Daniel Johnston – 1990

Daniel Johnston - 1990

Siamo giunti all’ultimo articolo di questo ciclo e ci arriviamo di slancio con Daniel Johnston, uno di quelli che non abbisogna di presentazioni, un tipo senza peli sulla lingua e che di storie ne ha da raccontare.

1990 è un disco fortunato, perché se fosse nato due anni dopo sarebbe stato frutto di un’idea di Stefano Accorsi (con Daniel Johnston che se la sarebbe presa nel didietro). Purtroppo per lui però, il 1990 è l’anno delle Notti Magiche di Totò Schillaci, Walter Zenga (“uh Varriale che paura che mi fa”), Gianna Nannini e Edoardo Bennato, di Ciao e di Ciao Mamma.

Una shit storm si abbatte sul povero Johnston.

Come anticipato nel precedente articolo, ci sono numerosi punti in comune con Bill Callahan, oltre alla data di pubblicazione del disco 1990 (si sarebbe dovuto chiamare 1989, ma l’uscita venne posticipata a Gennaio dell’anno successivo), risulta difficile non notare la registrazione parzialmente casalinga – e a tratti disturbante -, l’approccio apparentemente approssimativo, del tutto ruvido, con le strilla che talvolta sporcano l’audio in maniera decisa.

È il Lo-fi, ma non c’è solo questo: Johnston è oltre l’essere disadattato di Callahan, ha problemi mentali fortemente aggravati dall’abuso di droghe e acidi, che rendono il mondo raccontato dalle sue canzoni quasi infantile e puro.

1990 avrebbe dovuto essere il primo album registrato in studio per Daniel, nello specifico ai Noise Studio di New York con Kramer, ma i suoi problemi mentali – progressivamente peggiorati – non hanno consentito di realizzare a pieno il progetto. Per questo motivo è possibile ascoltare alcune registrazioni live – come Don’t Play Card With Satan e Tears Stupid Tears al CBGB o Careless Soul e Funeral Home – che rendono questo disco unico. Soprattutto lo sbrocco finale in Don’t Play Card With Satan, con il Satan urlato violentemente e tra lo sconcerto generale.

Per farvi capire lo stato mentale di Johnston: nello stesso anno dopo aver suonato al festival di Austin, tornando nel biplano pilotato dal padre, Daniel credendosi il fantasma Casper toglie la chiave d’avviamento e la getta dal finestrino. Fortunatamente il padre essendo pilota esperto riesce nel miracolo di salvare se stesso ed il figlio. Naturalmente ne consegue l’internamento in psichiatria di Daniel.

Ora però consentitemi di scavalcare la trincea delle malattie mentali dietro la quale finisce ogni chiacchiera su Johnston, sì perché il disco non è solo questo, c’è tristezza, allegria, spensieratezza e speranza nelle sue canzoni (come in True Love Will Find You In The End), ma quello di cui forse non tutti sono a conoscenza è che Daniel è un enorme fan dei Beatles – dei quali avrebbe voluto far parte – ed è il motivo per il quale in 1990 è inclusa la splendida cover tutta cuore di Got To Get You Into My Life (brano di Revolver).

“Sentivo di conoscerli, un po’ come fossero i miei fratelli più grandi, perché li ho ascoltati tantissimo per molti anni. La loro musica mi ha cresciuto dai tempi delle superiori. Ero un nerd che non parlava molto e non aveva amici. Ho cominciato ad ascoltare i Beatles e cominciavo a parlare con le ragazze con quello che pensavo fosse il mio accento inglese. Ho cominciato a comportarmi come se fossi famoso. Ero talmente tanto grato ai Beatles da cominciare a scrivere canzoni… ed è così che è cominciato tutto.”

Credo che il modo migliore per capire questo disco sia smettere di leggere ciò che ho scritto e cominciare ad ascoltarlo, ascoltarlo e… ascoltarlo ancora, allo sfinimento. fino a che non si arriva alla comprensione dei solchi nell’anima di Daniel, oppure fino al prossimo ciclo di pubblicazioni 🙂

Annunci

Smog – Sewn To The Sky

Smog - Sewn To The Sky

pena… rete… lama… 

L’uomo di fumo si presenta a noi così, dal nulla appare, inaspettato, c’è ma non c’è. Palazzeschi usa l’allegoria per raccontarci la figura epica di Perelà, che in qualche modo rimanda al personaggio trattato in questo articolo… il nostro uomo di fumo. 

Il ciclo di pillole volge il disio, passerà molto tempo prima che torni a pubblicare qualcosa, sono in alto mare – lo ammetto – e perciò mi sento in dovere di donarvi due perle prima di assentarmi dalla mia casetta digitale. Spero le amiate quanto lo faccio io, perché sono veramente piezz ‘e core. 

Partiamo da Bill Callahan, ovvero il signor Smog, maestro delle registrazioni Lo-Fi effettuate con un Tascam Portastudio 224, caratterizzanti il disco d’esordio Sewn To The Sky, un album dal titolo e dalla copertina meravigliosi, costituito da una serie di registrazioni raccolte tra il 1988 e il 1990 (un anno di riferimento per la scena Lo-Fi ). 

“Ero come una scimmia che lancia la merda sul muro. Lo considero un periodo estremamente tangibile, mi sentivo parte della struttura del suono e mi piaceva come il microfono distorceva tutto. Mi affascinava”. 

4 Cassette, registrate durante una permanenza in Georgia tutt’altro che piacevole “L’ho cominciato in Georgia e terminato in Maryland. Sono tornato nello scantinato dei miei e ci ho portato la mia roba. È come se la mia vita avesse avuto il singhiozzo e non fossi in grado di andare avanti. Dormivo un sacco durante il giorno. Ad ogni mezzanotte, lasciavo metodicamente casa per una passeggiata di un paio d’ore, tornavo per registrare fino a che il sole non sorgeva. Se ero soddisfatto delle registrazioni andavo a dormire felice. Il disco è una sorta di utero, che attenua tutto, come quando la gente suona per i propri neonati, è ciò che i bambini vorrebbero ascoltare”. 

Sewn To The Sky è essenza, può dare fastidio la voce di Callahan che gioca a nascondino, viaggia sola e flebile in maniera disinteressata da una musica che si evolve e va per i cavoli suoi. Ma tutte quelle dissonanze, le note acide – ed in apparenza casuali – costruiscono le basi di un album concreto ed ammaliante, pionieristico per gli amanti del genere. I feedback ed il muro del fuzz eretto da Callahan aumentano la propria efficacia grazie alla bassa qualità delle registrazioni, in un caos calmo fortemente voluto.  

“Sono tra un investigatore privato ed un giornalista. Uno scrittore, non un simbolo. Non voglio essere un interprete che si becca l’applauso per aver smesso di bere o per non essersi suicidato. C’è un po’ di fiction dietro questo.[…] Quando scrivo una canzone lo faccio per riempire una nicchia nella vita delle persone, per avere una canzone per ogni esperienza se qualcuno non l’ha ancora fatto.” 

Chi conosce marginalmente Callahan – quello recente, lirico e cantautoriale – rimarrà sconcertato da questo lato torbido ed ermetico, che ammanta la prima parte della carriera dello Smog – di un musicista che si avvicina a tratti a Daniel Johnston pur non avvicinandosi alla sua follia. 20 brani che si adatterebbero bene a colonna sonora di film muti e che non appesantiscono l’ascoltatore. Una volta fatto l’orecchio, vi confermo che le cacofonie non vi sembreranno più tali. 

“Scrivere canzoni è come un mio biglietto per il mondo. Sapevo che nessuno avrebbe puntato sull’uscita di Sewn To The Sky, ma non mi importava. Ho fondato la mia etichetta e ho prodotto 300 copie alla prima incisione. È come se fosse il mio biglietto per partecipare a qualsiasi cosa. […] guardare le persone che stavano facendo musica era come guardare la vetrina di un negozio e fissare le cose che non potevi permetterti pensando ‘Questo è quello di cui ho bisogno'”. 

David Bowie – The Rise And Fall of Ziggy Stardust and The Spiders From Mars

david-bowie-the-rise-and-fall-of-ziggy-stardust-and-the-spiders-from-mars

Vince Taylor dopo un bel crollo nervoso crede ci siano legami palesi tra Gesù Cristo e gli alieni…

Legendary Stardust Cowboy, è un cazzo di texano pazzo furioso – un ibrido tra un cowboy all’apice della sfiga e la genialità senza paletti di Daniel Johnston… Ziggy, invece, è il nome di una sartoria di Londra davanti alla quale passava spesso Bowie.

Beh, sono questi i capisaldi alla base del concept per eccellenza: la personalità dal primo, lo stile e parte del nome dal secondo.

Signore e Signori ecco a voi Ziggy Stardust. Il prototipo di rockstar, promiscuo, invischiato nelle droghe, ma portatore di messaggi di pace e amore. Vince Taylor e Stardust Cowboy non sono gli unici a contribuire alla formazione dell’Adriano Meìs albionico; è possibile scorgere tratti di Lou Reed, Marc Bolan e Iggy Pop, tutti grandi amici e ispiratori di Bowie – con i quali collaborerà consistentemente nel corso degli anni alimentando pezzi di storia di cui parleremo o abbiamo già parlato.

“Ci sono 5 anni prima della fine del mondo [facendo direttamente o indirettamente riferimento all’Orologio dell’apocalisse]. E’ stato annunciato che finirà per via di una carenza di risorse naturali. Ziggy è come se fosse un bambino che può accedere alle cose che pensava di volere. Gli adulti invece hanno perso ogni contatto con la realtà ed i bambini sono stati abbandonati a loro stessi a saccheggiare qualsiasi cosa. Ziggy era in una rock and roll band e i bambini non volevano il rock. Non c’è nemmeno elettricità per suonarlo. Il consulente di Ziggy gli consiglia di cercare delle novità e cantarle, perché adesso come adesso… non ci sono delle notizie da raccontare. Così Ziggy fa questo e porta solo delle novità terribili. All The Young Dudes è una canzone su queste novità, non è un inno alla gioventù come pensa la gente… è l’opposto.

La fine arriva quando l’Immensità giungerà. E’ il buco nero, ma ho dato al pubblico questa definizione perché era veramente dura spiegare sul palco cosa fosse questo buco nero.

Ziggy – in sogno – è consigliato dall’Immensità di scrivere della venuta di Starman, ovvero la prima notizia pregna di speranza che la gente avrebbe sentito. Gli uomini delle stelle di cui Ziggy parla, sono chiamati gli Immensi, e sono dei saltatori nei buchi neri, coloro che sarebbero venuti sulla terra per invertire il destino. Sono atterrati nel Greenwich Village e non hanno alcun interesse legato alla terra o a chi vi abita. Sono semplicemente capitati nel nostro universo saltando in un buco nero, la loro intera vita è votata al viaggio da un universo all’altro. Adesso Ziggy comincia a credere in tutto ma soprattutto in sé stesso, vedendosi come un profeta dei futuri Starmen. Quando gli Immensi arrivano, prendono parti di Ziggy per diventare reali, in quanto nella loro condizione natia sono composti di antimateria e non possono esistere nel nostro mondo. Strappano i suoi pezzi sul palco durante Rock ‘N’ Roll Suicide, successivamente alla morte di Ziggy, gli immensi si appropriano dei suoi elementi rendendosi visibili.”

Questo è il disco spiegato da David Bowie a William S Burroughs ed in quest’ottica “sicuramente” il discorso “fila” senza troppi intoppi, il dubbio sul concepimento del materiale così come lo ascoltiamo oggi c’è in quanto lo stesso Bowie ammette: “da quando ho scritto i brani, la mia interpretazione degli stessi è cambiata una volta che il disco ha preso forma.”

Si comincia con uno dei brani di apertura più belli che sia stato concepito, Five Years. Una ballata grama che molto si avvicina al lirismo di Lou Reed, del tutto speculare alla altrettanto splendida chiusura in 50s style Rock N Roll Suicide, entrambe scandite da un ritmo lento in crescendo. Quest’ultima oltre ad essere la cronaca delle ultime ore di Ziggy Stardust, appare anche come un racconto autobiografico sullo status della rockstar e sulla consapevolezza nel passaggio tra giovinezza e maturazione.

Moonage Daydream – con quell’intro di chitarra memorabile di Mick Ronson – ci spiega chi è Ziggy: un androgino, un alligatore (riferimento al grande Bill Haley di See You Later Alligator), un rocker, un messia pronto a salvare la terra. Si prosegue poi con Starman, che ci racconta della venuta degli Immensi e da lì in poi il disco prosegue come ce lo ha spiegato Bowie.

The Rise and Fall of Ziggy Stardust and The Spider From Mars deve tantissimo alla band e a Mick Ronson – con la quale Bowie ha registrato – che esprime un sound coinvolgente e deciso con ritmi più sferzanti rispento al folk di Hunky Dory. Il disco viene registrato per metà poco prima dell’uscita di Hunky Dory, e viene pensato come colonna sonora per una serie televisiva che avrebbe dovuto spiegare le vicissitudini di Ziggy Stardust. Le avventure dell’alter ego di Bowie proseguono anche in Diamond Dogs, ma la maggior parte della sua storia è incentrata nell’album che stiamo trattando.

Ziggy Stardust muore nel concerto all’Hammersmith Odeon del 3 Luglio 1973, nel quale Bowie riprende possesso di sé stesso eliminando la sua altra identità. L’idea dietro questa performance artistica a 360° porta Bowie ad una immedesimazione totale nel personaggio di Ziggy Stardust che spinge alla follia completa il cantante, follia che affronteremo nei prossimi articoli.