Radiohead – Amnesiac

Radiohead - Amnesiac

Ciao, oggi avrei voluto raccontarvi di un disco, ma sinceramente non ricordo bene quale… devo avere avuto una leggera Amnesiac……………………….. 

Siete liberi di non seguirmi più, lo accetto di buon grado.  

Dopo avermi dato del coglionazzo (a ragione), possiamo addentrarci in quello che Giovanni Verdelegno definisce il gemello di Kid A ma con una gestazione un po’ più lunga. A differenza del fratello maggiore, Amnesiac non sorprende così tanto, anzi … i Radiohead continuano a percorrere quel sentiero, senza la paura del buio, della nebbia che scende e dei compagni che piano piano abbandonano la retta via per tornare verso lidi più confortevoli.  

La critica – acida di natura – etichetta Amnesiac come la raccolta di b-sides di Kid A, ma il tempo si rivelerà galantuomo ed il disco subirà una riscoperta più che meritata, rivelandosi una delle opere sicuramente meglio assortite della band di Oxford. 

Lo ripeto: registrato durante le stesse sessioni di Kid A [forse è per questo che sto scrivendo l’articolo di Kid AAmnesiac contemporaneamente, dedicando un paragrafo prima all’uno e poi all’altro ndr], in Amnesiac persistono i loop spettrali prodotti dal Roland MC-505 e l’elettronica, ma si fanno più evidenti le influenze blues (saranno miraggi uditivi, ma in alcuni casi mi sembra di sentire i paesaggi sonori di Ry Cooder) e jazz di Charlie ParkerChet Baker. 

Ad esempio Pyramid Song è ispirata a Freedom di Mingus, mentre il testo viene in mente a Yorke dopo aver visitato una mostra incentrata sul mondo egizio e il suo aldilà, al quale ha mischiato il concetto ciclico della vita che troviamo alla base del buddismo.  

Pyramid è uno di quei brani rimasti impressi nella memoria in chi ha vissuto l’uscita di Amnesiac nel mercato, essendo il primo singolo dopo Airbag del 1998, un brano al quale associamo il meraviglioso suono – proveniente dal profondo passato e – ricavato dall’Onde Martenot suonato da Jonny Greenwood. 

“Ho cambiato la mia attitudine, le parole che canto […], è molto meno di un confessionale. Ne ho abbastanza di ciò. Ad esempio Pyramid Song è a malapena un confessionale, veramente… eppure un po’ lo è”, il buon Tommy si prende un po’ gioco di noi, e non solo, lo stesso Jonny Greenwood non ha idea di cosa trattino i testi di Yorke – così come il resto della band – ognuno così è in grado di correlare al testo il significato che immagina. 

Scrivevo che il jazz aleggia in tutto il disco, ma lo noterebbe anche un sordo ascoltando Life In a Glasshouse. So di aver scoperto l’acqua calda, ma questo brano ostentatamente jazz ha dietro una storia carina da raccontare [la parola jazz leggetela come la direbbe Ornella Vanoni ndr]. È l’unico brano registrato subito dopo l’uscita di Kid A, Jonny si prende la responsabilità di scrivere al trombettista Humprey Lyttelton chiedendo (a lui ed alla sua band) di prendere parte alla registrazione del brano.  

Humprey accetta solamente dopo che il figlio lo introduce ad Ok Computer, per la gioia di un Greenwood che di fatto aveva scorto la sindrome di Icaro nei Radiohead, salvandoli da inciampi epocali “Ci siamo resi conto di non poter suonare il jazz. Siamo sempre stati una band dalle grandi ambizioni ma dalla tecnica limitata”. Il brano viene vestito meravigliosamente da Humprey che suona un jazz funeral in chiave minore che rende il brano un vero gioiellino. 

Sarebbe ingeneroso tralasciare il lavorone effettuato su tracce come Pulk/Pull Revolving Doors nel quale il nastro di registrazione continua a registrarsi sopra senza cancellare il pregresso e creando quella giostra sonora che caratterizza il brano.  

In Pulk sono presenti stralci campionati di True Love Waits, un processo simile è stato compiuto su Like Spinning Plates nata da I Will, brano abortito e che ritroviamo su Hail To The Thief. Il testo di Spinning Plates è stato cantato al contrario da Yorke seguendo il processo di inversione fonetica (per gli smemorelli un simile sforzo lo ritrovate in Little Red Riding Hood Hit The Road di Robert Wyatt oppure in Messaggio Satanico di Elio e Le Storie Tese). 

E come dimenticare Knives Out che, come eroicamente ci riportò Ed O’Brien nel suo diario online, ha richiesto ben 373 giorni di registrazione?  

Mi rendo conto di aver tralasciato un mucchio di cose, ma bisognerebbe scrivere un trattato su Kid AAmnesiac – dischi legati da un doppio filo –  e non ho modo di farlo. Se doveste trovarvi a spiegare le differenze tra due gemelli omozigoti se vi soffermaste sull’aspetto fisico, qualche sfumatura potreste coglierla certo, ma ciò che li distingue veramente è l’anima, in quello c’è una differenza tangibile, lo specchio di ciò che dico è Morning Bell presente sia in Kid A che in Amnesiac con differenti arrangiamenti. Ascoltatele attentamente e capirete le differenze tra i due dischi. 

P.S. anche in questo caso la copertina del disco è illustrata da Stanley Donwood, e ritrae un minotauro piangente, disegnato mentre Donwood stava perdendosi nella metro di Londra tra appunti e schizzi. Londra è il moderno labirinto nel quale chi ascolta è il minotauro e chi lo circonda è metà umano e metà mostro. Cioè una pippa totale per farti capire che oggi giorno il labirinto non ha più barriere fisiche ma mentali. 

 

 

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Moondog – Moondog

Moondog - Moondog

Il progetto Pillole è nato con l’intento di parlare di musica in maniera scanzonata, nel tentativo di far conoscere la musica che mi ha accompagnato dall’infanzia ad oggi e provare a trasmetterne l’importanza che ha avuto per me.

Posso definire la musica come una cartina da tornasole delle esperienze vissute: riascoltando alcuni dischi o certi artisti, è facile risalire a determinati momenti passati, stati d’animo sopiti.

La presunzione che muove il progetto è la condivisione. Non mi reputo un genio, ma nemmeno l’ultimo degli scemi, nella mia testa ho sempre avuto un percorso chiaro, sapevo dove avrei voluto portarvi.  

Negli anni ho accennato un po’ qua, un po’ là, un argomento che ha sfaccettature di una complessità ai limiti del lesivo, ed oggi ho deciso di cominciare ad approfondirlo. Credo che il modo migliore sia quello di farlo attraverso un personaggio eccentrico, raccontandovi la sua storia più che la sua musica. La Musica contemporanea, così come l’avanguardia, non è così estranea come la dipingono, perciò non abbiate paura di confrontarvi col diverso, con la novità, perché rischiate di precludervi esperienze meravigliose.

Pertanto, mi auguro che questo sia solo il primo passo e che abbiate voglia di addentrarvi nella discografia di Louis Hardin e degli altri artisti che vi presenterò nelle prossime pubblicazioni. 

Sul crinale tra la leggenda realtà si è mosso il bardo per eccellenza: Moondog, al secolo Louis Thomas Hardin. Una figura eteroclita, che – se non vi fosse memoria fotografica – potrebbe benissimo esser stata frutto della fantasia di Tolkien. Solito aggirarsi per la 6th Avenue di New York, zona nella quale si è esibito – in modo continuativo – per una ventina d’anni suscitando l’interesse dei passanti e raccogliendo le celebrazioni di poeti beat e figli dei fiori. 

Nato e cresciuto nel Kansas, diviene maestro nell’autodidattismo dopo esserlo stato nell’autoerotismo. Moondog difatti perde l’uso della vista all’età di sedici anni per un eccessivo smanettamento del pistulino (quando massacrarsi di pippe rendeva ciechi). Come Shaka di Virgo, privandosi di un senso riesce a spingere verso l’eccellenza gli altri,  concentra perciò le proprie energie verso qualcosa di costruttivo, come imparare i rudimenti compositivi e prendere confidenza con un’ampia varietà di strumenti.  

“Quando avevo 6 anni mi recai con mio padre, che era missionario, alla convention presso la riserva Arapaho nel Wyoming e quando arrivammo stavamo facendo la danza del sole. Il Grande Capo mi prese e mi fece sedere sulle sue gambe, dandomi una bacchetta e facendomi battere sul tom-tom [non il navigatore ndr]. Ho cominciato così”. 

L’incapacità – per limiti evidenti – di poter scrivere spartiti, lo spinse a diventare un’artista di strada – vestito con cappa ed elmo da vichingo – votato all’improvvisazione su strumenti a percussione (con ritmo “Snake time” [per dirla alla Moondog ndr] rigorosamente 5/4 e 7/4). Fortunatamente, non ha vissuto (troppo spesso) come senzatetto, avendo un appartamento a Manhattan, non troppo distante dall’incrocio tra la 6th Avenue e la 53-54esima strada. Sarà in questi luoghi che adotterà il nome d’arte Moondog, in onore del cane suo compagno d’infanzia solito ululare verso la luna. 

Nel corso degli anni assume il ruolo di figura di spicco di quella che viene definita musica d’avanguardia; fonte d’ispirazione per tanti, apprezzato anche da pesi massimi quali Charlie Parker, ha avuto l’onore di conoscere Leonard Bernstein (capace di far bestemmiare Carreras), e Arturo Toscanini grazie al suo maestro Artur RodzinskyMoondog, emozionato dall’idea di avere dinanzi il direttore italiano, si china per baciargli la mano, al che l’irruento Toscanini si affretta a scansarla esclamando “Non son mica una bella ragazza”, suscitando così l’ilarità generale. 

Ma son qui per consigliarvi un disco in particolare – quello che mi ha aperto gli occhi – l’omonimo Moondog, secondo album di Louis Hardin uscito a distanza di 12 anni da The Story Of Moondog. Si presenta con 30 minuti eterogenei, frutto delle composizioni ideate nel lasso di tempo d’inattività discografica, nel quale spiccano una Ciaccona dedicata alla memoria di Charlie Parker, alcune composizioni sinfoniche (Symphonique #3 Symphonique #6 Symphonique #1) e due cosìddette minisyms, cioè quelle registrazioni effettuate con l’ausilio di una mini orchestra sinfonica. 

Su tutti però spicca Bird’s Lament, una perla che probabilmente avrete sentito un po’ qui un po’ lì, negli anni…  

“La musica non è granché senza la melodia. Perciò non scrivo musica atonale. La tonalità, più il ritmo e la melodia è ciò che fa per me […]. Non vorrei apparire arrogante affermando ciò, ma l’unica musica che mi appaga è quella composta da me, in quanto so che non offenderà le mie orecchie”. 

Mi auguro questo articolo sia stato di vostro gradimento e vi abbia solleticato ed incuriosito il necessario affinché ascoltiate qualcos’altro di questo bardo gentile. 

Pillole è tornato.