Smog – Sewn To The Sky

Smog - Sewn To The Sky

pena… rete… lama… 

L’uomo di fumo si presenta a noi così, dal nulla appare, inaspettato, c’è ma non c’è. Palazzeschi usa l’allegoria per raccontarci la figura epica di Perelà, che in qualche modo rimanda al personaggio trattato in questo articolo… il nostro uomo di fumo. 

Il ciclo di pillole volge il disio, passerà molto tempo prima che torni a pubblicare qualcosa, sono in alto mare – lo ammetto – e perciò mi sento in dovere di donarvi due perle prima di assentarmi dalla mia casetta digitale. Spero le amiate quanto lo faccio io, perché sono veramente piezz ‘e core. 

Partiamo da Bill Callahan, ovvero il signor Smog, maestro delle registrazioni Lo-Fi effettuate con un Tascam Portastudio 224, caratterizzanti il disco d’esordio Sewn To The Sky, un album dal titolo e dalla copertina meravigliosi, costituito da una serie di registrazioni raccolte tra il 1988 e il 1990 (un anno di riferimento per la scena Lo-Fi ). 

“Ero come una scimmia che lancia la merda sul muro. Lo considero un periodo estremamente tangibile, mi sentivo parte della struttura del suono e mi piaceva come il microfono distorceva tutto. Mi affascinava”. 

4 Cassette, registrate durante una permanenza in Georgia tutt’altro che piacevole “L’ho cominciato in Georgia e terminato in Maryland. Sono tornato nello scantinato dei miei e ci ho portato la mia roba. È come se la mia vita avesse avuto il singhiozzo e non fossi in grado di andare avanti. Dormivo un sacco durante il giorno. Ad ogni mezzanotte, lasciavo metodicamente casa per una passeggiata di un paio d’ore, tornavo per registrare fino a che il sole non sorgeva. Se ero soddisfatto delle registrazioni andavo a dormire felice. Il disco è una sorta di utero, che attenua tutto, come quando la gente suona per i propri neonati, è ciò che i bambini vorrebbero ascoltare”. 

Sewn To The Sky è essenza, può dare fastidio la voce di Callahan che gioca a nascondino, viaggia sola e flebile in maniera disinteressata da una musica che si evolve e va per i cavoli suoi. Ma tutte quelle dissonanze, le note acide – ed in apparenza casuali – costruiscono le basi di un album concreto ed ammaliante, pionieristico per gli amanti del genere. I feedback ed il muro del fuzz eretto da Callahan aumentano la propria efficacia grazie alla bassa qualità delle registrazioni, in un caos calmo fortemente voluto.  

“Sono tra un investigatore privato ed un giornalista. Uno scrittore, non un simbolo. Non voglio essere un interprete che si becca l’applauso per aver smesso di bere o per non essersi suicidato. C’è un po’ di fiction dietro questo.[…] Quando scrivo una canzone lo faccio per riempire una nicchia nella vita delle persone, per avere una canzone per ogni esperienza se qualcuno non l’ha ancora fatto.” 

Chi conosce marginalmente Callahan – quello recente, lirico e cantautoriale – rimarrà sconcertato da questo lato torbido ed ermetico, che ammanta la prima parte della carriera dello Smog – di un musicista che si avvicina a tratti a Daniel Johnston pur non avvicinandosi alla sua follia. 20 brani che si adatterebbero bene a colonna sonora di film muti e che non appesantiscono l’ascoltatore. Una volta fatto l’orecchio, vi confermo che le cacofonie non vi sembreranno più tali. 

“Scrivere canzoni è come un mio biglietto per il mondo. Sapevo che nessuno avrebbe puntato sull’uscita di Sewn To The Sky, ma non mi importava. Ho fondato la mia etichetta e ho prodotto 300 copie alla prima incisione. È come se fosse il mio biglietto per partecipare a qualsiasi cosa. […] guardare le persone che stavano facendo musica era come guardare la vetrina di un negozio e fissare le cose che non potevi permetterti pensando ‘Questo è quello di cui ho bisogno'”. 

Annunci

Depeche Mode – Violator

depeche-mode-violator

Godere del silenzio è una pratica oramai desueta, si parla sempre di più e talvolta le parole diventano violente, ognuno si sente legittimato ad esporre il proprio pensiero, senza filtri e/o cognizione, senza avere consapevolezza delle proprie parole. Enjoy the Silence non vuol dire unicamente godere del silenzio, ma anche riflettere prima di parlare, significa pensare se è veramente necessario sprecare il fiato. Il videoclip – targato tu-sai-chi Corbjin – ritrae un Gahan modalità Piccolo Principe, in cerca di un posto tranquillo nel mondo dove potersi sedere. Alla fine lo trova il posto – dopo aver girato le highland scozzesi, la costa portoghese e le Alpi svizzere – giusto in tempo per la fine del video che si conclude con il Piccolo Dave che si mette l’indice davanti la bocca e ci intima di goderci il silenzio.

Ho cominciato con un pezzo da 90 e proseguo sulla stessa lunghezza d’onda, Gore è sugli scudi e diciamo che la sua inclinazione alla scrittura è facilitata da qualche bicchiere di troppo, ma anche da letture interessanti come Elvis ed Io di Priscilla Presley:

“è una canzone sull’essere Gesù per qualcun altro, qualcuno che ti dia speranza e attenzione. E su come Elvis Presley fosse l’uomo ed il mentore di Priscilla, di ciò che molto spesso capita nelle relazioni […]”  così nasce il Personal Jesus.

Il tappeto musicale blues e la voce di Dave Gahan rendono la canzone una delle più belle ma anche una delle più violentate della storia della musica. Si salvi Johnny Cash ma tutto quello che ne è venuto dopo – come per Enjoy The Silence – spinge a pensare che il titolo del disco – Violator – si riferisca a chi ha saccheggiato e deturpato sino alla nausea queste due canzoni.

“negli ultimi 5 anni abbiamo utilizzato la seguente formula: mia demo, un mese di studio e poi il pezzo era pronto. Il nostro primo singolo degli anni ‘90 avrebbe dovuto nascere in maniera diversa” così Gore spiega l’approccio al nuovo disco, fa perciò pervenire delle demo meno complete sulle quali intervenire in maniera più pesante.

E lo capiamo sin da subito con World in My Eyes che ammicca all’elettronica stile Ultravox ma con suoni evoluti, asciutti e secchi – che troveremo poi in Zero dei Bluvertigo – si tratta del brano preferito da Andy Fletcher.

Violator suona così anni ‘90, ma non in senso negativo – tipo East 17 o robe del genere – lo fa gettando al popolo un modo diverso di intendere l’elettronica, con campionature meno rozze, un suono a tratti piuma a tratti ferro. In questo le sessioni degli studi di Milano hanno contribuito ad ampliare la gamma dei suoni a disposizione. “Abbiamo registrato la maggior parte del disco a Milano, ed è stato veramente divertente. Non so come sia stato possibile completare il lavoro, eravamo quasi sempre in giro per party notturni e non ricordo nulla. […] mentre in Danimarca eravamo nel bel mezzo del nulla, perciò fu più semplice completare il mixaggio“.

Dopo Music For The Masses e Black Celebration la stampa di settore aspetta al varco i Depeche Mode che riescono ad alzare ulteriormente l’asticella. Personalmente non percepisco Violator come un disco superiore ai precedenti, ma sicuramente la maturazione e la crescita sono tangibili tanto da far ricredere i critici albionici. La rivalutazione dei Depeche Mode è totale, da pseudo-band per sfigati elettronica a catalizzatore di masse e macchina di hit.

Ma logicamente Gahan, Gore, Wilder e Fletcher sono molto più di una macchina da hit, loro sono la storia dell’elettronica recente. Signori ecco a voi i Depeche Mode.