EELS – Electro-Shock Blues

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“Quest’album è stato completamente terapeutico […] sono una persona migliore per questo. Ma non mi aspetto che il mondo lo percepisca”.

Facciamo un paio di passi indietro?

Se non conoscete gli EELS e la storia del suo leader E (all’anagrafe Mark Everett), vi consiglio di ritagliarvi 5 minuti, mettervi seduti e preparare i fazzoletti. Con Electro-Shock Blues probabilmente tocchiamo il punto di tristezza e depressione più basso mai raggiunto da Pillole Musicali 8 Bit (ma prometto che quest’ondata di tristezza terminerà con questo articolo… scherzo naturalmente).

È la notte tra il 18 e il 19 Luglio del 1982Hugh Everett III –  notabile professore di fisica quantistica a Princeton, dedito al fumo, all’alcool e alla lievitazione della ciccia, che credeva nell’immortalità quantistica – muore d’infarto nel proprio letto. Mark ha 19 anni ed è il primo ad accorgersi della situazione. Purtroppo, è tardi per intervenire. Scommetto che questo sia un bel cazzotto al quale è veramente difficile reagire.

Mark lo fa, si rimbocca le maniche e riesce ad avviare una carriera eccellente “Ero veramente arrabbiato con mio padre perché non aveva avuto cura di sé stesso. Non è mai andato a farsi visitare, si è lasciato andare prendendo kg, fumando 3 pacchetti al giorno e bevendo come un pesce, senza fare attività fisica. Ma poi ho pensato a ciò che dicevano di lui i suoi colleghi pochi giorni prima che morisse, che mio padre viveva una bella vita che lo soddisfaceva. Ho realizzato che lo stile di vita di mio padre si basava comunque su dei valori. Ha mangiato, bevuto e fumato quanto voleva e un giorno è morto in uno schiocco di dita. Morire rapidamente non è un brutto modo di andarsene.”

Arriva il successo con Beautiful Freak, disco d’esordio e la stupenda Novocaine For Soul che passa continuamente su MTV ed in radio, questo un po’ penalizza le dinamiche in fase creativa per il secondo lavoro, in quanto la casa discografica ora s’aspetta Beautiful Freak II (un po’ come avVienne per il seguito di Vienna degli Ultravox), per tale motivo Mr. E licenzia il management in tronco.

Purtroppo il successo non è accompagnato dalla buona sorte, nel 1996, anno di uscita di Beautiful Freak, la sorella di Mr. E si suicida e poco tempo dopo, la madre si ammala di cancro terminale ai polmoni. La vita talvolta sembra accanirsi, è spietata, ma Everett trova la chiave di trasformare in qualche modo il dolore “Le mie canzoni sono io che canto me stesso. Volevo riflettere su tutti gli aspetti della vita”, da questa sofferenza Electro-Shock Blues si forma: nel racconto che Everett fa della morte della sorella, dei trattamenti di elettro shock ai quali veniva sottoposta durante il TSO (come accennato nel brano d’apertura Elizabeth On The Bathroom Floor composto sulla base di un estratto del diario di Elizabeth, sorella di E), tantissime canzoni raccontano la sofferenza patita dalla sorella, e tante altre raccontano o fanno riferimento alle terapie che la madre ha dovuto affrontare (come nella straziante Dead Of Winter o in Cancer For The Cure).

Forse ora riuscite a comprendere il motivo per il quale Mark Everett ha rinunciato all’idea di fare un seguito di Beautiful Freak. Fortunatamente ha avuto modo di assecondare la propria idea di musica in un concept che risulta estremamente malinconico, soffuso, ma non triste, al quale hanno partecipato anche guest del calibro di Lisa Germano, Jon Brion e Grant Lee Philips.

Si percepisce la tristezza nell’essere l’unico membro della famiglia Everett in vita, ma al tempo stesso c’è l’auto-consapevolezza che la vita va avanti con tutte le sfumature del caso “La mia famiglia ed i miei amici sono morti. Ho cercato di ignorare tutto ciò dal punto di vista creativo, lo sentivo troppo personale. Ma poi ho scoperto che creativamente parlando sentivo una certa eccitazione, perché potevo legarla alla mia esperienza personale e darne un significato per chiunque. Ero eccitato all’idea di condividerlo, quando ho realizzato che ero un sopravvissuto e avrei fatto bene a apprezzare il presente in ogni singolo istante. Sono in contatto con l’idea di mortalità”.

È un dolore diverso da quello di Robert Smith in Pornography, ma in qualche maniera il modo di affrontarlo è lo stesso, scrivendo un album, sviscerando la natura del dolore, affrontandolo vis à vis il lutto e lasciando un messaggio di speranza con P.S. You Rock My World 

Laying in bed tonight i was thinking 
And listening to all the dogs 
And the sirens and the shots 
And how a careful man tries  
To dodge the bullets 
While a happy man takes a walk 
 
And maybe it is time to live

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Depeche Mode – Violator

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Godere del silenzio è una pratica oramai desueta, si parla sempre di più e talvolta le parole diventano violente, ognuno si sente legittimato ad esporre il proprio pensiero, senza filtri e/o cognizione, senza avere consapevolezza delle proprie parole. Enjoy the Silence non vuol dire unicamente godere del silenzio, ma anche riflettere prima di parlare, significa pensare se è veramente necessario sprecare il fiato. Il videoclip – targato tu-sai-chi Corbjin – ritrae un Gahan modalità Piccolo Principe, in cerca di un posto tranquillo nel mondo dove potersi sedere. Alla fine lo trova il posto – dopo aver girato le highland scozzesi, la costa portoghese e le Alpi svizzere – giusto in tempo per la fine del video che si conclude con il Piccolo Dave che si mette l’indice davanti la bocca e ci intima di goderci il silenzio.

Ho cominciato con un pezzo da 90 e proseguo sulla stessa lunghezza d’onda, Gore è sugli scudi e diciamo che la sua inclinazione alla scrittura è facilitata da qualche bicchiere di troppo, ma anche da letture interessanti come Elvis ed Io di Priscilla Presley:

“è una canzone sull’essere Gesù per qualcun altro, qualcuno che ti dia speranza e attenzione. E su come Elvis Presley fosse l’uomo ed il mentore di Priscilla, di ciò che molto spesso capita nelle relazioni […]”  così nasce il Personal Jesus.

Il tappeto musicale blues e la voce di Dave Gahan rendono la canzone una delle più belle ma anche una delle più violentate della storia della musica. Si salvi Johnny Cash ma tutto quello che ne è venuto dopo – come per Enjoy The Silence – spinge a pensare che il titolo del disco – Violator – si riferisca a chi ha saccheggiato e deturpato sino alla nausea queste due canzoni.

“negli ultimi 5 anni abbiamo utilizzato la seguente formula: mia demo, un mese di studio e poi il pezzo era pronto. Il nostro primo singolo degli anni ‘90 avrebbe dovuto nascere in maniera diversa” così Gore spiega l’approccio al nuovo disco, fa perciò pervenire delle demo meno complete sulle quali intervenire in maniera più pesante.

E lo capiamo sin da subito con World in My Eyes che ammicca all’elettronica stile Ultravox ma con suoni evoluti, asciutti e secchi – che troveremo poi in Zero dei Bluvertigo – si tratta del brano preferito da Andy Fletcher.

Violator suona così anni ‘90, ma non in senso negativo – tipo East 17 o robe del genere – lo fa gettando al popolo un modo diverso di intendere l’elettronica, con campionature meno rozze, un suono a tratti piuma a tratti ferro. In questo le sessioni degli studi di Milano hanno contribuito ad ampliare la gamma dei suoni a disposizione. “Abbiamo registrato la maggior parte del disco a Milano, ed è stato veramente divertente. Non so come sia stato possibile completare il lavoro, eravamo quasi sempre in giro per party notturni e non ricordo nulla. […] mentre in Danimarca eravamo nel bel mezzo del nulla, perciò fu più semplice completare il mixaggio“.

Dopo Music For The Masses e Black Celebration la stampa di settore aspetta al varco i Depeche Mode che riescono ad alzare ulteriormente l’asticella. Personalmente non percepisco Violator come un disco superiore ai precedenti, ma sicuramente la maturazione e la crescita sono tangibili tanto da far ricredere i critici albionici. La rivalutazione dei Depeche Mode è totale, da pseudo-band per sfigati elettronica a catalizzatore di masse e macchina di hit.

Ma logicamente Gahan, Gore, Wilder e Fletcher sono molto più di una macchina da hit, loro sono la storia dell’elettronica recente. Signori ecco a voi i Depeche Mode.

Ultravox – Rage In Eden

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“Credo Rage In Eden sia uno dei dischi più sottovalutato. E’ uno dei miei dischi in preferiti in assoluto, principalmente perché non avevamo scritto nulla prima di andare in studio. Ci siamo buttati dentro lo studio di Conny Plank e ci siamo chiusi dentro per tre mesi scrivendo e creando l’intero album in studio. Vi era molta rigidità attorno, una distanza mistica, una freddezza di quelle freddezze che funzionano. Devi immaginare, ogni esecutivo di un’etichetta discografica accanto a noi in quel periodo voleva che facessimo ‘Vienna Parte II’. O venivano da noi dicendo ‘Sapete Paris è veramente un bel nome di città…’. E noi ‘cosa volete che scriviamo un diario di viaggio?’”

Ecco come nasce Rage in Eden, il suono della voce è forte, e sembra rivolgersi con furore a coloro che hanno cercato di plasmare – in modo innaturale – il nuovo disco degli Ultravox. I produttori hanno cercato il successo assicurato e la pressione ricevuta dai “poteri forti” ha convinto ancora di più Ure e compagnia a fare ciò che volevano fare senza curarsi di nessuno. Il risultato è un lavoro più maturo rispetto a Vienna, a tratti il distacco riportato da Ure viene esaltato in alcuni brani che risultano introspettivi e meno diretti rispetto alla tracklist di Vienna, come ad esempio lo stupendo brano di chiusura Your Name (Has Slipped My Mind).

L’apertura è assegnata a The Voice (non il “talent” di Rai 2) ed effettivamente potrebbe essere considerata una Vienna più ritmata; un brano irruento, potente che non subisce delle flessioni, bensì parte forte per mantenersi tale sino alla fine. Questo non lo fa passare inosservato, il ritornello esplode sopra un coro di sottofondo tipicamente anni ’80 nel suo mosciume fantasmagorico.

The Voice è una canzone talmente impattante che merita ben due videoclip: nel primo c’è la band che appare in una stanza inclinata ed i componenti vengono immortalati in una posa innaturale (intenta a mimare una performance); nella seconda versione c’è un ensamble di immagini di guerra, slogan, Ure in veste da soldato e un Currie nei panni di uno speaker radiofonico.

Gli Ultravox consolidano la loro presenza nel panorama del New Romance assieme a Duran Duran e Spandau Ballet, nonostante questi ultimi avessero una tendenza più popparola. Anche i Japan all’epoca vengono etichettati come New Romance, ma come i Faust hanno rifiutato l’epiteto di Krautrock, così David Sylvian ha respinto con forza l’idea di essere considerato parte di un movimento del genere.

La cover dell’album – motivo principale che mi ha portato a scrivere di Rage In Eden (non che disprezzi quest’album sia chiaro) – è stata disegnata da Peter Saville, collaboratore già dei New Order.

Ultravox – Vienna

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C’è voglia di raccontare l’Europa in musica, una voglia che probabilmente cresce dopo Trans-Europe Express, una comunità che sta rivedendo i propri confini e un tema che tocca tutti direttamente. L’Europa questa volta ce la raccontano gli Ultravox post-John Foxx.

Foxx Forever, Ure Never!”, il ritornello che i fan scandiscono non lascia nulla all’immaginazione, l’accoglienza non è delle migliori, Midge Ure impone un cambio di rotta sostanziale, virando verso il sound del pop elettronico inaugurato da Neu! e sfruttato dai Kraftwerk, perciò la scelta del produttore ricade su Conny Plank che mixa il disco nel suo studio di Colonia. Vienna è stato registrato in 3 settimane, in scioltezza, dopo un periodo di prove e concerti abbastanza allenante per la nuova formazione degli Ultravox.

Come andava di voga dire negli anni ’80, un plagio di tastiere elettroniche è sicuramente meno grave di un plagio di chitarra elettrica, ciò non toglie il fatto che ci sia molto di già sentito in Vienna. Ma con Ure gli Ultravox gestiscono al meglio le varie anime della band, non abbandonando i sincopati di chitarra ma li rendono più accessibili. Celebre è lo stile in New Europeans che farà scuola e verrà replicato in tutte le salse. Ci sono tracce leggere dei barocchismi sui quali si poggeranno le fortune di Duran Duran e Spandau Ballet.

Sentiamo già la mano di Ure sulla magnifica Astradyne e il suo pitch al sintetizzatore che varia di tonalità mano a mano che la cavalcata musicale avanza. Reputo Astradyne una delle composizioni più belle ed incisive degli anni ’80.

Un altro dei picchi del disco viene toccato con Mr.X, una long take della sigla di Attenti A Quei Due in chiave anni ’80, perfettamente riuscita, misteriosa e oscura, in grado di evidenziare una dicotomia presente nel disco: quella tra musica dell’est e dell’ovest. L’attrazione verso un est dietro la cortina ed impenetrabile, evidenziata dall’alone di mistero di Mr.X e continuata in Western Promise – dove Ure si fa promotore di un salvataggio “culturale” da parte dell’ovest -con quell’intro arabeggiante che sfocia in una voce disturbata.

All Stood Still è un saluto alla new-wave dei Devo, ai loro giochi di parole scanditi con cadenza distinta ad ogni ritornello. Non apporta nulla di nuovo, dimostra più che altro quanto le influenze di Eno e Plank – entrambi collaboratori dei Devo – abbiano influito sugli Ultravox.

Ma il portone si apre con Vienna, o meglio… Vienna apre un portone e ne chiude un altro, salutando il pubblico innamorato della new-wave di Foxx.

“Volevamo registrare la canzone e renderla incredibilmente pomposa nel mezzo, lasciando aleatori la parte iniziale e successiva, ma terminando con il classico finale straordinario.”

Vienna è la title-track con il tipico taglio pop-elettronico, un climax di drum machine razziato da chiunque durante gli anni ’80. Vienna vienne (perdonatemi) scelta come terzo singolo con un videoclip affidato – come per Passing Stranger – a Russell Mulcahy (per i più distratti il regista di Highlander I & II oltre che di un fottio di altri video). La maggioranza delle scene sono state girate al centro di Londra e altre al nord, il resto a Vienna. Quando l’addetto alle riprese è stato mandato in avanscoperta nella capitale austriaca trovò gran parte dei posti segnalati per le riprese chiusi o in fase di ristrutturazione, così la statua che abbiamo modo di vedere nel video è di una tomba del cimitero principale di Vienna.

Un appunto finale va alla foto nella cover dell’album che vede la band catturata da un giovane Anton Corbijn.

Kraftwerk – Trans Europe Express

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Il 25 marzo del 1957 i sei principali paesi dell’Europa danno vita alla Comunità Economica Europea – fulcro dell’odierna Unione Europea. L’accordo prevedeva un sodalizio economico per garantire un maggiore flusso di capitali, l’incremento dei servizi e il potenziamento dell’agricoltura, del commercio nonché dei trasporti.

Al fine di ottemperare l’ultimo punto elencato, viene creata la Trans Europe Express, un servizio ferroviario capace di collegare l’Europa in lungo e in largo.

In questa breve lezione di storia (utile a elargire informazioni ai meno interessati sui pilastri della nostra Unione Europea) ci sono due argomenti molto cari ai Kraftwerk: l’Europa e il moto inteso come viaggio – concetti quanto mai attuali – terreno fertile per poter far attecchire l’elettronica e trasformarla definitivamente in pop.

Perché l’Europa? Autobahn è stato un disco percepito – dai critici anglofoni – come una esaltazione del regime nazista, difatti l’autostrada a cui si riferisce (A 555Autobahn è stata costruita a cavallo degli anni ’20 e ’30 e rientra nelle grandi opere volute dal regime nazionalsocialista. La volontà forte è quella di volgere lo sguardo in avanti, svincolandosi dalla radice tedesca e muovendosi verso la nuova realtà, quella dimensione europea comunemente e popolarmente apprezzata.

I Kraftwerk sono la semplificazione dei Neu!, dei Tangerine Dream, di Klaus Schulze, dei Cluster e di tutta la Kosmische Musik. Trans Europe Express è il padre degli Ultravox e dei Depeche Mode per intenderci.

La struttura del disco è concentrica ed infinita, sospesa e fuori dal tempo (“life is timeless”), Europe Endless esalta le radici (“Elegance and decadence”) e la visione di un Europa progressista (“Parks, hotels and palaces, promenades and avenues”). L’apertura del disco si connette alla chiusura di Franz Schubert e Endless Endless, una suite che ripropone lo stesso pattern musicale ma in tonalità più bassa.

Il secondo cerchio comincia con l’impassibile cantilena della title-track che sovrapponendosi alla base ritmica ricrea una struttura simile ad Autobahn; il pitch deforma la base e la batteria elettronica si esalta nel suo incedere cadenzato.

Trans Europe Express prosegue nella strumentale Metal on Metal – che evoca l’andamento di un treno sulle rotaie europee – sfociando in Abzug e termina la suite con il ritornello “Trans Europe Express” che prosegue ad libitum come un mantra.

Si parla di treni e l’omaggio a Station to Station è quasi scontato; a dire il vero è il culmine di una ispirazione reciproca tra i Kraftwerk e Bowie – quest’ultimo è stato capace di cogliere nel brano Station to Station i loop tipici dei crucchi, il loro sound apparentemente asettico (affinato poi in Low ed Heroes) e una ripetizione esasperata di ritornelli che espandono la concezione della durata del brano.

Schneider (alla quale è stata dedicata V2-Schneider in Heroes) e Hütter, incontrano Bowie e Iggy durante il loro soggiorno tedesco, e si dimostrano fortemente affascinati da The Idiot, in particolar modo Hütter grande fan di Pop e degli Stooges.

In questa sequenza concentrica, The Hall Of Mirrors e Showroom Dummies sembrano quasi appartenere ad un altro disco, anche se concettualmente sempre minimali e accattivanti. “Siamo dell’idea che se si può fare con una o due note è meglio che suonarne un centinaio”, diciamo che Hütter è abbastanza chiaro sul concetto di sintesi.

Showroom Dummies è il brano che più di Hall Of Mirrors pone l’ascoltatore dinnanzi all’eterna lotta tra realtà e apparenza, così come viene evidenziato dalla cover del disco dove i 4 Kraftwerk appaiono come manichini. Showroom Dummies è anche una simpatica parodia dei Ramones, con il countdown tipico della punkband dei parrucconi ma in tedesco “Eins, Zwei, Drei, Vier” – ed un’enfasi stile XX Pastsezd nella cover di Se Una Regola C’è di Nek .

Prince And The Revolution – Purple Rain

Prince And The Revolution - Purple RainLa discografia di Prince Rogers Nelson è un mare magnum di brani, generi, lavori sofisticati e pacchiani – con un sound fortemente riconoscibile – che sarebbe difficile dipanare in questo spazio. Considerato che il nome del sito non è Pillole di Prince 8 bit, mi limito a scrivere del disco che ha consolidato il successo di Rogers Nelson.

Purple Rain non è solamente la colonna sonora che ha accompagnato uno dei film più celebri degli anni ’80 – e con la quale Prince si aggiudica l’Oscar nel 1985 – ma è anche il nome della canzone che accompagnerà Prince per tutta la carriera, portando sotto gli occhi di tutti la completa fissa del folletto di Minneapolis per il colore viola.

A differenza di quanto fatto per i precedenti cinque dischi – per la registrazione della sua sesta fatica discografica – Prince si avvale dell’accompagnamento della band The Revolution. Sin quel momento Nelson ha sempre provveduto a suonare tutti gli strumenti nei lavori precedenti contribuendo a generare la leggenda e l’ecletticità dello stesso.

Ma che cos’ è Purple Rain?

Un concept album a forte connotazione ‘80s con tutte le sonorità “trash” del periodo – dal funk al pop – tappeti musicali con sintetizzatori alla Ultravox, suoni stridenti, percussioni tribali, chitarre aggressive, falsetti e grida sguaiate; è fondamentalmente la stele di Rosetta utile alla comprensione dell’idea musicale dietro al progetto di Prince, in cui la punta di diamante è la title track ed il suo assolo – un vero e proprio marchio di fabbrica – che ergerà Rogers Nelson nel gotha dei chitarristi più capaci e virtuosi in circolazione.

La canzone che da il titolo al film e al disco – la cui versione originale dura 11 minuti – viene registrata in presa diretta nel 1983 durante un concerto di beneficenza nel Minnesota, successivamente editata – per tagliare un assolo ed un verso giudicato troppo poco emotivo rispetto al resto della canzone – la sua durata viene ridotta di ben tre minuti rispetto alla versione che conosciamo tutti.

Purple Rain è la canzone che consente a The Kid e i The Revolution (la sua band) di sconfiggere la band avversaria alla fine del film (prendetevi sto spoiler con 22 anni di ritardo). La maestosità del brano è tale – oltre che per il lungo solo – per l’intimità che The Kid mostra, per il coro gospel che fa da corollario e per la voglia di riconciliazione che il protagonista ha verso i propri cari. Infatti la prima strofa della canzone è rivolta al padre con il quale c’è un rapporto di amore e odio, la seconda alla sua ex ragazza Apollonia che ha deciso di sfanculare The Kid per andare a cantare con la band avversaria, ed infine la terza è rivolta ai The Revolution.

Ma quindi perché sta pioggia è viola?

Stando a quanto ha detto Prince: “Quando c’è del sangue nel cielo – rosso e blu fanno il viola… la pioggia viola riguarda la fine del mondo e l’essere con la persona che ami lasciandoti guidare dalla fede e da Dio attraverso la pioggia viola”

C’è chi sostiene che la fissa per il viola possa essere legata anche al gioco di parole rain/reign (assonanti), che associato al nome d’arte Prince da l’idea di maestosità (il viola è considerato un colore reale). Un modo per comunicare un’idea di musica elitaria e mai scontata.