Queen – A Night At The Opera

Ci eravamo lasciati con Sylvester Stallone e il suo Cliffhanger

 Ricapitolando. 

Il successo finalmente si sta consolidando, Sheer Heart Attack è un album acclamato da pubblico e critica, Killer Queen una hit da favola… eppure qualcosa non va.  

Non c’è un solo membro della band che viva una situazione economica tale da consentire serenità. Anzi, i ragazzi sono poveri in canna, e la situazione evidenzia un raggiro evidente ai danni dei Queen. Il loro accordo con la Trident è paragonabile alla firma del contratto della Sirenetta con Ursula: una merda.  

La Trident è una società produttrice che rivende alle case discografiche, quindi i Queen sono come scimmie ammaestrate per far arricchire i padroni del circo. Dopo 2 anni i ragazzi capiscono la solfa perché: il povero John si è sposato e non ha potuto versare il deposito per acquistare casa (in quanto il management gliel’ha negato); il povero Freddie non ha ricevuto un nuovo piano da 5000 mila sterline; il povero Roger è costretto a non picchiar duro sulle pelli per non rovinarle (e così essere costretto a cambiarle).  

Insomma questo mobbing da libro cuore ha da finire, c’è da trovare una nuova soluzione discografica e la scelta inizialmente cade sulla Swan Song etichetta dei Led Zeppelin, ma le principali attenzioni sarebbero state comprensibilmente per i Martelli di Dio.  

Fortunatamente la strada di Mercury e compagnia bella si incrocia con quella del manager di Elton John, John Reid, che da un solo compito alla band “ok… ragazzi, io mi occuperò della parte finanziaria, voi entrate in studio e fate l’album più grande che potete realizzare”. 

Challenge Accepted! 

Si comincia con Death On Two Legs, un messaggio di “stima incondizionata” verso il vecchio manager, Norman Sheffield.

Una consecutio di insulti che lascia intendere come i Queen hanno ben metabolizzato la presa per i fondelli dei 3 anni precedenti. May ricorda che la Trident aveva ogni intenzione di sguinzagliare i migliori avvocati pur di bloccare l’uscita di A Night At The Opera “pensavano che Death On Two Legs fosse diretta a loro. Ma non potevano provarlo […] Era tutto così stupido, volevano denunciare Freddie, la band e l’etichetta discografica subentrata, per diffamazione”. Però la canzone è solo un messaggio per Norman, quindi han poco da incazzarsi quelli della Trident.

Dog with disease, 
You’re the king of the ‘sleaze’. 
Put your money where your mouth is, Mr. Know-All. 

D’altronde la tenerezza nascosta nello stralcio sopracitato, ci lascia intendere quanta dolcezza Mercury abbia riservato al buon Norman. Tanto che la presenza dei testi all’interno della sleeve del 33 giri ha consentito a tutti gli acquirenti di eseguire un’analisi semiotica del testo. 

All’ascolto, la sensazione che subito si ha – con il primo brano – è del livello generale raggiunto dai Queen, in termini tecnici, di sonorità ben delineate, come se le idee si fossero schiarite di volta in volta negli anni. May definisce la prima era dei Queen terminata con Sheer Heart Attack “è stato il primo album nel quale suoniamo come band anziché come quattro individualità” un legame rafforzatosi con i continui tour che hanno contribuito al perfezionamento delle dinamiche musicali.  

La peculiarità è che i Queen si sono sempre rivelati come un gruppo coeso, composto da quattro teste pensanti con personalità definite, complementari. Ad esempio, l’introverso John Deacon, reticente nel presentare i propri brani per timidezza – oltre che per un senso di rispetto nei confronti degli altri membri più anziani – viene stimolato da Freddie sin dai tempi di Queen II a creare dei propri pezzi, conscio delle sue capacità. Quindi non c’è un solo autore, nonostante ciò tutto converge verso un unico sound distinguibile, il sound Queen. Un calderone di sovraincisioni e multi-tracce che si schiudono come un fiore che sboccia. 

“Delle volte sento che Freddie e io prendiamo direzioni differenti, ma poi viene da me con qualcosa e penso ‘Dio l’avevamo pensata allo stesso modo’. Quando lavoro su qualcosa di suo posso sintonizzarmi facilmente sulla sua idea, sulla parte di chitarra che desidera, e vice versa”. 

Il suono Queen è una derivazione del lavoro svolto da Jimi Hendrix e dai Beatles, che hanno interpretato lo studio di registrazione come uno strumento aggiuntivo, solo che i Queen dispongono di una tecnologia più avanzata, ergo maggiori margini di sperimentazione. In Good Company la Red Special fa gli straordinari sostituendosi a trombe e campane, in Seaside Rendezvous Taylor si è infilato dei ditali di metallo sulle dita con le quali picchietta sulla scrivania a simulare il tiptap, la presenza del Koto in Prophet’s Song, o la voce sparata in una cassa di metallo per caricare di effetto retrò Lazy On A Sunday Afternoon
sono solo alcuni de tanti esempi a disposizione. Oltre a questo elenco sbrigativo, si aggiunge un Roy Thomas Baker – in stato di grazia – capace di comprendere oltre quale limite potersi spingere. 

A Night At The Opera (omaggio alla pellicola dei fratelli Marx) è stato quasi tutto composto in studio – come avvenuto per Sheer Heart Attack – la summa del barocchismo, un vero manifesto queeniano di rabbia, dolcezza, magniloquenza e ironia. Al crocevia la strada imboccata si è rivelata giusta, l’eccesso ha salvato i Queen ed ha aperto loro le porte della leggenda. 

Un eccesso che risponde alla voce di Bohemian Rhapsody, una composizione dalla struttura di una complessità allucinante con 180 tracce vocali frutto di sessioni di 10 ore giornaliere, per 3 settimane di registrazioni complessive. Un’anomalia rispetto agli altri brani presenti nel disco, perché già tutto nella testa di Freddie. In generale, un’anomalia rispetto a tutto quello che finora c’è stato nel mercato discografico mainstream.  

Mercuryvuole condensare un’operetta in poco meno di 6 minuti e di riscrivere così la storia del musica commerciale anni ‘70. Le 180 tracce vocali devono trasmettere l’idea di un coro spalmato su di un palco con tanto di tenori, baritoni, bassi, soprani, mezzosoprani e contralti; la suddivisione del brano in 4 parti strizza l’occhio alle diverse arie delle opere liriche, così come il testo tragico e nichilista. 

La durata è uno sbarramento non indifferente che pone i Queen di fronte a resistenze discografiche difficili da fronteggiare. Bohemian Rhapsody non può essere considerata una canzone standard e le radio – a detta della stanza dei bottoni della EMI – si rifiuteranno di passarla… a meno che non ti giochi la carta Kenny Everett.  

Kenny fa il DJ per Capital Radio e riceve da Roy Thomas Baker e dai ragazzi una copia di Bohemian Rhapsody su bobina aperta “noi te la diamo pure, ma promettici non suonarla [ammicco ammicco]”, la risposta è un contro-ammicco da parte di Kenny “non la metterò su di certo amico [contro-ammicco controa-mmicco]. Inizialmente il DJ stuzzica il pubblico mandando in onda solo delle sezioni della canzone, facendo crescere l’aspettativa degli ascoltatori, che tempestano di chiamate la radio.

Everett fa poi risuonare Bohemian Rhapsody per 14 volte nell’arco di due giornate di trasmissione, mandando in visibilio gli ascoltatori che dal seguente lunedì si precipitano nei negozi di dischi per acquistare un singolo che ancora non è stato stampato. 

Reazione che convince la EMI ad assecondare la scelta dei Queen di avere Bohemian Rhapsody come singolo di uscita per il nuovo album. Come b-side va la tamarrissima I’m In Love With My Car (potete approfondire qui il motivo per il quale è stata scelta questa canzone rispetto ad altre magari più meritevoli). 

La fortuna aiuta gli audaci, non ci sono più le mezze stagioni, Sean Connery è più bello adesso di prima, ai miei tempi si portava rispetto agli anziani. I Queen – al quarto album – hanno finalmente una strada spianata verso il successo, possono smettere di condividere stanze e appartamenti, a patto che la follia e l’eccesso – che hanno contraddistinto A Night At The Opera – continuino ad essere assecondati (col senno di poi è stato fatto anche troppo).