The Black Heart Procession – 2

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Prosegue il nostro viaggio tra i dischi più ottimisti e colmi d’allegria della storia, non è il primo e non sarà l’ultimo, ma qual è il modo migliore per apprezzare l’autunno in tutte le sue sfumature? Insomma, è il ciclo della vita, l’autunno è per la tristezza e la primavera per la felicità, indi per cui poscia, non rompete i coglioni e sorbitevi questa dose depressiva che non sta mai male (so che non rompete i coglioni ma passatemi lo slang da duro suvvia) [la cosa figa è che sto scrivendo questo articolo con 40 gradi nel bel mezzo di un Agosto discretamente lontano dall’autunno che ho descritto poche righe sopra, ma mi immedesimo nel prossimo autunno, ecco torno a battere meccanicamente le dita sulla tastiera].

In questo ciclo di pubblicazioni si è formato inconsapevolmente un intreccio molto interessante tra differenti tipologie di dischi: con i The Black Heart Procession, i Dirty Three, Matt Elliott e poi con Julia Holter verranno trattati dei dischi che giocano un ruolo molto importante, quello di risvegliare la fantasia dell’ascoltatore visualizzando immagini durante l’ascolto.

Ognuno di questi dischi ha la capacità di immergere il fruitore in un mondo fuori dal tempo, consente di immaginare le scene, sentirle sulla propria pelle – in una malinconia tangibile ma non deprimente – aiutati da una ricerca dello strumento e del suono estremamente meticolosa. Mi auguro che troverete le stesse analogie da me evidenziate e che riusciate a scorgerne i tratti distintivi.

Con 2 – il secondo disco in due anni – i Black Heart Procession scrivono una pagina importantissima della musica degli anni ‘90, divenendo un punto di riferimento per la scena alternativa statunitense, in quel sottobosco musicale brulicante di grandi realtà musicali capaci di regalarci perle indimenticabili.

“Eravamo veramente tristi e bevevamo un botto [soprattutto whiskey a detta di Pall Jenkins ndr], e ci siamo detti ‘Oh sì, dovremmo scrivere delle canzoni super tristi’, non sto scherzando”, diciamo che i ragazzi californiani ci sono riusciti discretamente, partendo già dal nome, una scelta abbastanza cupa no? Beh quando nacque il gruppo Nathaniel e Jenkins venivano da un periodo turbolento sentimentalmente – inoltre erano in periodo di pausa dai Three Mile Pilot – e il primo disco nacque sotto l’influenza dell’alcool e della tristezza che poi si è riversata anche sul 2, questo spiega la scelta del colore nero, un modo di evidenziare l’umore dei ragazzi ai tempi, il cuore invece è la parola che più facilmente può essere associata all’espressione dei sentimenti, e per processione… lo spiega direttamente Jenkins “ci consideriamo un gruppo di persone caratterizzate da emozioni tristi, la parola processione, a nostro avviso, esprime proprio quest’idea di tristezza collettiva”.

In questo album dall’alone di tristezza tangibile, c’è un aspetto molto interessante rispetto agli altri album altrettanto tristi – coevi o che troviamo nello scenario musicale – ed è la voce di Jenkins, stridula e a tratti cacofonica quasi in disaccordo con la struttura dei brani. Abituati alle voci profonde e calde degli altri dischi, Jenkins si dimostra una variabile stilistica molto interessante su un tappeto musicale altrettanto valido, capace di rendere credibile l’interpretazione di testi estremamente sentiti e che hanno radici profonde nello stato d’animo dei ragazzi di San Diego.

L’intimità raggiunta in molti brani come Outside The GlassGently Off The Edge e Blue Tears è da pelle d’oca, l’uso sapiente delle tecniche di registrazione mostrano una linea di demarcazione molto profonda tra 2 ed i lavori di inizio decade, suonando attuale anche ai giorni d’oggi, riuscendo ad avere un attimo di brio solo con la stupenda It’s A Crime I Never Told You About The Diamonds In Your Eyes con quel piano un po’ alla Criminal di Fiona Apple e in pieno ‘90s (so ragtime du fin siècle).

È meravigliosa l’idea di cominciare e terminare il disco in una sorta di loop, come se ci si trovasse in una processione infinita, e le altre canzoni sono semplicemente le tappe della via Crucis. Il cigolio del cancello, l’ululato del vento, l’inverno che si avvicina con una tempesta in lontananza a presagire nulla di buono.

The Waiter no.2 e The Waiter no.3 sono delle perle che aprono e chiudono l’album sulla medesima struttura musicale, una saga malinconica quella di The Waiter che troviamo anche in 1 (disco d’esordio), Amore del Tropico (The Waiter no.4) e The Spell (The Waiter no.5), con una frase su tutte che risuona come una sentenza “And time won’t wait for us”.

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R.E.M. – Up

REM - Up

Difficile, quando una carriera musicale dura così a lungo, scegliere un album preferito, scegliere il migliore ed il più rappresentativo. Capita per tutte le rock-band che si rispettino, capita per i più grandi, ed é sinonimo di eccellenza e magnificenza, ma soprattutto significa aver impresso la propria traccia in maniera indelebile in tre decadi di storia.

Pensando R.E.M. mi viene in mente “Up“, un disco col quale sono cresciuto, il primo album registrato senza Bill Berry, sostituito inizialmente da una drum machine, ritiratosi dopo l’aneurisma ed il divorzio dalla moglie (oltre un intolleranza galoppante verso la band e le sue sperimentazioni presenti massicciamente in “New Adventures in HI-FI“), é un album definito anomalo da Stipe e soci ma significativo perché creato durante un periodo di crisi nera, definita dai critici come il momento del declino della band di Athens. Le ripercussioni sono devastanti sia sulla loro musica che sulla loro persona, Mills è entrato in un vortice depressivo motivato dal fatto che i turnisti suonassero più di lui nel suo disco, Buck l’unico (con i turnisti) ad arrivare alle prove puntuale, mentre Stipe deve fare i conti con una forte sterilità creativa. La mancanza di Berry si fa sentire, è stato una sorta di collante tra gli altri membri e permetteva una certa omogeneità nella composizione dei brani. Effettivamente, dopo la sua dipartita, é come se i R.E.M. si fossero sciolti e rimessi assieme in un periodo brevissimo.

L’album è stato completato semplicemente perché la casa discografica aveva imposto una scadenza e c’era da onorare un contratto, perciò Stipe ha cominciato a sturare la sua vena creativa creando canzoni di una profondità disarmante e ponendo interrogativi di grande importanza all’interno dei testi, chiedendosi ad esempio quanto il progresso tecnologico si opponga o si integri nello sviluppo spirituale dell’ IO, immedesimandosi in personaggi immaginari che gli hanno permesso di scrivere quelle che lui stesso ha definito “le ultime volontà” del gruppo.

I R.E.M. sono riusciti a sopravvivere lo stesso per altri 13 anni regalandoci 4 album in studio, sicuramente “Up” non é un prodotto di facile ascolto soprattutto perché ci sono dei richiami a Brian Eno che potrebbero allontanare i timpani poco raffinati.

Chiudo dicendo solamente che “Daysleeper” vale il prezzo del disco.