Vinícius de Moraes & Sergio Endrigo – L’Arca

Sovente mi ritrovo a pensare all’infanzia, a quando l’aria era magica e non esisteva la realtà. Penso al punteruolo, all’odore dei colori a cera, al pongo, alla pasta di sale, al grembiule, alle mutande di spugna. 

Mi mancano quei giorni, cadenzati dalla semplicità della fantasia. 

Panta rhei. Ma quelle sensazioni rimangono vive fin sotto l’epidermide e sono l’humus del presente. 

Ricordi resi vividi forse per il centenario dalla nascita di Rodari (o per i quarant’anni dalla sua dipartita) – e per il relativo sfogliare le Favole Al Telefono in questa sordida quarantena -, o forse per via di un ascolto compulsivo delle canzoni di Lauzi ed Endrigo

Fatto sta che il passato è qui accanto a ricordarmi quanto tutto fosse soffice e coccoloso, e L’Arca è quel disco che ha la forza di ravvivare il fuoco sacro della purezza in un mondo abbrutito da ogni genere di stortura. 

C’è della tenerezza alla base di tutto questo, perché L’Arca è il frutto di una serie di filastrocche che Vinícius ha scritto per i bambini, in primis per i propri nipoti, musicate con l’aiuto di Toquinho e arrangiate da Luis Bacalov. Una formazione che abbiamo già imparato a conoscere in queste settimane. 

Questo progetto però trova sfogo nelle anime feraci del duo Sergio&Sergio, ovvero Bardotti ed Endrigo, che si adoperano affinché la scintilla di de Moraes si traduca in ardente vampa. 

Tutto parte con La Casa, canzone contenuta in La Vita Amico è L’Arte dell’Incontro, versione italiana di A Casa. Questo brano è il Canone di Pachelbel delle canzoni per bambini, un inno generazionale che ha dato il là ad un effetto domino di filastrocche per l’infanzia.  

Quindi Bardotti ed Endrigo, pilastri del progetto La Vita Amico è L’Arte dell’Incontro [titolo che continuo a battere per allungare palesemente il brodo ndr], si mettono a tavolino con de Moraes e scrivono altre filastrocche, che vanno a completare un lavoro già cominciato in parte da Vinícius e ultimato con i parceiros italiani. 

È nota curiosa venire a sapere che molte di queste filastrocche, hanno preso vita prima in italiano per poi in seconda istanza essere tradotte in portoghese. Un disco che vanta illustri interpreti, oltre ai già citati sopra, quali: Ricchi e Poveri (presenti ne L’Arca); Vittorio de Scalzi dei New Trolls (che va di flauto traverso alla Ian Anderson in Le Api); Marisa Sannia (cantautrice scoperta, e per questo, saldamente legata a Endrigo) e Tullio de Piscopo alla batteria. A completare, e dare pasta da Zecchino d’Oro al disco, c’è un coro di voci bianche battezzato The Plagues (le piaghe [della serie: siete delle mollette sui coglioni, piccoli tritacazzi che non siete altro ndr]). 

Nello speciale su L’Arca, trasmesso la vigilia di Natale del 1972 per la Televisione Svizzera, Endrigo presenta così Vinícius

“Questa è la sua casa, una casa fatta di parole, di tutto e di niente. La casa dove potrebbe stare un matto o un poeta come te Vinícius” 

De Moraes interviene e spiega ai bambini tutto sé stesso, oltre a cosa sia L’Arca, in pochi passaggi: 

“Sì, soltanto non si sa se è il poeta che è matto o il matto che è poeta. Questa è una casa molto speciale, tutta fatta di lettere. Lui è Toquinho, un matto che fa musica. Lui è un poeta con la musica, io sono un poeta con le parole. Perché le lettere fanno le parole, le parole fanno i poemi, i poemi fanno le canzoni, le canzoni fanno la gente felice. No? E questa casa è una casa di gente felice, perché non c’è una casa. È una casa in cui ci sono cose tanto belle come Marisa, gli amici come Toquinho, Sergio, come voi. È una casa per bambini. E c’è anche una casa per gli animali, L’Arca.” 

Ho necessità di credere che in giornate come queste ci sia veramente bisogno di riscoprire le nostre radici musicali, anche quelle più basilari, che ci hanno confortato e coccolato durante i nostri primi passi. È vitale tornare bambini, riscoprire la sensibilità e la leggerezza, affidarci alla fantasia, alla bellezza, senza alcuna etichetta che denigri una poesia in semplice “musica per bambini”. Ritrovare contatto con il fanciullino di Pascoli che è in noi. 

Trovare le lenti adatte per vedere dalla giusta prospettiva, perché – passando da poeta, in poeta, in poeta -, come canta De André in Un Ottico 

“Vedo gli amici ancora sulla strada 
Loro non hanno fretta 
Rubano ancora al sonno l'allegria 
All'alba un po' di notte 
E poi la luce, luce che trasforma 
Il mondo in un giocattolo” 

Fabrizio De André – Creuza De Mä

Umbre de muri, muri de mainæ  

dunde ne vegnî, duve l’é ch’anæ? 

Siccome siete lettori preparati e formati, credo fermamente che la maggior parte di voi conosca bene questa strofa in genovese, e una volta cominciata a leggere sia partita in sottofondo quella base di percussioni sorda, con il bouzuki e le corde di violino strimpellate dal Maestro Pagani

Alla domanda di Raf: cosa resterà di questi anni ottanta? David Byrne risponderebbe: Creuza De Mä! Perché David Byrne dovrebbe rispondere a Raf? Non ne ho idea, ma questo si chiama espediente narrativo, pertanto usciamo da questo loop di domande molto pericoloso e continuiamo. 

Sì perché ci sono tantissimi aneddoti legati a Creuza De Mä, uno dei più conosciuti – quello che investe il disco di luce immensa (se mai ce ne fosse stato bisogno) – è il riconoscimento da parte di David Byrne, che elegge Creuza De Mä come uno dei dischi più importanti di quella decade. Un disco che continua a duplicare ai suoi amici americani e che avrebbe voluto re-interpretare, se non avesse trovato uno sbarramento non indifferente nel trasporre il genovese all’inglese. 

Impedimento non da poco, perché il genovese – come ricorda De André in un’intervista concessa a Gianni Minà nel 1984 – è una lingua morbida, con grande presenza di dittonghi che si susseguono, in cadenza, con frequenze simili al portoghese zuccheroso dei brasiliani [a conferma di ciò, ascoltate A Bertoela e O Frigideiro di Lauzi, sembrano provenire dalle spiagge di Bahia ndr]. 

Questo album non ha il piglio commerciale, eppure come nel caso di Battisti e Anima Latina, il grande bacino di cui gode De André gli consente di poter osare, di concentrarsi su progetti di promozione culturale, che lo gratifichino prima di tutto personalmente. Creuza De Mä è un’opera di divulgazione e recupero delle radici mediterranee, un tentativo di dare lustro a storie e immagini del nostro passato tramite l’ausilio della lingua locale.  

Il Maestro Pagani ricorda il primo mattoncino del progetto con queste parole “Creuza De Mä doveva essere cantato in una lingua inventata, scritta da me e Fabrizio, con linguaggio da marinai, mettendo insieme parole spagnole, portoghesi, arabe, etc. Finché un giorno Fabrizio ebbe l’intuizione di dire ‘il genovese è già così’”. 

La scelta è naturalmente spiazzante per la Ricordi, che comunque si accontenta di ricevere un disco da parte di De André e, nonostante si rivolga ad un pubblico estremamente limitato, è un album che ha trovato la propria dimensione nel mondo grazie alla musicalità del genovese – lingua di navigatori [con la presenza di fonemi arabi e turchi ndr] – che dà inaspettato respiro internazionale ai brani.  

Al quale Mauro Pagani cuce il giusto vestito grazie agli studi già resi noti al grande pubblico tramite l’omonimo disco d’esordio. Contagiato da Area e Canzoniere del Lazio, influenzato dalla musica tunisina e algerina, trova le giuste scansioni ritmiche per Creuza De Mä. Quello che non ti aspetti, ascoltando un album di questa caratura, è che la registrazione della sezione ritmica – suonata da Walter Calloni – sia avvenuta in uno scantinato, dove le batterie vengono sostituite da uno scaldabagno bianco della Zoppas da 120 litri di capienza. “Quando dovevamo fare le ritmiche, spegnevamo l’acqua calda, altrimenti aumentavi la ritmica, partiva lo scaldabagno e bisognava buttare tutto via” ci dice Calloni

Non solo la ritmica, ma anche le voci principali del disco sono state registrate nello stanzino, con questo scaldabagno Zoppas diventato nel corso delle sessioni un vero nume tutelare a riscaldare non solo le terga ma anche gli animi degli interpreti. Un vero lavoro artigianale quello compiuto nel catturare suoni su misura per il contenuto del disco, che trova il suo culmine quando Mauro Pagani – con il sound designer Allan Goldberg – va a registrare la voce di Caterina Rossi, pescivendola storica del mercato di Zena da inserire al termine della title-track e all’inizio di Jamin-a

Come racconta lo stesso Pagani, fortunatamente Caterina era solita cantare la sua nenia in RE, accordo principale del brano Creuza De Mä, e la registrazione non ha necessitato di alcun ritocco. Quello che in molti non immaginano è che la presenza di Caterina – e delle sue grida – ha dato vita ad una competizione di urla tra pescivendoli al mercato, con l’intervento di voci maschili che non era previsto in principio.  

Creuza nasce proprio da questi personaggi, discendenti diretti delle storie raccontate da De André. I marinai che tornano nella città dopo periodi più o meno lunghi di navigazione nella title-track, l’oud che introduce l’ideale di erotismo per chi è uomo di mare con la figura di Jamin-a; si prosegue cambiando scenario con la narrazione della guerra, la morte civile e culturale del Libano, balia della civiltà mediterranea, in Sìdun (Sidone). Sinán Capudán Pasciá invece è la storia di Cicala, marinaio genovese, che ha smesso di bestemmiare Dio per cominciare a bestemmiare Maometto.  

Alla fine del sedicesimo secolo viene catturato dai turchi e rifiutandosi di combattere i suoi aguzzini, si dimostra un abile arrampicatore sociale, diventando dopo tempo un gran visir e riconosciuto come Sinán Capudán Pasciá (durante le registrazioni di questo brano De André si lamenta del charleston di Calloni, che trova una soluzione battendo sulle latte di fagioli in scatola, producendo un suono più adatto per l’idea musicale di Faber ).  

Si segue con il dilemma esistenziale di ‘ pittima, il riscuoti crediti inesigibili, e con Â duménega che dà luce alla giornata di riposo delle prostitute, impossibilitate ad uscire dal loro quartiere durante la settimana (con Franco Mussida alla chitarra e al mandolino).  D’ä mæ riva chiude idealmente il cerchio cominciato ad inizio disco, raccontandoci il marinaio che parte, salutando la sua città e il suo amore, prima di ricominciare a solcare le onde. 

Ciò che non ho scritto è che la creuza è la mulattiera di mare, un sentiero suburbano delimitato da due mura.  Idealmente queste mura sono la musica e le immagini che De André ha nella propria mente. E Creuza De Mä è proprio un disco che unisce tutto seguendo l’antico adagio alla base della produzione artistica di Faber: se non ce l’urgenza di scrittura, meglio non scrivere. 

Questo mondo arzigogolato, storicamente accurato e sovrastrutturato, trova forma in soli due mesi con l’aiuto di Pagani. Ne passano altri tre-quattro per registrare il disco come nei provini. Un aspetto che mi è piaciuto tantissimo scoprire, studiando le varie interviste e gli articoli sul disco, riguarda l’insegnamento che Pagani ha tratto nel collaborare con De André in questa esperienza, lui solitamente molto verboso, è stato indirizzato all’essenzialità da Faber. Essere semplici, eliminando tutto il superfluo che può indurre a confusione. 

Scrivendo di questo album, sono stato tutto fuorché essenziale, ma spero di avervi messo voglia di riascoltare con piglio diverso Creuza, magari analizzando con attenzione il vasto ventaglio di sfumature che lo compongono, dalle parole alle cadenze, dai ritmi alle melodie esotiche.  

Buon viaggio.