Queen – A Day At The Races

Il quinto album in studio è il gemello concettuale di A Night At The Opera. Non solo per i brani che vanno a comporre A Day At The Races, quanto per lo stile musicale e visivo (la copertina è una variante di A Night At The Opera, ed il titolo scelto anche in questo caso ricade su una pellicola dei fratelli Marx).  

Freddie lo introduce con queste parole “È nuovo, è leggermente differente, ma suona ancora come un album dei Queen. A Day At The Races è il seguito di A Night At The Opera. Da qui il titolo. Abbiamo imparato molto da A Night At The Opera riguardo le tecniche di studio”. 

A Day At The Races è il primo disco per il quale i Queen non si avvalgono dei servigi di Roy Thomas Baker, “questa volta ci è mancata la sua allegria, ha contribuito molto tecnicamente e noi siamo riusciti a capitalizzare”, spiega Taylor

Per quanto A Night At The Opera risulti più brillante e convulso, è innegabile il fascino esercitato da A Day At The Races, in primis per l’acclarata difficoltà nel differenziarsi dal suo fratello maggiore nonostante il mantra di tutta la band di non ripetere quanto fatto in passato; in seconda battuta per delle piccole perle che rappresentano a mio avviso l’essenza romantica queeniana: You Take My Breath Away, The Millionaire Waltz e Good Old-Fashioned Lover Boy.  

“Questa volta avevamo a disposizione solo pochi singoli molto forti. È stata una scelta molto complicata ad essere onesti. Il primo singolo, in particolar modo, è una questione di gusti. Abbiamo optato per Somebody To Love per cominciare” spiega Freddie.  

Somebody To Love è un brano a forti tinte gospel/motown influenzato da Aretha Franklin, e in quanto tale affronta tematiche care al gospel. Per quanto in apparenza possa apparire molto semplice ha – come consuetudine per i Queen – una struttura multistrato, composta da una serie numerosa di sovraincisioni, in questo Bohemian Rhapsody ha fatto storia ed è uno standard che troveremo in molti altri brani a venire dei Queen.  

Non c’è tanto altro da dire su Somebody To Love oltre che è un brano meraviglioso e che rappresenta uno dei rari casi in cui ai cori partecipa anche il buon John Deacon. Attenzione! Non nella versione in studio o nel videoclip nel quale appare al microfono insieme agli altri tre (lì è solo tutta scena), la sua voce – seppur a volumi bassi – è perfettamente distinguibile in alcuni bootleg del ‘77 (Earls Court è uno di questi, per intenderci il concerto di Freddie in tutina a rombi verde/arancio/bianca), quindi se siete curiosi di associare una voce a quel visino simpatico, ascoltateveli sul tubo. 

Ahhh, dimenticavo! Mia Martini ha interpretato la versione italiana di Somebody To Love, Un Uomo per Me con Ivano Fossati ai cori. Sapevatelo! 

Come consuetudine il disco è in perfetto equilibrio con quattro tracce composte da May e quattro da Mercury, con la bellissima Drowse di Taylor You And I di Deacon. A proposito di quest’ultimo, sento la necessità di aprire una parentesi in sua difesa. Non è – e non era – affatto un coglione come la coppia Taylor/May lo ha dipinto, non troppo velatamente, in quella misera rappresentazione cinematografica (tralasciando le motivazioni dietro questa scelta). John Deacon era un cazzuto – taciturno sì – ma cazzuto ingegnere elettronico, oltre ad essere un eccellente bassista e compositore.

In sua difesa interviene Freddie dall’aldilà “You And I è il contributo di John all’album. Le sue canzoni sono belle e migliorano ogni volta. Sono dispiaciuto del fatto che la gente lo identifichi come il tranquillone. Non sottovalutatelo, ha un animo impetuoso sotto quel velo di tranquillità”. 

Freddie ha sempre difeso John, non è un mistero che apprezzasse molto la sua vena funk e black da bassista della motown, ne ha sempre riconosciuto il valore artistico e personale e le parole da lui spese qualche riga sopra chiudono ogni tipo di illazione successiva. 

A Day At The Races ha regalato una delle canzoni che preferisco in assoluto dei Queen, quella Good Old-Fashioned Lover Boy che vede come seconda voce di Mercury l’ingegnere del suono Mike Stone, una canzone in pieno stile vaudeville a strizzar l’occhio alle atmosfere ricreate con Seaside Rendezvous e Lazing On A Sunday Afternoon, perfettamente pertinenti con lo stile dei fratelli MarxGood Old-Fashioned Lover Boy è la mia canzone ragtime. Faccio sempre una canzone ragtime. Credo che Loverboy sia più diretta di Seaside Rendezvous. È semplicemente piano e voce con un beat orecchiabile, l’album necessita di un qualcosa di più rilassato”. 

Rilassatezza che invece è stata abbandonata nella pomposità di The Millionaire Waltz, un manifesto del sound queeniano, brano sfarzoso dedicato a John Reid.

Una complessità che vive dell’intreccio piano/basso di Mercury Deacon ed esplode nel coro in multitrack delle chitarre di May “voglio veramente dire che Brian ha fatto un ottimo lavoro alle chitarre in questo brano. Ha spinto l’orchestrazione del suo strumento al limite. Non ho idea di come ci sia riuscito. E John suona veramente un’ottima linea di basso qui. […] Penso davvero che funzioni tutto bene, specialmente dal punto di vista dell’orchestrazione, perché Bri ha veramente usato le chitarre in un modo differente”. 

Non voglio tediarvi ulteriormente, mi sono già dilungato più di quanto avessi preventivato, ma aspettate e un altro ne avrete…  

c’era una volta il cantapillole dirà, è un’altra pillola comincerà!

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Godspeed You! Black Emperor – Lifting Your Skinny Fists Like Antennas to Heaven

GodSpeed You! Black Emperor - Lifting Your Skinny Fists Like Antennas to Heaven

I maligni penseranno che io abbia scelto i Godspeed You! Black Emperor ed il loro disco Lifting Your Skinny Fists Like Antennas to Heaven per scrivere un articolo di 3 paragrafi dove il nome della band è scritto 6 volte ed il nome del disco viene nominato almeno 12 volte (per chi non lo sapesse, il nome della band è un tributo al film omonimo del 1976 di Mitsuo Yanagimachi).

Come si dice a pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina, che non è il nome di un nuovo disco dei Godspeed, bensì un detto che non passa mai di moda. Quindi ammetto le mie colpe, ma vi prometto che abbrevierò ove possibile nome e titolo per offrirvi più ciccia possibile su questo album meraviglioso del 2000.

È strano come il 2000 talvolta mi sembri più lontano degni anni ’90, ma non vorrei aprire l’ennesima parentesi al terzo paragrafo, perciò lasciamo le impressioni nella scatolina del nostro cuore e concentriamoci sul secondo album dei Godspeed, un muro invalicabile per chi non è abituato ad ascoltare brani oltre i 4 minuti di durata. L’ensemble canadese di 9 musicisti ci delizia con 4 suite musicali – fatta eccezione per qualche voce campionata qua e là, volta a lanciare strali nei confronti dei politicanti [che difficilmente avranno ascoltato mai quest’album ndr] – della durata media di 22 minuti, non proprio le composizioni adatte da ascoltare nel tragitto per andare a lavoro.

Ogni suite può essere suddivisa in più movimenti che – nella maggior parte dei casi – sono ben amalgamati con il resto della composizione, in altri, presentati con una rottura più che voluta. Vi risparmio i titoli, altrimenti ne usciamo scemi.

I brani tendenzialmente sono caratterizzati da una grande capacità nel far coesistere diversi strumenti e sonorità, partendo lentamente per poi crescere, riuscendo a distinguere però tutte i soggetti musicali che intervengono. È un disco che suona strabene oggi, così come quando è uscito, alcuni critici hanno cercato di imbrigliarlo all’interno di termini quali post-rockshoegaze.

La verità è che questo disco è liquido, sinuoso, spazia tra più idee musicali, in una meravigliosa comune della musica “Se qualcuno volesse entrare, basta che sappia suonare uno strumento e che sia a posto, può entrare”, spiega Efrim Menuk (il fondatore del gruppo con Mauro Pezzente e Mike Moya, decretato dai fan come leader della band, ruolo che non sente suo [perdonate ma sarei diventato più scemo di quel che sono se avessi incluso all’interno della scheda l’avatar pixellato di ogni componente, non me ne vogliate ndr]).

L’improvvisazione fa da padrona (logico che i Godspeed cerchino in tutto e per tutto di evitare l’effetto melma dato dalla cattiva armonizzazione di più strumenti, rischio facilmente percorribile in ensamble basate sull’improvvisazione), ma il focus è sempre chiaro, seminare concetti musicali ed ideologici nel fertile campo degli sparuti ascoltatori.

Che poi non so mica quale dei due venga colto principalmente.

Brian Eno – Music For Films

Brian Eno - Music For Films

Non so quanti di voi abbiano mai sentito parlare di questo curioso progetto messo in piedi dal buon Brian. Music For Films nasce come EP nel 1976 a seguito di un’altra idea di Eno: non lasciare il cibo sul piatto, che i bambini in Africa muoiono di fame (Drink your beer, there’s sober kids in India).

Ovvero, non sprecare quanto di buono scartato dalle registrazioni di Another Green World, riciccialo e facci i big money. Quindi, visto che le sessioni di AGW si sono rivelate estremamente costose – ma altrettanto proficue – perché non pescare dallo scatolone dei ricordi e costruirci un album?

Ma soprattutto, perché non monetizzare il tutto rendendosi più account degli account della E.G. records? È qui che Braianino prende il pallino in mano, va dal music manager David Enthoven (già ex manager di T.RexRoxy Music e successivamente dei Take That) con la proposta in mano “Senti maaaaa… ti ricordi di quelle recensioni che dipingevano Green World come un disco visionario? Ma tipo se ricicciassi gli scarti di Green World, ci facessimo un eppì in tiratura limitata [500 copie ndr] e dicessimo che sono ‘colonne sonore per film immaginari’ e lo inviassimo a delle case di produzione? Se tutto va bene famo i big money, altrimenti non ci abbiamo speso un kaiser. Bella Chì, pensece!”

David annuisce e il progetto va in porto, royalties a gogo, sia per Eno che per la E.G., piano piano quelle micro-composizioni sono state utilizzate in film, documentari, sigle televisive… in alcuni casi più e più volte (tanto da camparci di rendita e garantire una carta bianca perpetua – della lunghezza dei rotoloni Regina – a Eno).

L’ampio ventaglio di registrazioni lasciava già presagire adattamenti tra i più disparati, dalla fantascienza al documentario, dalla sigla di Stranger Things a Super Quark. Tanto da frenare un po’ il nostro amato dal pubblicare un’opera del genere al grande pubblico, conscio del fatto che la critica tenera non è, e difficilmente avrebbe digerito delle micro-composizioni.

Sarà nel 1978 che Music For Films vedrà la luce del giorno, con altri brani a completare l’idea e tante altre collaborazioni a garantire spessore comunicativo al disco. Annoveriamo oltre a Fripp, Cale e Collins anche l’ex Matching Mole Bill MacCormickDave Mattacks dei Fairport Convention e Fred Frith dagli Henry Cow.

Music For Films era la migliore compilation della storia. Era un’idea grandiosa, e il modo perfetto per far arrivare la musica di Eno nel mondo pubblicitario e così via. È stata tutta un’idea di Brian. Era davvero un venditore favoloso. Sono certo di aver detto soltanto: ‘Ottimo, mi pare magnifico.'”, ricorda David Enthoven.

Queste parole ci ricordano che il genio è fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione.

The Band – The Band

The Band - The Band

Rag Mama Rag è il brano perfetto che mi aiuta a descrivere quanto fosse grande e preparata la Band (con la B maiuscola). Robertson – che anche in questo caso ha scritto la canzone – non è soddisfatto della resa in studio, perciò decide di mischiare le carte: Helm si dedica al canto e al mandolino, Manuel passa alla batteria e Danko al violino. Il risultato è quello di una canzone sbronza, con un’allegria contagiosa quasi come fosse suonata dal vivo, libera da ogni impalcatura da studio. Questo è ciò che la Band solitamente offre, musicisti in grado di cimentarsi con diversi strumenti con risultati eccellenti.

Con l’omonimo disco – il secondo in studio – ci si differenzia un po’ dal precedente lavoro, il tentativo è quello di cambiare groove e crescere ulteriormente, come in Up On Cripple Creek nel quale il clavinet viene collegato ad un pedale wah-wah, dando il là a quel suono che tanto avrebbe caratterizzato i dischi di Stevie Wonder. Up On Cripple Creek pesca ancora a piene mani nelle figure degli stati del sud, raccontandoci la storia di un camionista che adora ascoltare musica, giocare d’azzardo, bere e fa di tutto per passare un po’ di tempo con la sua cara Bessie. Bessie è la tresca che il camionista ha, il porto sicuro nel quale attraccare durante i suoi interminabili viaggi tra una consegna e l’altra. Purtroppo il tempo per il cazzeggio e la figa termina quando il nostro camionista ci avverte che deve tornare a casa dalla sua Big Mama. Ora, stiamo parlando di corna? Può darsi, fatto sta che con Big Mama i camionisti intendono anche il controllore dei trasporti, quindi torniamo al doppio senso – volto a disorientare l’ascoltatore – che tanto piace a Robertson nella stesura dei testi e che ha caratterizzato – ad esempio – The Weight.

I temi trattati fanno sempre più riferimento all’America rurale e tradizionale, vero argomento principe del disco che rientra in quella macro-categoria di dischi che raccontano l’essenza degli Stati Uniti. Sono quei luoghi e quelle persone che tanto hanno influenzato Robertson, come avviene anche in King Harvest (Has Surely Come) – che narra in prima persona le sfighe del coltivatore di turno, costretto a fare i conti con la povertà più assoluta per aver perso tutto – o in The Night They Drove Old Dixie Down – altra canzone cantata in prima persona, nelle spoglie del soldato Virgil Caine che spiega gli stenti derivati dalla guerra civile americana e le battute finali del conflitto. Dixie è il nome storico della confederazione degli stati del sud, e per quanto la struttura musicale ronzi da tempo nelle orecchie di Robertson, l’argomento della canzone giunge dopo un po’ di tempo in maniera del tutto istantanea. Helm esegue questa canzone per l’ultima volta nel 1976 in The Last Waltz di Scorsese, questo perché ha sempre rivendicato la co-paternità del testo che invece è stato accreditato unicamente a Robertson.

In generale Levon canta più spesso rispetto a Music from Big Pink (4 canzoni) ed i brani che lo vedono al microfono restano sempre i più memorabili, le restanti canzoni sono quasi equamente spartite tra Manuel e Danko. L’evoluzione della Band coincide con la creazione di un disco memorabile, eterno e meraviglioso.

Sono di parte, voglio bene alla Band e sono convinto che troppa poca gente li conosca… è un peccato.

Ramones – Ramones

Ramones - Ramones.jpg

Ecco il turno di un’altra istituzione del CBGB, il percorso è molto simile a quello intrapreso da Patti Smith, solo che Joey e compagni si avventurano nel Country Bluegrass Blues una manciata di mesi prima rispetto a Patricia Lee; è una torrida serata agostana ed i Ramones si presentano sul palchetto del live club più famoso di New York, dove sosterranno da lì alla fine dell’anno oltre 70 esibizioni.

Ogni performance dei Ramones era composta da una scaletta tiratissima con brani velocizzati che difficilmente superavano i due minuti, perciò i primi spettacoli avevano una durata media di 17 minuti (concetto estremizzato poi dai Minutemen). Basta veramente poco per notarli, il loro nome d’arte nasce da un’intuizione di Dee Dee – all’epoca Douglas Colvin – che prendendo spunto dall’alias di Paul McCartney ad inizio carriera (Paul Ramon), si da il nome di Ramone e suggerisce anche agli altri membri di adottare tale alter ego, perciò John Cummings diventa Johnny e Jeffrey Hymam si trasforma nel ben più famoso Joey.

Dee Dee si accorge che suonando il basso non è in grado di cantare, perciò Joey viene spostato dalla batteria alla voce e alle percussioni subentra Thomas Erdelyi (Tommy). Questa sarà la formazione dei Ramones fino al 1978 e così si imporrano nel mondo: un’immagine coordinata che li ha aiutati nella rapida ascesa, capelli lunghi e corvini, giacche di pelle nera, un muro del suono (o di rumore sarebbe meglio dire) ad accompagnare le loro esibizioni disordinate – e prive di talento effettivo rispetto a colleghi molto più quotati.

I Ramones rifuggono dal concettualismo di tutti gli altri colleghi che si esibiscono al CBGB e altri gruppi coevi, suonano quello che vogliono con quei cazzo di accordi semplici -mai un abbrivio – con testi senza pretese; sono caciaroni e primitivi nel senso che ritornano alle origini del rock’n’roll. Gran parte di questo “successo” è legato alla figura di Joey Ramone: bastian contrario rispetto a tanti altri cantanti, non si ispira a nessuno, ma soprattutto non cerca di scimmiottare nessuno, si impone nel panorama per quello che è oltre che per la sua voce gutturale capace di sciorinare scioglilingua e filastrocche con rima baciata.

Nel 1975 i Ramones vengono messi sotto contratto ed incidono il loro primo omonimo lavoro; la foto di copertina – celebre – è stata scattata a due passi dal CBGB, doveva essere simile – nell’idea della band – alla copertina dell’album Meet The Beatles!, diventerà a sua volta una delle immagini più iconiche della storia della musica, coi 4 Ramoni appoggiati al muro abbigliati talmente tanto fichi che saranno copiati dai tanti fan (e non) della band.

1,2,3,4! è il marchio di Dee Dee che risuonerà ad ogni canzone,  Ramones comincia con Blitzkrieg Bop, scritta da Tommy e Dee Dee – nonostante sia accreditata a tutti i membri – prende il nome dalla tattica della guerra lampo (blitzkrieg in tedesco) proveniente dalla seconda Guerra Mondiale; a seguire c’è Beat on the Brat brano che nasce dall’infanzia di Joey “Quando vivevo con mamma e mio fratello, avevamo dei vicini con un bambino rumorosissimo e senza disciplina che urlava tutto il tempo. Da lì è maturata in me la voglia di prendere una mazza da baseball e colpirlo. Volevo ucciderlo”, Dee Dee invece ricorda che Joey aveva visto una madre inseguire un bambino con la mazza per picchiarlo… a chi dobbiamo dare retta?

Comunque tutte le canzoni si sviluppano sulla base di esperienze di vita vissuta dai membri della band, come per Beat on the Brat anche Judy is a Punk prende forma praticamente nello stesso momento, o Now I Wanna Sniff Some Glue un concetto proveniente da un trauma adolescenziale di Dee Dee, o 53rd & 3rd ovvero il punto nel quale si concentra la prostituzione maschile omosessuale a New York – e dove si suppone che Dee Dee si sia prostituito per saldare debiti di droga (come faceva Robert Mapplethorpe, non sarebbe poi una affermazione più di tanto campata in aria quella su Dee Dee).

Insomma sono tanti i temi trattati dai Ramones, lo faranno senza troppe impalcature, in maniera genuina con un linguaggio schietto e diretto, è Tommy colui che da una spiegazione del manifesto dei Ramones: “Suoniamo canzoni brevi e facciamo scalette corte per tutte le persone che non hanno tanto tempo libero”.

Richard Hell & The Voidoids – Blank Generation

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Voglio essere poeta, e lavoro a rendermi Veggente:

lei non ci capirà niente, e io quasi non saprei spiegarle.

Si tratta di arrivare all’ignoto mediante

la sregolatezza di tutti i sensi.

Le sofferenze sono enormi, ma bisogna essere forti,

essere nati poeti, e io mi sono riconosciuto poeta.

Non è affatto colpa mia. È falso dire: Io penso,

si dovrebbe dire: mi si pensa.

Scusi il gioco di parole.

IO è un altro.

Con la missiva del veggente di Arthur Rimbaud, lancio un’altra pillola di un certo spessore, scrivo di Richard Hell e credo che le parole di Rimbaud ben inquadrino lo spirito di Hell. Se c’è un tipo che mi inquieta quello è proprio Richard – all’anagrafe – Meyers, con quella sua faccetta truce e leggermente malefica, ne abbiamo accennato parlando dei Television e ne approfondiamo oggi, molti di voi purtroppo non sono a conoscenza di questo individuo (proveniente anch’esso dalla scuderia del CBGB), suppongo perciò che questa sarà per voi lieta occasione di approfondire l’argomento.

Piccola e breve panoramica su Richard: giunge a New York nel 1966; lavora come commesso in una libreria; co-fondatore dei Television; degli Heartbreakers; deve il proprio soprannome ad un poema in prosa dello stesso Rimbaud (Una Stagione All’Inferno/Une Saisone en Enfer/A Season In Hell). Proprio durante il periodo di transizione tra i precedenti gruppi scrive Blank Generation, resa com’è solo grazie ai Voidoids, quando finalmente ha capito che per suonare la musica che voleva doveva solo mettersi in proprio.

I Belong to the Blank Generation“: ma cos’è di preciso la Blank Generation? Prima di tutto è il nome di un disco molto aggressivo e veloce e che, a differenza dei Ramones, ha un messaggio celato ben più articolato “La gente ha frainteso quello che intendo dire con Blank Generation. Per me ‘vuoto’ [blank] è uno spazio in cui si può inserire qualsiasi cosa. È positivo. È l’idea che uno abbia la possibilità di fare di sé tutto quello che vuole, riempiendo quel vuoto. Ed è una cosa che dà un senso di potere unico a questa generazione. È come dire: ‘rifiuto totalmente i vostri criteri di giudizio del mio comportamento’. E io sono d’accordo al cento per cento. È un concetto che si può usare in campo politico in modo altrettanto potente che nell’ambito dell’arte o delle emozioni, col significato di ‘sono stato classificato uno zero dalla società in cui vivo’ e in quel modo può essere accettato come descrizione di sé.”

La canzone parte con un riff scordato che scimmiotta The Seeker dei The Who, lo fa in maniera scazzatissima e ben si adatta alla canzone che parte con un mood deliziosamente anni ‘50, da Blank Generation nascerà Pretty Vacant dei Sex Pistols fortemente influenzati dalla canzone e dall’album.

Ecco Richard Hell è un tipo riservato che blatera (e pure molto), ha una visione molto nichilista della vita, quasi un senso di inedia nei confronti della vita, uno scazzo di base che lo porta anche a pensarsi con una pistola in bocca, rifuggendo il suicidio solo per “abitudine alla vita”. Il concetto di abitudine viene paragonato all’idea di dipendenza, la vita è possibile solo grazie a delle dipendenze tra le quali vi è il nutrirsi ed il dormire (bella scoperta geniaccio!); quindi tutto ciò che ti deve mantenere in salute o comunque drogato è una dipendenza, come ci sottolinea in Who Says? -It’s Good To Be Alive? “Una volta che sei nato diventi dipendente, e così la descrivi come una cosa buona, ma chi è riuscito a smettere?”

La dinamica del disco è estremamente gradevole e ballabile, con riff acidi e assoli che ben si addicono all’atmosfera generale di scazzo presente nel disco, come ad esempio in Love Comes In Spurts (composta nelle precedenti esperienze musicali) e in The Plan, brani che sembrano usciti pochissimi anni fa. Nel disco troviamo anche una piacevole cover dei Creedence Clearwater Revival (Walking On The Water) e una di Frank Sinatra (All The Way, solo nella versione bonus del disco).

Dato che la felicità è alla base della scrittura e dell’approccio alla vita, immaginate da chi poteva trarre ispirazione per il suo taglio di capelli il buon Richard Hell? Naturalmente da Rimbaud, che domande! Richard Hell è il decadente della new wave e aggiunge un’altra sfumatura ai “magnifici del CBGB“.

Patti Smith – Radio Ethiopia

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Passano pochi mesi e Patti torna in studio, questa volta non c’è John Cale a produrre e si sente, soprattutto nelle sonorità della band più edulcorate e pulite, meno viscerali in alcuni casi.

La potenza comunicativa della voce di Patti Smith invece non fa un piega, anzi si evolve ad uno stadio successivo, elaborando delle forme libere più insistenti rispetto a Horses. Radio Ethiopia è un titolo che può apparire singolare, ma che nasconde la passione per Rimbaud, difatti l’Etiopia è stata la seconda patria del poeta francese dove ha vissuto per qualche anno e dove si è ammalato prima di tornare a morire in Francia (a lui è dedicata anche l’ultima canzone del disco Abyssinia, l’antico nome dell’Etiopia per chi non lo sapesse).

Patti Smith era fortemente attratta dall’Etiopia, tanto da programmare un viaggio che non si realizzò per colpa di un preoccupatissimo Robert Mapplethorpe – che avrebbe fatto di tutto pur di impedirle di viaggiare in solitaria verso l’Africa. La Smith ha sempre cercato di stabilire delle connessioni ultraterrene con i suoi numi tutelari, perciò si rivela necessario – al fine di assimilarne la capacità creativa ed entrare in una empatia totale – dover visitare e rendere omaggio ai luoghi che hanno rappresentato un punto di svolta o momenti salienti per gli artisti, è stato così per Jim Morrison, per Baudelaire e lo stesso per Rimbaud.

Proprio a Rimbaud e ai suoi ultimi desideri sul letto di morte è riferita la caotica title-track, che nei suoi 10 minuti deliranti scrive una pagina importante nella carriera di Patti Smith divenendo uno dei brani più rappresentativi e preferiti dell’artista.

Radio Ethiopia è il nome del nostro nuovo disco e rappresenta per noi un campo nudo dove ognuno può esprimere sé stesso. È una radio libera. Noi siamo i DJ. La gente è il DJ. Quando suoniamo Radio Ethiopia, suono la chitarra. Non so come si suoni la chitarra, ma riesco a tenere il ritmo perfettamente e suono, non mi importa. E la gente è libera di farlo se lo desidera. Se fosse veramente un grande show, tipo migliaia di persone, 10mila, 50mila. 50mila menti, 50mila subconsci nei quali posso tuffarmi dentro. Voglio dire, più la gente da, più io do, il più grande spettacolo deve venire. Non mi piace il pubblico che siede e non reagisce perché non accade nulla.”

Patti Smith si nutre dell’energia del proprio pubblico, in un rapporto simbiotico e reciproco, sperimenta e azzarda con la title-track, ma vince lei. Personalmente non apprezzo il sound patinato di alcune canzoni del disco, meno ruvide rispetto a Horses: parlo di Ask the Angels, Pumping e Distant Fingers, ciò non significa che non apprezzi il valore della canzone in sé, ma ci sono brani come la stupenda Pissing In A Rivers, o le già citate Radio Ethiopia e Abyssinia che rappresentano la vera essenza di Patti Smith.