Radiohead – Hail To The Thief

Radiohead - Hail To The Thief

La guerra è pace. 

La libertà è schiavitù. 

L’ignoranza è forza. 

Questi i concetti imposti dall’Oceania e combattuti strenuamente da Winston Smith, anche se poi purtroppo si trova ad accettare una verità imposta, quel 2+2=5. 

Per chi non avesse letto 1984, vi ho praticamente spoilerato il libro, ma ve lo meritate, perché avreste dovuto leggerlo.  

Hail To The Thief è la frase che viene nominata durante la canzone di apertura dell’album 2+2=5, si vocifera sia un sasso tirato in direzione dell’amministrazione Bush e delle sue discutibili politiche, difatti ai comizi George Dabliu veniva accolto al grido di Hail To The Chief 

Yorke ha smentito questa chiave di lettura, salvo riabilitarla in seguito. “Ho provato ad evitare di vestire le parole di un senso specifico, ho cercato di spostarmi lontano da ciò che accade. Anche perché brani come I WillMyxomatosis sono stati scritti circa 3-4 anni fa [rispetto all’uscita dell’album naturalmente ndr]. […] Quando stiamo registrando, cerco di tenere fuori tutta la merda che ci circonda”.  

Sì, però Tommasino se lasci appese le parole, è facile poi che vengano estrapolate delle interpretazione a comando, suvvia! 

Questo lungo lungo cappello introduttivo mi da il là per presentare Hail To The Thief in maniera acchiappona, un disco registrato per catturare il sound live dei Radiohead in 2 settimane di sessione – con il ritmo di una canzone al giorno – negli studi di Los Angeles (luogo che ha influenzato in qualche modo il sound e l’artwork sempre a cura di Stanley Donwood [ha annotato parole riportate nei cartelloni pubblicitari a bordo strada e li ha distribuiti in una mappa ideale]), evitando il riproporsi di mesi agonizzanti in studio come per i precedenti lavori, portando i simpaticissimi membri dei Radiohead più volte vicini alle mani. 

I tempi di registrazione risultano rapidi anche a seguito del fatto che Thommy e compagnia bella (come anticipato poche righe sopra) avevano gran parte del materiale – 12 dei 14 brani presenti in Hail – già rodato da anni di concerti o lasciato maturare. 

Hail To The Thief esce dai canoni stabiliti con Kid A ed Amnesiac, ha un’impostazione differente, porta dietro l’esperienza e un po’ del sound dei precedenti ma risulta più estroverso. La peculiarità risiede nel doppio titolo che ogni brano ha, anche il disco ha un sottotitolo ovvero Gloaming (il crepuscolo) che ne lascia trasparire il messaggio (oppure no Thom?) 

L’album è stato leakato 10 settimane prima dell’uscita effettiva, con un paio di brani incompleti di mixaggio. La delusione da parte della band è tangibile, lo stesso Jonny Greenwood puntualizza a proposito “ci siamo incazzati ad essere onesti… un lavoro che non avevamo terminato è stato rilasciato in questo modo […], non ce l’ho con chi ha scaricato, ma per la situazione. […] Comunque sono felice che sia piaciuto”. Probabilmente quanto accaduto ha spinto i Radiohead alla pubblicazione di In Rainbow con il download ad offerta. 

Un po’ di curiosità in pillole? TIpo che la scaletta dei brani è stata ordinata da Ed O’Brien e Phil Selway, e che Wolf At The Door (ispirata all’immaginario fiabesco dei fratelli Grimm) posizionata alla fine è come se rappresentasse il risveglio dopo un incubo (ovvero l’ascolto di un album dai temi angoscianti).  

Ah, dimenticavo, Wolf At The Door è stata riproposta in italiano da Dolcenera con il titolo di Il Luminal D’Immenso (L’ombra di Lui)… con il senno di poi, direi che questa canzone ha rappresentato l’inizio di un incubo. 

 

 

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Radiohead – Amnesiac

Radiohead - Amnesiac

Ciao, oggi avrei voluto raccontarvi di un disco, ma sinceramente non ricordo bene quale… devo avere avuto una leggera Amnesiac……………………….. 

Siete liberi di non seguirmi più, lo accetto di buon grado.  

Dopo avermi dato del coglionazzo (a ragione), possiamo addentrarci in quello che Giovanni Verdelegno definisce il gemello di Kid A ma con una gestazione un po’ più lunga. A differenza del fratello maggiore, Amnesiac non sorprende così tanto, anzi … i Radiohead continuano a percorrere quel sentiero, senza la paura del buio, della nebbia che scende e dei compagni che piano piano abbandonano la retta via per tornare verso lidi più confortevoli.  

La critica – acida di natura – etichetta Amnesiac come la raccolta di b-sides di Kid A, ma il tempo si rivelerà galantuomo ed il disco subirà una riscoperta più che meritata, rivelandosi una delle opere sicuramente meglio assortite della band di Oxford. 

Lo ripeto: registrato durante le stesse sessioni di Kid A [forse è per questo che sto scrivendo l’articolo di Kid AAmnesiac contemporaneamente, dedicando un paragrafo prima all’uno e poi all’altro ndr], in Amnesiac persistono i loop spettrali prodotti dal Roland MC-505 e l’elettronica, ma si fanno più evidenti le influenze blues (saranno miraggi uditivi, ma in alcuni casi mi sembra di sentire i paesaggi sonori di Ry Cooder) e jazz di Charlie ParkerChet Baker. 

Ad esempio Pyramid Song è ispirata a Freedom di Mingus, mentre il testo viene in mente a Yorke dopo aver visitato una mostra incentrata sul mondo egizio e il suo aldilà, al quale ha mischiato il concetto ciclico della vita che troviamo alla base del buddismo.  

Pyramid è uno di quei brani rimasti impressi nella memoria in chi ha vissuto l’uscita di Amnesiac nel mercato, essendo il primo singolo dopo Airbag del 1998, un brano al quale associamo il meraviglioso suono – proveniente dal profondo passato e – ricavato dall’Onde Martenot suonato da Jonny Greenwood. 

“Ho cambiato la mia attitudine, le parole che canto […], è molto meno di un confessionale. Ne ho abbastanza di ciò. Ad esempio Pyramid Song è a malapena un confessionale, veramente… eppure un po’ lo è”, il buon Tommy si prende un po’ gioco di noi, e non solo, lo stesso Jonny Greenwood non ha idea di cosa trattino i testi di Yorke – così come il resto della band – ognuno così è in grado di correlare al testo il significato che immagina. 

Scrivevo che il jazz aleggia in tutto il disco, ma lo noterebbe anche un sordo ascoltando Life In a Glasshouse. So di aver scoperto l’acqua calda, ma questo brano ostentatamente jazz ha dietro una storia carina da raccontare [la parola jazz leggetela come la direbbe Ornella Vanoni ndr]. È l’unico brano registrato subito dopo l’uscita di Kid A, Jonny si prende la responsabilità di scrivere al trombettista Humprey Lyttelton chiedendo (a lui ed alla sua band) di prendere parte alla registrazione del brano.  

Humprey accetta solamente dopo che il figlio lo introduce ad Ok Computer, per la gioia di un Greenwood che di fatto aveva scorto la sindrome di Icaro nei Radiohead, salvandoli da inciampi epocali “Ci siamo resi conto di non poter suonare il jazz. Siamo sempre stati una band dalle grandi ambizioni ma dalla tecnica limitata”. Il brano viene vestito meravigliosamente da Humprey che suona un jazz funeral in chiave minore che rende il brano un vero gioiellino. 

Sarebbe ingeneroso tralasciare il lavorone effettuato su tracce come Pulk/Pull Revolving Doors nel quale il nastro di registrazione continua a registrarsi sopra senza cancellare il pregresso e creando quella giostra sonora che caratterizza il brano.  

In Pulk sono presenti stralci campionati di True Love Waits, un processo simile è stato compiuto su Like Spinning Plates nata da I Will, brano abortito e che ritroviamo su Hail To The Thief. Il testo di Spinning Plates è stato cantato al contrario da Yorke seguendo il processo di inversione fonetica (per gli smemorelli un simile sforzo lo ritrovate in Little Red Riding Hood Hit The Road di Robert Wyatt oppure in Messaggio Satanico di Elio e Le Storie Tese). 

E come dimenticare Knives Out che, come eroicamente ci riportò Ed O’Brien nel suo diario online, ha richiesto ben 373 giorni di registrazione?  

Mi rendo conto di aver tralasciato un mucchio di cose, ma bisognerebbe scrivere un trattato su Kid AAmnesiac – dischi legati da un doppio filo –  e non ho modo di farlo. Se doveste trovarvi a spiegare le differenze tra due gemelli omozigoti se vi soffermaste sull’aspetto fisico, qualche sfumatura potreste coglierla certo, ma ciò che li distingue veramente è l’anima, in quello c’è una differenza tangibile, lo specchio di ciò che dico è Morning Bell presente sia in Kid A che in Amnesiac con differenti arrangiamenti. Ascoltatele attentamente e capirete le differenze tra i due dischi. 

P.S. anche in questo caso la copertina del disco è illustrata da Stanley Donwood, e ritrae un minotauro piangente, disegnato mentre Donwood stava perdendosi nella metro di Londra tra appunti e schizzi. Londra è il moderno labirinto nel quale chi ascolta è il minotauro e chi lo circonda è metà umano e metà mostro. Cioè una pippa totale per farti capire che oggi giorno il labirinto non ha più barriere fisiche ma mentali. 

 

 

Radiohead – Kid A

Radiohead - Kid A

“È tutto al posto giusto”

questo è l’incipit di Kid A, quasi a voler rassicurare l’ascoltatore – interdetto – che dopo Ok Computer si sarebbe aspettato qualcosa di simile, invece la rottura che si ha con Kid A, garantisce una credibilità imperitura ai Radiohead, che decidono di abbandonare l’idea dei soldi facili per sviluppare definitivamente la propria identità musicale. Abbandonare le certezze ed assicurare che tutto è al posto giusto, sembrerebbe più un mantra scandito ripetutamente per convincere sé stessi che la scelta fatta è stata quella corretta.

Il cambio da Ok Computer a Kid A è necessario, il successo di Ok ha inciso un profondo solco nei Radiohead, un bolla di successo che ha quasi fatto collassare la band, è per questo motivo che salvo National Anthem (brano in parte composto da Yorke alla tenera età di 16 anni e che ammicca violentemente, ma bene, ai Morphine) troviamo brani meno vicini ai precedenti lavori.

Yorke affronta un crollo nervoso, al quale si aggiunge il blocco dello scrittore – che supera dopo un lento tribolare – solamente abbandonando la chitarra con la quale solitamente compone, ascoltando continuamente Aphex Twin ed Autechre, dedicandosi al disegno e al trekking in Cornovaglia (dove nel frattempo ha comprato casa).

Ristabilita la connessione con sé stesso, si siede al piano e compone la sua prima canzone su tastiera: Everything In Its Right Place. Seguita poco tempo dopo da Pyramid Song. “‘Sono una merda di pianista’, ricordo sempre questa frase di Tom Waits di qualche anno fa, che gli consente di andare avanti come cantautore nella completa ignoranza degli strumenti che adopera. Perciò è tutto una novità. Questo è il motivo per il quale mi sono affacciato ai computer e ai sintetizzatori… perché non capisco come cazzo funzionino”.

Le sessioni porteranno al concepimento di numerose tracce, inizialmente pensate come un unico imponente doppio album, salvo poi tornare sui propri passi per la densità dei brani che avrebbe sottoposto gli ascoltatori ad un disco troppo complesso da affrontare.

“Si sarebbero annullati a vicenda. Credo provengano da due post differenti… in un certo senso penso che Amnesiac abbia dato un’altra chiave di lettura a Kid A… una spiegazione”. Sì, il tanto bistrattato Kid A è stato riabilitato con il tempo, perché come si è intuito dalle parole di Yorke Kid A non è piaciuto tanto all’inizio. È stato riabilitato dal successivo lavoro, eppure provenendo dalle stesse sessioni, Amnesiac appare un lavoro più omogeneo e convinto; forse è riuscito a decantare a differenza dello stesso Kid A.

Ci sono tanti altri punti in comune con il successore, come l’uso dell’Onde Martenot per How To Disappear Completely e National Anthem (al quale va aggiunta la sezione di fiati liberamente ispirata al caos ordinato di Mingus), o il patchwork di campionature [sì questo è proprio il ciclo dei suoni campionati ndr] con il quale è stato assemblato Idioteque, prendendo in prestito la progressione di accordi (accellerata) da Mild Und Leise di Paul Lansky e il suono metallico da Short Piece di Arthur Krieger (entrambi datati 1976), ai quali va aggiunto un sample di 40 secondi isolato da Tom proveniente da una registrazione di 50 minuti di Jonny.

Curioso come Kid A non abbia ricevuto alcuna spinta promozionale rispetto al suo successore, nonostante la presenza di molti brani “forti”. Lo racconta in maniera accurata Jonny Greenwood “Abbiamo semplicemente detto alle radio di non voler imporre un brano in particolare da passare. Il libero arbitrio non è piaciuto alle stazioni radiofoniche, sono andate in confusione e non hanno trasmesso niente di niente! Troppo complicato ragionare in questi termini per loro”.

Stanley Donward – lo stesso dell’artwork di The Bends – si occupa di curare la grafica del disco, ispirato da foto provenienti dal conflitto del Kosovo, ne trasmette l’ansia ed il distacco, in fondo il disco appare molto freddo di primo acchito.

Yorke descrive l’artwork di Donward con le seguenti parole “Kid A è come una scarica elettrica, Amnesiac è come essere in campagna. Lo si desume dall’artwork dei due dischi, il primo si sviluppa sulla distanza, il rossore dei fuochi avvampa dietro le montagne… con Amnesiac invece sei nella foresta infuocata”.

Radiohead – Ok Computer

Radiohead - OK Computer

I Radiohead non sono mai stati simpatici, ma compensano decisamente con la loro bravura (anche se considero estreme e auto-celebrative e auto-compiacenti alcune recenti scelte e registrazioni), Ok Computer è il punto in cui l’asticella si è alzata, registrando un cambio di passo deciso.

Ok Computer coincide con la definitiva morte del britpop, la domanda è: come uscirne fuori distaccandosi in maniera netta dai fasti di The Bends? Con un complesso mix tra Noam Chomsky, R.E.M., PJ Harvey, Beatles, Elvis Costello, Miles Davis e Can… un bordello di gente che ha contribuito a creare uno dei sound più riconoscibili degli anni ’90.

L’esempio di quanto scritto poco sopra è Paranoid Android, nata per essere di 14 minuti, viene asciugata dagli orpelli presentandosi a noi in 6 minuti nei quali sono amalgamate 3 canzoni differenti – sullo stile di Bohemian Rhapsody – che indicano tre differenti modalità di scrittura approcciate da occhio vispo Yorke. Questo brano nasce in origine con una connotazione “divertente” – il titolo deriva infatti da Marvin l’androide paranoico di Guida Intergalattica per Autostoppisti – per poi dirigersi verso temi più impegnati come la follia, la critica al capitalismo e la violenza fisica e verbale. Tutti questi elementi sono visivamente raccontati in modo grottesco da Robin (dell’omonima serie Robin), il protagonista del videoclip animato da Magnus Carlsson – che inizialmente credeva di dover animare il video per la canzone No Surprises.

In fase di scrittura Colin Greenwood ha dichiarato che l’ispirazione è stata ricercata in Happiness Is A Warm Gun, mentre in fase di missaggio nell’album Magical Mistery Tour, per via della difficoltà riscontrata nel trovare una coda degna ed in armonia con il brano (andando a sostituire l’organo hammond con un outro in chitarra).

I temi evidenziati in Paranoid Android ritornano in parte in Karma Police, definita da Yorke e Legnoverde “una canzone scritta per chiunque lavori nelle grandi aziende, una canzone contro i capi”. Il concetto di polizia del Karma deriva dal vezzo che i membri della band avevano di chiamare la polizia del Karma qualora avessero fatto qualcosa di sbagliato. Il video è diretto da Glazer (lo stesso di Street Spirit’s Fade Out) che qualche mese prima aveva proposto lo stesso concept a Marilyn Manson (naturalmente ha rifiutato).

Il registro cambia in No Surprises, prima canzone dell’album ad essere registrata, scritta durante il tour da spalla degli R.E.M. nel 1995. Tutti ricorderanno l’apnea da un minuto di Yorke, ma una volta completamente ricoperto d’acqua, la videoregistrazione è stata girata ad alta velocità per poi essere riproposta nel videoclip in slow-motion. Bravo Tommasino, ci hai fregato tutti quanti!

I tre singoli principali di Ok Computer offrono una panoramica di ciò che si trova all’interno dell’album; album che ha ricevuto critiche positive oltre che un grande riconoscimento dal pubblico, segnando l’ascesa definitiva dei Radiohead nel mercato musicale.  Ok Computer è lo spartiacque definitivo, è il mezzo che dirige i Radiohead ad un processo creativo sempre più cerebrale e complesso.

Radiohead – The Bends

Radiohead - The Bends

Dopo Pablo Honey – esordio e puro calderone di stili – The Bends rappresenta l’identità che i Radiohead hanno deciso di vestire, una ricerca di sonorità e una depressione di fondo che contraddistingueranno tutti gli album a venire.

“Riconoscibilità” è  il sostantivo adatto per spiegare quest’album, tale “riconoscibilità” è stata cercata da tutti i membri della band (su tutti da Jonny Greenwood) al fine di prendere le distanze dal successo – considerato troppo commerciale e popular – ottenuto tramite i singoli del precedente album, su tutti Creep canzone richiesta con insistenza durante ogni loro concerto (l’odio dei Radiohead verso Creep è risaputo, forse per questo motivo Thom Yorke, sfregandosi le mani ed ammiccando con l’occhio birbo, ha deciso di accordare a Vasco il permesso di farla odiare anche ai più).

The Bends è un tripudio, viene immediatamente acclamato ed incensato dalla critica che ne esalta le qualità ponendolo nei must have di ogni musicofilo. Alcuni brani come Fake Plastic Trees e Street Spirit (Fade Out) sono prodromi di OK Computer, le tematiche dei testi – influenzate dal periodo di stallo vissuto tra Yorke e il resto della band – sono state sviluppate durante il tour americano e sono una critica aspra verso la società dell’epoca.

Just è forse il pezzo più rappresentativo, con un assolo finale che martella i timpani e con un ritmo ipnotico che stordisce l’ascoltatore. La canzone dovrebbe essere dedicata ad un amico vanesio di Yorke.

La celebrità di questo brano è in gran parte legata al videoclip che – oltre a mostrare la band intenta a suonare ed affacciarsi dalla finestra di un palazzo per vedere cosa accade – ritrae un tipo che si sdraia in mezzo ad un marciapiede attirando l’attenzione di gente curiosa, che cerca di capire cosa sia successo. La conversazione tra queste persone – riportata agli spettatori mediante dei sottotitoli – raggiunge un climax che porta loro a chiedere al tizio sdraiato le motivazioni del suo gesto.

Lui risponde senza problemi, ma quei simpaticoni dei Radiohead ci tolgono i sottotitoli e noi non capiamo un cazzo.

Fatto sta che alla fine tutti si sdraiano sul marciapiede… lo so, detto così è una merda, ma che ci volete fare?…

Secondo alcuni detrattori sia il regista che la band non hanno mai saputo cosa far dire al tipo sdraiato, lavandosene le mani e togliendo i sottotitoli. Secondo altri le parole pronunciate potrebbero essere “Il fondo è la nuova vetta” o “I Radiohead sono alla finestra”, che dimostrerebbe già quanto il loro ego fosse spropositato sin dagli albori.

High and Dry proviene dalle sessioni di registrazione di Pablo Honey, scartata perché a detta della band troppo simile ad un pezzo di Rod Stewart, è stata poi introdotta senza eccessivi patemi d’animo in The Bends.

Diversa è la genesi di Fake Plastic Trees, che prende forma dopo un concerto di Jeff Buckley.

I Radiohead aveva incontrato difficoltà nel concepimento di questo brano e una pausa presa per andare a vedere il concerto di Buckley si è dimostrata provvidenziale; il fascino e lo stile esercitato dal cantautore statunitense ha mostrato la via per il completamento della canzone.

Street Spirit (Fade Out) è la tipica canzone che ti induce al suicidio: bella, bellissima, ma da non sentire durante una crisi depressiva. Lo stesso Yorke ha descritto questo brano come un tunnel oscuro senza la luce alla fine… insomma un segnale di speranza. Per chi volesse tagliarsi le vene e cercasse ispirazione, è stata reinterpretata anche da Peter Gabriel (se siete alla ricerca di stimoli per non vivere più, ve la consiglio).

L’artwork è curato da Stanley Donwood in collaborazione con “sòtuttoio” Yorke, che originariamente aveva in mente di utilizzare per la copertina un polmone d’acciaio salvo poi cambiare idea. La copertina è stata realizzata proprio all’ultimo minuto con una foto edulcorata di un fantoccio medico con la faccia di Yorke.

Muse – Origin of Symmetry

Muse - Origin Of Symmetry

Oggi parliamo del secondo album registrato dai Muse che conferma quanto di buono ascoltato con Showbiz. Mentre il primo lavoro ha evidenziato ottime potenzialità ma, al contempo, fatto storcere un po’ il naso alla critica per la somiglianza di sonorità con i Radiohead (tant’è che anche mister simpatia occhio spento Thom Yorke non si è lasciato sfuggire l’occasione di dare addosso al trio di Teignmouth) Origin of Symmetry ci da l’idea di quanto i Muse possano crescere ulteriormente e svariare tra una moltitudine di generi musicali. Diciamo che la sperimentazione perpetua – evidenziata in tutti i lavori seguenti a Origin of Symmetry – del power trio é cominciata effettivamente con questa perla.

L’origine della simmetria é un concetto inerente alla teoria delle stringhe ed alla fisica quantistica, uno dei mondi (oltre alla fantascienza ed al complottismo) che ha sempre affascinato Matt Bellamy. Queste sono delle tematiche ritrovate nella maggior parte dei testi dei Muse (soprattutto negli ultimi lavori) che costruiscono un puzzle ben definito e ci illustrano una situazione sempre più orwelliana, dove la prevalenza della popolazione mondiale è come la creta, facile da manipolare ed incapace di scernere il bene dal male.

A mio avviso questa é un opera completa, riff di chitarra, pianoforte classico, un basso che pompa e una batteria che completa l’armonizzazione senza contare la voce asmatica che rende claustrofobico e cupo il disco.

In alcune canzoni il paragone con i Queen non risulta affatto azzardato (sopratutto in termini di versatilità e maestosità del suono). Si passa dalle cavalcate musicali di New Born, Space Dementia (l’ispirazione a Rachmaninov é palese) e Citizen Erased (tributo a 1984 di George Orwell ripreso massicciamente nel quinto album Resistance), tre brani per un totale di 20 minuti di rock spinto e al tempo stesso riflessivo, sino al falsetto di Micro Cuts (il testo onirico é nato dopo una serata a base di funghetti allucinogeni, la leggenda dice che i 3 dopo aver pasteggiato con i funghetti abbiano ripreso conoscenza in un bosco vicino agli studi di registrazione mezzi nudi ed in stato confusionale, Micro Cuts sarebbe una allucinazione che Bellamy ha vissuto e ha riportato a noi in maniera “fedele”), una grandissima cover di Feeling Good di Nina Simone ed infine forse la canzone più rappresentativa di tutto l’album, quella Plug in Baby che fa impazzire le folle durante i concerti live e che mostra tutta la capacità creativa, l’estro e il virtuosismo alla chitarra di Bellamy che ri-arrangia in maniera totalmente personale la fuga in Re Minore di Bach rendendolo uno dei riff più importanti e riconosciuti della storia del rock (facendo anche capire quanto il suo background musicale sia ampio, considerando che si porta sempre dietro un lettore musicale da un terabyte).

Molti considerano Origin of Symmetry l’apice della carriera dei Muse, ma a mio avviso è un errore pensarlo, la capacità dei grandi gruppi sta nel sapersi re-inventare – mantenendo una propria identità – costantemente, la ricerca di nuovi stili musicali evidenziata in ogni disco (anche se talvolta non con i risultati sperati) è semplicemente lodevole. A chi si fosse fossilizzato sul concetto di Muse come brutta copia dei Radiohead, consiglio sinceramente di riguardare la propria posizione.

Radiohead – The Bends

Radiohead - The Bends

Dopo Pablo Honey, disco di partenza e puro calderone di generi musicali, The Bends è il lavoro che fotografa l’identità che i Radiohead hanno deciso di vestire, una ricerca di sonorità e una depressione di fondo che contraddistingueranno tutti gli album a venire. “Riconoscibilità” è  il sostantivo adatto per spiegare quest’album, tale “riconoscibilità” è stata cercata dalla band (su tutti da Jonny Greenwood) al fine di prendere le distanze dal successo troppo commerciale e popular ottenuto tramite i singoli di Pablo Honey, uno su tutti Creep, canzone richiesta incessantemente durante ogni loro concerto (l’odio dei Radiohead verso Creep è risaputo, forse per questo motivo Thom Yorke, sfregandosi le mani e ammiccando con l’occhio birbo, ha deciso di accordare a Vasco il permesso di farla odiare anche ai più). Il lavoro è stato immediatamente acclamato ed incensato dalla critica che ne ha esaltato le doti e lo ha posto nell’Olimpo delle pietre miliari del rock. Alcuni brani come Fake Plastic Trees e Street Spirit (Fade Out) sono prodromi di OK Computer, le tematiche dei testi, influenzate dal periodo di stallo vissuto tra Yorke e il resto della band, sono state sviluppate durante il tour americano e sono una critica aspra verso la società dell’epoca.

Just è forse il pezzo più rappresentativa, con quell’assolo finale che ti entra in testa e con quel ritmo ipnotico che stordisce (la canzone è dedicata ad un amico vanesio di Yorke).

La celebrità di questo brano è legata al videoclip che oltre a mostrare la band che suona e si affaccia alla finestra per vedere cosa accade, ritrae un tipo che si sdraia in mezzo ad un marciapiede attirando l’attenzione di gente curiosa che cerca di capire cosa sia successo, la conversazione tra queste persone, riportata agli spettatori mediante dei sottotitoli, raggiunge un climax che porta loro a chiedere al tizio sdraiato il perché del suo gesto. Lui risponde senza problemi ma quei simpaticoni dei Radiohead tolgono i sottotitoli e noi non capiamo un cazzo. Fatto sta che alla fine tutti si sdraiano sul marciapiede… lo so, detto così è una merda, ma che ci volete fare. Secondo alcuni detrattori sia il regista che la band non hanno mai saputo cosa far dire al tipo sdraiato, lavandosene le mani e togliendo i sottotitoli. Secondo altri le parole pronunciate potrebbero essere “Il fondo è la nuova vetta” o “I Radiohead sono alla finestra”, che dimostrerebbe già quanto il loro ego fosse spropositato sin dagli inizi.

High and Dry proviene dalle sessioni di registrazione di Pablo Honey, scartata perché a detta della band troppo simile ad un pezzo di Rod Stewart, è stata poi introdotta senza eccessivi patemi d’animo in The Bends.

Fake Plastic Trees, è nata dopo un concerto di Jeff Buckley, la band aveva trovato delle difficoltà nel concepimento di questo brano e una pausa presa per andare a vedere il concerto di Buckley è stata provvidenziale, il fascino esercitato dal cantautore statunitense ha aiutato la band a trovare la strada giusta per il completamento della canzone.

Street Spirit (Fade Out) è la tipica canzone che ti induce al suicidio, bella, bellissima, ma da non sentire durante una crisi depressiva. Lo stesso Yorke ha descritto questo pezzo come un tunnel oscuro senza la luce alla fine… insomma un segnale di speranza. Per chi volesse tagliarsi le vene e cercasse ispirazione, è stata coverizzata anche da Peter Gabriel (se siete alla ricerca di stimoli per non vivere più, ve la consiglio).

L’artwork è stato curato da Stanley Donwood in collaborazione con “sòtuttoio” Yorke, che originariamente aveva in mente di utilizzare per la copertina un polmone d’acciaio salvo poi cambiare idea. La cover è stata fatta all’ultimo minuto con una foto edulcorata di un fantoccio medico con la faccia di Yorke.