Vashti Bunyan – Just Another Diamond Day

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Come una ninfa che con la sua voce flebile – e a tratti spettrale – ammalia chi ha intorno, ma pochi ne scorgono la presenza. Ciò che mi fa associare Vashti Bunyan ad una figura leggendaria, non è solo il nome che viaggia tra letteratura e realtà (sembra provenire direttamente dal ciclo di Shannara), ma anche il suo passaggio completamente in sordina. Ha fatto quasi scivolare la sua presenza evanescente nella scena e nell’industria musicale, contribuendo a creare così prima il mito e poi la leggenda.

Realtà o finzione? A sostenere la diatriba ci sono quegli arrangiamenti alla Nick Drake di Five Leaves Left e Bryter Layter (è lo stesso produttore di Drake, Robert Kirby, ad orchestrare tutto) che rendono la produzione della Bunyan ancora più effimera ed evanescente.

La nascita di Just Another Diamond Day è molto curiosa e frutto di una serie di casualità. Dopo una serie di apparizioni nel mondo musicale senza ricevere un ritorno degno di nota, come in molte occasioni, il viaggio diventa fonte di ispirazione per la stesura dell’album di Vashti. Donovan – amico del ragazzo della Bunyan – invita il compagno della cantautrice nella sua comune fricchinicchi sull’isola di Skye. La Bunyan accoglie positivamente l’idea di seguire la sua dolce metà in questo viaggio – forse lui l’ha anche intortata facendole credere che fosse uno Smartbox deluxe (ahhh che bello quando la ggente credeva ancora negli smartbox) – fatto sta che l’idea di mollare di colpo la realtà Londinese, basata sull’apparenza, rappresentava uno strappo nei confronti dei rifiuti ricevuti e di quel mondo che non l’aveva compresa a pieno.

Essendo in toto uno Smartbox, nel pacchetto sono incluse 100 sterline omaggiate da Donovan che serviranno ad acquistare una carrozza ed un cavallo. Si parte all’avventura: lei, lui, il cavallo ed il loro fido cane. Da qui nasce anche la rappresentazione bucolica presente nella cover dell’album, dove sono ritratti i protagonisti di questo viaggio nelle Lowlands e Highlands scozzesi, scenari che consolidano l’idea di Vashti come creatura leggendaria.

Dopo un anno di cazzeggio per strada vagabondando con una carrozza, la nostra Fantabestia ed i suoi fidi accompagnatori (diciamo che il suo essere raminga in giro con un cane ha reso Vashti una antesignana dei Punkabbestia, ed essendo una signorina fantasiosa lei è la variante Fantabestia) raggiungono l’isola senza trovare nessuno.

Nel frattempo i fricchinicchi hanno abbandonato l’utopia della comune. Ma come nei migliori racconti c’è sempre un lato positivo, il viaggio è come nuova linfa che scorre nelle vene artistiche della Bunyan, ora osserva con occhi nuovi ciò che la circonda cambiando le tematiche delle sue canzoni. Inoltre nel viaggio di ritorno, la ragazza, si imbatte in Re Mida Joe Boyd (produttore di Nick Drake e John Martyn) che si offre di lavorare sulle composizione create durante il viaggio di Vashti, offrendole una superband di supporto formata da membri degli Incredible String Quartet (Williamson) e Fairport Convention (Nicol & Swarbrick), band prodotte da Boyd. La collaborazione di Boyd e Kirby offre quell’atmosfera sopita e soffice tipica di Drake e presente nella registrazione di Just Another Diamond Day, conferendo alla Bunyan un’aura a tratti funerea.

Stessa aura che a confronto delle modalità frichinicchi-psichedeliche-drogaddicted impresse al mercato in quegli anni, relega nell’alveo l’opera prima della Bunyan spingendola a ritirarsi dal mondo musicale per 35 anni, sino alla riscoperta e alla rivalutazione commerciale avvenuta in tempi recenti.

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The Beatles – White Album (parte I)

The Beatles - White Album

L’equazione di massima di Pillole Musicali 8 Bit è “Doppio Album = Doppio Post”.

Cominciamo subito col dire che il White Album è un doppio album e non ha un vero è proprio titolo… cioè… sarebbe The Beatles, ma considerando che la cover è completamente bianca, gli è stato affibbiato questo epiteto.

L’idea per la copertina è stata suggerita dall’artista Richard Hamilton, amico di Paul McCartney, che ha aiutato anche per quanto riguarda il naming dell’album e l’artwork minimalista, con una numerazione ad hoc per scatenare una guerra tra collezionisti… la copia numero 1 è in mano a Ringo Starr.

Prima di entrare nel dettaglio c’è bisogno di fare chiarezza riguardo la situazione all’interno della band.

L’aspetto creativo si è moltiplicato rispetto ai precedenti lavori in quanto non vi è più un lavoro di simbiosi come un tempo, ognuno ha portato una quantità di brani non indifferente (ispirati dal viaggio in India, dalle parole di Maharishi e da Donovan) al produttore George Martin, persino il quieto Ringo Starr con la fantastica e scanzonata Don’t Pass Me By si è scoperto produttivo in tal senso (George Harrison ha presentato 5-6 brani, Paul McCartney una dozzina e John Lennon su per giù 15) tutto questo ha palesato l’effettiva mancanza dell’amalgama di un tempo per via dei dissidi interni. L’egocentrismo di ogni membro dei Beatles è identificabile nel doppio album, difatti dei più di 30 pezzi presentati una minima parte è stata scartata. Ma c’è un ulteriore spiegazione, una gabola che ha permesso pubblicando più brani in un album di liberarsi celermente dal proprio contratto con la EMI stabilendo l’inizio della fine dei Fab Four. Effettivamente questo lavoro presenta quattro anime distinte in un unico elemento, senza alcun filo conduttore tra un brano e l’altro, generi diversi, stili divergenti, ognuno ha potuto realizzare la propria canzone come avrebbe voluto.

Un clima fondamentalmente ostile si è instaurato tra i 4, tant’è che un simpatico siparietto si è venuto a creare tra Ringo Starr e gli altri membri della band. Stanco di tutto e vedendo Harrison, Macca e Lennon felici, si è sentito tagliato fuori dal gruppo, perciò – deciso più che mai a rassegnare le dimissioni – è andato prima a casa di John Lennon, dichiarandogli:

<<Me ne vado dal gruppo perché non sto suonando bene e mi sento poco amato e tagliato fuori, e voi tre siete molto uniti>>

ma la risposta di John è stata:

<<Pensavo foste voi tre a volermi tagliare fuori!>>

Poco dopo è andato a casa di Paul ripetendogli lo stesso discorso, e naturalmente la risposta di Paul è stata la stessa di Lennon! Morale della favola? C’è una sorta di “odio” reciproco all’interno della band che ha indotto Ringo – esaurito dalle continue seghe mentali – a farsi una vacanza in Sardegna senza nemmeno prendersi la briga di passare da George Harrison a presentare le proprie dimissioni…