato; in seconda battuta per delle piccole perle che rappresentano a mio avviso l’essenza romantica queeniana: You Take My Breath Away, The Millionaire Waltz e Good Old-Fashioned Lover Boy.  

“Questa volta avevamo a disposizione solo pochi singoli molto forti. È stata una scelta molto complicata ad essere onesti. Il primo singolo, in particolar modo, è una questione di gusti. Abbiamo optato per Somebody To Love per cominciare” spiega Freddie.  

Somebody To Love è un brano a forti tinte gospel/motown influenzato da Aretha Franklin, e in quanto tale affronta tematiche care al gospel. Per quanto in apparenza possa apparire molto semplice ha – come consuetudine per i Queen – una struttura multistrato, composta da una serie numerosa di sovraincisioni, in questo Bohemian Rhapsody ha fatto storia ed è uno standard che troveremo in molti altri brani a venire dei Queen.  

Non c’è tanto altro da dire su Somebody To Love oltre che è un brano meraviglioso e che rappresenta uno dei rari casi in cui ai cori partecipa anche il buon John Deacon. Attenzione! Non nella versione in studio o nel videoclip nel quale appare al microfono insieme agli altri tre (lì è solo tutta scena), la sua voce – seppur a volumi bassi – è perfettamente distinguibile in alcuni bootleg del ‘77 (Earls Court è uno di questi, per intenderci il concerto di Freddie in tutina a rombi verde/arancio/bianca), quindi se siete curiosi di associare una voce a quel visino simpatico, ascoltateveli sul tubo. 

Ahhh, dimenticavo! Mia Martini ha interpretato la versione italiana di Somebody To Love, Un Uomo per Me con Ivano Fossati ai cori. Sapevatelo! 

Come consuetudine il disco è in perfetto equilibrio con quattro tracce composte da May e quattro da Mercury, con la bellissima Drowse di Taylor You And I di Deacon. A proposito di quest’ultimo, sento la necessità di aprire una parentesi in sua difesa. Non è – e non era – affatto un coglione come la coppia Taylor/May lo ha dipinto, non troppo velatamente, in quella misera rappresentazione cinematografica (tralasciando le motivazioni dietro questa scelta). John Deacon era un cazzuto – taciturno sì – ma cazzuto ingegnere elettronico, oltre ad essere un eccellente bassista e compositore.

In sua difesa interviene Freddie dall’aldilà “You And I è il contributo di John all’album. Le sue canzoni sono belle e migliorano ogni volta. Sono dispiaciuto del fatto che la gente lo identifichi come il tranquillone. Non sottovalutatelo, ha un animo impetuoso sotto quel velo di tranquillità”. 

Freddie ha sempre difeso John, non è un mistero che apprezzasse molto la sua vena funk e black da bassista della motown, ne ha sempre riconosciuto il valore artistico e personale e le parole da lui spese qualche riga sopra chiudono ogni tipo di illazione successiva. 

A Day At The Races ha regalato una delle canzoni che preferisco in assoluto dei Queen, quella Good Old-Fashioned Lover Boy che vede come seconda voce di Mercury l’ingegnere del suono Mike Stone, una canzone in pieno stile vaudeville a strizzar l’occhio alle atmosfere ricreate con Seaside Rendezvous e Lazing On A Sunday Afternoon, perfettamente pertinenti con lo stile dei fratelli MarxGood Old-Fashioned Lover Boy è la mia canzone ragtime. Faccio sempre una canzone ragtime. Credo che Loverboy sia più diretta di Seaside Rendezvous. È semplicemente piano e voce con un beat orecchiabile, l’album necessita di un qualcosa di più rilassato”. 

Rilassatezza che invece è stata abbandonata nella pomposità di The Millionaire Waltz, un manifesto del sound queeniano, brano sfarzoso dedicato a John Reid.

Una complessità che vive dell’intreccio piano/basso di Mercury Deacon ed esplode nel coro in multitrack delle chitarre di May “voglio veramente dire che Brian ha fatto un ottimo lavoro alle chitarre in questo brano. Ha spinto l’orchestrazione del suo strumento al limite. Non ho idea di come ci sia riuscito. E John suona veramente un’ottima linea di basso qui. […] Penso davvero che funzioni tutto bene, specialmente dal punto di vista dell’orchestrazione, perché Bri ha veramente usato le chitarre in un modo differente”. 

Non voglio tediarvi ulteriormente, mi sono già dilungato più di quanto avessi preventivato, ma aspettate e un altro ne avrete…  

c’era una volta il cantapillole dirà, è un’altra pillola comincerà!