Mazzy Star – Among My Swan

Mazzy Star - Among My Swan

Ok, ok, non sta diventando un tributo a Rick & Morty ok?  Meglio mettere le cose in chiaro altrimenti sono cazzy e mazzy. 

Invece di schifarvi, dovreste accogliere questi espedienti narrativi di serie C con somma maraviglia!  

Che poi, cioè… la battuta si chiamava da sola, non è tanto colpa mia, non credete? 

Va be torniamo a noi su e parliamo di Among My Swan, un disco che per molti anni ha rappresentato l’ultimo dei Mazzy, una band che ha sempre dimostrato verve (ma senza Richard Ashcroft) e joie de vivre a palate. La perseveranza con la quale Hope Sandoval ha seguito il proprio credo è oltre l’encomiabile, rifiutare centilioni di soldi – quando lo showbiz e le etichettone vengono tutte da te ad elemosinare i tuoi servigi – non è una cosa da poco e sfido voi a fare la sua stessa scelta.  

“Ho dovuto implorare affinché potessi recedere dal mio contratto con la Capitol. Loro mi volevano far lavorare con dei produttori importanti. Io volevo produrre la mia musica, loro non volevano questo. Sono sicura che siano stati felici di avermi lasciato andare”. 

E quindi i Mazzy sono scomparsi (vi piacciono i fuoristrada che sto facendo per non parlare troppo del disco?), salvo poi tornare nel 2013, dopo un lungo digiuno e qualche ruga in più a solcare il volto di Hope e David. 

Ma torniamo ad Among My Swan, intriso della malinconia ed epurato dai fastidiosi eco che permeavano i precedenti lavori, si dimostra un disco maturo, introspettivo, molto legato ai cliché delle band psych anni ‘60, oltre che ad un cantautorato visionario. 

David ne sa molto più di me su musica e strumentazioni. Conosce a menadito i Velvet Underground, mentre io non più di tanto. […] Quando ho cominciato a lavorare con David, ha acceso il mio interesse su alcuni musicisti o gruppi. Mi piacciono cose recenti come Soul II Soul, ma anche altre più datate tipo Syd Barrett ed i Rolling Stones“. 

Hope cita alcune delle ispirazioni dietro i brani, ovvio che l’allegria non è mai appartenuta all’universo di Sandoval Roback, certo anche che la chitarra di quest’ultimo ha la capacità di costruire spazi là dove non esistono, a dire il vero si ha quasi l’idea di galleggiare sopra una nuvola soffice, sospesi ed alleggeriti dai pensieri.   

“Non ci siamo mai preoccupati del mondo esterno, è un processo interno quello che sviluppiamo. Il mondo esterno non è nei nostri pensieri […] stiamo facendo tutto ciò nel nostro mondo per noi stessi. Siamo legati alle storie dietro ad ogni canzone.” ci spiega Roback e non so il perché, ma ho come l’impressione che nell’idea dei due una canzone come Look On Down From The Bridge (nella quale il narratore in un gioco di prospettive – che si consuma con lo scorrere della canzone – ha lo sguardo diretto verso il basso durante la sua caduta libera piuttosto che guardare verso l’alto, verso il suo passato) –  a chiusura di Among My Swan sia stata pensata come canto del cigno, in un finale che sarebbe suonato perfetto qualora nel 2013 non ci fosse stato alcun ritorno. 

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Blonde Redhead – Melody of Certain Damaged Lemons

Blonde Redhead - Melody Of Certain Damaged Lemons

Se vi dicessi che sto scrivendo questo articolo perché Evil Morty mi ha suggerito di farlo? 

Non credo delegittimerebbe la scelta effettuata, anzi, trattasi di un’epifania che ben si incastona nel ciclo di articoli previsti. For The Damaged Coda, è un brano che esiste e non esiste, nascosto nella penombra, seppur non figuri nella tracklist chiude Melody Of Certain Damaged Lemons, riprendendo la splendida melodia di For The Damaged e di Equally Damaged (ad apertura del disco).  

Ricapitolando, prima di cominciare con la lettura vi consiglio di raccogliere più Schmeckles possibili e farvi una bella scorta di salsa szechuan (se vi state facendo delle domande sulla mia salute mentale, siete voi quelli sbagliati… e cominciate a guardare Rick & Morty, pezzenti!). 

Per chi non lo sapesse i Blonde Redhead – a dispetto del nome (preso in prestito dal brano dei DNA di Arto Linsday) – sono un gruppo che più italiano non sì può, i gemelli Pace intraprendono il progetto con la cantante Kazu Makino stabilendo un sodalizio che ancora oggi continua, oltre che dai risultati indiscutibili.  

Ho deciso di scrivere a proposito di Melody Of Certain Damaged Lemons in quanto è il disco – che assieme al successivo Misery Is A Butterfly – segna il cambio di rotta fisiologico della band, la morbidezza a scapito delle spigolosità sonore, ma soprattutto i Blonde Redhead vengono finalmente riconosciuti come un gruppo con la propria identità, non più il clone dei Sonic Youth 

“È innegabile, come ho già detto, che Melody of Certain Damaged Lemons, come Misery Is A Butterfly siano stati fondamentali nella nostra storia […]” ricorda Amedeo Pace, questi album hanno generato un ricambio di pubblico (non che i gemelli Pace e l’esimia Makino si concentrino sul pubblico quando pensano musica)” Forse alcuni di quelli che ci seguivano prima di quei due dischi, parlo di gente appartenente a una certa scena, quella dei Fugazi, [lo storico produttore dei Blonde Readhead è Guy Picciotto, nonché storico chitarrista dei Fugazi ndr] appunto, ma anche quella più legata al noise rock, in quel momento hanno smesso di farlo e sono arrivati nuovi ascoltatori. La nostra musica ha smesso di essere essenzialmente ‘americana’ ed è diventata più europea. Però, insomma, noi facciamo il nostro percorso, disinteressandoci di quello che pensa il pubblico”. 

Melody of Certain Damaged Lemons si lascia avvicinare ed ascoltare, i Blonde Redhead sono ammansiti facendosi ascoltare anche da chi è lontano  – o digiuno – dai loro precedenti lavori. Se non avete mai ascoltato questi ragazzi, sicuramente Melody rappresenta il disco adatto per muovere i primi passi nel loro mondo, lasciandosi portare per mano da Kazu Makino e dalla sua voce dolce, rispettosa, tipicamente asiatica.  

E poi con un nome del genere, non credo che il vostro senso di ragno per la curiosità non titilli un minimo. A sentire Kazu damaged lemons è un gergo per intendere le macchine in panne in autostrada “è come per le nostre melodie, che necessitano di essere espresse ma rischiano di fermarsi da un momento all’altro”, un parallelismo che indica come talvolta i processi creativi della band si ingolfino per la troppa foga di esprimersi o per un guazzabuio di idee da fetare (un problema affrontato per necessità nel successivo Misery Is A Butterfly, ma questa è un’altra storia). 

Non vorrei tediarvi ulteriormente, mettete su Melody of Certain Damaged Lemons così che possa salutarvi con un sonoro 

Wubba Lubba Dub Dub! 

 

P.S. le interviste presenti nell’articolo sono tratte dall’articolo web di Emiliano Colasanti per Rolling Stones (19 Luglio 2016) e di Maurizio Narciso per Rumore (14 Luglio 2016)