Sivuca – Sivuca

Citato a più riprese nel corso di questo ciclo di pillole brasiliane, finalmente il principe del forró approda in questo spazio digitale. È anche più sorprendente il fatto che riguardo lui si trovi poco o nulla in giro, e ogni singola riga di questo scritto è stata cavata fuori come sangue dalle rape, d’altronde secondo voi è un caso che mi stia tanto dilungando in questa introduzione senza aver detto nulla di strettamente memorabile? Vi rispondo io: no.  

Ora che ho terminato di disperdere battute a muzzo, vi butto là qualche primizia riguardo al buon Severino Dias de Oliveira, uno dei migliori fisarmonicisti della storia del Brasile. Anzitutto a giudicare dalla copertina di questo eponimo disco, ho sempre creduto che Sivuca fosse un vecchio in età pensionabile già ai tempi di questo album, mentre scopro che – oltre ad aver dato il proprio nome al disco, obbligando a specificare se il soggetto della frase è il disco o l’artista – Sivuca [album] ha visto la luce nel 1973, quando il buon Severino aveva appena 43 anni. 

Per me Sivuca è un personaggio mitologico: sarà perché si trovano pochissime informazioni a riguardo; o forse per quella sua figura mistica e ieratica alla Moondog [sinceramente credevo fosse anche cieco visto che nella maggior parte delle foto disponibili o nelle copertine in cui presenzia lo troviamo con gli occhi chiusi ndr]; o per l’albinismo che lo fa apparire ancora più eccezionale.
Con Moondog condivide anche la città nel quale vive; Severino decide di trasferirsi a New York ove vivrà dal 1964 al 1976, in questo periodo si spenderà come turnista in diversi tour, accompagnando – tra gli altri – Miriam Makeba e Harry Belafonte

Sarà proprio durante la parentesi americana che il disco Sivuca viene inciso, difatti c’è poco o niente di brasiliano negli accrediti del disco, anche le coriste – seppur bravissime e senza alcun accento o inflessione che tradisca la loro provenienza – sono a stelle e strisce.
Il buon Severino si trova a suonare un botto di strumenti e a cantare in alcuni brani, riuscendo ad imprimere comunque un’impronta riconoscibile al disco, che analogamente a Elis & Tom sarà anche stato registrato negli states (tutt’altra costa) ma suona dannatamente ed esclusivamente brasiliano. 

Fatto sta che per raccontarvi di lui ho scelto un album difficile da trovare: non presenzia su Spotify ed è sospeso su YouTube, nel quale fortunatamente è possibile pescare qua e là qualche brano in un collage fai-da-te che funziona sempre (anche se riduce l’esperienza d’ascolto drasticamente). 

Sivuca suona a tratti come un disco di library music, o di colonne sonore per film degli anni ‘50’60 (pescando dai nostri Piero UmilianiPiero PiccioniArmando Trovajoli e compagnia bella), non dimenticando di ammiccare al forró e a quel clima festaiolo come nella combinata Arrastapé Você Abusou – dal sapore di festa di paese – o nella delicatezza di Lament of Berimbau (in cui il suono del berimbau viene riprodotto in modo eccellente dalle corde di nylon della chitarra classica). 

Questo album , che è la vetta artistica raggiunta dal Sivuca solista, è debitore della propria notorietà alla presenza di Ain’t No Sunshine -successone internazionale di Bill Whiters -, una versione con arrangiamento da paura che differisce dall’originale prendendo vita propria. Anche il brano scelto ad apertura del disco non è inedito, Adeus Maria Fulô, composta con Humberto Texeira e registrata nel 1951 (da Miriam Makeba nel 1967 e magistralmente dagli Os Mutantes nel disco raccontato in questo non luogo).  

Ecco questo disco suona tipicamente nordestino, i fisarmonicisti provenienti dalla zona hanno nel sangue l’uso delle armonie con tonalità sottodominanti, per questo motivo sono capaci di costruire melodie desuete ed estranee alla scuola del sud del paese. E Sivuca in quest’arte era un Maestro riconosciuto e certificato. 

Gilberto Gil – Louvaçao

Non si può raccontare di tropicalismo senza portare in cascina almeno un disco di Gilberto Gil, e allora perché non scrivere del suo esordio discografico? Prima di tutto tengo a fare una precisazione su Gilberto Gil: ad inizio carriera sembrava molto più vecchio e cattivo rispetto ad oggi; sarà per quel pizzetto che già negli anni ‘60 appariva anacronistico, per gli occhi luciferini, o per altro, ma comunque dimostrava 40 anni quando ne aveva poco più di 20 anni. 

Gilberto Gil è un autentico monumento della cultura e della musica brasiliana, alfiere della rivoluzione sonora che ha investito il paese nel quale si è sempre contraddistinto per il grande spessore umano. Sin da bambino ha dimostrato di avere le idee chiare riguardo il suo futuro: “Quando avevo due anni e mezzo, ho detto a mia madre che sarei diventato un musicista o Presidente del mio paese” 

La congiunzione da disgiuntiva per poco non si è trasformata in semplice, difatti oltre ad aver intrapreso sin da piccolo il percorso musicale la via politica non è stata accantonata: da tropicalia alla dissidenza – col conseguente arresto e l’esilio nella terra d’Albione -, Gilberto ha continuato a mantenere una coscienza politica molto radicata, prendendo spesso posizioni distinte sull’apartheid e sul fronte antropologico (il documentario Gil Viramundo, prende proprio il titolo dal brano Viramundo contenuto in Louvaçao), arrivando a raggiungere la carica di Ministro della Cultura durante il primo governo Lula

Tornando alla sua carriera musicale, la madre è colei che crede fermamente nelle capacità di Gilberto, comprandogli anche una fisarmonica (sulle orme di Luiz Gonzaga), strumento che troviamo nella già citata Viramundo; apprende inoltre i rudimenti della batteria e della tromba. Sempre in giovane età incontra Dorival Caymmi – proveniente direttamente dalla epoca de ouro della musica brasiliana – che influenza il suo stile con il suo modo di intendere la samba. Ulteriori elementi che catalizza l’attenzione di Gilberto sono gli artisti di strada e i musicisti forró tipici della tradizione nordestina

In ultimo, con la ventata della bossa nova portata da João Gilberto e Tom Jobim, sceglie come strumento principale la chitarra, che lo accompagnerà per tutta la carriera artistica. 

Tutte queste influenze si uniscono in Louvaçao, un disco che a dispetto di quanto scritto riguardo tropicalia, non si nutre delle altre culture (tranne che nel testo della marziale Lunik 9 nel quale affronta un tema caro alla corrente tropicalista come l’esplorazione spaziale), bensì radica la propria esistenza nelle ricchissime fondamenta melodiche del Brasile, come dimostra Ensaio Geral, singolo che lancia il disco, risultando un abile compendio del forró, della samba, della bossa nova, del baião nordestino, senza tralasciare il tema religioso – che spicca in Procissão – che si inserisce tra i testi dallo spiccato accento sociale (come Roda o Água de Meninos che racconta dell’incendio divampato nelle banchine del porto, avvenuto durante l’omonima fiera molto comune nei piccoli centri abitati del nordest). 

Louvaçao vive anche del sodalizio tra Gilberto Gil e gli altri parceiros José Carlos Capinam e Torquato Neto, quest’ultimo co-autore di molti dei brani presenti in questo esordio e che abbiamo già visto in Vento de Maio, brano dell’omonimo disco di Nara Leão. Al disco partecipa anche Caetano Veloso, che lo stesso Gilberto ha conosciuto nel 1963 presso l’Università Federale di Bahia a cui son seguiti gli incontri con Tom ZéMaria Bethania e Gal Costa, coi quali saranno gettate le basi del tropicalismo (come abbiamo avuto modo di vedere in Tropicalia: ou Panis et Circencis). 

Caetano regala a Gil un prototipo di canzone, Beira-Mar, chiedendogli di completarla. Gilberto si è interrogato a lungo sulla bontà del testo già steso da Veloso, recalcitrante nel mettere mano a qualcosa che reputava già buono ha poi trovato le parole giuste per completarlo ed interpretarlo, incastrandosi naturalmente nella tracklist di questo disco d’esordio. Louvaçao, molto più di altri dischi presentati in questo ciclo, offre un ampio spettro delle sonorità brasiliane; un disco che ai primi ascolti può apparire sottotono, ma che acquisisce uno spessore di volta in volta che risuona.  

Sono sicuro troverete un posto nel vostro cuore per questi 41 minuti e 50 secondi. 

Chico Buarque de Hollanda – Chico Buarque de Hollanda

Per il ciclo “Il titolo è una cosa seria, molto seria” [parafrasando la buonanima di Osvaldo Paniccia ndr] oggi trattiamo uno degli artisti del mio cuore, che ha avuto il merito di guadagnarsi molto spazio in questo ciclo di pubblicazione. 

Vinícius de Moraes lo ha omaggiato, nel Samba delle Benedizioni, con dei versi colmi d’amore e stima paterna 

“Benedizione, Chico Buarque de Hollanda 
Tu che non chiedi, comandi 
Tu che hai nel cuore una banda 
Tu che appena parti, già sei arrivato!” 

Quella banda nel cuore è la stessa arrivata a noi nel 1967 tramite Mina e la traduzione di Antonio Amurri, ma che è stata nel 1966 successo brasiliano per merito di Nara Leão e poi dello stesso Chico (che l’ha inserita nel suo primo disco dal titolo super originale ad apertura). Come già scritto nelle precedenti pillole, il sodalizio LeãoBuarque è stato di singolare intensità, un rapporto artistico che ha condotto entrambi al successo e che ha generato stelle folgoranti nel firmamento musicale brasiliano. 

Pensate, all’inizio, quando ancora non conoscevo lo spessore artistico e la carriera di Chico, lui mi stava un po’ sulle balle. Lo avevo etichettato come finto timido [ahimè cado in sciocchi cliché nonostante mi batta per eliminarli ndr]. Così bello, fortunato, figlio di papà. Tutti elementi che hanno innescato in me un meccanismo denigratorio difficile da interrompere. 

Poi ho capito.  

La sua timidezza è reale, quella voce intensa ma senza pretese e quegli occhi così tristi non possono mentire. La sofferenza quasi nello stare sul palco, le velleità da scrittore più che da musicista. Un uomo che ne ha viste nella propria vita e non ha taciuto di fronte alle angherie, anzi ha dato voce a chi non ne aveva, mettendosi di traverso al regime. 

Se Chico ha ottenuto il riconoscimento planetario, questo, è grazie a A Banda, un brano – in apparenza languido – che tutti ricordiamo per averlo cantato da bambini. Ispirato dalla canzone Ensaio Geral di Gilberto Gil (presente in Luvaçao), compone in un giorno la base armonica, alla quale si è aggiunta la stesura del testo che non ha preteso tanto tempo in più. Un flusso incontenibile che Chico ha riversato su nastro con l’obiettivo di competere per il Festival di Musica Popolare Brasiliana (il Sanremo brasileiro ispirato proprio alla kermesse della città dei fiori). 

Grazie all’interpretazione della Leão, in coppia con Chico, la canzone vince il festival (alla pari con Disparada di Geraldo Vandré) vendendo oltre 50mila copie in 4 giorni.  Ciò che solitamente non viene colto di A Banda, è il messaggio: un acquerello che descrive la disperazione nelle persone della città, afflitte dalla condizione sociale, dalla solitudine, dalla paura. Un coacervo di sensazioni mondate dal passaggio della banda di paese che “cantando coisas de amor” dona la speranza tra i cittadini. 

Oltre a scorrere come acqua tra le dita, questo disco si fa volere bene, avvicinando l’ascoltatore alla musica popolare brasiliana senza forzature. L’esordio su LP di Chico contiene tante canzoni che tratterò nei prossimi articoli e per le quali ora preferisco non soffermarmi (Tem Mais Samba, Pedro Pedreira, A Rita, etc… chi conosce l’argomento sicuramente avrà già capito i riferimenti).  

Posso tranquillamente asserire che vi ritroverete ad ascoltare questo album più e più volte durante la giornata, senza essere in grado di riconoscerne la fine e l’inizio. Le chiappette vibreranno al ritmo giusto (almeno fino alla prossima pillola). 

Sergio Endrigo – Endrigo

A seguito del sempre più ampio consenso ottenuto con successi quali Sergio Endrigo, Endrigo ed Endrigo, Sergio Endrigo pubblica tramite l’etichetta Fonit Cetra il suo quarto disco, che prende il nome di Endrigo

Tarapìa tapiòco! Prematurata la supercazzola, o scherziamo? 

No, non vi sto prendendo in giro. Mi rendo conto che il nome Endrigo assuma – in questo caso – una connotazione ironica, tanto da portarmi alla mente i Puffi e la loro grammatica. O meglio. Tanto da portarmi alla mente lo studio di Umberto Eco sui Puffi ed il loro puffare.  

La pigra consuetudine di non dotare di alcun nome gli LP se non di quello dell’autore – adottata da tante etichette negli anni ‘60 – ha per me qualcosa di sconvolgente, perché aprioristicamente impone un esercizio mnemonico. Un compito arduo per ricordare l’anno di pubblicazione del disco e non confonderne i brani catalogati negli anfratti della materia grigia [anche perché sono pieno di nozioni inutili che non riesco a cancellare dalla memoria ndr]. 

Per forza di cose, Sergio Endrigo, rappresenta la voce dell’infanzia. Rientra nella stretta cerchia di adulti capaci di entrare nel cuore dei bambini, con quelle note dolci e la voce ricca di un affetto tipico dei nonni. Sergio Endrigo è stato il Gianni Rodari della musica per me (Ci Vuole Un Fiore non è un caso). È l’uomo delle favole cantate, capace di regalare sogni e fantasie che ancora oggi coltivo nel cuore. 

C’è un motivo particolare per cui ho scelto questo disco piuttosto che un altro, arriva nel 1968 a ridosso di una scena musicale che godrà di contaminazioni difficili da tracciare per quante sono. 

Ecco in questo LP prendono parte Luis Bacalov e Sergio Bardotti, pesi massimi che – nell’anno successivo – assieme allo stesso Endrigo parteciperanno a La Vita, Amico, è l’Arte dell’Incontro

In Endrigo spiccano senza dubbio La Colomba (musicata da Luis Bacalov su traduzione della poesia di Raphael Alberti), Dove Credi di Andare (presentata al festival di Sanremo del 1967 in condivisione con Memo Remigi) e Canzone per Te [per favore stendiamo un velo pietoso sull’affaire Bugo-Morgan ndr] con la quale Endrigo si è aggiudicato la diciottesima edizione del festival di Sanremo, e condivisa nella medesima edizione con un altro signore di discreta importanza per lo scenario musicale brasiliano: Roberto Carlos.  

Mi sento di aggiungere una piccola chicca in relazione a questo disco – prima di lasciarvi – che non abbisogna di ulteriori descrizioni (visto che Endrigo lo considero più un poeta da assaporare verso dopo verso che un artista da spiegare). A chiudere l’album troviamo due colonne sonore, la prima è l’esotica Back Home Someday scritta da Endrigo e Bardotti nel 1966 per lo spaghetti western Le Colt Cantarono la Morte e fu… Tempo di Massacro con Franco Nero, mentre Canzone della Libertà (musicata da Ennio Morricone) va ad impreziosire il film L’Alibi con Vittorio Gassman e Adolfo Celi (caso vuole che nel film c’entri il Brasile [… coincidenze? Io non credo. Adam Kadmon docet ndr]) 

À bientôt (anche con Endrigo).

Nara Leão – Vento de Maio

Tempi straordinari richiedono pillole straordinarie. Quindi preparatevi ad una super ciclo di rotture di balle e a pipponi senza sosta.

Credo nel destino e nel rapporto causa effetto.  

Negli anni mi sono imposto di pensare che, celate nelle avversità di alcune situazioni, ci fossero delle opportunità di miglioramento intimo e personale. Un ragionamento che fa scopa con la situazione storica che stiamo vivendo.  

La necessità di osservare il circostante da quest’ottica ha ammorbidito sempre di molto i bassi a cui sono andato incontro. Sicché è accaduto un paio di anni fa che in uno di questi momenti di fitta nebbia, abbia avuto la fortuna di imbattermi nella mia guida.  

Nara Leão è colei che ha afferrato fortissimo la mia mano, fissandomi con quei due profondi occhi madididi malinconia e cantandomi intensamente “Vem comigo“. 

Grazie all’ascolto compulsivo dei suoi album sono entrato in contatto con il complesso ed articolato universo della musica brasiliana, approcciando con la Bossa Nova Tropicalia. Ho sempre respinto questo mondo, ma ho affrontato i preconcetti avvicinandomi a capolavori sconosciuti e che mai avrei pensato di ascoltare. Quindi se doveste avere delle resistenze, vi chiedo di provare a metterle da parte, altrimenti ci ritroveremo a ciclo terminato. 

Ho avuto il piacere di addentrarmi nella cultura brasiliana e trovare così una lingua tanto musicale quanto poetica, capace di trasformarsi in strumento per quanto dolce, morbida e zuccherosa appaia [ricordate gli studi sulla voce di Stratos, Sumac e Buckley di cui vi avevo accennato? Potete confrontare quanto scritto in passato con questo nuovo ciclo di ascolti ndr]. Per non citare le soluzioni musicali così raffinate, esotiche, che impreziosiscono melodie in apparenza semplici.  

Insomma, la semi-sconosciuta Nara Leão è stata la mia Beatrice, insegnandomi tanto con una grazia innata, guidandomi giorno per giorno. Dal momento in cui l’ho conosciuta me ne sono innamorato, e non è accaduto solo a me, ma anche a una generazione di musicisti per cui lei è stata una rampa di lancio. 

Non sono solito affrontare dei nuovi cicli di Pillole in maniera anacronistica, ma Nara ve la andrò a descrivere ulteriormente con Opinião de Nara, nel più classico dei passi del gambero.  

Che dire su Vento De Maio?

Beh [nonna mi diceva sempre che la pecora fa beh, e non sopportava sentirmi cominciare una frase così, forse per contrasto ora vado ad usarlo spesso all’inizio di un discorso… ma a voi frega sicuramente un cazzo di ció ndr] è un disco che ho consumato di brutto e che ha schiuso il portone della mia ignoranza, per questo avrà la mia gratitudine imperitura. Raccoglie una scelta di brani omogenea, logica degli incontri e delle relazioni intessute in quegli anni. Vinícius de Moraes, Sidney Miller, Gilberto Gil (Noite Dos Mascarados è poesia) e Chico Buarque sono alcuni dei pesi massimi co-protagonisti di Vento De Maio.  

Sarà proprio con Chico che Nara scriverà le pagine più romantiche della MPB (musica popolare brasiliana), alcune delle quali trovate anche in questo lavoro. Per darvi una dimensione dello spessore interpretativo di cui vi ho accennato nelle righe superiori, vi assegno il classico compito a casa: ascoltate ad esempio Com Açucar, Com Afeto di Chico (scritta appositamente per lei), o A Praça, nelle interpretazioni della Leão e successivamente in quelle di Mina (Mina Canta o Brasil del 1970), troverete una spigliatezza e una sensibilità che la tigre di Cremona non è riuscita a trasmettere (senza nulla togliere alla tigrona nazionale). 

Sono certo che la bellezza interiore di Nara vi sospenderà a mezz’aria e vi accompagnerà in questi giorni, come sta facendo con me quando ne ho avuto bisogno. 

Dopo questo super-pippone, vi auguro una buona scoperta!

Captain Beefheart – Safe As Milk

Captain Beefheart & His Magic Band - Safe As Milk

Don Vliet, aggiunge il Van tra nome e cognome (come Van Portogal dopo la morte artistica di Joe Sandalo), non appena Alexis Clair Snouffer decide di cambiare il suo nome in Alex St. Claire. Ma il Beefheart ha origini più lontane, legate alla gioventù di Don spesa con Zappa.

Insieme a Don e i suoi genitori – prima della morte del padre – viveva anche suo zio Alan, che aveva un’attrazione perversa per la fidanzata di allora di Don: Laurie (anch’essa sotto lo stesso tetto). Quindi quando capitava che Alan si trovasse in casa nello stesso momento di Laurie, pare fosse solito lasciare la porta del bagno aperta per mostrare il suo piffero in tutta la sua meraviglia “Ah, che bellezza! Sembra proprio un bel grosso, succulento cuore di manzo [beefheart in inglese]”. Questo aneddoto ce lo riporta Zappa, così stupentamente (per dirla alla Mago Gabriel) grottesco da non passare inosservato e da venir cesellato nella mente di zio Frengo.

A proposito dell’amicizia con Zappa, sarà un aspetto fondamentale nella carriera di entrambi, un modo di alimentare costantemente la propria vena creativa ed il proprio estro, culminando in molte collaborazioni nel corso degli anni (tra le quali svettano Trout Mask Replica e Roxy & Elsewhere), la differenza tra i due giace nell’abuso di sostanze psicotrope da parte di Don – che canta usualmente sotto LSD o marijuana – e il buon Frank che più di una birra non se la concede proprio (questo discorso lo approfondiremo prossimamente).

Dopo una doverosa parentesi riguardante Don, veniamo al disco che si presenta con fortissime sonorità delta blues, caldeggiate anche dalla chitarra e dagli arrangiamenti di un pubescente Ry Cooder che si presenta come il jolly imprescindibile della Magic Band.

A proposito di delta blues e di interconnessioni e loop alla Esercito delle Dodici Scimmie: Sure ‘Nuff ‘N Yes I Do è un vero e proprio calco di Rollin’ and Tumblin’ nella versione Muddy Waters, dove il bottleneck domina la canzone. Ma Rollin’ and Tumblin’ non è nient’altro che una versione evoluta di New Minglewood Blues di Gus Cannon (parliamo di anni ’20), nella quale il testo comincia con “I was born in the desert…” ripreso poi da Beefheart in Sure ‘Nuff ‘N Yes I Do.

In tutto questo PJ Harvey – come già raccontato – follemente innamorata della produzione discografica di Captain Beefheart, trova il modo di rendergli tributo in To Bring You My Love che ha nell’incipit proprio “I was born in the desert…”.

La figura e l’estro di Beefheart oscurano un po’ tutto il resto, la Magic Band appare più come un gruppo spalla, eppure il leader spirituale del progetto sarebbe St. Claire, ma il Capitano è sopra ogni cosa, tant’è che tutti i brani presenti nel disco portano la sua firma. E in alcuni di questi si capisce anche il perché sia amico di lunga data di Zappa, come ad esempio in Dropout Boogie, Abba Zaba o nell’RnB di I’m Glad o la ben più conosciuta Electricity, anche se il sound ‘60s domina incontrastato per tutto il disco.

Captain Beefheart è un personaggio rimasto confinato per troppo tempo ai limiti della scena musicale – forse perché troppo ostico e poco digeribile – eppure la sua versatilità ed ironia avrebbero dovuto contribuire ad avere maggior successo. Aldilà di queste sciocche elucubrazioni partorite giustappunto per trovare una chiusa all’articolo, innegabile è l’influenza che Don Vliet ha avuto su gran parte dei colleghi coevi nella scena musicale come Zappa e i Beatles, fino ai più recenti PJ Harvey e Sonic Youth (giusto per citarne qualcheduno).

Kaleidoscope – Side Trips

Kaleidoscope - Side Trips

Un calderone di intuizioni, un insieme di elementi combinati in maniera sapiente dalle mani di LindleyFeldthouseDarrowCrill Vidican, veri e propri artigiani e cesellatori musicali.

Kaleidoscope attingono alle radici dell’America dell’800 fino a quella degli anni ‘30, riuscendo a inserirci contaminazioni tzigane, cavalcando a pieno l’ondata musicale-spirituale indiana, ammiccando in maniera convinta al mondo arabo, senza apparire sopra le righe o fuori contesto.

Side Trips dimostra di essere uno dei primi esperimenti (assolutamente ben riuscito) di world music, una fusione distinta e democratica di diversi stili, manifesto del pensiero e del comportamento della band stessa, priva di un leader per garantire ai 5 membri un apporto eguale e senza patemi – come in un caleidoscopio, che divide immagini che si armonizzano vorticosamente – la musica è un complesso di elementi che si fondono tra di loro pur rimanendo distinti.

Ogni brano rappresenta uno schema molteplice, con cambi di ritmo e una potenza emotiva che avvolge l’ascoltatore e lo diverte, Please il loro primo singolo, parte con un arpeggio ripetitivo, sfociando in uno stile dylaniano classico, con incedere deciso sincopato e crescendo di voce, batteria incazzata, cori-controcori tipici dell’epoca e uno xilofono che a mo di carillon regge la struttura, un po’ alla Sunday Morning per intenderci.

Hesitation Blues, Oh Death, Come On In e Minnie the Moocher sono classici della tradizione americana ripresi in mano dalla band con piglio tale da renderle proprie, il canto di Feldthouse è avvolgente e disperato.

Keep Your Mind Open è l’esempio più lampante del tentativo di riprodurre la raaga music, vittime delle mode psichedeliche del tempo, riescono a svolgere un tentativo più che degno di musica indiana. Qui si apre anche una diatriba ideologica, i Kaleidoscope vengono considerati psichedelici, ma di psichedelia scorgo ben poco rispetto ad altri gruppi ben più quotati dell’epoca, se poi per psichedelia si intende cercare di riprodurre le atmosfere esotiche dell’India, c’è proprio una falla nel sistema.

Egyptian Garden ti prende e ti porta di forza in piazza Tahrir, è talmente trascinante e ritmata che riesci ad immaginare l’odore delle spezie e del mercato arabo, a differenza di Why Try che risulta una piena combinazione tra musica orientale ed occidentale, si cerca di tenere forte la presenza nel mondo arabo, con accelerazioni e frenesia crescente.

La bravura dei Kaledoscope è quella di trasformare poi le sonorità degli strumenti tipici del folk americano in orientaleggianti, come per il banjo, l’autoharp e la chitarra dobro. Si ricorre anche all’utilizzo di strumenti folk europei come mandolino, dulcimer e bouzouki, ma anche a strumenti esotici come vina, oud, doumbekbaglama. Anche se su tutti spicca la capacità al violino di Darrow che ricorda molto l’approccio musicale di Bobby Notkoff.

Cream – Disraeli Gears

Cream - Disraeli Gears

Leggenda narra che durante i giorni della merla del 1967 – corrispondenti al termine del tour Experienced di Hedrix – al Saville Theatre, Jack Bruce – tra il pubblico insieme agli altri Cream e al resto del parterre de roi che solitamente gravita attorno ai concerti di Jimi – si alza e se ne torna a casa in fretta e furia per andare a scrivere un riff che gli martella in testa. Nasce da quest’aneddoto il brano più famoso dei Cream, Sunshine Of Your Love, inno dell’amore libero e dei draghi magici frutto di un uso massacrante di droghe.

“Sapete da cosa è venuto fuori il titolo dell’album? Eravamo nell’Austin Westminster e alla guida c’era Mick Turner, un roadie che mi accompagnava da tempo, e mentre stava guidando Eric ci dice che vorrebbe acquistare una bici da corsa [che ha un ingranaggio con deragliatore ndr] al ché interviene Mick “Oh sì! Ingranaggi Disraeli [letteralmente Disraeli Gears ndr]. Si riferiva al deragliatore [ingranaggio a catena ndr], ma fu tutto talmente esilarante che usammo il nome per il disco.” Ci racconta il simpaticone Ginger Baker (non avreste mai pensato che potessi sfoderare tutti questi tecnicismi del cazzo sulle biciclette in questo microspazio digitale, vero?)

Dopo tutte queste menate è giusto parlare un pelino del disco, che presenta la perfetta sintesi tra blues e psichedelia, riuscendosi a giostrare sapientemente tra basso, chitarra e batteria garantendo spazio e visibilità a tutti i membri. a

Disraeli si presenta come un disco estremamente variegato, nel quale non si dimentica l’amore per il blues da parte di Clapton e gli altri, ma senza tralasciare le idee e le intuizioni dell’epoca, creando una giusta commistione tra sound morbido e duro – a seconda delle necessità – come ad esempio l’arrangiamento di Outside Woman, altro classico di stampo blues del 1929, o Take It Back. Menzione speciale anche agli “scherzi” Blue Condition (un blues alla Barrett che porta la firma di Baker) e Mother’s Lament, volti ad alleggerire un album che comunque scorre molto bene.

La copertina del disco è stata realizzata da un artista che viveva nello stesso palazzo di ClaptonMartin Sharp – che tentò di riversare il suono dei Cream nella sua idea visiva: “un suono caldo e fluorescente”, un collage psichedelico, un’esplosione di colori che rappresenta un cazzotto negli occhi non indifferente. Citando Jack Bruce in SWLABR “Many fantastic colours makes me fell so good”.

Giusto una chicca in chiusura riguardante Hendrix, che in diretta alla BBC chiuse un live suonando Sunshine Of Your Love per salutare i Cream scioltisi da pochi giorni con un tributo da brividi. Un vera e propria chiusura del cerchio – dall’ispirazione al tributo – che valorizza ulteriormente il ruolo di Bruce, Clapton e Baker nella scena musicale britannica di quegli anni.

The Jimi Hendrix Experience – Are You Experienced

The Jimi Hendrix Experience - Are You Experienced.jpg

Il 1967 è – dagli storici – ricordato come anno 0, più precisamente dal 4 Giugno del 1967 entra in essere la locuzione D.H. (Dopo Hendrix).

Dio è sceso in terra, si è fatto carne palesandosi al Saville Theatre, dove in prima fila presenziano coloro che a suon di olio di gomito e album hanno ottenuto più fama di Gesù.

Allora Dio prima di qualsiasi cosa, li indica, si porta le dita alle orecchie e urla tre volte – come il gallo – in loro direzione “Watch out for your ears, ok?”.

Dio fisicamente è diverso da come è stato rappresentato sinora, ha una acconciatura afro, è aitante, senza barba e giovincello… ma soprattutto è un Dio nero, mettendo le pive nel sacco ai movimenti razzisti che fanno da sfondo agli anni ’60.

Dio è mancino, suona con la mano del diavolo. Dio interpreta solamente dopo 3 giorni dall’uscita di Sgt. Pepper Lonely Hearts Club Band, la sua versione dell’opening del disco sorprendendo i Fab Four accorsi al suo spettacolo, affermando così la sua leggenda e imponendosi su chi finora non ha riposto in lui alcuna fiducia (e sono stati in tanti).

Fino a quel momento le capacità del chitarrista sono sempre state tema di dibattito e curiosità. Il concerto in questione ha dato a tanti la risposta che cercavano.

Once you try black you never go back.

Are You Experienced è un’idea musicale capace di sparigliare le carte su ogni tavolo, Foxy Lady apre le danze, dove Hendrix è la macchina del sesso che riesce a spremere dalle corde della Stratocaster una sensualità feroce e animale, lasciandoci intendere quanta voglia di gigiabaffa avesse il treppiede di Seattle.

È il manifesto del rapporto feticista con il suo strumento, è la sua naturale estensione; sin dalla prima chitarra acustica ha instaurato un legame totale con la sei corde (per la quale riceveva cinghiate dal padre qualora l’avesse trovato a suonare con la mano del diavolo) una relazione che i musicisti di tutte le generazioni hanno tentato di scimmiottare dal ’67 a oggi con risultati discutibili.

Sovente mi dimentico di quanto sia importante la capacità di sintesi, perciò eviterò di dettagliare troppo alcune canzoni piuttosto che altre.

L’eccezione la faccio per Hey Joe, cover che ha reso Hendrix quello che è; Chas Chandler (ex bassista dei The Animals e ora produttore) è alla ricerca di qualcuno che possa arrangiare in chiave rock la canzone eseguita da Tim Rose. Hendrix in quel periodo è alle prese con una serie di concerti al Cafe Wha? – nel Greenwich Village -, Chandler se ne innamora e lo porta nel Regno Unito, dove la leggenda di Hendrix ha inizio.

Are You Experience viene pubblicato nel 1967 con 6 differenti tracklist e 4 copertine differenti. Curioso il caso del Sud Africa che, sotto il regime dell’apartheid, censura la fotografia dei membri della band, per mettere bene in evidenza solo il nome.

Ma si sa, le vie del signore sono infinite.

The Beatles – Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band

The Beatles - Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band

Quanto ho amato la chitarra acida ed espressiva dell’intro di Sgt. Pepper… quanto ho amato tutto Sgt. Pepper, un disco che mi ha forgiato e insegnato la meraviglia delle armonie complesse, la bellezza di melodie semplici e di impasti vocali teneri (come nel caso di With a Little Help From My Friends). Nominato a più riprese il miglior disco della storia, il più influente e – al contempo – l’album più sopravvalutato, giudicato in alcuni casi come un’insulsa accozzaglia di suoni e trovate pop.

Non c’è bisogno che aggiunga altro, io amo questo disco e mai sarò obiettivo. MAI.

Innanzitutto, da Rubber Soul passando per Revolver, i Beatles si trovano ad ascoltare Pet Sounds, la sensazione è che qualcuno sia corso a riparo nel mondo della musica, abbia recepito le idee dei Beatles ed elevate… ma gettare il guanto di sfida ai Fab Four in questo periodo equivale a contribuire attivamente alla stesura di Sgt. Pepper.

“Non potevamo fare meglio di quanto avessimo già fatto… o no?”

La domanda di Paul è lecita, nessuno possiede una sfera di cristallo, ma parafrasando John, se Rubber Soul era stato l’album della marijuana ed è un signor album, Revolver quello degli acidi ed è stato meglio, cosa aspettarci dal sergente Peppe? Assolutamente un passo avanti. Andiamo in ordine, che ci sono talmente tante cose da raccontare. Si entra in studio dopo un periodo di tour in giro per il mondo e di obblighi contrattuali, la nuova fase dei Fab Four è caratterizzata da una felicità di fondo, conseguenza anche del congelamento dei live, Paul partecipa da spettatore a concerti di musicisti contemporanei (tra i quali Berio), ma anche John, Ringo e George prestano il fianco a nuove esperienze, l’apertura mentale è alla base di nuove intuizioni.

Sgt. Pepper è Paul dopo un viaggio in America. Quei gruppi dal nome lunghissimo della West Coast stavano venendo di moda […] improvvisamente si era Fred and His Incredible Shrinking Grateful Airplanes. Penso che Paul sia stato influenzato da questa tendenza. Voleva stabilire una distanza tra i Beatles e il pubblico, così nasce la figura di Sgt. Pepper“, John ricorda questo particolare e infatti all’inizio Paul pensa a nomi come Col Tucker’s Medical Brew and Compound o Laughing Joe and His Medicine Band, dopo numerose prove – mescolando le parole e associandole ad orecchio – arriva Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band e di conseguenza la title track.

Prende così forma l’idea della band alter-ego, 4 alias che sostituiscono John, Paul, George e Ringo per tutta la durata del disco, un approccio volto a slegare mentalmente i Fab Four da dogmi e immagini musicali del passato al fine di liberare la fantasia. Prende vita così Sgt. Pepper, a differenza di ciò che diranno critica e addetti ai lavori, non come un concept album – difatti l’unica liason è nel brano di apertura e nella reprise verso la chiusura del disco – ma come un flusso di canzoni ben legate tra di loro che mostrano una armonia e nelle quali è possibile trovare una storia.

Come in Little Help From My Friends, scritta a detta di John parimenti da tutti i Bitolz basandosi su un’idea di Paul, oppure come per Lucy In The Sky With Diamonds, con un grande sforzo creativo di Macca e Lennon intenti a consigliarsi immagini psichedeliche come Newspaper taxis, Cellophane Flowers, Kaleidoscopic Eye e Looking Glass Ties. Figure evocative che per tanto tempo hanno invogliato a pensare ad un riferimento ai trip di LSD (acronimo de facto di Lucy in the Sky with Diamond) che in quel periodo i Fab si son fatti… la realtà – stando a quanto ci viene riportato dalle interviste dell’epoca – vuole che Julian Lennon porge un disegno intitolato Lucy in the Sky with Diamond al padre, che ispirato si butta a capofitto sul piano per comporre

Questa armonia è frutto dell’attitudine di tutti i membri nel contribuire alla creazione dei brani accantonando il proprio ego ed utilizzando le idee migliori al fine di ottenere di composizioni eccellenti, anche in questo caso il tocco di George Martin risulta decisivo andando ad aggiungere tutta l’esperienza maturata nella pre Beatles era con la musica elettronica e concreta. Per un George felice c’è un George infelice: è il karma. Le esperienze in India con Ravi Shankar hanno avvicinato Harrison alla spiritualità che crescerà sempre più negli anni fino a dischi smaccatamente improntati sul tema (Living In The Material World), riducendo Georgy ad uno stato di insoddisfazione che mai ha provato fin lì con i Fab Four, quasi un rifiuto di continuare… comunque ne ha tratto l’ispirazione per scrivere Whitin You Without You, dove il tentativo di imitare Shankar spinge Georgy boy in territori esotici.

Menzione d’onore per A Day In The Life, una delle mie canzoni preferite partorite dai Beatles, capolavoro di LennonJohn e io ci sedemmo. Lui aveva il verso d’apertura e la melodia. Prese l’idea su come proseguire dal Daily Mail, dove c’era un articolo bizzarro sulle buche a Blackburn, quello seguente riguardava l’esibizione di una signora alla Albert Hall. Il tutto si è fuso in una miscela poetica che suonava bene. Ho aggiunto un pezzetto suonato al piano ‘Mi sono svegliato, sono caduto dal letto, ho arato la testa con un pettine…‘ che era una mia canzoncina allegra, senza altre parti già scritte. Pensammo ‘Dovremo farlo iniziare con una sveglia’ e lo facemmo durante la registrazione”.

La progressione dell’orchestra nel bordello finale è frutto di un’idea di Paul che ha convinto ogni musicista a seguire il proprio istinto portando all’esplosione finale nella canzone.

Nota conclusiva dedicata alla copertina del disco, una delle più memorabili della storia della musica, grazie al coacervo di gente famosa presente. La Sgt Pepper band è di fatto composta da tutti i personaggi presenti in copertina, la scelta dei Fab Four è quella di evolvere l’immagine preconfezionata propinata negli anni, vestendo delle belle divise sgargianti che non passino inosservate, la decisione poi è quella di includere una lista di personaggi che i 4 baronetti avrebbero voluto nella Lonely Heart Club Band senza limitazioni. Per questo motivo troviamo gente come Stockhausen, Mae West, Fred Astair, Crowley, Poe, Jung, Marlon Brando, Bob Dylan, l’ex quinto Beatles Stue Sutcliffe, Burroughs, Freud, Huxley, qualche guru indiano, Einstein e le statue di cera dei 4 Beatles. Tutti gli artisti viventi presenti, hanno firmato una liberatoria per apparire, mentre chi non ha accettato è stato escluso naturalmente… inizialmente dovevano figurare anche Gandhi (posizionato vicino ad una palma) e Cristo con Hitler, ma persone vicine alla band li hanno fatti desistere per evitare ogni qual tipo di bega legale.