Neutral Milk Hotel – In The Aeroplane Over The Sea

Neutral Milk Hotel - In The Aeroplane Over The Sea

Sono veramente curioso di sapere, se vi dicessi Neutral Milk Hotel, qual è il primo pensiero che vi viene in mente? 

Personalmente mi risuona un verso nella testa: 

“Nostalgia, nostalgia canaglia
Che ti prende proprio quando non vuoi
Ti ritrovi con un cuore di paglia
E un incendio che non spegni mai” 

Al Bano e Romina, che avevano l’esperienza dalla loro – oltre che l’occhio lungo – sapevano bene che la nostalgia è una brutta bestia da fronteggiare. Già perché questo ciclo sta diventando un piccolo angolino nel quale crogiolarsi e riversare le proprie lacrime tra dischi malinconici e un pensiero alla bellezza degli anni ‘90, che ci ha regalato tante perle da custodire gelosamente, come li secondo disco dei Neutral Milk Hotel. 

Troviamo delle similitudini nel sound del primo disco On Avery Island e questo secondo lavoro dei Neutral, c’è un’evoluzione organica frutto di un compromesso tra Robert Schneider e Jeff Mangum, soprattutto Robert ha giocato un ruolo fondamentale nella definizione delle sonorità a tratti creepy e a tratti da fanfara (trombe, fisarmoniche, tamburelli). 

C’è fermento nella scena americana, lo dimostra il tenore dei dischi usciti negli ultimi anni dei ‘90, livello eccellente raggiunto da numerose band 

In The Aeroplane Over The Sea è uno story album [Mangum preferisce il termine storyconcept ndr] ispirato quasi totalmente dal diario di Anna Frank e da un sogno ricorrente nel quale Jeff Mangum vive in prima persona la seconda guerra mondiale all’interno di una famiglia ebrea. Questo elemento si fonde continuamente tra il personale e lo storico, come ad esempio in Holland, 1945 (anno nel quale Anna Frank e sua sorella Margot morirono di tifo, pochi mesi prima della liberazione) dove Mangum probabilmente fa riferimento ad un suicidio di un familiare di uno dei suoi amici più cari. 

Now how I remember you/How I would push my fingers through/Your mouth to make those muscles move/That made your voice so smooth and sweet“, questo estratto dalla title track lascia intendere che l’amore è il tema portante del disco, una fusione di corpi – metaforica – in un’unica entità, la necessità di esercitare la proprietà sulla propria amata in equilibrio sul sottile filo tra possessione e amore, cercando di trasmettere un messaggio positivo. Un simbolismo che si ripete in Two Headed Boy, la storia di un bambino preservato in un vaso di formaldeide, un tentativo fallito di unificazione in un’autonoma entità, quasi a voler mettere in guardia gli ascoltatori dal rischio di dover dipendere da un’altra persona. 

“Le canzoni escono fuori spontaneamente e mi prendo del tempo per immaginarmi cosa stia accadendo, che tipo di storia sto raccontando. Comincio costruendo una sorta di piccoli ponti di parole che conducano da un punto all’altro della canzone, fino al termine. Un flusso continuo di parole che fuoriesce senza forma, solitamente in maniera casuale e che riordino. […] Come in Two Headed Boy, ogni sezione è venuta fuori in diversi momenti, talmente tanti che ne ho dimenticati un bel po’”. 

Questa testimonianza di Mangum è molto interessante perché rivela una certa dimestichezza nel songwriting e nella composizione musicale, si percepisce, nello stile del cantante il forte ascendente che ha avuto un gruppo come i Minutemen e un disco come Double Nickels On The Dime, consumato da Mangum durante la propria adolescenza. 

Si va a spiegare – inoltre – la suite iniziale The King Of Carrot Flowers – suddivisa in tre parti differenti – armonicamente omogenea, che vuole anticipare i temi del resto del disco, quella necessità di trovare della positività nella situazione disgraziata nel quale versa solitamente una famiglia ebrea nel bel mezzo del secondo conflitto mondiale (un approccio che ricorda il film Train de Vie coevo di In The Aeroplane Over The Sea).  

Dopo due dischi, ci troviamo a salutare i Neutral Milk Hotel, Jeff Mangum lascia e si ritira dalla scena (salvo poi tornare con la formazione dei Neutral nel 2013), Laura Carter – turnista che ha contribuito alle registrazioni di In The Aeroplane Over The Sea, descrive questa scelta con le seguenti parole “ha voluto lasciare e diventare tipo Robert Wyatt – un recluso che esce fuori con un album ogni 10 anni shockando tutti quanti”. 

La chiusa, come tante volte capita è per la copertina del disco, frutto di una collaborazione tra Mangum e Chris Bilheimer, staff designer degli R.E.M.  che prendono una vecchia cartolina europea – raffigurante delle persone che si fanno il bagno – ritagliandola e modificandola, rendendola quasi metafisica nonostante lo stile grafico sia molto in linea con le grafiche degli anni ‘30 e ‘40, periodi trattati nel disco. 

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Ramones – Ramones

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Ecco il turno di un’altra istituzione del CBGB, il percorso è molto simile a quello intrapreso da Patti Smith, solo che Joey e compagni si avventurano nel Country Bluegrass Blues una manciata di mesi prima rispetto a Patricia Lee; è una torrida serata agostana ed i Ramones si presentano sul palchetto del live club più famoso di New York, dove sosterranno da lì alla fine dell’anno oltre 70 esibizioni.

Ogni performance dei Ramones era composta da una scaletta tiratissima con brani velocizzati che difficilmente superavano i due minuti, perciò i primi spettacoli avevano una durata media di 17 minuti (concetto estremizzato poi dai Minutemen). Basta veramente poco per notarli, il loro nome d’arte nasce da un’intuizione di Dee Dee – all’epoca Douglas Colvin – che prendendo spunto dall’alias di Paul McCartney ad inizio carriera (Paul Ramon), si da il nome di Ramone e suggerisce anche agli altri membri di adottare tale alter ego, perciò John Cummings diventa Johnny e Jeffrey Hymam si trasforma nel ben più famoso Joey.

Dee Dee si accorge che suonando il basso non è in grado di cantare, perciò Joey viene spostato dalla batteria alla voce e alle percussioni subentra Thomas Erdelyi (Tommy). Questa sarà la formazione dei Ramones fino al 1978 e così si imporrano nel mondo: un’immagine coordinata che li ha aiutati nella rapida ascesa, capelli lunghi e corvini, giacche di pelle nera, un muro del suono (o di rumore sarebbe meglio dire) ad accompagnare le loro esibizioni disordinate – e prive di talento effettivo rispetto a colleghi molto più quotati.

I Ramones rifuggono dal concettualismo di tutti gli altri colleghi che si esibiscono al CBGB e altri gruppi coevi, suonano quello che vogliono con quei cazzo di accordi semplici -mai un abbrivio – con testi senza pretese; sono caciaroni e primitivi nel senso che ritornano alle origini del rock’n’roll. Gran parte di questo “successo” è legato alla figura di Joey Ramone: bastian contrario rispetto a tanti altri cantanti, non si ispira a nessuno, ma soprattutto non cerca di scimmiottare nessuno, si impone nel panorama per quello che è oltre che per la sua voce gutturale capace di sciorinare scioglilingua e filastrocche con rima baciata.

Nel 1975 i Ramones vengono messi sotto contratto ed incidono il loro primo omonimo lavoro; la foto di copertina – celebre – è stata scattata a due passi dal CBGB, doveva essere simile – nell’idea della band – alla copertina dell’album Meet The Beatles!, diventerà a sua volta una delle immagini più iconiche della storia della musica, coi 4 Ramoni appoggiati al muro abbigliati talmente tanto fichi che saranno copiati dai tanti fan (e non) della band.

1,2,3,4! è il marchio di Dee Dee che risuonerà ad ogni canzone,  Ramones comincia con Blitzkrieg Bop, scritta da Tommy e Dee Dee – nonostante sia accreditata a tutti i membri – prende il nome dalla tattica della guerra lampo (blitzkrieg in tedesco) proveniente dalla seconda Guerra Mondiale; a seguire c’è Beat on the Brat brano che nasce dall’infanzia di Joey “Quando vivevo con mamma e mio fratello, avevamo dei vicini con un bambino rumorosissimo e senza disciplina che urlava tutto il tempo. Da lì è maturata in me la voglia di prendere una mazza da baseball e colpirlo. Volevo ucciderlo”, Dee Dee invece ricorda che Joey aveva visto una madre inseguire un bambino con la mazza per picchiarlo… a chi dobbiamo dare retta?

Comunque tutte le canzoni si sviluppano sulla base di esperienze di vita vissuta dai membri della band, come per Beat on the Brat anche Judy is a Punk prende forma praticamente nello stesso momento, o Now I Wanna Sniff Some Glue un concetto proveniente da un trauma adolescenziale di Dee Dee, o 53rd & 3rd ovvero il punto nel quale si concentra la prostituzione maschile omosessuale a New York – e dove si suppone che Dee Dee si sia prostituito per saldare debiti di droga (come faceva Robert Mapplethorpe, non sarebbe poi una affermazione più di tanto campata in aria quella su Dee Dee).

Insomma sono tanti i temi trattati dai Ramones, lo faranno senza troppe impalcature, in maniera genuina con un linguaggio schietto e diretto, è Tommy colui che da una spiegazione del manifesto dei Ramones: “Suoniamo canzoni brevi e facciamo scalette corte per tutte le persone che non hanno tanto tempo libero”.

Minutemen – Double Nickels On The Dime

Minutemen - Double Nickels On The Dime

D. Boone, Mike Watt e George Hurley hanno scritto una delle pagine più belle della storia della musica. Troppe poche persone conoscono i Minutemen e non comprendono l’importanza che hanno avuto nella scena musicale americana incidendo in maniera evidente sul punk e dell’hardcore.

44 brani e gli uomini da un minuto scolpiscono indelebilmente il loro nome nelle fondamenta della musica contemporanea, stravolgendo, ripensando e spremendo le canzoni in manciate di secondi. Ciò che commuove di Double Nickels On The Dime è l’enciclopedico lavoro svolto dal trio, che riesce a svariare tra i maggiori generi musicali della storia americana (dal folk al tex-mex, dall’hardcore al funk, dal jazz al blues) architettando un disco dalla struttura complessa ma fruibile e stranamente leggero.

La cover, con Watt alla guida del suo maggiolino e con lo sguardo malizioso che guizza dallo specchietto, la dice lunga su quanto troviamo all’interno del disco e sulle reali intenzioni della band. Il doppio disco apre con il motore della macchina che viene avviato in D.’s Car Jam e termina con la jam dei motori delle macchine dei componenti in Three Car Jam. Ogni lato non ha la comune nomenclatura di A e B, bensì il nome di colui che ha composto più canzoni all’interno di esso; il quarto lato – l’ultimo disponibile – prende il nome di Chaff per indicare le canzoni avanzate ed usate per completare il disco.

Volendo essere precisi, la copertina – così come il titolo – è una risposta al singolo di Sammy Hagar I Can’t Drive 55 (una canzone di protesta verso il limite di 55 miglia orarie presente nelle autostrade statunitensi), il messaggio implicito dei Minutemen è che non è così da ribelli andare oltre il limite di velocità.

“La grande ribellione è scrivere le tue cazzo di canzoni provando a venire fuori con la tua storia, la tua immagine, il tuo libro, qualsiasi altra cosa. Quindi, non può andare oltre le 55 perché è il limite di velocità stabilito? Okay, noi andremo a 55, ma faremo musica da pazzi”.

Double Nickles (il doppio nichelino, corrisponde a 5 centesimi, mentre il dime corisponde a 10 centesimi), è un termine usato dai camionisti per indicare le 55 miglia orarie, nella foto il tachimetro segna le 55 miglia orarie e la destinazione è San Pedro, città natale della band. Per immortalare in maniera soddisfacente la situazione (con la velocità corretta nel tachimetro, lo sguardo nello specchietto e il cartello di San Pedro), Watt ha dovuto compiere per 3 volte la tratta dell’autostrada.

L’impressionante sforzo compiuto nell’amalgamare in maniera naturale così tanti generi musicali, rende difficile trovare parole adatte per descrivere – senza andare nel dettaglio – il lavoro compiuto dal power-trio; Double Nickels On The Dime consente di scrutare in fondo le capacità musicali di Boone, Watt e Hurley, capaci di eseguire diversi stili mantenendo la grinta musicale, dove la chitarra precipita in soli vorticosi, acidi e tarantolati, per poi risalire con powerchord meno rabbiosi; idem per il basso che va di slap che è un piacere, frenetico e con pattern mai banali.

Il brano più rappresentativo (oltre che il secondo più lungo presente nell’album) è Corona, del quale i Calexico hanno interpretato una cover presente in Feast of Wire. L’ispirazione venne da un viaggio in Messico che la band fece durante l’Indipendence Day; Boone vide un popolo oppresso e simpatico, così prese la penna e scrisse la canzone che deve il suo nome all’omonima birra.