Chico Buarque de Hollanda – Per Un Pugno di Samba

Chico ha un sorriso stanco.

L’esilio prosegue e, quando si è forzati a vivere lontani dal proprio paese, si è pervasi da un malessere che accresce esponenzialmente di giorno in giorno. Anche perché – permettendomi una citazione spicciola da Euripide – “non c’è dolore più grande della perdita della terra natia”. 

Molte sono le dicerie legate a questo disco [non è vero, non sono molte, ma alcune ndr], tra le quali sembra che Chico fosse talmente tanto legato a questo album da non disporre nemmeno di una copia originale, o che comunque fosse saturo del soggiorno italiano da non fargli godere la lavorazione allo stesso (qualcuno vuole davvero biasimarlo?). Con i “se” e con i “ma”, la storia non si fa, cerco perciò di porre il focus sui fatti, non sulle pugnette. 

Chico Buarque na Italia non ha sbancato. Sì…un grande disco di culto, ma che non ha soddisfatto a pieno i discografici. La decisione quindi è di tirar giù l’artiglieria pesante per rendere più appetibile il brasiliano triste al pubblico. Bardotti, prosegue così nella sua opera di traduzione dei testi. C’è da dire che riguardo il suo lavoro in questo disco ho letto qualche parere – sicuramente più autorevole del mio – negativo (soprattutto per Roda VivaQuem Te Viu Quem Te Ve).  

Da questo punto di vista non mi esprimo, probabile che l’alleggerimento nelle tematiche dei testi – in questi casi – sia legato ad una mancanza di “empatia” da parte di chi – grazie a Dio – non è più sotto regime, o semplicemente da parte di chi vive in un contesto sociale differente. 

Al mestiere di Bardotti, si somma il contributo negli arrangiamenti di un rampante Ennio Morricone, che ha vissuto l’epopea della trilogia del dollaro e vanta già collaborazioni con Pasolini, Petri, Bertolucci, Corbucci, Bellocchio, Fulci, etc… insomma, robetta di un certo livello.  

Non si può far felici tutti quanti e sembra proprio che questo disco non sia nato col favore degli astri. Di fatto, anche gli esperti brasiliani del settore, abili cagacazzo, non hanno apprezzato la mano di Morricone, bollando in maniera dispregiativa il suo apporto musicale come samba da gringo (ovvero samba arrangiato da stranieri che non sono addentro la musica brasileira). Ora anche in questo caso non mi esprimo, però la mano di Morricone è decisamente strutturata e filmica, se gli arrangiamenti di Enrico Simonetti si sono rivelati complementari ai brani originali, quelli di Morricone sembrano stravolgere le idee iniziali di Buarque. In alcuni casi trasformando gli originali di Chico in brani nuovi, lontani parenti della prima versione.  

Questo non per forza è un difetto, perché dà modo di valutare sfaccettature nascoste di Chico, certo è che quest’album appare poco personale ed estremamente pilotato. Quasi una scelta subita.  

Non interpretate le mie parole come una bocciatura, perché comunque questo è un disco valido, che va ad incastrarsi in un disegno molto più grande. Una fotografia della scena musicale italiana in un periodo storico in cui aveva ancora peso nel panorama internazionale. A dare ulteriore prestigio ad un disco che sembra una pigna nel culo per chiunque, la presenza di Edda Dell’Orso (voce nella colonna sonora in Giù La Testa) e delle giovani Loredana Bertè e Mia Martini ai cori, sentitamente ringraziate nei credit da Chico con “Mimì e Lolò sorelle brave come belle”. 

Insomma, Per Un Pugno di Samba passa in sordina, forse perché gli interpreti principali sembrano quasi non ricordarsene, e sicuramente se non lo conoscete non andrete a cercarlo. È un lavoro che a mio avviso andrebbe ascoltato per avere chiaro in mente cosa eravamo in grado di produrre in quegli anni. Per avere consapevolezza di quale livello ricoprivamo 50 anni fa e di come un disco in quegli anni fosse qualitativamente alto, nonostante non se lo inculasse nessuno. 

P.S. non posso chiudere senza menzionare Agora Falando Sério (Ed Ora Dico Sul Serio), nella quale Chico vomita le sue frustrazioni, la stanchezza nell’essere considerato un cantante leggero, la stanchezza di essere ricordato per A Banda. Un grido di dolore che emerge chiaro nel non essere compreso come Uomo, portavoce di messaggi alti, depotenziati dal circo mediatico italiano. 

Chico Buarque de Hollanda – Chico Buarque na Italia

Batte la lingua sul tamburo ed insiste nell’incanto di un’epoca così densa di interpreti maiuscoli.  

Non ci si rende bene conto di quanta fortuna la nostra terra abbia avuto nell’accogliere personaggi come ViníciusToquinho e Chico Buarque. Il sapere che hanno vissuto gomito a gomito con Bardotti, Endrigo, Ungaretti, Morricone, Vanoni, Mimì & Loredana, provoca un brivido malsano che sfocia in entusiasmo continuo. 

Se di Ungaretti Vinícius abbiamo già raccontato, ora è il turno di addentrarci nel legame di Chico con l’Italia e colgo l’occasione di prendere in esame questo disco per farlo.  

L’oramai noto, Sergio Buarque de Hollanda, attraversa un destino analogo a quello di Unga, emigrato per insegnare in un altro paese. Così Chico, segue il papà in Italia e la vive, nel pieno della sua bellezza, un fiore pronto a sbocciare tra le avvisaglie concrete del boom economico.  

“Avevo otto anni nel febbraio del ‘53, quando sono sbarcato in Italia, a Roma, con mia madre e tanti fratelli. Quando ci ritornai nel gennaio del ‘69, ritrovai tutto lì, uguale ai miei ricordi, solo un poco più piccolo. Fin dalla prima mattina mi sentivo però come il miope di Italo Calvino, incontrando volti conosciuti o salutando gente che non mi rispondeva. Umiliato, ritornavo infine in albergo, dove mia moglie, incinta, parlava al telefono con Rio de Janeiro. Le notizie dal Brasile a causa della dittatura non erano meravigliose, così il mio soggiorno all’estero – previsto di tre settimane – si prolungava per una durata incerta.” 

Il regime brasiliano pretende una partecipazione diretta (come consono per ogni regime, che ha nella viltà una delle implicite definizioni), perciò gente come Chico – in grado di lanciare strali avvelenati con naturalezza – viene arrestata, torturata o nel migliore dei casi esiliata. Bhe, Chico sceglie da sé di esiliarsi, sapendo che di piegare la testa davanti alle storture di chi ragiona per interesse proprio anziché per bene comune non se ne parla. 

Sicché nel 1969, dopo aver ricevuto l’autorizzazione da parte degli stati generali per potersi assentare dalla terra natia, Chico se ne va prima a Cannes per poi dirigersi spontaneamente a Roma con l’intento di partecipare alla Fiera Internazionale del Mercato del Disco.  

Roma diventò, a quel punto, la mia nuova residenza; ma la sentivo più dura, come se sospettasse che vivevo in lei pensando ad un’altra. Era vero, ma allo stesso tempo ero deciso a non pensare più alla mia città. Avevo inciso un disco in italiano quasi senza accento, ero presente in radio e in tv, cantai a Piazza Navona, per un documentario di Gianni Minà, ma Roma non mi capiva. Inventai un samba in dialetto romanesco, ma Roma non ci cascò. Le dissi allora che a Rio ero indesiderato, aggiungendo che non potevo vivere così, per aria, senza una città.” 

Ecco, le aspettative su Chico sono abbastanza alte, sapete ha scritto A Banda, e Mina l’ha resa famosa nello stivale (successivamente eseguirà anche Com Açucar, Com Afeto in Mina Canta o Brasil), quindi per i discografici la venuta di Chico in Italia è l’occasione di monetizzare la sua presenza. 

Bardotti è allertato e si adopera per adattare i testi di Chico. A Banda viene mantenuta nella versione di Mina Amurri, mentre Pedro Pedreira è messa in forma grazie all’aiuto di Enzo Jannacci, che ne interpreterà la sua versione negli anni a venire.  

Il successo atteso dai discografici arranca, ma Chico riceve un’esposizione mediatica interessante, della quale abbiamo tuttora traccia. Ad esempio c’è una versione di A Banda cantata con Lea Massari (grande appassionata di musica brasiliana, la ricorderete come protagonista di L’Avventura di Antonioni) o un’ospitata alla RAI nella quale canta Tem Mais Samba e successivamente l’adattamento italiano di Meu Refrão (Una Mia Canzone), nel quale si presta ad una gag con la buonanima di Gino Bramieri.  

Piccola curiosità, nonostante questo disco ripeschi composizioni dai 3 album precedenti di Chico, ha una freschezza tipica della musica leggera italiana degli anni ‘60 e deve questo merito all’arrangiamento del maestro Enrico Simonetti. Anch’esso ha vissuto in Brasile, dal 1952 al 1962, dimostrando la sensibilità giusta per addentrarsi nell’operazione di trasposizione intrapresa da Bardotti

Questo album cattura lo stato d’animo di Chico all’epoca, imprigionato in una terra così lontana dalla sua, seppur familiare:

“Ero ridicolo, volevo disperatamente che Roma mi accettasse. E così le offrii la mia primogenita, SilviaVinícius de Moraes fece registrare da un’infermiera il primo pianto della bimba. E a sua madre, Marietta, mia moglie, Giuseppe Ungaretti diceva ‘Bella, bella!’. Con il consenso di Roma ho vissuto un tempo che, altrove, sarebbe stato probabilmente invivibile.” 

Vinícius de Moraes, Ornella Vanoni & Toquinho – La voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria

Ci sono delle cose da mettere al loro posto prima che sia troppo tardi.  

Una di queste è ridare il giusto risalto a Ornella Vanoni, adesso. Prima che sia troppo tardi.  

Molto spesso vittima delle sbeffeggianti bestie dell’internet, senza macchia e, scarsamente empatiche. La frustrazione è una brutta bestia e il passato frequentemente viene cancellato con un colpo di spugna che manco Viakal con le incrostazioni. 

Ornella Vanoni è una gran Donna, ha scritto capitoli della musica leggera italiana, è simbolo di emancipazione femminile ante litteram. Non solo per il jazz (che? Ahhhh il jazzz!) e per le scelte artistiche di spessore (tra cui l’esordio di carriera a teatro e le varie collaborazioni con Albertazzi e Proietti), quanto perché simbolo di libertà nello scegliere ciò che ha reputato giusto per lei. Senza preconcetti, o senza seguire il parere di un’opinione pubblica che in tempi di DC ha fatto il bello e il cattivo tempo in un’Italia bigotta. 

Questo disco – a modesto parer mio – la celebra e ne riconosce l’importanza nel panorama internazionale con una collaborazione tra Italia e Brasile che ha dato i suoi frutti (io li metto nel forno [gli Elii non li dobbiamo mai e poi mai accantonare! Ndr]. 

Chi c’è a capo dell’operazione se non il nostro caro Sergione Bardotti?  

Colui che ha tradotto tutti i testi presenti nel disco e ha aiutato a imbastire questo meraviglioso ambaradan. 

Il filo conduttore è nelle canzoni scritte da Vinícius de Moraes (insieme ai parceiros di una vita come Baden Powell, Tom Jobim e Chico Buarque), di cui il disco è composto. Un compendio utile per avvicinarsi al mondo di de Moraes (qualora lecitamente non voleste fare la trafila che vi ho proposto nei precedenti post).  

Tra saudade, felicità, tristezza, pazzia e allegria, si inseguono melodie e canzoni che hanno accidentalmente conquistato un posto speciale nella nostra memoria – conquistato non si sa come negli anni – come per La Voglia, La Pazzia (Se Ela Quisesse) inconsciamente divenuto un inno all’amore e all’innamoramento  

“Cerchiamo insieme 
Tutto il bello della vita 
In un momento 
Che non scappi tra le dita” 

“A questo punto 
Buonanotte all'incertezza 
Ai problemi all'amarezza 
Sento il carnevale entrare in me” 

Sono versi di una bellezza disarmante esaltati dalla traduzione di un Bardotti, che anche in altri brani lascia a bocca aperta per la capacità, già espressa negli altri lavori, nel traslare le emozioni originali nella versione italiana. A questa base già densa, si aggiungono le esecuzioni di Ornellona che lascia scivolare le note dalla bocca con una semplicità imbarazzante, tanto leggiadra da sembrare camminare sopra l’acqua.  

Canta in una lingua creola a cavallo tra il portoghese zuccheroso e l’italiano, imbambolando l’ascoltatore in un trompe-oreille tambureggiante, come ad esempio in Senza Paura (Sem Medo) o nel Samba della Rosa (Samba da Rosa), tanto da ingannare anche con una Anema e Core piazzata di sfuggita in mezzo al disco, con quel napoletano che tanto si avvicina alla morbidezza, musicalità e alle sfumature liriche del brasiliano. 

“Quel disco è tra i capolavori mondiali di quel periodo. Con il mio produttore, Sergio Bardotti, andammo a San Paolo del Brasile per incontrare Vinícius Toquinho. Poi loro ci vennero a trovare in Italia, a Roma, dove abbiamo registrato tutto in tre mesi. Ci siamo divertiti tantissimo. Stavamo sempre insieme. Mangiavamo, ridevamo, piangevamo: allora si lavorava così. Erano periodi in cui si stava tutti sempre insieme. Oggi è diverso”. 

Il ricordo della Vanoni in merito è veritiero, ed è una confessione che lascia riflettere sul come si viveva la musica ed i rapporti umani. Si faceva squadra entrando in simbiosi con i propri colleghi, riuscendo ad entrare in pieno nelle tracce da cantare, vivendole prima nell’anima e poi nella pelle, facendosi stimare da personaggi di caratura internazionale come de MoraesToquinho. I quali vengono celebrati con Samba per Vinícius (Samba pra Vinícius) a chiusura del disco (brano scritto da Chico BuarqueToquinho in omaggio a Vinícius nel 1974). 

Quindi lasciatemelo gridare con gaudio magno: Viva, viva, Ornella!

Vinícius de Moraes & Sergio Endrigo – L’Arca

Sovente mi ritrovo a pensare all’infanzia, a quando l’aria era magica e non esisteva la realtà. Penso al punteruolo, all’odore dei colori a cera, al pongo, alla pasta di sale, al grembiule, alle mutande di spugna. 

Mi mancano quei giorni, cadenzati dalla semplicità della fantasia. 

Panta rhei. Ma quelle sensazioni rimangono vive fin sotto l’epidermide e sono l’humus del presente. 

Ricordi resi vividi forse per il centenario dalla nascita di Rodari (o per i quarant’anni dalla sua dipartita) – e per il relativo sfogliare le Favole Al Telefono in questa sordida quarantena -, o forse per via di un ascolto compulsivo delle canzoni di Lauzi ed Endrigo

Fatto sta che il passato è qui accanto a ricordarmi quanto tutto fosse soffice e coccoloso, e L’Arca è quel disco che ha la forza di ravvivare il fuoco sacro della purezza in un mondo abbrutito da ogni genere di stortura. 

C’è della tenerezza alla base di tutto questo, perché L’Arca è il frutto di una serie di filastrocche che Vinícius ha scritto per i bambini, in primis per i propri nipoti, musicate con l’aiuto di Toquinho e arrangiate da Luis Bacalov. Una formazione che abbiamo già imparato a conoscere in queste settimane. 

Questo progetto però trova sfogo nelle anime feraci del duo Sergio&Sergio, ovvero Bardotti ed Endrigo, che si adoperano affinché la scintilla di de Moraes si traduca in ardente vampa. 

Tutto parte con La Casa, canzone contenuta in La Vita Amico è L’Arte dell’Incontro, versione italiana di A Casa. Questo brano è il Canone di Pachelbel delle canzoni per bambini, un inno generazionale che ha dato il là ad un effetto domino di filastrocche per l’infanzia.  

Quindi Bardotti ed Endrigo, pilastri del progetto La Vita Amico è L’Arte dell’Incontro [titolo che continuo a battere per allungare palesemente il brodo ndr], si mettono a tavolino con de Moraes e scrivono altre filastrocche, che vanno a completare un lavoro già cominciato in parte da Vinícius e ultimato con i parceiros italiani. 

È nota curiosa venire a sapere che molte di queste filastrocche, hanno preso vita prima in italiano per poi in seconda istanza essere tradotte in portoghese. Un disco che vanta illustri interpreti, oltre ai già citati sopra, quali: Ricchi e Poveri (presenti ne L’Arca); Vittorio de Scalzi dei New Trolls (che va di flauto traverso alla Ian Anderson in Le Api); Marisa Sannia (cantautrice scoperta, e per questo, saldamente legata a Endrigo) e Tullio de Piscopo alla batteria. A completare, e dare pasta da Zecchino d’Oro al disco, c’è un coro di voci bianche battezzato The Plagues (le piaghe [della serie: siete delle mollette sui coglioni, piccoli tritacazzi che non siete altro ndr]). 

Nello speciale su L’Arca, trasmesso la vigilia di Natale del 1972 per la Televisione Svizzera, Endrigo presenta così Vinícius

“Questa è la sua casa, una casa fatta di parole, di tutto e di niente. La casa dove potrebbe stare un matto o un poeta come te Vinícius” 

De Moraes interviene e spiega ai bambini tutto sé stesso, oltre a cosa sia L’Arca, in pochi passaggi: 

“Sì, soltanto non si sa se è il poeta che è matto o il matto che è poeta. Questa è una casa molto speciale, tutta fatta di lettere. Lui è Toquinho, un matto che fa musica. Lui è un poeta con la musica, io sono un poeta con le parole. Perché le lettere fanno le parole, le parole fanno i poemi, i poemi fanno le canzoni, le canzoni fanno la gente felice. No? E questa casa è una casa di gente felice, perché non c’è una casa. È una casa in cui ci sono cose tanto belle come Marisa, gli amici come Toquinho, Sergio, come voi. È una casa per bambini. E c’è anche una casa per gli animali, L’Arca.” 

Ho necessità di credere che in giornate come queste ci sia veramente bisogno di riscoprire le nostre radici musicali, anche quelle più basilari, che ci hanno confortato e coccolato durante i nostri primi passi. È vitale tornare bambini, riscoprire la sensibilità e la leggerezza, affidarci alla fantasia, alla bellezza, senza alcuna etichetta che denigri una poesia in semplice “musica per bambini”. Ritrovare contatto con il fanciullino di Pascoli che è in noi. 

Trovare le lenti adatte per vedere dalla giusta prospettiva, perché – passando da poeta, in poeta, in poeta -, come canta De André in Un Ottico 

“Vedo gli amici ancora sulla strada 
Loro non hanno fretta 
Rubano ancora al sonno l'allegria 
All'alba un po' di notte 
E poi la luce, luce che trasforma 
Il mondo in un giocattolo” 

Chico Buarque de Hollanda – Chico Buarque de Hollanda

Per il ciclo “Il titolo è una cosa seria, molto seria” [parafrasando la buonanima di Osvaldo Paniccia ndr] oggi trattiamo uno degli artisti del mio cuore, che ha avuto il merito di guadagnarsi molto spazio in questo ciclo di pubblicazione. 

Vinícius de Moraes lo ha omaggiato, nel Samba delle Benedizioni, con dei versi colmi d’amore e stima paterna 

“Benedizione, Chico Buarque de Hollanda 
Tu che non chiedi, comandi 
Tu che hai nel cuore una banda 
Tu che appena parti, già sei arrivato!” 

Quella banda nel cuore è la stessa arrivata a noi nel 1967 tramite Mina e la traduzione di Antonio Amurri, ma che è stata nel 1966 successo brasiliano per merito di Nara Leão e poi dello stesso Chico (che l’ha inserita nel suo primo disco dal titolo super originale ad apertura). Come già scritto nelle precedenti pillole, il sodalizio LeãoBuarque è stato di singolare intensità, un rapporto artistico che ha condotto entrambi al successo e che ha generato stelle folgoranti nel firmamento musicale brasiliano. 

Pensate, all’inizio, quando ancora non conoscevo lo spessore artistico e la carriera di Chico, lui mi stava un po’ sulle balle. Lo avevo etichettato come finto timido [ahimè cado in sciocchi cliché nonostante mi batta per eliminarli ndr]. Così bello, fortunato, figlio di papà. Tutti elementi che hanno innescato in me un meccanismo denigratorio difficile da interrompere. 

Poi ho capito.  

La sua timidezza è reale, quella voce intensa ma senza pretese e quegli occhi così tristi non possono mentire. La sofferenza quasi nello stare sul palco, le velleità da scrittore più che da musicista. Un uomo che ne ha viste nella propria vita e non ha taciuto di fronte alle angherie, anzi ha dato voce a chi non ne aveva, mettendosi di traverso al regime. 

Se Chico ha ottenuto il riconoscimento planetario, questo, è grazie a A Banda, un brano – in apparenza languido – che tutti ricordiamo per averlo cantato da bambini. Ispirato dalla canzone Ensaio Geral di Gilberto Gil (presente in Luvaçao), compone in un giorno la base armonica, alla quale si è aggiunta la stesura del testo che non ha preteso tanto tempo in più. Un flusso incontenibile che Chico ha riversato su nastro con l’obiettivo di competere per il Festival di Musica Popolare Brasiliana (il Sanremo brasileiro ispirato proprio alla kermesse della città dei fiori). 

Grazie all’interpretazione della Leão, in coppia con Chico, la canzone vince il festival (alla pari con Disparada di Geraldo Vandré) vendendo oltre 50mila copie in 4 giorni.  Ciò che solitamente non viene colto di A Banda, è il messaggio: un acquerello che descrive la disperazione nelle persone della città, afflitte dalla condizione sociale, dalla solitudine, dalla paura. Un coacervo di sensazioni mondate dal passaggio della banda di paese che “cantando coisas de amor” dona la speranza tra i cittadini. 

Oltre a scorrere come acqua tra le dita, questo disco si fa volere bene, avvicinando l’ascoltatore alla musica popolare brasiliana senza forzature. L’esordio su LP di Chico contiene tante canzoni che tratterò nei prossimi articoli e per le quali ora preferisco non soffermarmi (Tem Mais Samba, Pedro Pedreira, A Rita, etc… chi conosce l’argomento sicuramente avrà già capito i riferimenti).  

Posso tranquillamente asserire che vi ritroverete ad ascoltare questo album più e più volte durante la giornata, senza essere in grado di riconoscerne la fine e l’inizio. Le chiappette vibreranno al ritmo giusto (almeno fino alla prossima pillola). 

Vinícius de Moraes, Giuseppe Ungaretti, Sergio Endrigo – La Vita, Amico, è l’Arte dell’Incontro

Metti insieme un poeta, un chitarrista, un poeta, un cantante e… oh cazzo! Dio santissimo che incipit scialbo. Riprovo. 

Déjavù! [e questa volta non c’entrano una sega Crosby, Stills, Nash e Young ndr

“La vita è l’arte dell’incontro” cantava Vinícius de Moraes nel Samba delle Benedizioni, quando con Endrigo e Ungaretti diede vita a una delle collaborazioni tra le più armoniose di sempre. 
Ho sempre amato questa frase e il pensiero che si cela dietro: ogni incontro ci arricchisce personalmente e culturalmente, cesella sempre più la nostra personalità nel viaggio della vita. In quel mosaico che scopre, in ogni incontro, una tessera prodigiosa capace di impreziosirne il disegno.  

Anche in questo caso, si tratta di ricostruire una storia dai molti volti e dalle altrettante anime. 

Di Ungaretti, con pigrizia, si ricorda solamente la poesia Soldati. Queste poche righe non hanno la vanità di spiegarvelo, ma se servissero anche solo a titillare la curiosità per scoprirlo, ne sarei felice di certo. Ecco, tornando a noi, ero intento a scrivere che nel 1936, Ungaretti, si trasferisce assieme alla propria famiglia in Brasile. Accetta la cattedra e resta nello stato paulista per 6 anni. 

Durante il periodo accademico incontra Vinícius – precisamente nel 1937 – una combinazione che qualche anno più tardi produrrà una raccolta di poesie di de Moraes tradotte in italiano dallo stesso Ungaretti.

OT: Piccola nota rosa a margine. Giuseppe Ungaretti qualche anno dopo la dipartita della moglie Jeanne si lega sentimentalmente alla giovanissima italobrasiliana Bruna Bianco, 52 anni di differenza colmati a poemi. Una relazione appassionata che – destando qualche scandalo – accompagna Ungaretti nell’ultimo tratto del proprio tragitto, regalando alcuni versi di intensità vibrante come 

Sei comparsa al portone 
in un vestito rosso 
per dirmi che sei fuoco   
che consuma e riaccende […]. 
Percorremmo la strada   
che lacera il rigoglio 
della selvaggia altura.   
Ma già da molto tempo 
sapevo che soffrendo con temeraria fede, 
l’età per vincere non conta. 

/Fine OT 

Saltando di palo in frasca, ora siamo nell’inverno del 1969, [un salto temporale che fa una pippa a Quantum Leap ndr] e Vinícius bazzica da qualche mese Roma. Durante le “vacanze romane” si incontra nuovamente con Ungaretti, assieme a lui questa volta c’è il giovane Toquinho, promettente chitarrista di origine italiana che si rivela uno dei parceiro più prolifici di de Moraes completando le sue idee artistiche per tutta l’ultima fase della sua carriera. 

Il 1969, si propone come un anno particolare per l’intreccio artistico tra Italia e Brasile. Chico Buarque si trova in esilio volontario a Roma, e per Vinícius, Chico è un figlioccio oltre che uno dei suoi allievi più promettenti.  Vinícius ha un legame pregresso con Chico – amico di suo padre Sergio Buarque – crede talmente tanto in lui da riconoscerlo con una citazione nel Samba delle Benedizioni (Tu che hai nel cuore una banda).

In questo parterre de rois, troviamo una nostra vecchia conoscenza in materia musicale, quel Sergio Bardotti profondo conoscitore del Brasile e della sua musica, capace di trattare la materia con innata delicatezza.  

Bardotti ha agito da vero e proprio mediatore culturale, riuscendo a trasportare il Brasile in Italia, offrendoci gran parte delle tonalità del portoghese zuccherato nei testi. Un lavoro di cui è difficile trovare eguali. Anche perché è stata sua l’idea di rendere immortali le registrazioni di questo periodo romano. Già a conoscenza dell’amicizia tra Unga Vinícius, decide così di coinvolgere tutti portandoli in studio di registrazione. A loro si aggiungono Luis Bacalov al pianoforte e Sergio Endrigo alla voce. Sì, Sergione Endrigo con il quale Toquinho, de Moraes e Chico Buarque collaboreranno nei giorni a venire. 

Ma immaginate che bellezza? 

Ungaretti, de MoraesToquinho, BardottiBacalov, Endrigo

So che avete declamato quest’ultima riga come la formazione di Italia-Germania di Messico 1970… no? [fatelo maledetti ndr

Comunque in questo Capolavoro trovate un pezzo della nostra storia, quel La Casa, facente parte di una raccolta di filastrocche pensata da de Moraes per i propri nipoti e resa celebre in Italia dal caro Endrigo

In ultima istanza, sarebbe sacrilego dimenticare quella meraviglia del Samba da Bençao, tradotta da Bardotti nel Samba delle Benedizioni, una preghiera laica di mistica essenza. L’ho sempre considerata la verità incisa su vinile, il senso della vita. La bellezza della vita. 

Tutto il disco ha una cappa di spiritualità che lo ammanta, legata al vissuto di Baden Powell, che ha avuto il merito di introdurre Vinícius de Moraes al Candomblè e alla ritualità tipica del Brasile africanizzato. Rendendo Vinícius“il bianco più negro del Brasile”, come amava definirsi. 

Ho la sensazione di aver scritto tanto e non aver detto nulla, questo lavoro offre numerosi spunti di racconto, avrei il piacere di scriverne in maniera più approfondita, ma lo spazio a disposizione [da me imposto ndr] è stato sforato di brutto e sono sicuro di avervi già annoiato. 

Chiedo scudo [per citare il buon Giurato ndr]. 

Saravà Vinicius! 

Vinícius de Moraes & Odete Lara – Vinícius & Odete

Metti insieme un poeta, un chitarrista, un arrangiatore e un’attrice… Dio santissimo che incipit scialbo. Riprovo. 

Nella ricerca spasmodica di piccole gemme nel panorama musicale brasileiro, che si potessero incastrare bene in questo ciclo di pubblicazioni, ho avuto modo di selezionare dischi che avessero un comune denominatore. Non è un caso che la maggior parte delle proposte sia orecchiabile, prestandosi a dei primi ascolti non troppo approfonditi, non richiedendo troppo del vostro tempo. 

Uno degli aspetti che più mi affascina della musica brasiliana è la sovrapposizione nella proposta di alcuni brani. Noterete quindi che molte canzoni ascoltate in degli album si ripresentino con differenti arrangiamenti – e formato – in altri. 

Alcuni classici sono diventati tali proprio perché reinterpretati fino allo sfinimento.  

Quindi in questo caso è necessario – in primo luogo – presentare Odete Righi Bertoluzzi, in arte Odete Lara. Attrice che in alcuni tratti somatici può ricordare Monica Vitti, dal passato tremendo, figlia di emigrati italiani. Destinata ad un orfanotrofio per le condizioni precarie di salute del padre (malato di tubercolosi) e a seguito del suicidio della madre, quando lei aveva solo 6 anni. Nonostante ciò Odete affronta la vita con caparbietà e dopo un inizio come modella, comincia l’attività da attrice in telenovelas e successivamente per pellicole. In parallelo si avvia anche un’intensa attività teatrale accanto a nomi come Chico Buarque (in Meu Refrão e con la quale cantò anche la versione di Chico di Noite Dos Mascarados [ne accenneremo in qualche modo nelle prossime uscite ndr]), Sérgio Mendes, Sidney Miller e in ultimo con Vinícius de Moraes per Skindô

Proprio dalle registrazioni di questo spettacolo trova sfogo quella che sarà la prima uscita discografica di Lara, un disco a 2 voci con Vinícius, e a 8 mani visto che oltre al poeta [come anticipato nello scialbo incipit di prima ndr] si aggiungono l’epico chitarrista Baden Powell [non il guru degli scout ndr] (al quale Vinicius concederà una appassionata dedica nel Samba delle Benedizioni) e il grandissimo – quanto ahimé poco conosciuto – Moacyr Santos (del quale, per farvi un’idea vi consiglio vivamente Carnival of the Spirits). 

E per quanto riguarda i classici di cui scrivevo poco sopra? 

BerimbaoLabareda Deixa le abbiamo già nominate in alcuni dei precedenti articoli, c’entra la Leão e il suo rapporto con de Moraes sviluppatosi nei circoli intellettuali bossanovisti (ovvero casa Leão). Oltre i di già sopra citati, mi sento di tirare in ballo una delle mie canzoni del cuore O Astronauta, una delizia capace di quietare gli animi più torvi e cinici. 

Poi ragazzi che altro devo scrivere se non: ascoltate questo bel disco. Vi rilasserete seguendo Vinícius Odete. Anche perché credo che un po’ di relax, in questo momento, non faccia male a nessuno.