Dirty Three – Ocean Songs

Dirty Three - Ocean Songs

Devo essere sincero, non ho realmente molto da dire riguardo i Dirty Three, avevo solo molta voglia di pixellare questa copertina, personalmente la trovo stupenda… poi vabbè qualcosa la si trova sempre da dire su Warren Ellis e soci.

Partiamo dall’ABC e vediamo se riusciamo a cavarne qualcosina di più interessante:

  1. Questo album è completamente strumentale, alcune composizioni sono decisamente lunghe, ma a chi non piacciono le cavalcate folk che si costruiscono sul suono di un violino a tratti ossessivo?
  2. È un concept album, decisamente molto evocativo, suggestivo e capace di accompagnare l’ascoltatore, prendendolo per mano, nelle atmosfere dei marinai, dei viaggi in mare e delle leggende che lo attorniano. Tra la salsedine e l’aria salmastra, il canto delle sirene e delle balene, le onde che si infrangono a poppa.
  3. L’uso sapiente dei titoli, accompagnato dalle melodie, riesce a narrare in maniera dettagliata quanto accade in questa via Crucis marina. Il canto delle Sirene inaugura il viaggio (Siren), seguito da un mare agitato e da onde senza sosta che scuotono l’imbarcazione durante il navigare (The Restless Waves), il miraggio di una battigia ed una corrente implacabile che allontana dalla riva la nave, il cielo che piange in una sorta di requiem e di abbandono ai flutti oceanici terminato in un bailamme sonoro, come ad indicare la voglia di lottare sino alla fine aggrappandosi con le unghie alla vita (Authentic Celestial Music), la quiete dopo la tempesta, una quiete interiore che rappresenta la riflessione del viaggiatore e la consapevolezza di essere stato uno stolto ad aver sfidato la maestosità del mare (Backwards Voyager). I resti di un relitto incagliati tra gli scogli e riversi sulla spiaggia (Last Horse in the Sand), il rovesciamento dei dogmi così come li percepiamo (Sea Above, Sky Below), e la marea nera che come una morte calma avvolge tutto ciò che incontra (Black Tide) inglobando l’ascoltatore (o il protagonista) nelle profondità oceaniche (Deep Waters), in una purificazione del mondo stile diluvio universale che porta alla completa estinzione dell’umanità (Ends of the Earth).
  4. Questo disco è un capolavoro assurdo.

La chiave di lettura che ne ho dato è unicamente frutto della mia immaginazione ed è ciò che ha scatenato in me Ocean Songs.

Alla fine, di qualcosa ho scritto, se siete arrivati sino alla fine dell’articolo, vi lodo per la fedeltà.

Cream – Disraeli Gears

Cream - Disraeli Gears

Leggenda narra che durante i giorni della merla del 1967 – corrispondenti al termine del tour Experienced di Hedrix – al Saville Theatre, Jack Bruce – tra il pubblico insieme agli altri Cream e al resto del parterre de roi che solitamente gravita attorno ai concerti di Jimi – si alza e se ne torna a casa in fretta e furia per andare a scrivere un riff che gli martella in testa. Nasce da quest’aneddoto il brano più famoso dei Cream, Sunshine Of Your Love, inno dell’amore libero e dei draghi magici frutto di un uso massacrante di droghe.

“Sapete da cosa è venuto fuori il titolo dell’album? Eravamo nell’Austin Westminster e alla guida c’era Mick Turner, un roadie che mi accompagnava da tempo, e mentre stava guidando Eric ci dice che vorrebbe acquistare una bici da corsa [che ha un ingranaggio con deragliatore ndr] al ché interviene Mick “Oh sì! Ingranaggi Disraeli [letteralmente Disraeli Gears ndr]. Si riferiva al deragliatore [ingranaggio a catena ndr], ma fu tutto talmente esilarante che usammo il nome per il disco.” Ci racconta il simpaticone Ginger Baker (non avreste mai pensato che potessi sfoderare tutti questi tecnicismi del cazzo sulle biciclette in questo microspazio digitale, vero?)

Dopo tutte queste menate è giusto parlare un pelino del disco, che presenta la perfetta sintesi tra blues e psichedelia, riuscendosi a giostrare sapientemente tra basso, chitarra e batteria garantendo spazio e visibilità a tutti i membri. a

Disraeli si presenta come un disco estremamente variegato, nel quale non si dimentica l’amore per il blues da parte di Clapton e gli altri, ma senza tralasciare le idee e le intuizioni dell’epoca, creando una giusta commistione tra sound morbido e duro – a seconda delle necessità – come ad esempio l’arrangiamento di Outside Woman, altro classico di stampo blues del 1929, o Take It Back. Menzione speciale anche agli “scherzi” Blue Condition (un blues alla Barrett che porta la firma di Baker) e Mother’s Lament, volti ad alleggerire un album che comunque scorre molto bene.

La copertina del disco è stata realizzata da un artista che viveva nello stesso palazzo di ClaptonMartin Sharp – che tentò di riversare il suono dei Cream nella sua idea visiva: “un suono caldo e fluorescente”, un collage psichedelico, un’esplosione di colori che rappresenta un cazzotto negli occhi non indifferente. Citando Jack Bruce in SWLABR “Many fantastic colours makes me fell so good”.

Giusto una chicca in chiusura riguardante Hendrix, che in diretta alla BBC chiuse un live suonando Sunshine Of Your Love per salutare i Cream scioltisi da pochi giorni con un tributo da brividi. Un vera e propria chiusura del cerchio – dall’ispirazione al tributo – che valorizza ulteriormente il ruolo di Bruce, Clapton e Baker nella scena musicale britannica di quegli anni.