Queen – News Of The World

Con News Of The World c’è un ritorno a sonorità dure, una virata necessaria dopo la morbidezza – definita noiosa dalla critica (sigh!) – che ha caratterizzato A Day At The Races.

Con questo album si compie il definitivo passaggio a band planetaria dei Queen

“Le cose stanno così, A Day At The Races non ha venduto più di A Night At The Opera e questo è stato un peccato. Non ha venduto meno, semplicemente non ha venduto di più […] Gettando uno sguardo indietro posso capire il perché, anche se usciti dallo studio credevo fosse uno dei lavori più brillanti che avessimo mai creato” ricorda un intristito Roger. Effettivamente per essere il primo lavoro autoprodotto dai Queen, subire critiche del genere può risultare un pelo frustrante, ma la reazione è caparbia. 

Il disco si apre con We Will Rock You (May) e a seguire We Are The Champions (Mercury) un “uno-due” degno del miglior Marvin Hagler. Serve aggiungere altro? Praticamente due inni da stadio interplanetari, uno dopo l’altro, assicurano lo status di leggenda ai Queen

È vero, News Of The World comincia a tirare fuori l’anima un po’ pacchiana di quelli che saranno i Queen degli anni ‘80, con passaggi a vuoto come Fight From The Inside, Sleeping On The Sidewalk o Get Down Make Love, ma il tutto è controbilanciato con delle piccole delizie – come All Dead, All Dead, e Who Needs You – o classiche ballatone alla It’s Late [notate alcuna somiglianza con All God’s People? ndr]. È anche il disco che da più spazio a Deacon e Taylor (con 2 brani a testa), mentre vede leggermente ridotto l’apporto di Mercury

“In questo album le nostre identità sono venute fuori in maniera differente rispetto i precedenti lavori. […] Roger e John sono stati coinvolti maggiormente, non solo nella composizione, ma anche nell’uso dei vari strumenti. Roger suona la chitarra ritmica nei suoi brani, che ha senso in quanto ha un’idea più concreta del suono che vuole ottenere. John ha suonato la chitarra acustica in Who Needs You, io invece ho suonato le maracas. Mentre non possiamo concederci queste libertà sul palco, in studio ha più senso”, May illustra così la dinamica di come gli equilibri si siano leggermente spostati rispetto al passato.  

Per queste ragioni risulta uno dei dischi più spontanei dei Queen, qualità che mancava nei precedenti lavori, molto strutturati. 

Ma prima di addentrarci nei pezzi da 90 del disco credo sia necessario ricordare della scaramuccia avvenuta tra Freddie Sid Vicious, ribattezzato dallo stesso Mercury come Stanley Ferocious.

I Queen registrano News Of The World negli studi Wessex in concomitanza con le registrazioni di Nevermind The Bollocks. Mentre, sovente è capitato che May e Taylor si intrattenessero a discutere di musica con John Lydon, gli incontri con il riottoso Sid sono di tutt’altro tenore. 

Taylor lo ricorda come “un imbecille” e come tale si è comportato con i Queen quando entrato nella sala di controllo dello studio interrompe la loro sessione citando la frase di un’intervista rilasciata da Mercury poco tempo addietro “sei già riuscito a portare la danza classica alle masse?”.  

Freddie ricorda così quanto accaduto “Lo chiamai Simon Ferocious o qualcosa del genere, e questa cosa non gli è piaciuta proprio. Gli dissi: ‘A te cosa importa?’. Aveva molti segni addosso, al che continuai: ‘Se oggi riuscirai anche a tagliarti con lo specchio, forse domani avrai qualcosa di diverso da guardare’. Lui odiava anche il solo fatto che avessi avuto da ridire. Credo che abbiamo superato bene quel test”. 

A detta del roadie dell’epoca, Peter Hince, pare che Freddie abbia preso per il bavero Simon Ferocious e poi lo abbia sbattuto di forza fuori dallo studio. 

Una delle risposte a questa diatriba è stata proprio Sheer Heart Attack, un brano scritto in origine per l’omonimo album e lasciato a metà, venato di punk in risposta al movimento crescente nel Regno Unito e alle critiche di coloro soliti accusare i Queen di essere libertini. Il verso “I feel so inarticulate” è una critica non troppo velata alla mancanza di talento delle punk band che hanno invaso il panorama musicale all’epoca. 

Andando al succo di News Of The World, vi posso assicurare che We Will Rock You non è stata composta in quel modo grottesco e anacronistico presentatoci in Bohemian Rhapsody. L’idea di We Will Rock You e We Are The Champions vede la luce durante il tour di A Day At The Races, dopo un concerto alla Bingley Hall di Stafford quando dopo un bis – anziché continuare ad applaudire – il pubblico ha cominciato a cantare You’ll Never Walk Alone.

“Eravamo completamente scombussolati e presi alla sprovvista – è stata un’esperienza davvero emozionante, credo che queste cose siano in qualche modo collegate a questo. […] Volevamo far cantare la folla e vederla ondeggiare. È un qualcosa di unico, unificante e positivo” spiega May

I videoclip di We Will Rock You e Spread Your Wings sono stati girati lo stesso giorno nel giardino della villa di Roger Taylor. Una giornata scorsa tra le riprese, la neve ed i fumi dell’alcool (utilizzato per scaldarsi). Brian per paura che il freddo e la neve potessero danneggiare la Red Special, ha usato una replica per l’occasione. Le clip restano negli annali più per gli occhiali a stella di Freddie che per altro. 

L’ultima chicca riguarda la storiella celata dietro il video di We Are The Champions: i Queen hanno intenzione di simulare un live per le riprese della clip, perciò chiamano a raccolta i ragazzi dell’official fan club al New London Theatre Center. I Queen si esibiscono in una versione di We Are The Champions che viene registrata, poi per ringraziare il pubblico della “cortesia”, regalano loro un live intero e un 45 giri del singolo in anteprima nazionale. 

La cover dell’album invece è stata illustrata da Frank Kelly Freas, artista sci-fi, ed ispirata ad una sua copertina della rivista Astounding Science del 1953 che ritrae il gigante intelligente con in mano un corpo di un uomo ferito a morte e la didascalia “Per favore papà… lo aggiusteresti?”. Freas ha sostituito il tizio morto con i quattro Queen, visibilmente morti, creando una delle copertine più suggestive tra quelle della discografia queeniana. 

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Queen – Sheer Heart Attack

Il 1974 è ricco di ispirazione per i Queen che regalano al pubblico il secondo disco dell’anno solare e ultimano tutte le canzoni di Sheer Heart Attack in sole 2 settimane, pubblicando uno degli assoli più iconici suonati con la Red Special. Un lavoro che mette in mostra la crescita dei Queen rispetto al secondo disco, con un sound che può esse fero come po esse piuma.

Più definito e pulito, a tratti duro come per quella Brighton Rock ad apertura del disco che tra la voce compressa di Freddie e le note infilate da Brian, esaltano l’ascoltatore fino all’ultimo secondo. 

Ma facciamo un passo indietro, perché seppure siano passati pochi mesi tra Queen II Sheer Heart Attack di cose ne sono accadute. Dopo la pubblicazione del secondo album, i Queen vengono assunti come gruppo spalla dei Mott The Hoople per il loro tour statunitense [Mott The Hoople and the game of life, yeah, yeah, yeah ndr]. È la grande occasione per far breccia nel mercato statunitense.

Grande occasione che purtroppo viene sprecata perché Brian contrae l’epatite. Perciò dopo poche date, i ragazzi sono costretti a tornare nel Regno Unito dove Maypuò essere ricoverato per tutte le terapie del caso. 

“Eravamo a Boston. La prima mattina, alzandomi, sentii il corpo pesante come piombo. Tentai di mangiare un pompelmo che, secondo qualcuno [non si sa chi, tipo rimedio della nonna ndr], mi avrebbe dato un po’ di sollievo, poi mi trascinai in bagno e davanti allo specchio mi resi conto che la mia faccia era diventata giallo scuro. Fu la fine del nostro sogno di conquistare l’America al primo tentativo. Mi sentii in colpa nei confronti degli altri. Venni sistemato sull’aereo per l’Inghilterra, dove i medici mi ordinarono sei settimane di letto. Ed era solo l’inizio!”.

L’inizio dell’incubo, perché Brian non è proprio in grado di suonare e i medici hanno dubbi sulla sua completa guarigione. 

Durante il periodo di degenza comunque il chitarrista ha modo di continuare nella composizione di nuovi brani per farsi trovare pronto alla registrazione di Sheer Heart Attack, previsto per il mese di luglio. All’inizio di giugno la band si ritrova per le prime prove, nelle quali – tra una pausa e l’altra – Brian è solito andare a vomitare in bagno. Siccome al peggio non c’è mai fine, a metà luglio viene ricoverato d’urgenza per un’ulcera duodenale. Un situazione che costringe i Queen a sospendere il secondo tour americano e rimandare ulteriormente ogni tentativo di penetrazione del mercato stelle e strisce.  

I sensi di colpa sono enormi, tanto da spingere May a chiedere ai suoi colleghi di essere sostituito, opzione ovviamente cassata dagli altri ragazzi. Si va avanti tutti insieme. 

Brian torna, stavolta definitivamente guarito, ma i Queen hanno solo due settimane per completare il disco, perciò si rinchiudono in studio e di buona lena concludono tutte le canzoni sin li pensate. “Nessuno poteva pensare ci bastassero due settimane per chiudere i brani di Sheer Heart Attack. Ma era l’unica cosa che potevamo fare”, ricorda Freddie.  

In effetti, la conclusione dei lavori è un po’ agevolata dal bagaglio a disposizione dei Queen: Brighton Rock è retaggio delle sessioni di Queen IIMisfire è la prima canzone accreditata a John; e Stone Cold Crazy – brano composto da Mercury durante il periodo Wreckage – è il primo accreditato a tutti i membri (pratica che diventerà consuetudine per The Miracle e Innuendo). 

Come racconta Freddie, Killer Queen è diametralmente opposta a March Of The Black Queen, in quanto la prima è stata composta in una notte mentre la seconda ha richiesto un impegno di anni “Non sono solito sedermi al piano e dire ‘devo scrivere nuove canzoni’. Sento cose, ho idee. È difficile da spiegare ma ho varie idee che mi circolano in testa. Killer Queen è stata una canzone che ho scritto in maniera differente rispetto al mio modo solito di comporre. Solitamente la musica viene prima, ma in questo caso le parole sono uscite d’impulso, così come lo stile che volevo dare alla canzone. […] L’ho scritta in una notte. […] March Of The Black Queen, ha richiesto anni. Ma per Killer Queen ho buttato giù il testo nella nottata di sabato e la mattina seguente l’ho sistemato, ci ho lavorato il resto della domenica e l’ho completata. Certe cose vengono naturali, per altre hai bisogno di lavorarci molto. […] La maggior parte delle mie canzoni sono frutto di fantasia. Posso sognare ogni tipo di cosa. Questo è il mondo nel quale vivo. È così effervescente e questo è il mio modo di scrivere. Lo adoro”. 

Sheer Heart Attack viene pubblicato, Killer Queen è il primo brano in classifica dei Queen e le cose apparentemente ora vanno bene, dopo tutte le problematiche legate a Brian, sembra che la strada presa sia in discesa. Ma come recita l’antico adagio, l’apparenza inganna, non ci sono più le mezze stagioni e Sean Connery è più bello adesso che prima. I ragazzi sono intrappolati in un contratto con la Trident che li ha condotti al lastrico nonostante il crescente successo (comprovato dalla presenza nelle classifiche inglesi e dalla sequela di live sold-out).

I nostri eroi sono di fronte ad una situazione da vita o morte, ma… hey hey hey, questo lo andremo a scoprire con il prossimo articolo, ok? (finale con cliffhanger inaspettato no? No, non intendo il film con Stallone, intendo quell’espediente narrativo per lasciarvi col fiato sospeso).

Soft Machine – The Soft Machine

Soft Machine - The Soft Machine

The Soft Machine (che giustamente, vista il proseguire della carriera delle Macchine Morbide potrebbe essere chiamato One) può essere considerato come il manifesto della scena di Canterbury, non tanto per il contenuto quanto per la partecipazione di alcuni tra i massimi esponenti del movimento.  

Credo che più del disco in sé (tanto buono quanto acerbo, ma comprensivo di tutti gli stili dei soggetti coinvolti), sia il caso di soffermarci sulla nascita dei Soft Macchine – nome derivante dall’omonimo romanzo di Burroughs – che nella formazione originale vede la presenza dei seguenti personaggi dal discreto spessore: Kevin Ayers e Robert Wyatt, David Hopper, Mike Ratledge e Daevid Allen, lo stregone australiano. 

Facciamo un passo alla volta.  

Il giovane Daevid Allen arriva con furore dall’Australia in Europa, dopo un lento girovagare giunge nel Regno Unito – precisamente a Canterbury – dove va a vivere in affitto nella casa degli ospiti della famiglia Ellidge-Wyatt. Per Robert – e amici belli (i sovra-citati AyersRatledge Hopper) – l’età della pubertà, dei brufoli e delle maratone di pippe, coincide con una spiccata sensibilità nei confronti del jazz. Allorché quando Allen si palesa in casa Ellidge-Wyatt, si presenta come un Virgilio hippy pronto a guidare i Goonies di Canterbury alla ricerca del tesoro di Willy l’orbo, tra spippacchiate di marijuana e dischi jazz. 

Dopo essersi rivelato una sorta di fratello maggiore, Allen si reca in quel di Parigi, dal quale torna col batterista George Niedorf, colui che insegnerà la batteria a Wyatt. Passano gli anni e dopo vicissitudini che non sto qui ad approfondire, Wyatt e Hopper raggiungono Allen a Londra dove formeranno il trio free-jazz-beat Daevid Allen band. Un progetto che non avrà successo e dalle cui ceneri nasce Soft Machine, grazie anche al ritorno nella cricca di Ayers e l’inserimento di Ratledge. 

Ora, dopo qualche esibizione prestigiosa (tra UFO e un tour all’estero procacciatogli da Giorgio Gomelsky), Allen leva le tende, non per sua scelta, quanto per un visto scaduto che lo costringe a non poter tornare in Regno Unito. Si ferma perciò a Parigi, nella quale troverà l’amore e fonderà i Gong (ne parliamo, tranquilli).  

Ok, dopo questo incipit raccontato in fretta e furia, giungiamo a One, disco che non registra formalmente il contributo di Allen ma che lo vede come alchimista delle dinamiche iniziali dei Soft Machine; le chitarre non figurano nel disco – oltre che nella band – diventando un tratto distintivo delle Macchine Morbide 

“è imbarazzantemente amatoriale, nonostante ci siano delle buone idee”, il giudizio di Ayers su One – lapidario ed in parte ingeneroso – evidenzia un malessere evidente. Lo stile di Kevin è riconoscibile, quasi estemporaneo rispetto alla fronda più “radicale” della band (che lo spinge verso altri lidi poco dopo la pubblicazione del disco d’esordio dei Soft), i fan del caschetto biondo saranno in grado di riconoscere facilmente i suoi brani, rispetto a quelli scritti dagli altri membri.  Wyatt invece ci racconta come We Did It Again? e Why Are We Sleeping sono pura avanguardia, “due delle canzoni più lontane dal nostro stile che avessimo mai fatto” (per chi non lo ricordasse inoltre, il secondo brano di OneJoy Of A Toy, farà da titolo al disco d’esordio di Ayers). 

Ciò che spicca ascoltando One è la presenza di corposi assoli di batteria – talvolta anche eccessivamente jazz e fuori contesto – ed un Wyatt vocalmente presente ma poco maturo, supportato magnificamente da Ayers, autore principale dei brani inclusi nel disco. Tornando al giudizio di Ayers, trovo che le sue parole nascondano un rammarico legato all’incapacità – all’epoca – di catturare l’energia dei Soft Machine su vinile, al quale si aggiunge una eccessiva mescolanza di stili dovuta alla forte e diversa idea musicale degli attori in gioco. 

One è un disco con spunti interessanti ma ricco di limiti, che in parte dà ragione a Ratledge e alla sua deriva totalitaria. 

Lol Coxhill – Ear Of Beholder

Lol Coxhill - Ear Of The Beholder

Lo ammetto, con questo disco metto a prova la vostra pazienza.

Se doveste approcciarvi a Ear Of The Beholder ascoltando Hungerford (ovvero la prima traccia che segue l’introduzione) è probabile che io possa ricevere dei vaffanculo tonanti da parte vostra; non esagero. Potreste avere la sensazione di ascoltare un John Zorn pesantemente sotto eroina e buttereste via il disco non appena possibile (mi piace immaginare che qualcuno di voi ancora compri la musica in supporti fisici).

Ok, ok, ok, proseguendo con Deviation Dance la situazione potrebbe non cambiare, andiamo sicuramente su qualcosa di più orecchiabile ma sento la necessità di chiedervi di assettarvi 5 minuti per leggere queste due righe, in modo tale che voi siate preparati ad affrontare questo capolavoro con il quale Lol Coxhill ha esordito come solista.

La domanda che sorge spontanea ai più è “ma chi è Lol Coxhill“?

Ne ho già parlato tempo addietro, ricordate i The Whole World? La band in accompagnamento a Kevin Ayers? In poche parole, è stata una figura di spicco della scena di Canterbury, una sorta di chioccia – data la differenza di età – per i tanti gruppi che sono fioriti in quella città. Il background free jazz è marcato nelle sue composizioni, l’improvvisazione è un obbligo morale che segue senza tregua e segna le sue esibizioni dal vivo, così come il fascino subito da figure come XenakisVarese Stockhausen [offtopic: avete notato come tornano regolarmente a trovarci questi signori? Rispondono presente a quasi tutti i cicli di pubblicazione di Pillole. Diciamo che tutti questi ascolti sono propedeutici per arrivare da loro e John Cage. Vedremo quanto è tortuosa la strada per arrivarci. /offtopic ndr], o da altre band all’epoca contemporanee, come potrete desumere dalla strepitosa cover di I Am The Walrus.

Tutto ciò in favore di una contaminazione di stili e di generi volta ad abbattere il concetto di “genere musicale”, la musica è liquida, attraversa varie fasi e sfaccettature, ingabbiarla all’interno di un genere è “ingeneroso” [perdonate il gioco di parole]. Famoso purtroppo solo nella terra d’Albione e nei Paesi Bassi, non è riuscito ad avere il giusto riconoscimento nel resto del vecchio continente, lasciando comunque ai posteri tante cosette da apprezzare, tra le quali Ear Of Beholder.

Un disco caratterizzato da registrazioni fatte qua e là, in alcuni casi per strada durante le attività da busker di Coxhill per le quali si scuserà con l’ascoltatore per la qualità (un aspetto in comune con Moondog; Lol divenne artista di strada quando lasciò il lavoro di rilegatore di libri), alle registrazioni di alcuni brani prendono parte anche il caro Mike OldfieldKirwin Dear e Robert of Dulwich, altri non sono che gli pseudonimi di Kevin Ayers e Robert Wyatt. Ma in particolare spiccano le collaborazioni con David Bedford – anch’egli ex Whole World – con le quali registra delle versioni di Two Little Pidgeons e Don Alfonso (ri-edita da Oldfield qualche anno dopo).

Tutto questo pippone per dirvi di non lasciarvi spaventare dalle composizioni all’apparenza inaccessibili, date una chance di ascolto a quest’album, magari partendo da qualche brano più semplice, giusto per prendere confidenza con Lol e capire che straccia di musicista era.

Bob Dylan – Highway 61 Revisited

Bob Dylan - Highway 61 Revisited.jpg

1963 Newport Folk Festival, Bob Dylan si esibisce con Blowin’ In The Wind insieme ad altri capisaldi del folk come Peter, Paul and Mary e Joan Baez. Successone! Applausi e pompini per Bob. (the answer my friend is a blowjob in the wind)

1964 Newport Folk Festival, Bob Dylan si esibisce con Mr. Tambourine… Successone! Applausi e pompini a profusione per Bob.

1965 Newport Folk Festival, con Bringing It All Back Home, Bob ha inaugurato una nuova fase della propria carriera, elettrificando il folk in un lato del disco e preparando di fatto il terreno alla svolta elettrica di Highway 61 Revisited. Ora, il Newport Folk Festival non si chiama così tanto per… è un festival folk e la gente solitamente si esibisce da sola con la chitarra – o con altri con la chitarra – e crea queste situazioni intime molto belle ma al contempo un po’ scassamaroni. Cioè capite le mie parole… non sono tutti Bob Dylan (e Bob Dylan tante volte non è campione di intrattenimento).

Vabè lui di punto in bianco dice “Cazzo se lo faccio. Sì sì che lo faccio. Adesso mi porto la band. Adesso amplifico tutto.”, si presenta e TAC!… contestazione. Dal pubblico salgono i “Buuuh” “Buuh” e di tanto in tanto qualche “Buuuarns“.

Bob Dylan perde la sua verginità artistica, l’affronto verso il suo pubblico è enorme, sporcherà per sempre quella sua immagine da menestrello di protesta, ma lo fa a ragione. Stanco di rappresentare e cantare qualcosa che non sente più suo, di ritorno dal Regno Unito decide di cambiare, e la canzone che lo spinge a prendere questa decisione andrà ad aprire non solo Highway 61 Revisited, ma anche la mentalità dei musicisti di tutto il mondo.

Like A Rolling Stones apre con un secco colpo di batteria e con una chitarra elettrica. Houston! Abbiamo un problema! Non si vuol più fare del folk qui!

L’idea di Dylan era quella di oltrepassare il sound folk elettrificato utilizzato in Bringing It All Back Home pochi mesi prima – cercando di alzare l’asticella rispetto la versione di Mr. Tambourine dei The Byrds. Quindi reinventa sé stesso e si issa a traino per le nuove generazioni di musicisti. Sentire così tante cover delle sue canzoni, masticate, metabolizzate, arrangiate ex-novo con un suono così fresco ha risvegliato in Dylan l’idea di scuotere il modo di intendere il folk classico.

Lo fa con una canzone che nasce su 10 pagine, “non aveva un nome, aveva ritmo, avevo scritto delle invettive sparse. Alla fine mi sono reso conto che non era disprezzo, bensì dire a qualcuno qualcosa che non sa, dire loro che sono fortunati. Non l’ho mai pensata come canzone, finché un giorno non mi sono trovato al piano ed il foglio davanti a me stava cantando ‘How does it feel?‘ con un ritmo lento, uno slow-motion estremo”.

Durante le registrazioni – avvalendosi di gente del calibro di Al Kooper, Bruce Langhorne, Bobby Gregg e alla chitarra Mike BloomfieldZimmy disse subito “Ragazzi, non voglio una merda blues alla B.B. King“. Ecco in quel preciso istante prese vita la canzone che rappresenta Bob Dylan in tutto il mondo.

Continuando ci troviamo ad ascoltare canzoni più legate allo stile passato come la stupenda Desolation Row, altre al blues come Tombstone Blues, nel quale Zimmy ci da un assaggio del suo nuovo stile di scrittura surreale cantato in scioltezza come usavano fare i suoi mentori Guthrie e Seeger; canzoni come Ballad of a Thin Man, splendida canzone che di sicuro ha influito sul sound delle Murder Ballads di Nick Cave.

Ma chi è il Thin Man? “È una persona reale […] l’ho visto venire in camerino una sera e sembrava un cammello.” Probabilmente Mr. Jones non è il suo vero nome, in molti hanno pensato fosse un critico che non capiva i testi di Zimmy; col passare del tempo ha acquisito un significato ben specifico, con Mr. Jones si intende l’uomo medio borghese, senza infamia e senza lode, il nostro signor Rossi se dovessimo fare un parallelo. “Questa canzone l’ho scritta per tutti coloro che mi facevano domande tutte le volte. Ero semplicemente stanco di rispondere a tutte queste domande che non avevano risposta”.

Il disco ci lancia nel bel pieno di un viaggio in auto nella Highway 61, quella lingua di strada che va dal New Orleans al Wisconsin (al confine col Canada) costeggiando sempre il Mississippi. Una strada che passa anche per Duluth e che taglia gli Stati Uniti dal Sud al Nord. La title track è arrembante, stupenda, veloce, ricorda la versione che i Canned Heat faranno di On The Road Again, un blues rock spinto (del quale PJ Harvey farà una stupenda cover in Rid Of Me).

La fotografia del disco è stata scattata nei pressi del Greenwich Village, non proprio nelle zone dell’Highway 61, Dylan si è comprato una maglia della Triumph e – non essendoci uno sfondo ricco di particolari – Daniel Kramer, il fotografo, ha chiesto all’amico di Bob Dylan, tale Bob Neuwirth di piazzarsi dietro lui. Bella storia de merda che c’è dietro sta copertina, eh? Come al solito gli esperti di semiotica sono andati a caccia di dettagli che giustificassero la poetica del Dylan, ma che effettivamente non ci sono. Ragazzi belli, non è che tutto debba avere un senso!

Highway 61 Revisited è il perfetto album d’accompagnamento in un viaggio, è completo in ogni sua sfaccettatura. Per citare Scaruffi “la differenza tra Dylan e gli altri è che gli altri interpretano meglio le sue canzoni perché si limitano a cantarle; lui però non canta le proprie canzoni, le vive”.