Vinícius de Moraes, Ornella Vanoni & Toquinho – La voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria

Ci sono delle cose da mettere al loro posto prima che sia troppo tardi.  

Una di queste è ridare il giusto risalto a Ornella Vanoni, adesso. Prima che sia troppo tardi.  

Molto spesso vittima delle sbeffeggianti bestie dell’internet, senza macchia e, scarsamente empatiche. La frustrazione è una brutta bestia e il passato frequentemente viene cancellato con un colpo di spugna che manco Viakal con le incrostazioni. 

Ornella Vanoni è una gran Donna, ha scritto capitoli della musica leggera italiana, è simbolo di emancipazione femminile ante litteram. Non solo per il jazz (che? Ahhhh il jazzz!) e per le scelte artistiche di spessore (tra cui l’esordio di carriera a teatro e le varie collaborazioni con Albertazzi e Proietti), quanto perché simbolo di libertà nello scegliere ciò che ha reputato giusto per lei. Senza preconcetti, o senza seguire il parere di un’opinione pubblica che in tempi di DC ha fatto il bello e il cattivo tempo in un’Italia bigotta. 

Questo disco – a modesto parer mio – la celebra e ne riconosce l’importanza nel panorama internazionale con una collaborazione tra Italia e Brasile che ha dato i suoi frutti (io li metto nel forno [gli Elii non li dobbiamo mai e poi mai accantonare! Ndr]. 

Chi c’è a capo dell’operazione se non il nostro caro Sergione Bardotti?  

Colui che ha tradotto tutti i testi presenti nel disco e ha aiutato a imbastire questo meraviglioso ambaradan. 

Il filo conduttore è nelle canzoni scritte da Vinícius de Moraes (insieme ai parceiros di una vita come Baden Powell, Tom Jobim e Chico Buarque), di cui il disco è composto. Un compendio utile per avvicinarsi al mondo di de Moraes (qualora lecitamente non voleste fare la trafila che vi ho proposto nei precedenti post).  

Tra saudade, felicità, tristezza, pazzia e allegria, si inseguono melodie e canzoni che hanno accidentalmente conquistato un posto speciale nella nostra memoria – conquistato non si sa come negli anni – come per La Voglia, La Pazzia (Se Ela Quisesse) inconsciamente divenuto un inno all’amore e all’innamoramento  

“Cerchiamo insieme 
Tutto il bello della vita 
In un momento 
Che non scappi tra le dita” 

“A questo punto 
Buonanotte all'incertezza 
Ai problemi all'amarezza 
Sento il carnevale entrare in me” 

Sono versi di una bellezza disarmante esaltati dalla traduzione di un Bardotti, che anche in altri brani lascia a bocca aperta per la capacità, già espressa negli altri lavori, nel traslare le emozioni originali nella versione italiana. A questa base già densa, si aggiungono le esecuzioni di Ornellona che lascia scivolare le note dalla bocca con una semplicità imbarazzante, tanto leggiadra da sembrare camminare sopra l’acqua.  

Canta in una lingua creola a cavallo tra il portoghese zuccheroso e l’italiano, imbambolando l’ascoltatore in un trompe-oreille tambureggiante, come ad esempio in Senza Paura (Sem Medo) o nel Samba della Rosa (Samba da Rosa), tanto da ingannare anche con una Anema e Core piazzata di sfuggita in mezzo al disco, con quel napoletano che tanto si avvicina alla morbidezza, musicalità e alle sfumature liriche del brasiliano. 

“Quel disco è tra i capolavori mondiali di quel periodo. Con il mio produttore, Sergio Bardotti, andammo a San Paolo del Brasile per incontrare Vinícius Toquinho. Poi loro ci vennero a trovare in Italia, a Roma, dove abbiamo registrato tutto in tre mesi. Ci siamo divertiti tantissimo. Stavamo sempre insieme. Mangiavamo, ridevamo, piangevamo: allora si lavorava così. Erano periodi in cui si stava tutti sempre insieme. Oggi è diverso”. 

Il ricordo della Vanoni in merito è veritiero, ed è una confessione che lascia riflettere sul come si viveva la musica ed i rapporti umani. Si faceva squadra entrando in simbiosi con i propri colleghi, riuscendo ad entrare in pieno nelle tracce da cantare, vivendole prima nell’anima e poi nella pelle, facendosi stimare da personaggi di caratura internazionale come de MoraesToquinho. I quali vengono celebrati con Samba per Vinícius (Samba pra Vinícius) a chiusura del disco (brano scritto da Chico BuarqueToquinho in omaggio a Vinícius nel 1974). 

Quindi lasciatemelo gridare con gaudio magno: Viva, viva, Ornella!

Lucio Battisti – Anima Latina

Questa pillola comincia con una rivelazione bomba: non ho mai amato particolarmente Lucio Battisti.  

OK! Dopo aver suscitato il vostro scalpore con questo inizio bruciapelo, mi sento di continuare questa confessione affermando che: non mi sono mai sentito in dovere di scoprirlo [arghhhh ndr]. 

Ora che ho catalizzato il vostro odio, vorrei aggiungere a mia discolpa che da quando mi sono imbattuto in Anima Latina, si è aperto un nuovo mondo per me, come se finalmente avessi capito la grandezza di Battisti.  E sono contento che questo articolo coincida con la sua venuta su Spotify, in modo tale che possiate ritrovare questo album e goderne senza troppi giri.

Certo, avrei trovato più coraggioso registrare un disco intitolato Anima Ladina e dedicato alle dolomiti, ma il tentativo orchestrato dal duo Battisti/Mogol è stato particolarmente audace per l’epoca, riuscendo a ridefinire – al rialzo – lo standard della musica leggera italiana. 

Partiamo però dalle basi, cos’è Anima Latina?  

Nono album del Battisti, concepito durante un tour promozionale speso tra Brasile e Argentina (in un periodo storicamente complicato per i due paesi, con il regime dittatoriale nel paese carioca e la crescente formazione di gruppi armati estremisti in Argentina), rappresenta un disco di rottura rispetto al passato, capace di osare e uscire dal giardino del nazional popolare sapientemente agghindato negli anni – insieme a Mogol –  con hit da classifica e classiconi senza tempo. Sì, perché Anima Latina è un discone che nonostante l’abbandono della forma canzone classica (e l’ammiccamento forterrimo agli standard jazz, al progressive e la sperimentale dell’epoca), ha trovato modo di imporsi nella classifica nazionale raggiungendo dati di vendita importanti. Il tutto, nonostante la critica abbia ampiamente pisciato in faccia a Battisti per questa scelta. Critici di tutto il mondo, certo che voi siete come la tipa di Cara Ti Amo, non vi sta mai bene un cazzo! 

Anima Latina, opera complessa che ha richiesto oltre 6 mesi di registrazione, non è solamente un esercizio di stile, bensì la volontà precisa di sperimentare contaminando, di sfidare le convenzioni con brani dalla durata di 6-7 minuti o reprise superbrevi. Una testimonianza atta a costruire un ponte tra culture distanti, ma anche a dimostrare che il repertorio di Battisti può essere farcito di canzonette sole-cuore-amore, ma dietro – senza troppa fatica – c’è una capacità di lavorare a melodie e testi compositi capaci di far ricredere critica e pubblico sulle qualità di Lucio. Eh sì, non è da meno dello squadrone di cantautori coevi impegnati [che qualcuno non avrebbe remore a chiamare i cantautoroni di Bruxelles ndr].  

Per dare una forma a questo guanto di sfida verso l’opinione pubblica e critica, si circonda di una band coi controcazzi: troviamo oltre al famigerato Gneo Pompeo (che leggenda vuole sia il buon Gian Piero Reverberi, anche se ci sono versioni discordanti che legherebbero questa figura a Gabriele Lorenzi), Ares Tavolazzi, Claudio Maioli, Claudio Pascoli e Alberto Radius (questi ultimi due [soprattutto Radius ndr] a lungo collaboratori di Battiato).  

La folgorazione per la scrittura di Anima Latina avviene durante il viaggio in Sud America, come già scritto, quando Battisti scopre che musica e vita si fondono in un’unicum estremamente diretto, gioioso, alla ricerca dello spirito primitivo della musica: la comunione. Ben rappresentata anche dalla copertina, fotografata da Cesare Montalbetti, piena zeppa di bambini [o nani? Ndr] che suonano e ballano come fossero una banda. D’altronde il buon Vinicius De Moraes insieme al buonissimo Sergio Endrigo ci hanno regalato, nel 1969, il Samba Delle Benedizioni che racchiude un po’ quanto portato in dote da Battisti: l’amore, la tristezza, le donne e un concetto che troviamo in Anima LatinaLa vita, amico, è l’arte dell’incontro, malgrado ci siano tanti disaccordi nella vita.

Non ci sono barriere tra il pubblico e i musicisti, ma unità di intenti e rispetto reciproco che esplode in un divertimento che non prevarica sull’ascolto, ma lo aiuta. Una gioia che traspare nonostante le complessità vissute in quegli anni dai paesi sudamericani.  

Quest’ultimo punto influenza pesantemente i mixaggi dell’album, che presenta diversi passaggi con voci sussurrate, parole non facilmente comprensibili, strumenti che prevaricano le linee vocali. Un escamotage intelligente da parte di Battisti per spingere ad ascoltare l’album e non parcheggiarlo in sottofondo; una lotta contro la pigrizia uditiva ma anche un pungolo nei confronti di chi troppo spesso si arrende ad un giudizio affrettato del primo ascolto. Della serie: se ti interesso mi ascolti, anche se la mia voce si confonde tra le note e le grida di sfondo.  

In fase di ultimazione del disco si sono verificate delle frizioni tra Mogol e Battisti, in quanto il Gran Mogol s’è messo di traverso imponendo di alzare il volume della voce che altrimenti sarebbe stato ancora più ridotto (Battisti avrebbe voluto in alcuni casi un sussurro da maniaco… su tutte La Macchina Del Tempo e Anonimo presentano momenti incomprensibili che potrebbero confondere gli ascoltatori occasionali). 

Ho trovato questa scelta meravigliosa, così fuori dal tempo, ma di gran cuore nei confronti del pubblico. Un tentativo coraggioso di svegliare le coscienze, anche perché sostenuto dalla fama di Battisti che all’epoca si interfacciava con un pubblico estremamente eterogeneo. Pensate, se già nel 1974 questa opzione veniva considerata coraggiosa ad oggi una scelta del genere scatenerebbe la collera dell’ascoltare, che preso da rrrabbia non capirebbe dando la colpa all’artista.  

Tornando al viaggio sudamericano [se non ve ne foste accorti questo disco è stato concepito in sudamerica e blablabla… l’ho già scritto trentordici volte ndr] Battisti riporta nella valigia le tematiche principali del disco, che sono identificabili nell’erotismo, l’amore e la vitalità. In particolare la sessualità viene affrontata in maniera estremamente delicata – a tratti raffinata – dal duo Battisti/Mogol, intenti a raccontarci la scoperta del corpo nel periodo dell’infanzia e dell’adolescenza.  

Con sensibilità fuori dal comune il duo delle meraviglie ci butta giù testi sui primi seghini, sul gioco del dottore e sulle prime pomiciatelle [naturalmente non in questi termini, nemmeno con queste parole… mi auguro Mogol non legga mai queste righe. Esimissimo Mogol, non legga la prego ndr], con l’innocente Il Salame e la meno innocente Anonimo, troviamo due capolavori da pesi massimi, con quest’ultima che termina con una strombettata da banda sulle note de I Giardini di Marzo.  

Poi su Due Mondi un Battisti in duetto con Mara Cubeddu, rifiuta di andare in vigna a ficcare duro, o meglio… lei parte in sordina, poi gli dice che lo vuole e parte la schitarrata mezza mariachi. Al che lei insiste, chiede più volte di appartarsi in vigna per ficcare, anche in falsetto, ma lui fa il sostenuto. Della serie, dico di no all’inizio, mi faccio vedere risoluto e sembra che sono un fichetto tetragono. Bravo Lucio, resisti e lavora che la vendemmia non aspetta te! Per chiavare c’è sempre tempo! 

Questo articolo sta scadendo nella trivialità più becera, me ne rendo conto, ma è tutto un contraltare studiato a puntino per bilanciare lo spessore enorme del disco, che trovo perfetto sotto ogni suo aspetto.  

Sì, perfetto, non esagero.

Perché anche le imperfezioni sono al posto giusto, rendendo Anima Latina ancora più maestoso. Ma mettetelo sul piatto solo 5 minuti ragazzi miei, sentite quando suona bene da Dio ancora oggi? Ma lo sentite quanto è attuale? Fermatevi ad ascoltare i deliri, le jam che prendono la tangente, sono da pelle d’oca e non esagero. 

Vorrei tanto raccontare ogni sfumatura di questo capolavoro, ma non è il caso di tediarvi. In fondo questo spazio si chiama Pillole Musicali e il format negli ultimi tempi sta andando un po’ a baldracche. Mi accontento di avervi instillato la voglia di riprendere in mano questo disco, magari in maniera più consapevole rispetto ai bei tempi che furono.

A presto! 

Franco Battiato – La Voce Del Padrone

Viaaaaa viaaaa viaaaaaa da queste spondeeeeeee (falsetto) 

Portami lontano sulle ondeee ee e eeeeeee (falsetto ansimante)  

GNI GNI GNIIIII 

GNI GNI GNIIIII 

Come entrare nell’ultima settimana di questa bizzosa estate senza cantare Summer On A Solitary Beach, con lo sciabordio del mare sulla battigia che suona leggiadro in sottofondo? Non ci pensavate? Adesso ve l’ho schiaffata io in testa, bastardi che non siete altro!  

Universalmente riconosciuto come capolavoro assoluto della discografia del Francone nazionale, La Voce Del Padrone sembra quanto di più vicino possibile ad un greatest hits. Ma sento di fare una piccola postilla: questo album non rientra nella mia top 3 del Maestro, per quanto è veramente un grande, grandissimo disco.  

Hey, hey, poi c’è da dire che altri capolavori del Maestro saranno recensiti in futuro su altri cicli, quindi non disperate.  

Bon, bando alle ciance, chi di voi non ha cantato almeno una volta nella vita “Sul ca**o sventola la mano stanca”?

È un po’ alla stregua di “Ma la notte la festa è finita, evviva la fi*a”. Ritornelli che viscidamente si insinuano nell’immaginario adolescenziale, i grandi classici che ti fanno urlare le parolacce quando tutti gli altri te le vietano, l’espediente per ottenere la gloria a 14anni, la battuta che si fa con quegli occhi un po’ sottili e un po’ a sofficino. Insomma ci siamo capiti. 

Ok, dopo tutte queste manfrine comincio a raccontare veramente La Voce Del Padrone, anche perché il Maestro non ha sicuramente ragionato il disco per renderlo un coro per ragazzini pubescenti. Se ascoltate attentamente Battiato troverete delle analogie con Frank Zappa ed Elio E Le Storie Tese nell’inserire easter egg qua e là, nei testi, nella musica. Merito di un bacino di riferimento letterario e pop sterminato che garantisce la creazione di brani multistrato composti con l’ausilio di Giusto Pio

Ne è un esempio Cuccurucucù, che cita Nicola Di Bari (Il Mondo è Grigio, Il Mondo è Blu), Milva (Il Mare Nel Cassetto), Rolling Stones (Ruby Tuesday) i Beatles (With A Little Help From My Friends e Lady Madonna), Tomàs Méndez (Cucurrucucù Paloma), Chubby Checker (Let’s Twist Again) e Bob Dylan (con Like A Rolling Stone e Just Like A Woman).  

Per raccontare questo album credo sia fondamentale focalizzarsi (un poco) sul rapporto creatosi tra Battiato e Pio, due mostri sacri che hanno alimentato a vicenda la loro leggenda. Le lezioni di violino di Giusto Pio, vedevano in Battiato un egregio allievo, la condivisione di idee musicali li conduce alla scrittura, riuscendo a strappare un contratto con la EMI, disattendendo di poco le previsioni di vendita per i primi lavori.  

Il duo costruisce negli anni una forte credibilità con L’Era del Cinghiale Bianco, che con 40000 copie vendute si rivela un successo, soprattutto pensando al budget a disposizione e al tempo ridotto nel registrarlo. Un risultato che corroborato dalla conferma di Patriots induce la EMI a porsi delle domande su Battiato: “Ci crediamo o no? Quanto pensate di vendere con questa Voce Del Padrone” 

Battiato: “90000” 

Pio: “120000” 

Risultato finale: oltre 1 milione di copie polverizzate diventando l’album più venduto nella storia della musica italiana per lunghissimo tempo. Questo successo è ascrivibile anche alla capacità del duo di lavorare in sinergia con efficienza ed efficacia infinitesimale. Per La Voce Del Padrone, Pio e Battiato arrivarono in studio con le partiture complete, le armonie e gli arrangiamenti ultimati, nessun margine di manovra in fase di registrazione. Un modus operandi che permetteva la registrazione di un disco 9 volte più velocemente rispetto alla norma (in 20 giorni rispetto ai 180/240 previsti da altri artisti). 

La composizione avveniva durante gli spostamenti in auto, prediletti da Pio e Battiato per evitare perdite di tempo e ritardi da parte dei roadie. Proprio in quei momenti Battiato era solito canticchiare ritornelli o fraseggi musicali, che Pio traslava su spartito in albergo. Così facendo pochi giorni dopo la tournèe, tornavano in studio a registrare il nuovo disco. 

Se René Guénon ha influenzato in blocco L’Era Del Cinghiale Bianco, con La Voce Del Padrone Battiato si ispira a George Ivanovic Gurdjeff per ricercare il risveglio del proprio io interiore, in questo il Centro di Gravità Permanente strizza l’occhio alla sua filosofia, e tutti gli incontri raccontati nella canzone sono mirati alla crescita personale. “Gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia di Ming” fa riferimento al gesuita Padre Matteo Ricci, conosciuto in Cina come Li Madou, evangelizzatore che ha provato a sedurre l’impero cinese dall’interno.

Un j’accuse di Battiato alla dottrina colonialista della chiesa Cattolica e anche un monito generale ad essere sé stessi, per questo, successivamente nella canzone, rivela che non gli piace alcun genere musicale, nemmeno quelli che ancora non esistono. Ergo, muovo una critica verso tutti coloro che si adeguano agli altri per trovare il proprio equilibrio, quando il centro di gravità permanente è un viaggio in solitaria basato sulle proprie scelte e sull’essere sé stessi.  

In questa analisi trova la sua dimensione anche Bandiera Bianca, brano di critica sull’immoralità della società contemporanea (Minima immoralia è un tributo al testo di Adorno Minima Moralia). Si torna a puntare il dito sul denaro (pronipoti di sua maestà il denaro) e la dipendenza da esso (come in L’Era del Cinghiale Bianco), la piaga del terrorismo (gli idioti dell’orrore) così come la politica (i programmi demenziali con tribune elettorali) vengono condannate.  

Ricompare la figura di Dylan (o meglio compare per la prima volta, visto che Bandiera Bianca è il secondo brano e Cuccurucucù il quarto) chiamato Mister Tamburino, c’è anche Alan Sorrenti e i suoi figli delle stelle, mentre Vivaldi, Beethoven e Sinatra nel brano sono condannati perché idealizzati aprioristicamente dalla società (che non capisce la loro reale portata culturale). Il ritornello invece è ispirato alla poesia L’Ultima Ora di Venezia di Arnaldo Fusinato “[…] il morbo infuria, il pan ci manca, sul ponte sventola bandiera bianca […]”, che descrive la resa della città alle truppe austriache.  

La medesima resa di una società alle piaghe dello scorso secolo, flagelli attuali, anzi a quarant’anni di distanza si può dire che la situazione sia peggiorata notevolmente. 

Come in passato, anche qui ci sarebbe da scrivere un libro, non vi analizzo tutto il resto del disco per non tediarvi ulteriormente. mi sono dilungato troppo come spesso capita, a maggior ragione con questo disco perché è maledettamente bello perdersi in questo incantesimo [passatemi questa chiusa un po’ sbrigativa e acchiappona ndr]. 

Demetrio Stratos – Cantare La Voce

 to have haD 
         the idEa        
             his Music 
     would nEver           
                  sTop        
            the Range        
             of hI
                 vOice  
would have    
       no limitS 
              nexT 
                 foR him       
             to leArn was       
                in Tibet 
  after that Out 
  into vocal Space       

John Cage lo ha celebrato con questo mesostico, riconoscendogli un ruolo angolare nel campo della ricerca vocale. Non che agli altri non sia affezionato, ma a Demetrio voglio tanto bene, un po’ per quella proprietà dialettica che lo contraddistingueva e col quale era solito spiegare con piglio accademico i suoi studi, un po’ per l’eccentricità degli studi musicali.  

Sì, gli Area hanno accompagnato – e di che tinta – la mia pubertà (spiegata benissimo con Come Gli Area degli Elii) e li ascolto sempre con piacere enorme, ma Cantare La Voce è un disco che mi ha flippato di brutto il cervello.  

Insomma come ormai avrete capito questo ciclo di pubblicazione è cominciato con dei dischi non proprio accessibilissimi e sicuramente Cantare La Voce è l’apice della ricerca presentata in questo spazio. Il susseguirsi di suoni strani, quelle diplofonie e triplofonie eseguite senza apparente sforzo, la capacità di vocalizzare più note contemporaneamente ha un non so che di mistico.  

Misticismo trasmesso in parte da questo nome d’arte così esotico a tradire le proprie origini elleniche (il vero nome di Demetrio era Efstràtios Dimitrìu nato da genitori greci in Egitto [chissà cosa ne avrebbero pensato i nostri cari leghisti? Insomma, hanno crocifisso Mahmood perché milanese con nome arabo. Lo avrebbero trattato come carne da macello o come fiore all’occhiello? Ma allora tutti i post-mezzadri con nomi del cazzo, tipo Gennifer, Dilan, Jhonny, etc… non meriterebbero uguale trattamento? ndr]), dall’altra dallo strepitoso documentario Suonare La Voce, nel quale Stratos spiega esercizi per utilizzare la voce come uno strumento. Si comincia con le celebrazioni pagane, nelle quali i sacerdoti erano soliti sflipparsi di brutto ripetendo scioglilingua a velocità impossibile (tipo i tizi delle pubblicità sui medicinali che parlano superveloce e ti danno tutte quelle avvertenze che morirai comunque di effetti collaterali perché non ci si capisce una sega), 30 parole in un giro di 3 secondi e mezzo, ripetute ad libitum per ore, la respirazione agisce sul nervo simpatico sballando i preachers, che offuscati dallo sforzo e dalla carenza di ossigeno si imbattevano nella divinità o nel messaggio divino.  

Insomma, suggestioni create da un uso della voce differente da quello moderno, ingabbiato in forme sintattiche, strutture e parole che ne limitano il trasporto emotivo e l’espressività. La parola incastra, è una schiavitù, e cantare la voce è una liberazione. La parola venendo pronunciata velocemente perde il suo senso originario fondendosi in un flusso sonoro indefinito. Stratos ha il coraggio di approfondire questo concetto, buttandosi a capofitto sullo studio della voce, riuscendo a tesorizzare quanto Yma Sumac, Meredith Monk, Tim Buckley, Cathy Berberian avevano fatto (riproporrà anche Stripsody della Berberian), spingendosi oltre e regalandoci un album enorme come Cantare La Voce pubblicato con la Cramps.  

 “Il più grosso complimento che i Maestri di musica indiana fanno ai propri studenti è ‘suoni lo strumento come una voce’” questa frase riassume il contenuto di un disco di esperimenti vocali, un’idea opposta rispetto alla concezione occidentale sposata appieno da Stratos. La ricerca non lo porta solo in India, il Tibet è d’ispirazione per Stratos, in particolare la tecnica dei monaci tibetani – che un po’ come i santoni nell’antica Grecia adoperano la voce per scopi liturgici, ma accordandola in base alla risonanza del tempio – in grado di emettere due suoni contemporaneamente. Un altro esempio tenuto in conto da Stratos riguarda la musica africana nel quale lo stregone è capace di modulare il suono della voce utilizzando le mani a conca di fronte alla bocca e muovendo le dita per ottenere toni e semitoni (come se si suonasse un’ocarina). 

Nell’esecuzione di Flautofonie ed AltroStratos era solito tenere uno specchietto in mano per osservarsi e gestire la propria voce, ottenendo il pieno controllo della voce. Paragona lo specchietto ai pedali di un pianoforte, strumento con il quale si può dare pienezza al suono. 

Insomma, qui si dovrebbe scrivere un trattato e io percepisco che la vostra soglia di attenzione sta scemando di brutto. Spero che questo articoletto vi invogli comunque ad ascoltare ed approfondire una perla tanto bella quanto ost(r)ica.

Elio E Le Storie Tese – Eat The Phikis

Elio E Le Storie Tese - Eat The Phikis

Perché Eat The Phikis?

Credo che qualitativamente abbia toccato delle vette che difficilmente sono state raggiunte dagli Elii negli anni successivi, ma soprattutto perché risulta l’ultimo album in studio con l’amato Feiez, che come contributo creativo ha sempre avuto un peso specifico non trascurabile.

Eppoi perché ho amato tantissimo la copertina dello squalo con l’apparecchio ed ho consumato la musicassetta [già…] nella mia Twingo verde mela, mentre da adolescente macinavo chilometri nelle nottate di cazzeggio. Un album al quale sono profondamente legato perché ci sono cresciuto… in particolare sono affezionato alla Terra Dei Cachi, brano che ha contribuito all’effettiva consacrazione degli Elio E Le Storie Tese, con il conseguimento del disco di platino in poche settimane dalla pubblicazione di Eat The Phikis.

Un brano che fotografa l’Italia del passato, presente e futuro, con una dovizia di particolari meravigliosa. Una struttura che strizza l’occhio agli stilemi pop-folk dello stivale (Papaveri e Papere di Nilla PizziUna Lacrima Sul Viso di Bobby SoloLa Donna Cannone di De Gregori), con un vorticoso e frenetico uso di calembour che è impossibile non amare. Accettata al festival di Sanremo, rischia seriamente di vincere. Già, rischia, perché anni dopo si è scoperto che la vittoria è stata ottenuta veramente sul campo.

Proprio loro, quelli che 4 anni prima suonavano fuori dall’Ariston, al Controfestival, prendendo per culo alcuni partecipanti parodiando le loro canzoni (come dimenticare Ameri, Sono Felice o le versioni di Vattene Amore e Verso L’Ignoto), per un pelo non vengono classificati vincitori al concorso da loro schernito. Oltre ciò, Elio E Le Storie Tese hanno avuto il merito di vivacizzare un concorso imbolsito e ingessato, con esibizioni degne di memoria:

  • Una serata Elio si presenta con il braccio finto;
  • L’ultima esibizione avviene con la band travestita da Rockets;
  • Durante la penultima serata si compie la meraviglia, quando anziché proporre un estratto da un minuto del proprio brano, propongono il brano quasi per intero eseguendolo velocissimamente (in 55” per essere precisi, che potete ascoltare a chiusura del disco in Neanche Un Minuto di Non Caco, citando Lucio Battisti).

Fuori concorso si classifica la versione, altrettanto spettacolare, con Raul Casadei; un taglio in salsa balera che rende il brano ancora più nazionalpopolare, nonostante voglia di fatto buggerare quello stereotipo. La Terra Dei Cachi segna anche l’inizio del sodalizio tra gli Elii e il maestro Vessicchio.

Concettualmente Eat The Phikis si conferma come un’evoluzione dei precedenti album, pertanto nella scelta di un brano quale Burattino Senza Fichi possiamo scorgere l’eredità della favoletta del Vitello Dai Piedi Di Balsa, dove il protagonista è un Pinocchio adolescenziale su cui facili si sviluppano dei doppi giochi (tra i quali il fatto che sia stato fatto con una sega e altri divertenti cliché).
Mentre T.V.U.M.D.B. racconta l’ennesima sfaccettatura della donna, quella romantica e giovane, interpretata da Giorgia che sogna il bomba dei Take That (Gary Barlow)sulla base della melodia di After The Love Has Gone degli Earth, Wind and Fire (band citata a detta di Faso per non cadere nel plagio). C’è il tempo anche per salutare Piattaforma ed il famoso PAM (“Senti come grida il peperone?”). Il meraviglioso assolo di sassofono eseguito da Feiez in questo brano, aprirà il successivo Craccracriccrecr in sua memoria.

I cameo sono ormai consuetudine e alcune ospitate sono consolidate, come nel caso di Enrico Ruggeri che appare in Lo Stato A, Lo Stato B, presenziano al disco anche Aldo (dal trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo) in Mio Cugino, il meraviglioso James Taylor (in First Me, Second Me che interpreta Peak Of The Mountain, storico brano composto agli inizi di carriera dagli Elii dal testo tradotto in un inglese maccheronico ma reso immortale dal cantautore di Boston) ed Edoardo Vianello in Li Mortacci, brano compendio nel quale vengono citati i grandi morti dell’universo musicale all’interno di uno stornello romano che sembra eseguito direttamente a La Parolaccia.

Nello specifico vengono citati

  • er Chitara: Jimi Hendrix 
  • er Mafrodito: Freddie Mercury 
  • er Rastamanno: Bob Marley 
  • er Guardiano der Faro: Federico Monti Arduini 
  • er Pelvicaro: Elvis Presley 
  • ‘a figlia der Pelvicaro: Lisa Marie Presley
  • er Trilleraro: Michael Jackson 
  • er Canaro: malvivente della Magliana (alla cui figura è stato ispirato il film diretto da Garrone Dogman)
  • er Lucertolaro: Jim Morrison 
  • er Quattrocchi Immaginaro: John Lennon 
  • er Tromba: uno tra Louis Armstrong, Miles DavisChet Baker (giudicando la morte violenta direi proprio quest’ultimo)
  • er Vedraro: Luigi Tenco 
  • l’Impiccato: Ian Curtis 
  • er Fucilense: Kurt Cobain  
  • er Piscina: Brian Jones 

(grazie infinite a marok.org per la lista)

Per citare altri easter egg degni di nota, al termine di El Pube, viene raccontata una barzelletta tramite il MacinTalk della Apple. L’effetto ottenuto è quello del Central Scrutinizer, narratore di Joe’s Garage, (uno dei vari inchini al grande idolo della band, Frank Zappa). Altra checca… ups chicca, è presente in Omosessualità, un trash metal che vede Elio al basso, in quanto Faso si è rifiutato di interpretare il brano per l’odio nei confronti di questo genere musicale. Omosessualità, apprezzato e di molto dai circoli omosessuali per l’onestà intellettuale e l’apertura mentale (nonostante il linguaggio crudo), si è aggiudicato il premio dal circolo di cultura Mario Mieli.

Il brano simbolo – però – gli Elii lo piazzano alla fine, quel Tapparella che narra il dramma del ragazzino eterno complessato, sfigato, bullizzato e pisciato da chiunque alla festa delle medie. Uno spleen [d’altronde in Eat The Phikis è presente anche il brano Milza ndr] decadente di frustrazione totale che si conclude in un’estasi collettiva dal momento che il ragazzetto scioglie l’aspirina nell’amarissima aranciata. Il brano è un omaggio palese ad Hendrix con Little Wing ed Hey Joe che dominano il tema musicale iniziale.

Tapparella è un inno generazionale per chi è stato underground; inno con il quale gli Elii hanno chiuso concerti dal 1996 al 2018 e che dal 1999 è la consuetudine con la quale viene salutato ogni volta il vuoto enorme lasciato dal grande Panino: Paolone Feiez.

FORZA PANINO!

Ebbene sì! Non smetterò mai di ringraziare infinitamente il sito Marok.org dal quale ho attinto diverse informazioncine preziose. Come di consueto, se voleste approfondire, consiglio vivamente di spulciarvi tutte le chicche che i ragazzi hanno raccolto.

http://www.marok.org/Elio/Discog/phikis.htm

 

Elio E Le Storie Tese – Italyan, Rum Casusu Çikti

Elio E Le Storie Tese - Italyan, Rum Casusu Çikti

Questa volta il titolo dell’album non nasconde alcun messaggio sozzo, semplicemente riporta un titolo di giornale cipriota che tradotto dovrebbe significare “La spia italiana dei greci è stata espulsa”. La spia altri non è che Massimo Rana, fotoreporter amico degli Elii e autore della splendida copertina del vitello dai piedi di balsa (ispirata ad Atom Heart Mother).

Sì, perché all’interno della presa in giro, si annida una storia vera; il povero Massimo in vacanza a Cipro – terra all’epoca al centro di un conflitto geo-politico di non poca importanza – viene arrestato dalle autorità turco-cipriote con l’accusa di essere una spia greca, il tutto per qualche scatto sospetto di troppo (accusato di aver immortalato un muro dietro il quale vi è una base militare). I titoli dei giornali locali in quei giorni riportano il titolo Italyan, Rum Casusu Çikti, prontamente riutilizzata dagli Elii per intitolare il proprio disco. Un altro dei loro easter egg insomma.

Il disco non viene ricordato solamente per la celebrità di alcune delle canzoni incise nella storia degli nostri, ma anche per la presenza del coro delle misteriosi voci bulgare (Le Mystère des Voix Bulgares), rinomata e prestigiosa ensemble che ha registrato la sigla di Xena oltre ad aver collaborato con artisti del calibro di Peter Murphy.

Insomma una contaminazione presente più o meno in tutto il disco e capace di rendere buffo il risultato finale, la domanda sorge lecita:

avranno mai capito cosa stavano cantando?

La loro presenza porta in dono il passaggio radiofonico agli Elio E Le Storie Tese con il Pippero®, fantomatico ballo popolare – con tanto di coreografia (ruotiamo le dita e uniamo le falangi,
questo è il ballo del PIPPPERO) nato dalla collaborazione tra Italia e Bulgaria, un precursore della Macarena ed un sostituto di Ramaya, canzone vietata in Bulgaria (naturalmente questo è quanto dice la canzone, prendete tutto con le pinze). Un brano che nella sua apparente semplicità nasconde delle soluzioni musicali estremamente geniali e minuziosamente incollate tra di loro, con I Feel Fine dei The Beatles, Barbare Ann dei The Beach Boys, The Power di Snap!, il giro di basso simile a quello di Piranha (b-side di Ramaya di Afric Simone) e Dyulmano, Dyulbero proprio de Le Mystère des Voix Bulgares, re-inventato per assonanza nel ritornello in Più Umano, Più Vero.

Pippero non è mai stata tra le mie canzoni preferite, così come il brano che apre il disco, Servi Della Gleba, che continua il filone concettuale inaugurato da Cara Ti Amo: la donna è stronza e ti fa soffrire, soprattutto quando sei giovane e incassi 2 di picche a tutto spiano.

Ecco, nell’immaginario collettivo questa canzone ha imposto una serie di concetti icastici che oggi sono utilizzati da chiunque:

  • Servo della gleba è una frase pensata da Meyer, dopo aver sentito una telefonata infinita di Faso con una tipa (per questo il brano termina con la chiamata di Faso) definendone la sua completa sottomissione senza nulla in cambio;
  • Due di Picche, carta che di fatto non conta nulla e che oggi identifica un fallimento nell’approccio;
  • Mi vuoi mettere una scopa in culo così ti ramazzo la stanza? Il finale della canzone che non necessità di spiegazioni.

Credo che uno dei passaggi più poetici ed esplicativi della canzone sia “L’occhio spento e il viso di cemento / lei è il mio piccione, io il suo monumento”, da cantautorato di alto livello.

Rum Casusu mostra un ulteriore aspetto che contraddistingue la carriera degli Elio E Le Storie Tese, le ospitate nelle canzoni. Se nel precedente lavoro Paola Tovaglia (alla quale Rum è dedicato) e Paolo Bisio si integravano nelle canzoni, assieme alla voce giappo dal teatro kabuki di Shidzu Version, qui ascoltiamo oltre alle Voci bulgare anche Riccardo Fogli e i The Chieftains in Uomini Col Borsello, la voce campionata di Marco Masini in Cartoni Animati Giapponesi (che ripete Sperma a sua insaputa, dandoci un saggio di quello che Rocco Tanica farà con i corti negli anni a venire), di nuovo Bisio, Enrico Ruggeri nei panni del Vitello dai Piedi di Cobalto, Diego Abbatantuono nei panni del Dio Pugliese della barzelletta e del matusa in Supergiovane.

Infine, come non segnalare l’ingresso ufficiale dell’architetto Mangoni nei panni proprio del Supergiovane – il super eroe che difende la generazione ribelle dal Governo con un gergo uscito dagli anni ‘60, in piena controtendenza con la figura che dovrebbe rappresentare e con gli ideali che difende.

La canzone si sviluppa su di un ritmo da noir jazz anni ‘60 (tanto per non dimenticare Riz Samaritano) con uno sviluppo recitato che esplode in gospel, dimostrando la versatilità nel maneggiare stili differenti dai musicisti in questione, se mai ce ne fosse bisogno.

Ci sono poi altri scherzi musicali che sarebbe delittuoso non citare come: Arriva Elio e Arrivederci, brani utilizzati in apertura e chiusura dei concerti, (evidenziando l’attitudine al cabaret); oppure il Vitello dai Piedi di Balsa, una meravigliosa favola da raccontare a tutti i bambini (omettendo il finale naturalmente) anche con la sua Reprise.

Un disco immortale che con il suo precedente iscrive di diritto gli Elii a ruolo di eredi naturali di Frank Zappa, senza se e senza ma. Gli unici a poter essere considerati come successori sia per l’approccio creativo, che per la satira ed i testi puntuti ed originali.

Anche in questo caso si ringrazia infinitamente il sito Marok.org dal quale ho attinto diverse informazioncine preziose. Pertanto, se voleste approfondire, consiglio vivamente di spulciarvi tutte le chicche che i ragazzi hanno raccolto.

http://www.marok.org/Elio/Discog/italyan.htm

Elio E Le Storie Tese – ඒලියෝ සමඟ හුකපං කැරියන තුරු (Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu)

Elio E Le Storie Tese - Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu

ATTENZIONE: il linguaggio utilizzato per questo articolo potrebbe turbare il pubblico più sensibile. Consiglio perciò di non continuare nella lettura, se non apprezzate un lessico oltraggioso e triviale. Questo disco richiede un’immedesimazione tale che se non l’avessi raccontato in questa maniera sarebbe stato come tradire lo spirito di Pillole (sinceramente mi sono anche divertito a scrivere qualche cazzo qua è là).

L’esordio è col botto, un po’ per l’insieme dei brani che compongono questo primo disco, un po’ per la nomea della band di culto costruita minuziosamente tra: musicassette piratate, anni e anni di gavetta con performance eseguite nei circoli ed i club.

Insomma, una carriera che è un pot-pourri di caroselli, teatrini, satira, comicità e parolacce quasi mai gratuite (tranne nel caso di La Ditta), ma sempre funzionali alla risata: “un fregio all’argomento trattato nella canzone” come ci ricorda Rocco Tanica seguendo il dogma degli Squallor e – se volessimo fare un esempio più alto nell’immaginario musical-borghese-radical-chic – di Guccini con L’Avvelenata (canzone ispiratrice per Rocco).

Proprio il turpiloquio ed i testi privi di pudore minano la presenza nelle radio e nelle classifiche ad inizio carriera, salvo poi essere sdoganati pian piano col passare degli anni.

A differenza del luogo comune che avvolge gli Elii, la parolaccia non sempre risulta la soluzione prediletta, talvolta si percorrono rotte più elaborate, navigando in maniera divertita nelle acque tormentate dei doppi sensi con John Holmes (l’incipit è un tributo alla canzone di Mina Quad’ero Piccola) – senza scadere nel tranello della parola proibita che gli ascoltatori attendono per tutta la durata della canzone. Gli Elii dimostrano così come la loro cifra stilistica sia proprio quella della presa in giro nei confronti dell’ascoltatore.

Il doppio senso fa da padrone anche in Piattaforma, che vede la partecipazione della strepitosa e compianta Peev Agliato (alias di Paola Tovaglia, volto di Bim Bum Bam e doppiatrice negli anni ‘80, portataci via troppo presto) in un brano che dal vivo ha offerto anche il confronto tra Elio e Rocco nella parte di Papà ed Enzo. Ispirato a Je T’aime Moi Non Plus (come Veramon) ci delizia di perle memorabili come “Fremo a immaginarti tra i cateti” – modo carino per dire ti penso a 90° – lasciando intendere ad una storia di amore tra i due, salvo poi scoprire a fine canzone che la relazione è semplicemente tra padre e figlio.

Questo è solamente uno dei molteplici messaggi subliminali nascosti in un brano che definire meraviglioso è riduttivo, come ad esempio l’intro che dovrebbe appartenere a Cold Song di Klaus Nomi. Un senso di disagio assale chi l’ascolta per la prima volta, restando inerme e disorientato.

Un continuo trompe-oreilles che incide deciso nella forma canzone della carriera di Elio, con: frasi musicali apparentemente rubate da altre hit; citazioni e tributi posizionati in punti strategici per coprire potenziali plagi; scherzi continui che prevedono come fine ultimo un perculamento costante volto ad una interazione dell’ascoltatore.

Proprio l’ascoltatore è costretto ad concentrarsi sui continui giochi di parole per non perdere il senso della canzone, in un inganno perpetuo dalle mille sfumature. Carro ne è un esempio, un turbillon di modi di dire che insieme alla Donna Cannone – alla fine dei giochi – va ad infilarsi nel buco del culo di Nembo Kid. Ma anche Abitudinario che gioca sugli usi e costumi tipici della stra-grande maggioranza dei maschi nei momenti di solitudine, domande esistenziali dal peso enorme che alimentano i discorsi dei ragazzi da secoli. Oppure Silos che sembra ricercare la soluzione alla fame del mondo con gli occhi e la testa di un 14enne – che vede la doccia col binocolo – a capo della FAO.

Cateto è un altro brano epico che dimostra come il non-sense vada a confluire in una storia con una morale inappuntabile, che tra ghost-track, batterie contro-tempo e registrazioni al contrario, appare come una delle canzoni più complesse degli Elii.

“In Cateto uno dei temi è l’adagio per archi e oboe di Benedetto Marcello letto al contrario” racconta Tanica il tastiere, rendiamoci conto del livello tecnico di questi signori. Anche qui troviamo Peev Agliato che presta la voce alla donna d’Erba.

Cara Ti Amo resterà forse il brano più iconico, capace di rappresentare la morte della rapporto di coppia dopo poco tempo dalla nascita della relazione. Inutile approfondire il batti e ribatti tra Elio (donna) e Rocco (uomo), mi preme invece porre l’attenzione sul fatto che questo è l’unico brano live del disco, nel quale figura come guest alla batteria l’inossidabile metronomo svizzero Christian Meyer.

Detto ciò, lo scherzo più grande gli Elii ce lo schiaffano davanti agli occhi con quella copertina e con quel titolo incomprensibile e impronunciabile.

Cominciando dalla copertina, essa ritrae il prototipo dell’essere umano vitruviano del XX secolo, il “figlio del mondo” che corrisponde all’unione dei capelli di Raffaella Carrà, la bocca di Whitney Houston, il naso di Mike Tyson e la fronte di Michael Jackson prima del cambio colore.

Per il titolo invece, la storia vuole che gli Elii chiedendo ad amici cingalesi una dei pensieri più turpi da esprimere nella loro lingua, ricevettero in ritorno questa frase: Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu.

Ora la lingua dello Sri Lanka non prevede l’uso di parolacce, perciò è necessario costruire pensieri biechi accostando dei vocaboli dall’uso comune ad una immagine. Pertanto Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu può essere interpretato in due modi:

  1. “scoreggiamo e sborriamo nel nome di Elio”
  2. “chiaviamo fino a sborrare”.

La certezza sul significato della frase probabilmente non l’avremo mai, di sicuro la sua funzione l’ha svolta, perché come ha raccontato Rocco Tanica qui, due cingalesi intenti a passeggiare in piazza del Duomo, attratti dai caratteri tipici dello Sri Lanka, si sono avvicinati alla vetrina del negozio di dischi e dopo aver strabuzzato gli occhi sgomenti, se ne sono andati con disappunto.

Esaminare ogni singola traccia di questo album richiederebbe un capitolo a parte di pubblicazione (includo anche le transizioni con le interviste di Bisio e l’apertura/chiusura con gli Adolescenti A Colloquio che ci ricordano i bei tempi andati dello scambio delle figu e introducono all’ascolto del disco il pubblico oltre che salutare “affettuosamente” gli Skiantos e la loro Eptadone), certo che alcune sembrano pensate appositamente per mettere in difficoltà i ragazzini costretti ad ascoltare la cassetta con la mano incollata alla manopola del volume dello stereo per abbassare al momento della parolaccia.

Mi sono dilungato in maniera oscena.

P.S. 19 anni prima dell’attuale ministro Toninelli, i buoni e cari Elii hanno presentato l’idea di costruire delle autostrade per i giovani “Delle autostrade dove tutti cantino e ballino insieme”.

Profeti in patria.

 

Si ringrazia infinitamente il sito Marok.org dal quale ho attinto diverse informazioncine preziose. Pertanto, se voleste approfondire, consiglio vivamente di spulciarvi tutte le chicche che i ragazzi hanno raccolto.

http://www.marok.org/Elio/Discog/samaga.htm

Skiantos – Mono Tono

Skiantos - Monotono

“C’ho delle storie ragazzi… c’ho delle storie pese”

Che dite, ce lo facciamo questo slego?

Gli Skiantos declinano in chiave punk quanto finora prodotto dagli Squallor (idee al servizio della musica), colmando con la furia le lacune musicali che ad esempio – i raffinati – Squallor ed i loro discendenti Elio E Le Storie Tese non hanno presentato.

Mono Tono è un fulmine nella scena bolognese, figlio di una situazione politica e sociale rigogliosa e travagliata, evoluzione lineare e conseguenza dei movimenti studenteschi del ‘68, un sottobosco underground riconosciuto come serendipità culturale. Freak Antoni li ha definiti “Anni di pongo” anziché di piombo, addossando le colpe di tale definizione ad un revisionismo conservatore; certo è che gli Skiantos si palesano in una situazione sociale all’apparenza molto pesante (basti pensare a Roma Violenta, Napoli Violenta, Milano Violenta), negli anni in cui le BR agiscono con atti criminosi terrorizzando l’Italia intera, dando in eredità un’etichetta greve anche a chi non era “compagno reazionario” (la stragrande maggioranza dei movimenti).

In questo clima il 1978 da alla luce 5000 copie in vinile giallo vomito di questo primo LP, che skiaffa [come avrebbero scritto loro con vezzo anticonformista ndr] in faccia una demenzialità poggiata sul nulla, sull’irruenza fine a sé stessa, un paradosso che viaggia tra sarcasmo ed ironia veicolato da un’energia cristallina e travolgente culminata in live memorabili. Una versione gentile del punk inglese dei Sex Pistols, fatto di tagli e di muri contro muri: si va oltre una contestazione classica.

Insomma, l’approccio è diametralmente opposto a quello messo in campo dagli Squallor che adottano un non-sense ed una improvvisazione frutto di un divertissement collettivo, negli Skiantos c’è il non-sense musicato e grossolano. Perciò la rima domina sul significato, la musica e gli slogan si muovono a braccetto senza apparente meta “Brucia le banche, brucia le tende, calpesta le piante”. Inoltre a differenza del quartetto della CDG, gli Skiantos prediligono esibirsi dal vivo, dando vita a performance avanguardiste – per il contesto – tra il dada e l’happening della NY anni ’60-‘70, con insulti al pubblico e lancio di verdure dal palco; come recita in Largo All’Avanguardia:

Largo all’avanguardia pubblico di merda 

Tu gli dai la stessa storia tanto lui non c’ha memoria […]  

Fate largo all’avanguardia siete un pubblico di merda  

applaudite per inerzia ma l’avanguardia è molto seria

Gli Skiantos riescono così nell’obiettivo di ridicolizzare il sistema, schernendo la società borghese e impomatata con una serie di argomenti che hanno tutto fuorché una apparente base neuronale (parliamo di caccole, scoregge, etc, etc [voglio un Silos sì lo voglio ndr]) con espressioni talvolta semplicistiche che nascondono per bene quello che Freak Antoni era, ovvero una persona con delle idee e con una coerenza che lo ha accompagnato fino alla fine del suo viaggio.

Eptadone, brano in apertura del disco Mono Tono, introduce il gruppo – con voci alterate – che parla in slang giovanile e con voce accelerata (come in Adolescenti A Colloquio) e prima di cominciare a cantare si sente il ragazzetto in fissa che sbatte in faccia i propri problemi “c’ho delle storie pese”. Da questa frase Stefano Belisari e soci adottano il nome di Elio E Le Storie Tese (tese è il corrispettivo milanese di pese).

Elio si è ispirato alla nostra esperienza, ma ha capito una cosa fondamentale: si doveva posizionare a destra degli Skiantos. Doveva stare dalla parte dei ‘bottoni’… del professionismo. Lui e le Storie avevano la necessità di rendersi ‘credibili musicalmente’, per cui hanno saccheggiato Frank Zappa che era il loro mito. L’idea di Elio è quella di rendersi apprezzabile musicalmente affinché non ci siano falle nella loro credibilità.

Gli Skiantos, invece, in sintonia con il punk rock, sono stati ‘troppo estremi’ dichiarando di non saper suonare. La nostra era un’idea eversiva, voleva dimostrare di dare una mazzata allo star system della musica e del rock.

Elio nacque dieci anni dopo, in pieni anni ’80, ha dovuto fare i conti con una realtà completamente diversa e con stimoli differenti dai nostri. Lui si è adattato ai suoi tempi…”.

Per questo articolo si ringrazia il sito zic.it:

http://www.zic.it/speciale-la-doppia-dose-di-freak-antoni-2/

dal quale sono state reperite informazioni per la redazione dello stesso.

Squallor – Palle

Squallor - Palle

“Quando ho sentito il secondo album, io sono stato sempre contrario alle parolacce. Per me è era arrivato alla volgarità ormai”

“Fece loro presente le sue perplessità?”

“Certo, certo, certo!”

“E qual è stata la risposta?”

“Fatti i cazzi tuoi!”

Elio Galiboldi, nel gruppo iniziale, ci racconta così la sua uscita dagli Squallor.

Sinceramente ho accusato grandi difficoltà nello scegliere il tema del secondo articolo a base Squallor , l’indecisione è stata totale, tra Scoraggiando, Mutando Arraphao, alla fine la scelta è caduta sul seguito di Troia.

A differenza del primo album, qui avete già un’idea di cosa vi attende, ma la sorpresa c’è comunque nel sentire un madrigale di voci femminili e maschili che armonizzano la parola “Palle” con insistenza.

Sì perché Palle è anche il titolo dell’album ed il divertimento è nell’ossimoro provocato dal sentire una composizione elevata e raffinata – come il madrigale – associata ad un testo (se così può esser definito) dissacrante ripetuto come un mantra. Un refrain che ricompare nel disco e termina il secondo LP degli Squallor, quasi a voler ricordare all’ascoltatore il contrasto persistente tra alto e basto.

Marcialonga (telecronaca sportiva di un evento) è la canzone che inaugura il famoso turpiloquio degli Squallor, marchio distintivo della band che ha sicuramente minato le simpatie dei perbenisti e censori dell’Italia anni ‘70, negando loro passaggi radiofonici o oscurando la loro presenza tra i dischi della settimana o del mese. Insomma, uno tsunami di parolacce che però son sempre state giostrate in maniera inappuntabile e non gratuita come tante band dopo di loro. Un uso al momento giusto che però non avrebbe vietato al giorno d’oggi la celebre etichetta Parental Advisory.

Palle non è unicamente il disco che segna l’inizio dell’era del torpiloquio, ma anche quello del primo attacco ai temi sacri. La grandezza degli Squallor risiede proprio nella qualità di essere dissacranti alla lettera (fino all’origine del termine), di non guardare in faccia nessuno, con l’unica volontà di imbrattare senza freni la società che circonda l’uomo medio: dalle canzoni ai riferimenti culturali (Chinaglia ne è un esempio).

In questo si incastona un’altra meravigliosa parodia di Angeli Negri dove la canzone di Antonio Machin (poi resa celebre da Fausto Leali) viene reinterpretata sviluppandosi nel dialogo strepitoso tra il pittore ed il povero negro con Cerruti che simula il cliché della cadenza da Africa nera, a cui fa seguito la riproposizione di Sono Una Donna Non Sono Una Santa cantata dalla Fratello.

Senza dimenticare la presa per i fondelli nei confronti della musica francese tanto cara al panorama musicale italiano a cavallo tra i ‘60 ed i ‘70, con Bla Bla Bla (smash hit europea, che mi ricorderà sempre la puntata di Friends nella quale Joey è alle prese con il francese) e Veramon un surreale botta e risposta in francese maccheronico che ricorda Cara Ti Amo per il fitto dialogo della coppia:

-Oui. Allor moi e toi a casa mia
– No a casa tua non ci verrò ma.
– Me porquoi?
– Porquoi tu sei brutto.
– No ne me quitte pas, ne me quitte pas, no, ah! ne me quitte pas, ne me quitte pas, amour, amour mon, ne me quitte pas, ne me quitte pas
– Ques ques vous dis, ques ques vous dis a moi!
– Ne me quitte pas!

[…]

– Oh!
– Si tu ce repens, je, je te putrè emè….
– Una Renault?
– De che coleur?

[…]

Insomma, Palle è un disco che fa riflettere sulla qualità di questi artisti a tutto tondo, che mostra delle basi musicali di una eccellenza unica, arricchite di orpelli e ben congegnate che per forza di cose passano in secondo piano dietro i testi e le voci dei nostri meravigliosi SavioPace e Cerruti.

Consiglio perciò caldamente di rimboccarsi le maniche, sturare le orecchie e massaggiare la mandibola prima di cominciare la sessione di ascolto (se siete adolescenti meglio l’ascolto in cuffia piuttosto che a tutto volume).

Non mi resta che salutarvi e consigliarvi caldamente di “Mettetevi un dito in culo! E la vita vi sorriderà!”

Squallor – Troia

Squallor - Troia

“Nell’Iliade appaiono due modi di rappresentazione. Il primo si ha quando Omero descrive lo scudo di Achille: è una forma compiuta e conchiusa in cui Vulcano ha rappresentato tutto quello che egli sapeva e che noi si sa su una città, il suo contado, le sue guerre i suoi riti pacifici. L’altro modo si manifesta quando il poeta non riesce a dire quanti e chi fossero tutti i guerrieri Achei: chiede aiuto alle muse, ma deve limitarsi al cosiddetto, e enorme, catalogo delle navi, che si conclude idealmente in un eccetera. Questo secondo modo di rappresentazione è la lista o elenco.”

Così Umberto Eco introduceva Vertigine della Lista, uno delle sapienti guide redatte dal “fetentone” (come lo qualificava il compianto – forse più di EcoMichele Giordano), un gancio quasi scritto ad hoc dal buon Umberto-berto-erto-to ispirato probabilmente dall’ascolto del disco d’esordio degli Squallor.

Una doppia rappresentazione quindi, ma in che senso?

“Cantami, o Diva, del pelide Achille l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei”

Ascoltando le prime note della title-track la sensazione è di avere a che fare con l’ennesima realtà cantautorale intellettuale, l’animo partenopeo di Cerruti viene in soccorso mantenendo il tutto in equilibrio su di un filo che vibra costantemente tra il serio e la presa in giro.

Una fitta trama di calembour volta a confondere l’ascoltatore sulla falsa riga del Pippo Franco di Cesso (uscita due anni prima), viene smantellata definitivamente al nitrito di Cerruti, interprete di tutte le ballate lente targate Squallor.

“Inventai Troia, così un ragazzino per andare a comprare, alla signorina… chiedigli Troia e ce l’ha anche se non sa cos’è”, Cerruti spiega l’idea dietro al primo titolo della discografia degli Squallor e il divertimento è proprio sito nelle soluzioni fantasiose dei ragazzini per nascondere il disco una volta arrivati a casa (testimoniato nel documentario sugli Squallor del 2012).

Eppure l’origine dei quattro è più che nobile, veri deus ex machina della musica leggera italiana appartenenti alla gloriosa CDG, talent scout ed autori di alcune delle canzoni italiane più celebri e belle incastonate nel Mille Note. Se cominciassi a elencarle avrei bisogno delle muse citate da Eco e potrei tediarvi non poco, vi consiglio pertanto di approfondire di persona se interessati.

Si continua sulla falsa riga di Troia, un continuo detto non detto che ondeggia placido su ritornelli pop, o su delle vere e proprie parodie come nei casi di The Mosquito dei The Doors (divenuta Non Mi Mordere il Dito), Sex Clubs di Serge Gainsbourg (Morire in Porsche), o con La Risata Triste copiata con carta carbone da Slush dei Bonzo Dog Band (che in parte può essere ascritta come antesignana de Il Circo Discutibile di Elio e Le Storie Tese).

Non sono esentate da questo trattamento anche composizioni in stile cinematografico (come Indiani a Warlock), insomma i brani sono permeati da un doppio senso reiterato che quando è assente viene rimpiazzato dalla narrazione delle scene quotidiane ad un apparente non-sense che avrebbe fatto impallidire anche Edward Lear nel proprio periodo di maggiore fertilità creativa.

Cerruti inquadra il manifesto degli Squallor con questa frase “Io e miei compagni d’avventura eravamo organici al mondo della musica. Avevamo a che fare con i cantanti e i cantanti, non so se lo sa, sono degli scassacazzi senza eguali. Egotici, arroganti, autoreferenziali. Volevano questo e pretendevano quell’altro. Gente micidiale. Usciti dai nostri incontri quotidiani con le stelle della musica, eravamo neri come la notte. Allora pensammo di donarci un po’ di luce. Parodiammo il nostro universo e in quel modo ci salvammo l’anima”.

Quindi il non-sense apparente, valorizzato dalla capacità di improvvisazione nei testi a tratti eroica, è la presa del culo degli Squallor al mondo dal quale provengono, una sorta di esorcismo per sopravvivere agli eccessi di un ambiente che oltre i lustrini sa essere più crudele dell’Isola della Regina Nera. Savio, Pace, Bigazzi e Cerruti son soliti svergognare i cantautori con i quali collaborano da una vita.

Il ruolo da loro ricoperto nel mercato musicale impone un iniziale riserbo sulle loro figure, gli Squallor celano la propria identità evitando anche promo, concerti o eventi pubblici, salvo poi gettare la maschera e cominciare con il turpiloquio ponderato che ha caratterizzato le successive sortite discografiche.

Affetti dalla sindrome di Bruce Wayne, si può tranquillamente affermare che son bischeri al pari del Mascetti, del Perozzi, del Sassaroli, del Necchi e del Melandri… insomma chi li ha vissuti ed amati li nomina come la formazione della nazionale italiana dell’82, sono gli Amici Miei della musica: irriverenti, cinici, fastidiosi, sboccati e senza freni, seri durante il giorno, cazzoni la notte. Capaci di lanciare strali verso le lobby senza nascondersi dietro un dito.

Gli Squallor sono nati così, un cazzeggio continuo al lavoro con una cascata di battute alle quali è seguita una domanda più che lecita: perché lasciarle disperdere nel vento?

E se magari i dubbi su quanto vi ho detto persistessero, credo che dobbiate fugarli con la meravigliosa 38 Luglio (primo singolo, registrato all’insaputa di Cerruti e Pace, alla base della nascita del progetto Squallor e con il quale hanno venduto 100mila copie senza nemmeno pubblicità) o con Ti Ho Conosciuta In Un Clubs, capolavori in climax ascendente di intensità tragicomica.

Signori, amo gli Squallor ed i loro tempi comici. Spero per voi sia lo stesso

 

Per questo articolo si ringraziano i siti:

https://spazio70.net/tag/troia-squallor/

http://www.lindiependente.it/gli-squallor-il-documentario-sulla-darkroom-della-musica-italiana/

dai quali sono state reperite informazioni per la redazione dello stesso.