Grinderman – Grinderman

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In 20000 Days on Earth, Nick Cave si spoglia quasi totalmente della sua maschera per raccontarsi, tra i vari passaggi degni di nota, una considerazione in particolare si adatta al disco di cui racconto oggi “Se tornassi indietro sicuramente farei canzoni più brevi. Decisamente.”

Grinderman si presenta come un divertissement, un momento di stacco dalla routine consolidata dei Bad Seeds in un periodo un po’ stagnante. La voglia di svincolarsi dai ritmi foschi e placidi degli ultimi dischi porta ad un ritorno alle origini, ad un suono vivo e sporco con un Nick Cave che somiglia tantissimo Frank Zappa alla voce nel modo in cui interpreta le proprie canzoni.

Tornano le chitarre sporche e torna il ritmo finalmente, in un disco con canzoni che non superano i 4 minuti, quasi come a voler dimostrare a sé stesso di essere in grado di comporre un album che non ecceda in lunghezza “il nostro patto affinché entrassimo in studio era quello di non superare i 40 minuti totali, insomma venivamo da un doppio album di 20 pezzi, alcuni di questi dalla durata molto dilatata”.

Il disco in questione è Abattoir Blues / The Lyre of Orpheus e successivamente a quel tour Nick si prodiga nel comporre alla chitarra, strumento con il quale non ha enorme confidenza, questa scelta ha conferito al disco delle sonorità taglienti e a tratti rozze [solitamente ha il vezzo di sedersi al piano per pensare nuove canzoni]: “non avevo mai suonato una chitarra elettrica in vita mia, Jim mi ha portato in un negozio di strumenti a Manhattan nel quale ho comprato l’elettrica. Questo un mese prima che entrassimo in studio. […] Volevo che per il tour usassimo un chitarrista che avesse piena confidenza con lo strumento per suonare le mie parti, ma la band ha insistito affinché continuassi. Avrebbero lasciato il progetto in caso contrario, questo è stato veramente incoraggiante”.

L’improvvisazione a detta di Cave dona immediatezza e freschezza al suono che rende il disco più attrattivo, seppur con tutti i difetti e problematiche del caso che si trascina dietro per via dell’improvvisazione, è come avere una tela bianca di fronte, questo dona sicuramente un grande potenziale a patto ci sia una flessibilità dietro. Canzoni come No Pussy Blues e Set Me Free derivano da pura improvvisazione “Siamo entrati in studio con l’idea di registrare qualcosa di differente dal catalogo dei Bad Seeds. La verità è che suoniamo tanto insieme, ma anche con molti altri progetti esterni, perciò abbiamo notato che il nostro sound si stava discostando molto da quanto fatto in precedenza”, Nick Cave spiega la nascita di Grinderman ed essendo una valvola di sfogo, le sessioni di registrazioni si dimostrano molto snelle e proficue: 4 giorni per registrare l’album e tanto materiale extra, perlopiù improvvisato “è stato veramente liberatorio […] ognuno ha spinto oltre i propri limiti, senza sosta. L’ingresso della chitarra di Nick ha sicuramente cambiato le dinamiche di ciò che avevamo in mente” racconta il fido Ellis, poi la produzione di Nick Launey ha contribuito a rendere il progetto vincente.

Sentire un disco discretamente tirato e trovarsi di punto in bianco ad ascoltare Man In The Moon dopo Honey Bee è spiazzante, perché aldilà della brevità del brano sembrerebbe proprio adattarsi ad un disco dei Bad Seeds, uno stacco deciso ma che ci sta… uno shock inversamente proporzionale a quello che ho provato quando ho visto per la prima volta il video di No Pussy Blues, identificando la voce di Cave ma leggendo Grinderman e non capendoci praticamente nulla… poi vedere il capello rado ed il baffo alla Hulk Hogan ha di sicuro creato uno shock coi fiocchi (inversamente proporzionale alla libidine coi fiocchi).

No Pussy Blues è sicuramente la canzone più rappresentativa dell’intero album, nel videoclip la band è intenta a suonare in una festa nel quale tutti – praticamente tutti – stanno scopando… tranne chi suona. Nel video poi vengono presentate scene di fornicazione dal regno animale in un collage visivo sapientemente montato (mai verbo fu più corretto) da John Hillcoat. Nella clip fa anche la usa comparsa in slow-mo la tenera scimmietta che sta in copertina.

Il nome Grinderman [letteralmente Uomo Macina] deriva da una canzone blues di John Lee Hooker che tanto piace a Nick e Warren e che a sua volta viene da una canzone di Memphis Slim intitolata Grinderman Blues “il fatto che il nome avesse questa storia dietro, ci ha trasmesso delle sensazioni giuste”.

Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree

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“Resisti al bisogno di creare 

Resisti alla fede nell’assurdo 

Resisti attraverso la provocazione 

Resisti attraverso la malattia e la tristezza 

Resisti attraverso la masturbazione 

Resisti attraverso manuali di motivazione 

Resisti lavorando per gli altri 

Resisti attraverso il paragone con gli altri 

Resisti attraverso l’opinione degli altri 

Questi sono i Nove tormenti dell’avanzamento. Ci scorrono nel sangue, nella pelle e nei nervi. Rappresentano per il nostro progresso una minaccia reale e disastrosa come un treno fuori controllo che ci tuona incontro, mentre irrigiditi dalla paura restiamo fermi sui binari”. 

Con questo estratto da Sick Bag Songs ho deciso di cominciare un articolo che reputo estremamente complesso per i temi trattati, per la vicinanza con l’uscita discografica e per la valenza che ha il disco, sia dal punto di vista musicale quanto di quello umano. 

I tormenti dell’avanzamento sono le paure che ammantano chi ama più di sé stesso la propria vocazione, succedeva con Zappa, solito rinchiudersi 18 ore su 24, sette giorni su sette in studio, o a Neil Young che per la sua musa sarebbe capace di passare sopra chiunque, sono i tormenti di chi vive per progredire e ha in qualche modo timore di non lasciare una traccia del proprio passaggio.  

È la paura che ha assalito Nick Cave dopo la morte di Arthur – uno dei suoi gemelli – la paura di perdere tutto e di non sapere più il come si fa.  Molte delle canzoni in Skeleton Tree sono già state pensate prima che accadesse il luttuoso evento; la drammaticità giace nella sensazione che le canzoni siano state scritte dopo ciò che è accaduto in quanto il tema della morte è ricorrente e alcuni brani risuonano tristemente profetici.  

Succede che Cave rimetta mano ai brani rendendoli di una intensità unica, come se la perdita avesse donato nuova linfa alla propria capacità creativa “Ho scritto un mucchio di canzoni dopo la morte di Arthur, ma le sentivo quasi un tradimento nei confronti di tutto ciò che mi circondava, come se stessi tradendo mio figlio; come se non avessero il giusto potenziale emotivo, le ho scartate. Andrew Dominik le ha trovate tra i miei appunti e se n’è innamorato, le ho usate come voce fuoricampo per il film One More Time with Feeling. Posso scorgere adesso, con chiarezza, che si trattava di qualcosa di veramente potente, ed ero incapace di vederlo al tempo. Tuttavia, sono ancora galleggianti. Ma sto scrivendo tante cose. Un mucchio di nuove cose”.  

Ogni singola traccia è un pugno nello stomaco, dalla sirena di Jesus Alone alla preghiera di I Need You, ripetuto allo sfinimento come fosse un mantra, con la voce rotta, insicura e colpita al cuore, o nella soavità di Distant Sky e nella title-track, nella quale sembra tornare la calma dopo la tempesta, quasi a voler dimostrare a tutti che le cose possono cambiare, ma tutto scorre nonostante Cave sia sopravvissuto a suo figlio, in un dolore forse impareggiabile “Per me andare in studio a Parigi non era una buona idea, spero di non dover ripetere un’esperienza simile. Erano passati appena pochi mesi dalla scomparsa di Arthur. Era troppo presto. Ma ho creduto fosse importante che lo facessi. Sai, la vita va avanti e anche tutto il resto. È stato terrificante. Un disastro. Così per tutti. La maggior parte di ciò che facevamo semplicemente non andava. Abbiamo provato a registrare nuovamente delle canzoni. La maggior parte di ciò che facevamo suonava male. Era come se le registrazioni rozze semplicemente si rifiutassero di essere ripulite o migliorate. Perciò Skeleton Tree è stato un po’ il prodotto di questo”. 

Qualche riga sopra è stato menzionato One More Time With Feeling, il film che funge da stele di Rosetta per comprendere a pieno Skeleton Tree ed ogni suo brano, per non dare scontate alcune situazioni (come la tempistica nella creazione dei brani) e per cercare di capire come il lutto sia stato metabolizzato dal punto di vista umano e professionale da Cave, la sua band e la propria famiglia “Inizialmente avevamo idea di girare un film per la promozione del disco. Niente più della registrazione dei brani live per invogliare la gente a vederlo al cinema e comprare il disco. Ma dopo la morte di Arthur tutto è cambiato. L’unica cosa che mi ha tenuto in vita in al tempo è stata pensare al lavoro che sarebbe continuato”. 

Skeleton Tree è un disco che non può essere classificato come tale, è dolore, è un requiem straziante ridotto all’essenza, scarnificato di ogni orpello musicale, parole e voce, Cave è sempre meno propenso a cantare (ricordando la parte finale di carriera di Johnny Cash), sempre più votato a raccontare le storie, le sensazioni, cercando di buttar fuori quanto più possibile ciò che ha vissuto, anche se come ammette lui stesso “vorrei dire tante cose su Arthur, ma non riesco”.  Skeleton Tree è un’opera totale consolidata da One More Time With Feeling, grazie al quale si completa e si assesta in una dimensione tutta sua.  

Per quanto l’album lasci dei punti di sospensione, la pellicola è schietta, un calcio all’ipocrisia della cultura occidentale che non consente di affrontare un lutto come ha fatto Cave con la propria famiglia. Nick Cave getta – in un atto di istinto ragionato – la maschera pirandelliana, non senza impaccio; smonta le impalcature e le sovrastrutture che hanno caratterizzato la sua persona, torna all’essenza musicale oltre che comportamentale, decidendo di mostrare il dolore in piazza per esorcizzarlo, per viverlo a pieno e viaggiare dentro di esso, con un messaggio di speranza finale “è come se avessimo fatto qualcosa di buono per Arthur, tutti noi, con il pensiero di lui tra le stelle”. 

Dirty Three – Ocean Songs

Dirty Three - Ocean Songs

Devo essere sincero, non ho realmente molto da dire riguardo i Dirty Three, avevo solo molta voglia di pixellare questa copertina, personalmente la trovo stupenda… poi vabbè qualcosa la si trova sempre da dire su Warren Ellis e soci. 

Partiamo dall’ABC e vediamo se riusciamo a cavarne qualcosina di più interessante: 

  1. Questo album è completamente strumentale, alcune composizioni sono decisamente lunghe, ma a chi non piacciono le cavalcate folk che si costruiscono sul suono di un violino a tratti ossessivo? 
  2. È un concept album, decisamente molto evocativo, suggestivo e capace di accompagnare l’ascoltatore, prendendolo per mano, nelle atmosfere dei marinai, dei viaggi in mare e delle leggende che lo attorniano. Tra la salsedine e l’aria salmastra, il canto delle sirene e delle balene, le onde che si infrangono a poppa. 
  3. L’uso sapiente dei titoli, accompagnato dalle melodie, riesce a narrare in maniera dettagliata quanto accade in questa via Crucis marina. Il canto delle Sirene inaugura il viaggio (Siren), seguito da un mare agitato e da onde senza sosta che scuotono l’imbarcazione durante il viaggio (The Restless Waves), il miraggio di una battigia ed una corrente implacabile che allontana dalla riva la nave, il cielo che piange in una sorta di requiem e di abbandono ai flutti oceanici terminato in un bailamme sonoro, come ad indicare la voglia di lottare sino alla fine aggrappandosi con le unghie (Authentic Celestial Music), la quiete dopo la tempesta, una quiete interiore che rappresenta la riflessione del viaggiatore e la consapevolezza di essere stato uno stolto ad aver sfidato la maestosità del mare (Backwards Voyager). I resti di un relitto incagliati tra gli scogli e riversi sulla spiaggia (Last Horse in the Sand), il rovesciamento dei dogmi così come li percepiamo (Sea Above, Sky Below), e la marea nera che come una morte calma avvolge tutto ciò che incontra (Black Tide) inglobandolo nelle profondità oceaniche (Deep Waters), in una purificazione del mondo stile diluvio universale che porta alla completa estinzione dell’umanità (Ends of the Earth). 
  4. Questo disco è un capolavoro assurdo. 

La chiave di lettura che ne ho dato è unicamente frutto della mia immaginazione ed è ciò che ha scatenato in me Ocean Songs 

Alla fine, di qualcosa ho scritto, se siete arrivati sino alla fine dell’articolo, vi lodo per la fedeltà. 

Nick Cave and the Bad Seeds – No More Shall We Part

Nick Cave and the Bad Seeds - No More Shall We Part

Molti ricorderanno il 2001 per l’attentato alle Twin Towers, altri per la prolificità nelle pubblicazioni musicali come ad esempio Origin of Symmetry dei Muse, Reveal dei R.E.M. o Exciter dei Depeche Mode… a mio avviso non può essere tralasciato in questo elenco No More Shall We Part di Nick Cave l’album della maturità consacrata di quest’artista tutto tondo.

Nick Cave da un taglio netto al passato e dopo 4 anni di assenza torna con No More Shall We Part, che esprime un lato ancora poco conosciuto di Cave, un lirismo profondo, quasi mistico, con riferimenti continui ed espliciti alla religione. L’abuso di alcool e di eroina sono superati poco prima dell’inizio dei lavori per l’album e questa svolta si riflette profondamente nei testi, che associati al talento dei Bad Seeds ed al violino di Warren Ellis, conferisce uno stile aulico e solenne a No More Shall We Part (riscontrabile in diverse tracce come ad esempio in Halleluja ed evidenziato dall’assenza quasi totale delle sezioni ritmiche nell’album).

La cover dell’album rappresenta più che bene il contenuto, un dipinto di una natura morta che permette all’ascoltatore di capire già a cosa andrà incontro, ovvero: canzoni discretamente lunghe, intense e di difficile interpretazione, un pianoforte cadenzato e malinconico talvolta anche drammatico, chiaramente ispirato da Bob Dylan e Leonard Cohen, una atmosfera coinvolgente che dura per tutti i 67 minuti dell’album e che permette agli ascoltatori di immedesimarsi nelle sensazioni che Cave prova e ha provato dopo le disintossicazioni. La percezione che si prova nell’ascoltare quest’album è una sorta di voyeurismo il mondo che viene osservato da un punto di vista esteriore (un rapporto con Dio indefinibile e a volte critico) quasi come se fosse un collegamento con la visione cristiana adottata da Cave che spicca nella trilogia di brani Halleluja, God Is In The House e Oh My Lord, che segna anche un distacco dall’approccio punk a favore di uno stile poetico puro modello beat-generation (Nick Cave come stile si avvicina molto a Borroughs ricordando a tratti anche Kerouac). Questa visione cristiana e ansiogena è tipica di chi ha vissuto problemi di dipendenza (nel mondo musicale, soprattutto, ci sono diverse prove viventi).