Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree

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“Resisti al bisogno di creare 

Resisti alla fede nell’assurdo 

Resisti attraverso la provocazione 

Resisti attraverso la malattia e la tristezza 

Resisti attraverso la masturbazione 

Resisti attraverso manuali di motivazione 

Resisti lavorando per gli altri 

Resisti attraverso il paragone con gli altri 

Resisti attraverso l’opinione degli altri 

Questi sono i Nove tormenti dell’avanzamento. Ci scorrono nel sangue, nella pelle e nei nervi. Rappresentano per il nostro progresso una minaccia reale e disastrosa come un treno fuori controllo che ci tuona incontro, mentre irrigiditi dalla paura restiamo fermi sui binari”. 

Con questo estratto da Sick Bag Songs ho deciso di cominciare un articolo che reputo estremamente complesso per i temi trattati, per la vicinanza con l’uscita discografica e per la valenza che ha il disco, sia dal punto di vista musicale quanto di quello umano. 

I tormenti dell’avanzamento sono le paure che ammantano chi ama più di sé stesso la propria vocazione, succedeva con Zappa, solito rinchiudersi 18 ore su 24, sette giorni su sette in studio, o a Neil Young che per la sua musa sarebbe capace di passare sopra chiunque, sono i tormenti di chi vive per progredire e ha in qualche modo timore di non lasciare una traccia del proprio passaggio.  

È la paura che ha assalito Nick Cave dopo la morte di Arthur – uno dei suoi gemelli – la paura di perdere tutto e di non sapere più il come si fa.  Molte delle canzoni in Skeleton Tree sono già state pensate prima che accadesse il luttuoso evento; la drammaticità giace nella sensazione che le canzoni siano state scritte dopo ciò che è accaduto in quanto il tema della morte è ricorrente e alcuni brani risuonano tristemente profetici.  

Succede che Cave rimetta mano ai brani rendendoli di una intensità unica, come se la perdita avesse donato nuova linfa alla propria capacità creativa “Ho scritto un mucchio di canzoni dopo la morte di Arthur, ma le sentivo quasi un tradimento nei confronti di tutto ciò che mi circondava, come se stessi tradendo mio figlio; come se non avessero il giusto potenziale emotivo, le ho scartate. Andrew Dominik le ha trovate tra i miei appunti e se n’è innamorato, le ho usate come voce fuoricampo per il film One More Time with Feeling. Posso scorgere adesso, con chiarezza, che si trattava di qualcosa di veramente potente, ed ero incapace di vederlo al tempo. Tuttavia, sono ancora galleggianti. Ma sto scrivendo tante cose. Un mucchio di nuove cose”.  

Ogni singola traccia è un pugno nello stomaco, dalla sirena di Jesus Alone alla preghiera di I Need You, ripetuto allo sfinimento come fosse un mantra, con la voce rotta, insicura e colpita al cuore, o nella soavità di Distant Sky e nella title-track, nella quale sembra tornare la calma dopo la tempesta, quasi a voler dimostrare a tutti che le cose possono cambiare, ma tutto scorre nonostante Cave sia sopravvissuto a suo figlio, in un dolore forse impareggiabile “Per me andare in studio a Parigi non era una buona idea, spero di non dover ripetere un’esperienza simile. Erano passati appena pochi mesi dalla scomparsa di Arthur. Era troppo presto. Ma ho creduto fosse importante che lo facessi. Sai, la vita va avanti e anche tutto il resto. È stato terrificante. Un disastro. Così per tutti. La maggior parte di ciò che facevamo semplicemente non andava. Abbiamo provato a registrare nuovamente delle canzoni. La maggior parte di ciò che facevamo suonava male. Era come se le registrazioni rozze semplicemente si rifiutassero di essere ripulite o migliorate. Perciò Skeleton Tree è stato un po’ il prodotto di questo”. 

Qualche riga sopra è stato menzionato One More Time With Feeling, il film che funge da stele di Rosetta per comprendere a pieno Skeleton Tree ed ogni suo brano, per non dare scontate alcune situazioni (come la tempistica nella creazione dei brani) e per cercare di capire come il lutto sia stato metabolizzato dal punto di vista umano e professionale da Cave, la sua band e la propria famiglia “Inizialmente avevamo idea di girare un film per la promozione del disco. Niente più della registrazione dei brani live per invogliare la gente a vederlo al cinema e comprare il disco. Ma dopo la morte di Arthur tutto è cambiato. L’unica cosa che mi ha tenuto in vita in al tempo è stata pensare al lavoro che sarebbe continuato”. 

Skeleton Tree è un disco che non può essere classificato come tale, è dolore, è un requiem straziante ridotto all’essenza, scarnificato di ogni orpello musicale, parole e voce, Cave è sempre meno propenso a cantare (ricordando la parte finale di carriera di Johnny Cash), sempre più votato a raccontare le storie, le sensazioni, cercando di buttar fuori quanto più possibile ciò che ha vissuto, anche se come ammette lui stesso “vorrei dire tante cose su Arthur, ma non riesco”.  Skeleton Tree è un’opera totale consolidata da One More Time With Feeling, grazie al quale si completa e si assesta in una dimensione tutta sua.  

Per quanto l’album lasci dei punti di sospensione, la pellicola è schietta, un calcio all’ipocrisia della cultura occidentale che non consente di affrontare un lutto come ha fatto Cave con la propria famiglia. Nick Cave getta – in un atto di istinto ragionato – la maschera pirandelliana, non senza impaccio; smonta le impalcature e le sovrastrutture che hanno caratterizzato la sua persona, torna all’essenza musicale oltre che comportamentale, decidendo di mostrare il dolore in piazza per esorcizzarlo, per viverlo a pieno e viaggiare dentro di esso, con un messaggio di speranza finale “è come se avessimo fatto qualcosa di buono per Arthur, tutti noi, con il pensiero di lui tra le stelle”. 

Depeche Mode – Violator

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Godere del silenzio è una pratica oramai desueta, si parla sempre di più e talvolta le parole diventano violente, ognuno si sente legittimato ad esporre il proprio pensiero, senza filtri e/o cognizione, senza avere consapevolezza delle proprie parole. Enjoy the Silence non vuol dire unicamente godere del silenzio, ma anche riflettere prima di parlare, significa pensare se è veramente necessario sprecare il fiato. Il videoclip – targato tu-sai-chi Corbjin – ritrae un Gahan modalità Piccolo Principe, in cerca di un posto tranquillo nel mondo dove potersi sedere. Alla fine lo trova il posto – dopo aver girato le highland scozzesi, la costa portoghese e le Alpi svizzere – giusto in tempo per la fine del video che si conclude con il Piccolo Dave che si mette l’indice davanti la bocca e ci intima di goderci il silenzio.

Ho cominciato con un pezzo da 90 e proseguo sulla stessa lunghezza d’onda, Gore è sugli scudi e diciamo che la sua inclinazione alla scrittura è facilitata da qualche bicchiere di troppo, ma anche da letture interessanti come Elvis ed Io di Priscilla Presley:

“è una canzone sull’essere Gesù per qualcun altro, qualcuno che ti dia speranza e attenzione. E su come Elvis Presley fosse l’uomo ed il mentore di Priscilla, di ciò che molto spesso capita nelle relazioni […]”  così nasce il Personal Jesus.

Il tappeto musicale blues e la voce di Dave Gahan rendono la canzone una delle più belle ma anche una delle più violentate della storia della musica. Si salvi Johnny Cash ma tutto quello che ne è venuto dopo – come per Enjoy The Silence – spinge a pensare che il titolo del disco – Violator – si riferisca a chi ha saccheggiato e deturpato sino alla nausea queste due canzoni.

“negli ultimi 5 anni abbiamo utilizzato la seguente formula: mia demo, un mese di studio e poi il pezzo era pronto. Il nostro primo singolo degli anni ‘90 avrebbe dovuto nascere in maniera diversa” così Gore spiega l’approccio al nuovo disco, fa perciò pervenire delle demo meno complete sulle quali intervenire in maniera più pesante.

E lo capiamo sin da subito con World in My Eyes che ammicca all’elettronica stile Ultravox ma con suoni evoluti, asciutti e secchi – che troveremo poi in Zero dei Bluvertigo – si tratta del brano preferito da Andy Fletcher.

Violator suona così anni ‘90, ma non in senso negativo – tipo East 17 o robe del genere – lo fa gettando al popolo un modo diverso di intendere l’elettronica, con campionature meno rozze, un suono a tratti piuma a tratti ferro. In questo le sessioni degli studi di Milano hanno contribuito ad ampliare la gamma dei suoni a disposizione. “Abbiamo registrato la maggior parte del disco a Milano, ed è stato veramente divertente. Non so come sia stato possibile completare il lavoro, eravamo quasi sempre in giro per party notturni e non ricordo nulla. […] mentre in Danimarca eravamo nel bel mezzo del nulla, perciò fu più semplice completare il mixaggio“.

Dopo Music For The Masses e Black Celebration la stampa di settore aspetta al varco i Depeche Mode che riescono ad alzare ulteriormente l’asticella. Personalmente non percepisco Violator come un disco superiore ai precedenti, ma sicuramente la maturazione e la crescita sono tangibili tanto da far ricredere i critici albionici. La rivalutazione dei Depeche Mode è totale, da pseudo-band per sfigati elettronica a catalizzatore di masse e macchina di hit.

Ma logicamente Gahan, Gore, Wilder e Fletcher sono molto più di una macchina da hit, loro sono la storia dell’elettronica recente. Signori ecco a voi i Depeche Mode.