Matt Elliott – Failing Songs

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But now those days are dead & gone 
And the future that we had is now the past 
And it’s cobwebs that we cling to 
Our aspirations turned to ashes in our hands

Ascoltando Matt Elliott riaffiorano alla mente tanti di quei collegamenti musicali dai quali lui ha tratto ispirazione e dai quali altri hanno pescato a piene mani. Con Failing SongsElliott ci regala uno splendido disco di ballate malinconiche da posizionare concettualmente tra Leonard Cohen, Fabrizio De André, King DudeDirty Three, Nick Cave, Tom WaitsYann Tiersenn Goran Bregovic, segnato da chitarre che incedono con ritmo cadenzato come lo sciabordare dei panni in fiume.

Si percepisce forte l’ispirazione est europea nelle progressioni musicali, con lente ballate che di punto in bianco accelerano bruscamente, così come a tratti – con l’ingresso della fisarmonica – ci si ritrova di colpo in un quartiere di parigino tra l’odore del vino e formaggio.

La promiscuità musicale può essere spiegata dalle seguenti parole di Matt Elliott “la mia attitudine verso tutti i paesi è che la nazionalità vuol dire veramente poco, è dove i tuoi genitori hanno scopato (come disse Bill Hicks) e basta. Secondo me, tutti paesi sono una merda per differenti ragioni, tutti i paesi sono rovinati da uomini di malaffare […] tutti i paesi vedono i cittadini come potenziali criminali. La verità è che ci sono persone buone e persone cattive di tutte le nazionalità e il patriottismo – così come il nazionalismo –  è un modo di pensare vecchio quasi senza senso per il mio modo di vedere. Certo mi sento fortunato a passare il mio tempo viaggiando per l’Europa. È una cosa unica perché ci sono tante differenti culture che si incontrano, ognuna con la propria storia… puoi viaggiare per 100 km e la lingua – come tutto il resto – cambia completamente”.

Seppure egli non sia in grado di dare una definizione della propria musica e dell’ispirazione che la guida, il fatto di vivere differenti esperienze ed entrare in contatto con altre culture ne arricchisce l’aspetto creativo e ne stimola la proiezione all’interno della propria idea.

In tutto questo l’approccio di Matt Elliott è impeccabile, perché chi conosce i suoi esordi con i Third Eye Foundation sa come è evoluto il suo modo di fare e pensare musica. La ricerca come pietra miliare del proprio lavoro, un cambiamento continuo alla base del proprio credo.

Una ricerca basata sull’ascolto di canzoni contraddistinte da differenti scale e strutture, un processo che ha aperto un mondo a Matt Elliott “la musica folk da tutto il mondo tende ad essere più espressiva, in un modo pur perché è una musica solitamente fatta con le migliori intenzioni, per raccontare storie o condividere emozioni, o più semplicemente per far ballare la gente. Sono affascinato dalla musica con contenuto emozionale, è quello che mi consente di discernere la buona musica dalla cattiva musica”.

Failing Songs è il viaggio che l’ascoltatore vive di canzone in canzone, in un medley quasi senza sosta con i violini a fare da trait d’union tra le canzoni, una serie di cori ed impasti vocali su delle melodie di piano semplici e archi zigani, che talvolta purtroppo rischiano di diventare un mero sottofondo di una serata – passando in secondo piano – per via della similarità fra un brano e l’altro. Failing Songs si dimostra nella sua completezza un eccellente successore di Drinking Songs.

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The Black Heart Procession – 2

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Prosegue il nostro viaggio tra i dischi più ottimisti e colmi d’allegria della storia, non è il primo e non sarà l’ultimo, ma qual è il modo migliore per apprezzare l’autunno in tutte le sue sfumature? Insomma, è il ciclo della vita, l’autunno è per la tristezza e la primavera per la felicità, indi per cui poscia, non rompete i coglioni e sorbitevi questa dose depressiva che non sta mai male (so che non rompete i coglioni ma passatemi lo slang da duro suvvia) [la cosa figa è che sto scrivendo questo articolo con 40 gradi nel bel mezzo di un Agosto discretamente lontano dall’autunno che ho descritto poche righe sopra, ma mi immedesimo nel prossimo autunno, ecco torno a battere meccanicamente le dita sulla tastiera].

In questo ciclo di pubblicazioni si è formato inconsapevolmente un intreccio molto interessante tra differenti tipologie di dischi: con i The Black Heart Procession, i Dirty Three, Matt Elliott e poi con Julia Holter verranno trattati dei dischi che giocano un ruolo molto importante, quello di risvegliare la fantasia dell’ascoltatore visualizzando immagini durante l’ascolto.

Ognuno di questi dischi ha la capacità di immergere il fruitore in un mondo fuori dal tempo, consente di immaginare le scene, sentirle sulla propria pelle – in una malinconia tangibile ma non deprimente – aiutati da una ricerca dello strumento e del suono estremamente meticolosa. Mi auguro che troverete le stesse analogie da me evidenziate e che riusciate a scorgerne i tratti distintivi.

Con 2 – il secondo disco in due anni – i Black Heart Procession scrivono una pagina importantissima della musica degli anni ‘90, divenendo un punto di riferimento per la scena alternativa statunitense, in quel sottobosco musicale brulicante di grandi realtà musicali capaci di regalarci perle indimenticabili.

“Eravamo veramente tristi e bevevamo un botto [soprattutto whiskey a detta di Pall Jenkins ndr], e ci siamo detti ‘Oh sì, dovremmo scrivere delle canzoni super tristi’, non sto scherzando”, diciamo che i ragazzi californiani ci sono riusciti discretamente, partendo già dal nome, una scelta abbastanza cupa no? Beh quando nacque il gruppo Nathaniel e Jenkins venivano da un periodo turbolento sentimentalmente – inoltre erano in periodo di pausa dai Three Mile Pilot – e il primo disco nacque sotto l’influenza dell’alcool e della tristezza che poi si è riversata anche sul 2, questo spiega la scelta del colore nero, un modo di evidenziare l’umore dei ragazzi ai tempi, il cuore invece è la parola che più facilmente può essere associata all’espressione dei sentimenti, e per processione… lo spiega direttamente Jenkins “ci consideriamo un gruppo di persone caratterizzate da emozioni tristi, la parola processione, a nostro avviso, esprime proprio quest’idea di tristezza collettiva”.

In questo album dall’alone di tristezza tangibile, c’è un aspetto molto interessante rispetto agli altri album altrettanto tristi – coevi o che troviamo nello scenario musicale – ed è la voce di Jenkins, stridula e a tratti cacofonica quasi in disaccordo con la struttura dei brani. Abituati alle voci profonde e calde degli altri dischi, Jenkins si dimostra una variabile stilistica molto interessante su un tappeto musicale altrettanto valido, capace di rendere credibile l’interpretazione di testi estremamente sentiti e che hanno radici profonde nello stato d’animo dei ragazzi di San Diego.

L’intimità raggiunta in molti brani come Outside The GlassGently Off The Edge e Blue Tears è da pelle d’oca, l’uso sapiente delle tecniche di registrazione mostrano una linea di demarcazione molto profonda tra 2 ed i lavori di inizio decade, suonando attuale anche ai giorni d’oggi, riuscendo ad avere un attimo di brio solo con la stupenda It’s A Crime I Never Told You About The Diamonds In Your Eyes con quel piano un po’ alla Criminal di Fiona Apple e in pieno ‘90s (so ragtime du fin siècle).

È meravigliosa l’idea di cominciare e terminare il disco in una sorta di loop, come se ci si trovasse in una processione infinita, e le altre canzoni sono semplicemente le tappe della via Crucis. Il cigolio del cancello, l’ululato del vento, l’inverno che si avvicina con una tempesta in lontananza a presagire nulla di buono.

The Waiter no.2 e The Waiter no.3 sono delle perle che aprono e chiudono l’album sulla medesima struttura musicale, una saga malinconica quella di The Waiter che troviamo anche in 1 (disco d’esordio), Amore del Tropico (The Waiter no.4) e The Spell (The Waiter no.5), con una frase su tutte che risuona come una sentenza “And time won’t wait for us”.

Dirty Three – Ocean Songs

Dirty Three - Ocean Songs

Devo essere sincero, non ho realmente molto da dire riguardo i Dirty Three, avevo solo molta voglia di pixellare questa copertina, personalmente la trovo stupenda… poi vabbè qualcosa la si trova sempre da dire su Warren Ellis e soci. 

Partiamo dall’ABC e vediamo se riusciamo a cavarne qualcosina di più interessante: 

  1. Questo album è completamente strumentale, alcune composizioni sono decisamente lunghe, ma a chi non piacciono le cavalcate folk che si costruiscono sul suono di un violino a tratti ossessivo? 
  2. È un concept album, decisamente molto evocativo, suggestivo e capace di accompagnare l’ascoltatore, prendendolo per mano, nelle atmosfere dei marinai, dei viaggi in mare e delle leggende che lo attorniano. Tra la salsedine e l’aria salmastra, il canto delle sirene e delle balene, le onde che si infrangono a poppa. 
  3. L’uso sapiente dei titoli, accompagnato dalle melodie, riesce a narrare in maniera dettagliata quanto accade in questa via Crucis marina. Il canto delle Sirene inaugura il viaggio (Siren), seguito da un mare agitato e da onde senza sosta che scuotono l’imbarcazione durante il viaggio (The Restless Waves), il miraggio di una battigia ed una corrente implacabile che allontana dalla riva la nave, il cielo che piange in una sorta di requiem e di abbandono ai flutti oceanici terminato in un bailamme sonoro, come ad indicare la voglia di lottare sino alla fine aggrappandosi con le unghie (Authentic Celestial Music), la quiete dopo la tempesta, una quiete interiore che rappresenta la riflessione del viaggiatore e la consapevolezza di essere stato uno stolto ad aver sfidato la maestosità del mare (Backwards Voyager). I resti di un relitto incagliati tra gli scogli e riversi sulla spiaggia (Last Horse in the Sand), il rovesciamento dei dogmi così come li percepiamo (Sea Above, Sky Below), e la marea nera che come una morte calma avvolge tutto ciò che incontra (Black Tide) inglobandolo nelle profondità oceaniche (Deep Waters), in una purificazione del mondo stile diluvio universale che porta alla completa estinzione dell’umanità (Ends of the Earth). 
  4. Questo disco è un capolavoro assurdo. 

La chiave di lettura che ne ho dato è unicamente frutto della mia immaginazione ed è ciò che ha scatenato in me Ocean Songs 

Alla fine, di qualcosa ho scritto, se siete arrivati sino alla fine dell’articolo, vi lodo per la fedeltà.