Caetano Veloso – Transa

Dopo Tropicalia: ou Panis et CircencisCaetano Veloso e Gilberto Gil, godono di una forte esposizione mediatica, i loro dischi di esordio sono sulla bocca di tutti, il manifesto tropicalista si è diffuso e ha fatto numerosi proseliti.  

Come sostenuto da Gilberto Gil in ricordo del periodo: non vi era piena coscienza dell’impatto di Tropicalia, quanto più che altro consapevolezza di un cambiamento nella propria musica; un’onda a trazione globale (guardando anche agli eventi negli Stati Uniti e in Europa). Naturalmente questa si riverbera sulla società.  

In fondo il cambiamento si pone sempre come un’urgenza di comunicare verso chi si trova in condizioni similari, e tropicalia si è dimostrato un centro di concepimento fertile. 

Accade però che nella prima metà del dicembre 1968, il governo in carica emana l’AI-5 – un atto istituzionale che conferisce poteri assoluti al Presidente della Repubblica – e di fatto sbaraglia ogni tipo di attività sovversiva o opposizione. Istituisce i tristemente noti squadroni della morte, e va a censurare ogni forma artistica (e che indurrà i vari Chico BuarqueMilton Nascimento e gli altri di cui abbiamo raccontato, ad ingegnarsi per aggirare ogni forma di veto per far vedere la luce alle proprie creature intellettuali).
Passano appena due settimane, quando un provocatorio Caetano (divenuto, assieme a Gilberto Gil, ospite fisso del programma televisivo dei tropicalisti Divino, Maravilhoso in onda su TV Tupi [Tupy or not Tupy… ndr]), si punta la rivoltella alla tempia mentre interpreta Boas Festas di Assis Valente.  

Dopo 3 giorni vengono entrambi arrestati guadagnandosi 2 mesi di prigione a cui seguono 4 di domiciliari per attività sovversiva e vilipendio del paese. Il programma non è che fosse stato preso in simpatia dalle sfere alte e l’ultima performance di Veloso è stato il classico eccesso che ha fatto vacillare la pazienza dei potenti. Il Governo invita caldamente i due dissidenti ad “auto-esiliarsi”; Veloso Gil colgono la palla al balzo per andarsene a Londra (con tappe poco degne di nota a Lisbona Parigi) non prima di aver organizzato un concerto di commiato – o meglio di raccolta fondi – per pagarsi il biglietto aereo. Nei due anni e mezzo spesi nella Big SmokeCaetano Veloso produce due dischi: un omonimo (tanto per cambiare) e Transa

Durante il periodo d’esilio, a Veloso viene concesso di tornare in Brasile per le celebrazioni del quarantesimo anniversario di matrimonio dei suoi genitori. Nella breve permanenza è sottoposto ad interrogatorio dal personale militare, che ne approfitta per richiedere la composizione di una canzone che elogi la nuova opera pubblica sulla bocca di tutti: l’autostrada Transamazônica.
Come lecito aspettarsi, Veloso si rifiuta, ma tornando a Londra registra Transa, disco che poi vedrà la luce nel 1972 proprio in Brasile, quando grazie all’intercessione pubblica di João Gilberto – che accetta di tornare in televisione dopo 10 anni di assenza a patto che partecipi anche il suo figlioccio artistico – Veloso tornerà in patria. 

Caetano constata che la situazione è più distesa rispetto a due anni prima, e decide di fermarsi nel suo paese per continuare la dissidenza in loco. Transa è un ulteriore schiaffo ad un regime che ha dimostrato a più riprese i propri limiti intellettivi. La richiesta da parte dei militari di registrare un album ufanista è stata rigettata, ma a questo affronto, Caetano Veloso, risponde con una provocazione: elidendo la parola Transamazônica nella più semplice Transa (che l’urban dictionary traduce in “scopare”).  

Alla luce di questo, Transa, va a collocarsi con vigore tra i picchi raggiunti da Veloso durante la sua infinita carriera [invito a leggere la valida considerazione a proposito sulla scarsa notorietà del disco in questo paese a scapito di album come Estrangeiro ndr], evito di dilungarmi in una tediosa analisi del disco, in quanto ahimé è stato scritto di tutto e di più a riguardo.  

Ho piacere però nel soffermarmi sul valore puro di Transa, di come risuoni decisa l’integrazione tra due mondi musicali, come dimostra nell’audace – per i canoni dell’allora pubblico – rilettura di Mora na Filosofia di Monsueto Meneze e Arnaldo Passos, nella citazione a The Long and Winding Road dei The Beatles (pallino non solo di tutto il mondo occidentale ma anche dei giovani tropicalisti), o nel reggae scoperto a Portobello Road e assimilato brillantemente in Nine Out Of Ten.  

Ma la bellezza di questo disco a mio avviso giace nella naturalezza dimostrata da Veloso nel disorientare l’ascoltatore passando dal brasiliano all’inglese, senza forzature e in armonia; una proprietà che ha mostrato più volte nel corso della sua lunga carriera (anche con lo spagnolo e l’italiano) così come hanno dimostrato di saper fare Gilberto Gil e Chico Buarque.    

Con questa spontaneità si svela al mondo con You Don’t Know Me, in apertura del disco, arricchita dai puntelli vocali di Gal Costa. Per le registrazioni di TransaVeloso si è affidato a Ralph Mace (ei fu produttore di The Man Who Sold The World) e ha chiamato a raccolta i propri sodali, oltre a Gal Costa partecipano anche: MacaléMoacyr AlbuquerqueTuti Moreno e Áureo de Sousa (entrambi alle percussioni). Con la volontà di registrare tutti i brani come se provenissero da uno spettacolo dal vivo, ricreando una situazione da band (la prima nella carriera di Veloso), che risultasse genuino.  

Transa è un grande valore aggiunto nella discografia di Caetano Veloso, un disco che evidenzia – se ce ne fosse stato bisogno – l’eclettismo di chi nei successivi 50 anni avrebbe continuato a distribuire perle di rara sensibilità artistica.

Sergio Endrigo – Exclusivamente Brasil

Si torna a raccontare Sergio Endrigo e lo si fa sempre in occasione del ciclo brasiliano, già, perché Endrigo probabilmente è stato il più brasiliano degli italiani (o il più italiano dei brasiliani), e tanto della delicatezza e della poetica di Endrigo si è radicata nel cantautorato brasiliano, in un do ut des vivace e vincente.  

Questa volta porto alla luce un disco che ahimè non è conosciuto quanto dovrebbe dalle nostre parti, o meglio non è che sia proprio conosciuto in giro, un disco inedito in Italia, pubblicato esclusivamente in Brasile in vinile e “também em musicassete” ma mai su CD, addirittura sulla pagina wikipedia non compare nella cronologia delle pubblicazioni discografiche e nel web è difficile trovare informazioni degne di nota, figuriamoci su Spotify). 

Il rapporto tra Sergio Endrigo ed il Brasile è sedimentato e con robuste radici: nasce nel 1964 con il primo concerto sostenuto a San Paolo, in quell’occasione ha avuto modo di conoscere artisticamente Vinícius de Moraes, portandolo all’attenzione di Sergio Bardotti. Qualche anno dopo Bardotti ha conosciuto de Moraes, presentandolo a Endrigo e conducendoli all’ideazione di La Vita Amico È l’Arte dell’Incontro (con il quale Endrigo ha fatto conoscere Toquinho con de Moraes). 

Quindi, considerare Exclusivamente Brasil “exclusivamente” una registrazione ad hoc per il pubblico brasiliano sarebbe una interpretazione miope e ingenerosa nei confronti di Endrigo; certo il Brasile e i brasiliani hanno dimostrato a più istanze il proprio affetto nei confronti del nostro amato cantautore, facendolo sentire a casa nonostante la distanza oceanica, tanto che nelle 12 tracce del disco sciorina con disinvoltura un eccellente portoghese zuccherino. Ma Exclusivamente Brasil è perlopiù un disco di amicizia, tributo e ringraziamento nei confronti dei tanti degli interpreti che hanno contribuito ad arricchire l’espressività musicale di Endrigo (e che sono stati trattati nel ciclo brasiliano di pillole). 

Troviamo ad esempio il Samba em Preludio accompagnato alla voce da una giovane Fafá de Belém di Vinícius de Moraes e Baden Powell, incisa nell’ultimo album di Baden Powell Le Monde Musical de Baden Powell, eseguita nel tempo anche da Toquinho con Vinícius, e con traduzione di Bardotti assieme a Ornella Vanoni in La Voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria. Presenzia Morena do Mar di Dorival Caymmi e interpretata in Vento de Maio da Nara Leão, sempre con interpretazione dalla Leão – assieme a Chico Buarque (su un’inequivocabile composizione di Sivuca) – c’è João e Maria presente in Os Meus Amigos São Um Barato. 

Carinhoso di PixinguinhaTrocando Em Miúdos di Chico BuarqueCafé Da Manhã di Roberto Carlos (con cui ha condiviso la vittoria a Sanremo nel 1968) e Ana Luiza di Jobim ornano una scaletta che si snoda principalmente tra i regali di Vinícius con Samba Para Endrigo e A Rosa di Chico Buarque

A Rosa è stata pensata e scritta appositamente da Chico Buarque per Endrigo, che duetta nel brano in un’alternanza di versi intensa, uno scioglilingua che non lascia tanto tempo per pensare, un flusso rapido di giochi di parola che lasciano in uno stato di euforia chi ascolta. Rientra nella gilda di quei brani che devi ascoltare più volte solamente per capire come è strutturato e il perché sia strutturato in questo modo. Nel 1995 Djavan ne ha interpretato una versione decisamente meno divertente di quella offertaci in Exclusivamente Brasil

Spostando il cono di luce su Samba Para Endrigo ci si accorge del legame quasi fraterno che intercorreva tra Sergio EndrigoVinícius de Moraes. Il Maestro non solo ha scritto delle strofe in dedica al cantautore italiano, partecipando alla registrazione di Exclusivamente Brasil assieme a Toquinho, ma ha deciso di includere la stessa Samba Para Endrigo all’interno del suo ultimo lavoro Um Pouco de Ilusão dal canto suo Endrigo successivamente alla morte di de Moraes lo ha omaggiato con Ciao Poeta (sulla base della composizione di Baden Powell). 

Dimenticavo quasi di menzionare che l’arrangiamento della maggior parte dei brani nel disco è stato curato da Antônio Renato Freire de Carvalho Fróes, produttore che ha collaborato anche con Chico Buarque e Caetano Veloso in Juntos e Ao Vivo, Caetano Veloso Araçá Azul, Gilberto Gil, Tom Zé in Estudando O SambaGal Costa, Maria Bethânia, Luiz Melodia e tanti altri artisti degni di nota. 

Dopo queste poche righe di colore, mi permetto di chiudere scrivendo che Exclusivamente Brasil è una chicca che scorre rapida, alcune interpretazioni sono magistrali e vi renderete conto di non poter fare a meno di ascoltarle. Fortunatamente lo potete trovare tutto su YouTube, certo la qualità è quella che è, però se vi capitasse di innamorarvi come è accaduto a me, avrete modo di reperire facilmente il vinile online (naturalmente di seconda mano).  

Sergio Endrigo – Endrigo

A seguito del sempre più ampio consenso ottenuto con successi quali Sergio Endrigo, Endrigo ed Endrigo, Sergio Endrigo pubblica tramite l’etichetta Fonit Cetra il suo quarto disco, che prende il nome di Endrigo

Tarapìa tapiòco! Prematurata la supercazzola, o scherziamo? 

No, non vi sto prendendo in giro. Mi rendo conto che il nome Endrigo assuma – in questo caso – una connotazione ironica, tanto da portarmi alla mente i Puffi e la loro grammatica. O meglio. Tanto da portarmi alla mente lo studio di Umberto Eco sui Puffi ed il loro puffare.  

La pigra consuetudine di non dotare di alcun nome gli LP se non di quello dell’autore – adottata da tante etichette negli anni ‘60 – ha per me qualcosa di sconvolgente, perché aprioristicamente impone un esercizio mnemonico. Un compito arduo per ricordare l’anno di pubblicazione del disco e non confonderne i brani catalogati negli anfratti della materia grigia [anche perché sono pieno di nozioni inutili che non riesco a cancellare dalla memoria ndr]. 

Per forza di cose, Sergio Endrigo, rappresenta la voce dell’infanzia. Rientra nella stretta cerchia di adulti capaci di entrare nel cuore dei bambini, con quelle note dolci e la voce ricca di un affetto tipico dei nonni. Sergio Endrigo è stato il Gianni Rodari della musica per me (Ci Vuole Un Fiore non è un caso). È l’uomo delle favole cantate, capace di regalare sogni e fantasie che ancora oggi coltivo nel cuore. 

C’è un motivo particolare per cui ho scelto questo disco piuttosto che un altro, arriva nel 1968 a ridosso di una scena musicale che godrà di contaminazioni difficili da tracciare per quante sono. 

Ecco in questo LP prendono parte Luis Bacalov e Sergio Bardotti, pesi massimi che – nell’anno successivo – assieme allo stesso Endrigo parteciperanno a La Vita, Amico, è l’Arte dell’Incontro

In Endrigo spiccano senza dubbio La Colomba (musicata da Luis Bacalov su traduzione della poesia di Raphael Alberti), Dove Credi di Andare (presentata al festival di Sanremo del 1967 in condivisione con Memo Remigi) e Canzone per Te [per favore stendiamo un velo pietoso sull’affaire Bugo-Morgan ndr] con la quale Endrigo si è aggiudicato la diciottesima edizione del festival di Sanremo, e condivisa nella medesima edizione con un altro signore di discreta importanza per lo scenario musicale brasiliano: Roberto Carlos.  

Mi sento di aggiungere una piccola chicca in relazione a questo disco – prima di lasciarvi – che non abbisogna di ulteriori descrizioni (visto che Endrigo lo considero più un poeta da assaporare verso dopo verso che un artista da spiegare). A chiudere l’album troviamo due colonne sonore, la prima è l’esotica Back Home Someday scritta da Endrigo e Bardotti nel 1966 per lo spaghetti western Le Colt Cantarono la Morte e fu… Tempo di Massacro con Franco Nero, mentre Canzone della Libertà (musicata da Ennio Morricone) va ad impreziosire il film L’Alibi con Vittorio Gassman e Adolfo Celi (caso vuole che nel film c’entri il Brasile [… coincidenze? Io non credo. Adam Kadmon docet ndr]) 

À bientôt (anche con Endrigo).

Nara Leão – Opinião de Nara

L’Audacia è Donna.  

Sarà per questo che tantissimi intellettuali – e musicisti – hanno trovato nella casa di Nara la base per sviluppare il loro manifesto intellettuale. Oscar Catro NevesCarlos Lyra, Roberto Menescal, Ronaldo BoscoliSérgio MendesVinícius de Moraes e Sérgio Buarque de Hollanda sono alcuni dei pesi massimi transitati presso l’abitazione Leão a Copacabana

In brevis, la Leão da Lyra Menescal ha ricevuto lezioni di chitarra, quando per una ragazza già disporre di “um violão” è un atto progressista. Col compositore e produttore Boscoli – che ne ha tracciato il percorso artistico – ha avuto una liason (terminata per il tradimento consumato da lui con Maysa Monjardim). Mendes lo approfondiremo nei prossimi racconti, idem Vinícius, che ha scritto per lei dei meravigliosi brani. Mentre Sérgio Buarque de Hollanda è il legame di Nara con ChicoSérgio è il padre di Chico, colui che lo ha portato in Italia per la prima volta in tenera età, ma come direbbe Carlo Lucarelli “questa è un’altra storia”. 

Comprendete che parliamo di gente di spessore, in grado di imbastire un movimento sociale in aperto contrasto con le brutture di quella che diventerà una dittatura asfissiante e che accompagnerà verso la fine degli anni ‘60 i “dissidenti” – tra i quali Caetano Veloso, Gilberto Gil, Chico Buarque e la stessa Nara Leão – a vivere da esiliati in Europa alcuni anni. 

Insomma, se la rivoluzione della Bossa e – successivamente – di Tropicalia si è compiuta, parte del merito è ascrivibile  anche alla ”musa”. 

Tale soprannome è stato discusso per il valore sessista che ha incarnato, sì perché nell’immaginario collettivo di un Brasile fortemente conservatore, di Nara Leão viene esaltata la candida bellezza e la sua giovane età [Amadeus scansate proprio che qui ce so arrivati prima de te ndr], piuttosto che il determinato impegno politico e la soave voce.  

Podem me prender, podem me bater / Podem até deixar-me sem comer / Que eu não mudo de opinião 

[Possono arrestarmi, possono picchiarmi. Possono anche lasciarmi digiuna. Ma non cambierò mai la mia idea.

Nel 1964 a distanza di 6 mesi dal Colpo di Stato di João Goulart, la Leão contribuisce a dare vita ad uno spettacolo teatrale (in cui poi verrà sostituita da Maria Bethânia , sorella di Caetano Veloso) dal quale trae il suo secondo album Opinião de Nara, un disco di protesta che annovera alcuni brani che possono a oggi considerarsi classici della musica brasiliana come Deixa e Labareda (di Baden Powell Vinícius De Moraes), BirimbaoAcender As Velas Opinião

Insomma ci vogliono due palle cubiche per cantare delle cose del genere sotto regime, e tanti uomini non le hanno, probabilmente nemmeno io. Un’urgenza da parte della Leão di discostarsi dal cantare i temi ridondanti affrontati dalla Bossa della sfera di Boscoli (quella della saudade, dell’amore e del sorriso), uno scostamento che trova poi ulteriore sfogo nella partecipazione al manifesto tropicalista Tropicalia ou Panis et Circencis del 1968

Come avrete inteso, questo ciclo di Pillole vanta un approccio differente rispetto a quelli del passato, è volto a raccontare l’articolato contesto della musica brasiliana, più che il disco in sé… che poi diciamocela tutta, è il modo migliore per apprezzare un ascolto e contestualizzarlo in un periodo storico sociale a noi poco conosciuto.  

Spero di non tediarvi. 

Claudio Lolli – Ho Visto Anche Degli Zingari Felici

  • “Chi popola i tuoi incubi? “

Lolli:”Allora io da molti anni ho questa ossessione, questa paranoia della demagogia fascistoide. Siccome lentamente, lentamente, lentamente sta arrivando io mi spavento molto. Vent’anni fa vi parlavo, riferendomi alla socialdemocrazia, di Germania. E poi c’è stato Cossiga, BerlusconiDi Pietro. Di lì al fascismo c’è un passo…. Occorre essere attenti.” 

Era il 1999 e Claudio Lolli rispondeva così in seguito ad un concerto di beneficienza per il Guatemala. Ha potuto vivere le prime settimane del governo giallo-verde e probabilmente i fantasmi che aleggiavano al termine dello scorso secolo stavano montando ossa e carne per divenire concreti ai giorni nostri. 

Questo è l’album della svolta musicale di Lolli, che affiancato da alcuni elementi del Collettivo Autonomo musicisti di Bologna offre un taglio differente al disco, leggermente più complesso, vestendolo di un jazz che avvicina alcune soluzioni armoniche ad un approccio canterburino. Il titolo dell’album invece è un omaggio al film del 1967 di Aleksandar Petrović Ho Incontrato Anche Zingari Felici

Nel contenuto invece, questo quarto album si differenzia rispetto ai precedenti per la funzione di cronaca che svolge del circondario. 

“Riprendiamoci la terra, la luna e l’abbondanza”, è un incitamento che Lolli lancia a tutti noi, l’invito a risvegliare la coscienza. Gli Zingari sono i senza fissa dimora, che sia fisica o intellettuale ha poco conto, gli strascichi del ‘68 danno vita ai movimenti della controcultura, un underground che vede a Bologna la propria camera magmatica, gli Zingari sono proprio questi ragazzi irrequieti, che tra mille difficoltà, incomprensioni danno vita a uno delle azioni culturali più importanti del dopoguerra. Ho Visto Anche Degli Zingari Felici è la title-track che apre e chiude il disco, in principio un unicum che però viene diviso per consentire una continuità per tutta la durata del disco.  

Con questa decisione, Ho Visto Anche Degli Zingari Felici, assume così il ruolo di concept, uno dei primi sfornati da cantautori in Italia, ma soprattutto è un inno che assume un significato ben preciso nella corrente situazione sociopolitica che investe l’Italia: ritrovare i legami, il senso di comunità, non assecondare col silenzio, non chinare il capo ma usare la forza della ragione di fronte agli isterismi, per quanto complicato possa essere. 

Questo disco fotografa quelli che sono stati gli “Anni di Pongo”, nonostante gli attentati che hanno messo in ginocchio lo stivale, anche Lolli condivide l’affermazione di Freak Antoni, ovvero che la situazione generale non era così disastrata come viene raccontata oggi. Certo le Brigate Rosse e Nere hanno dato vita a un susseguirsi di crimini efferati, e questo album ha accollato un’altra etichetta a Lolli, quella di brigatista, quando invece Ho Visto Anche Degli Zingari Felici è un affresco delle situazioni – a tratti – incomprensibili in cui versa la popolazione. In balia delle onde formatesi in un catino agitato da pochi soggetti.  

Agosto descrive l’attentato dinamitardo dell’Ordine Nero all’Italicus, che ha provocato 12 morti, andando poi a raccontare in Piazza Bella Piazza il funerale di stato di 10 delle 12 vittime ai quali partecipò anche il Presidente della Repubblica Giovanni Leone e Amintore Fanfani suscitando lo sconcerto dei reazionari. Ma i riferimenti alla società politica naturalmente non si esauriscono qui, Primo Maggio di Festa non trascura il Vietnam e Albana Per Togliatti che si presenta come un momento utopico di euforia nel quale le divisioni all’interno della sinistra italiana sono appianate. La Morte Della Mosca presenta invece la riflessione sulla volatilità della vita umana, un parallelismo sull’inefficacia della lotta individuale, quell’errore nel farsi guerra tra i poveri, insita nella condizione umana e per questo autolesionista. 

In tal senso è anche interessante la riflessione che Lolli espone nel 2010, riguardo la progressiva scomparsa della musica di protesta, che ha coinvolto in maniera trasversale autori ed interpreti di spessore come Jannacci, Guccini, Gaber, De Gregori, De André, Finardi (solo per citarne alcuni). 

“Il mondo è cambiato. Noi avevamo degli obbiettivi, dei nemici, molto dichiarati, aperti e riconoscibili. Poteva non essere difficili schierarsi. Oggi c’è nebbia, non sai bene chi sia il nemico, né se eventualmente esista. È molto più difficile usare la musica come mezzo politico. Nessuno sa più di che cosa si sta parlando. Potresti scrivere una canzone contro Bush? Chi cazzo è?” 

La presenza di Claudio Lolli ci mancherà, non tanto per le sue canzoni, quelle restano, quanto per la sua capacità di essere una guida integra, diretta, capace di avere delle convinzioni spigolose ma che gli hanno consentito di dire ciò che voleva dire quando era necessario dirlo. 

Si ringraziano personesilenziose.it e La BrigataLolli (bielle.it) dai quali ho recuperato stralci di intervista.

Soft Machine – The Soft Machine

Soft Machine - The Soft Machine

The Soft Machine (che giustamente, vista il proseguire della carriera delle Macchine Morbide potrebbe essere chiamato One) può essere considerato come il manifesto della scena di Canterbury, non tanto per il contenuto quanto per la partecipazione di alcuni tra i massimi esponenti del movimento.  

Credo che più del disco in sé (tanto buono quanto acerbo, ma comprensivo di tutti gli stili dei soggetti coinvolti), sia il caso di soffermarci sulla nascita dei Soft Macchine – nome derivante dall’omonimo romanzo di Burroughs – che nella formazione originale vede la presenza dei seguenti personaggi dal discreto spessore: Kevin Ayers e Robert Wyatt, David Hopper, Mike Ratledge e Daevid Allen, lo stregone australiano. 

Facciamo un passo alla volta.  

Il giovane Daevid Allen arriva con furore dall’Australia in Europa, dopo un lento girovagare giunge nel Regno Unito – precisamente a Canterbury – dove va a vivere in affitto nella casa degli ospiti della famiglia Ellidge-Wyatt. Per Robert – e amici belli (i sovra-citati AyersRatledge Hopper) – l’età della pubertà, dei brufoli e delle maratone di pippe, coincide con una spiccata sensibilità nei confronti del jazz. Allorché quando Allen si palesa in casa Ellidge-Wyatt, si presenta come un Virgilio hippy pronto a guidare i Goonies di Canterbury alla ricerca del tesoro di Willy l’orbo, tra spippacchiate di marijuana e dischi jazz. 

Dopo essersi rivelato una sorta di fratello maggiore, Allen si reca in quel di Parigi, dal quale torna col batterista George Niedorf, colui che insegnerà la batteria a Wyatt. Passano gli anni e dopo vicissitudini che non sto qui ad approfondire, Wyatt e Hopper raggiungono Allen a Londra dove formeranno il trio free-jazz-beat Daevid Allen band. Un progetto che non avrà successo e dalle cui ceneri nasce Soft Machine, grazie anche al ritorno nella cricca di Ayers e l’inserimento di Ratledge. 

Ora, dopo qualche esibizione prestigiosa (tra UFO e un tour all’estero procacciatogli da Giorgio Gomelsky), Allen leva le tende, non per sua scelta, quanto per un visto scaduto che lo costringe a non poter tornare in Regno Unito. Si ferma perciò a Parigi, nella quale troverà l’amore e fonderà i Gong (ne parliamo, tranquilli).  

Ok, dopo questo incipit raccontato in fretta e furia, giungiamo a One, disco che non registra formalmente il contributo di Allen ma che lo vede come alchimista delle dinamiche iniziali dei Soft Machine; le chitarre non figurano nel disco – oltre che nella band – diventando un tratto distintivo delle Macchine Morbide 

“è imbarazzantemente amatoriale, nonostante ci siano delle buone idee”, il giudizio di Ayers su One – lapidario ed in parte ingeneroso – evidenzia un malessere evidente. Lo stile di Kevin è riconoscibile, quasi estemporaneo rispetto alla fronda più “radicale” della band (che lo spinge verso altri lidi poco dopo la pubblicazione del disco d’esordio dei Soft), i fan del caschetto biondo saranno in grado di riconoscere facilmente i suoi brani, rispetto a quelli scritti dagli altri membri.  Wyatt invece ci racconta come We Did It Again? e Why Are We Sleeping sono pura avanguardia, “due delle canzoni più lontane dal nostro stile che avessimo mai fatto” (per chi non lo ricordasse inoltre, il secondo brano di OneJoy Of A Toy, farà da titolo al disco d’esordio di Ayers). 

Ciò che spicca ascoltando One è la presenza di corposi assoli di batteria – talvolta anche eccessivamente jazz e fuori contesto – ed un Wyatt vocalmente presente ma poco maturo, supportato magnificamente da Ayers, autore principale dei brani inclusi nel disco. Tornando al giudizio di Ayers, trovo che le sue parole nascondano un rammarico legato all’incapacità – all’epoca – di catturare l’energia dei Soft Machine su vinile, al quale si aggiunge una eccessiva mescolanza di stili dovuta alla forte e diversa idea musicale degli attori in gioco. 

One è un disco con spunti interessanti ma ricco di limiti, che in parte dà ragione a Ratledge e alla sua deriva totalitaria. 

The Rockets – The Rockets

The Rockets - The Rockets

Un albero affonda le proprie radici in profondità per essere il più stabile possibile nella propria crescita, tutti osserveranno il tronco, la corteccia, i rami e le foglie. Si resta così abbacinati dalla bellezza generale, dimenticandosi della base che regge la struttura, giudicata a volte brutta rispetto al resto.

Probabilmente in pochi conosceranno questo gruppo, che successivamente ha dato i natali ad una delle band d’accompagnamento più rinomate. A loro è stato dedicato un giusto tributo con un Requiem, come nelle migliori letterature, da colui che ne ha decretato la “morte artistica”.

Un unico album – difficile da reperire – ma con un cuore grande così e con delle potenzialità che  non faticano ad affiorare. I The Rockets di Danny Whitten non hanno nulla da invidiare a nessuno: non ci è dato sapere se e quanto sarebbero cresciuti, purtroppo o per fortuna, l’incontro con Neil Young e la decisione di rinominarli Crazy Horse, il successo di Everybody Knows This Is Nowhere hanno sancito la fine di questo piccolo complesso.

5.000 copie vendute – un lavoro praticamente passato sotto traccia – ma destino ha voluto che Nello entrasse in possesso di una di queste copie e diventasse fan della band, proponendo a Talbot, MolinaWhitten di continuare la loro avventura insieme, per creare qualcosa di unico. Il cavallo raggiunge l’alchimia perfetta con Nello, ma al tempo stesso dimenticare questo album sarebbe irrispettoso e delittuoso nei confronti di tutti i vecchi membri. Sarebbe come dimenticare le basi di gran parte della produzione musicale dello stesso Young, chiunque conosca a fondo il cantautore di Toronto, riesce a vedere oltre quello che compare in superficie, e sa bene dove affondano le sue radici.

Sicuramente Hole in My Pocket è la hit che spicca in un album abbastanza regolare, dimostra di avere un ritmo pop che non ha nulla da invidiare a band one-hit wonder decisamente (e sfortunatamente) più quotate. Si imprime nella testa di chiunque, è la tipica sigla da film scanzonato anni ’60, un po’ Rolling Stones un po’ Motown, da fischiettare durante la giornata e intonare allegramente.

Quanto rappresentato dai The Rockets è stato abbracciato in toto da Neil Young, dando il là ad una sinergia unica nel panorama musicale.

Il loro approccio fuori dagli schemi musicali, la furia del cavallo selvaggio indomabile – impossibile da imbrigliare – è diventato un marchio di fabbrica dei dischi marchiati Young-Horse, la brutalità di un sound capace di scatenare le fantasie degli ascoltatori per decadi.

Spero di aver invogliato voi lettori a scoprire qualcosa di più sulla figura di Danny Whitten e la sua magnifica voce, raccontando un po’ qua e là all’interno di Pillole piano piano sto raccontando anche la sua storia…

 

The Band – Music From Big Pink

The Band - Music from Big Pink

C’erano una volta i The Hawks, una band composta da quattro ragazzi canadesi ed uno statunitense alla batteria. Questi 5 cominciano a suonare forte, talmente tanto che Bob Dylan li vuole nel 1966 come accompagnamento per il tour di Highway 61 Revisited, quello della svolta elettrica dylaniana tanto per intenderci.

Bobby li apprezza talmente tanto che decide di reclutarli anche per il lavoro in studio che prenderà poi la forma di Blonde on Blonde. I The Hawks sono proprio bravi, perciò suonano anche in quello che diventerà successivamente The Basement Tapes (le registrazioni della cantina ndr).

La cantina è quella di una grande villetta dal colore rosa nei pressi di Woodstock nella quale vive in affitto Ricky Danko, la Big Pink, i The Hawks prendono consapevolezza definitivamente dei propri mezzi abbandonano il ruolo del gruppo spalla, cambiano il nome in The Crackers e successivamente in The Band, buttando su quello che secondo me è uno dei must have musicali da avere nel proprio scaffale per capire come si deve mescolare il folk al rock come Cristo comanda.

Il bello è che si ritrovano nella Big Pink per puro piacere personale, per loro stessi e per nessun altro, in una sorta di eremo che li pone nella condizione di registrare un disco ispirato. Un disco frutto del viaggio nell’America tra le monetine ed i mozziconi di sigaretta tirati sul palco durante le esibizioni, un disco frutto della crescita musicale accanto a Dylan. Un disco che è impolverato, un disco che ha creato uno standard.

Il legame con Dylan è molto forte, tanto che originariamente avrebbe dovuto partecipare alle registrazioni (di sua sponte)… i ragazzi declinano gentilmente la proposta nell’ottica di svincolarsi dall’aura di Dylan e cercando di costruire una propria identità ben definita. Nonostante ciò, The Band userà come copertina per il proprio disco di debutto un dipinto di Zimmy (non dimentichiamo che dalla sua penna sono uscite fuori Tears Of Rage, This Wheel’s On Fire e I Shall Be Released).

Uno degli aspetti che mi fa apprezzare The Band è la versatilità dei membri della band [gioco di parole scontato quanto un over in una partita con San Marino ndr], “Siamo in cinque, ma pensiamo come uno solo” ricorda Manuel a tal proposito. Già, ascoltando The Band si ha l’impressione di ascoltare una famiglia che canta in allegria con Danko, Manuel ed il meraviglioso Levon Helm che si alternano al microfono, e Robertson che interviene ogni tanto preferendo però scrivere i testi piuttosto che cantarli.

Il brano più rappresentativo è The Weight, scritto da Robertson e cantato da Helm, forse una delle canzoni che più incarna lo spirito musicale statunitense di quegli anni. Robertson la compone dopo esser passato per gli stati del Tennessee e dell’Arkansas – in quell’area che viene definita bible belt (corrispondente quasi al 100% alla cotton belt) – traendo piena ispirazione da quelle aree rurali, dalle persone, dalla musica del delta del Mississippi, con la voglia di scrivere qualcosa che potesse rientrare a pieno nella sfera musicale di Levon Helm per consentirgli di cantare il brano.

I riferimenti alle persone presenti nella canzone sono perciò veritieri, come ad esempio Crazy Chester che soleva andare in giro con una pistola finta, o young Anna Lee, una delle migliori amiche di Helm, entrambi provenienti dall’Arkansas.

L’anima musicale è quindi ispirata agli stati del sud americani, mentre il testo coglie a piene mani l’idea di surrealismo perpetrata nelle opere di Buñuel, pellicole nelle quali accosta elementi con forte connotazione religiosa senza mantenerne il significato originario: si creano perciò delle situazioni estremamente confuse e difficili da decifrare, ad esempio la Nazareth che viene citata ad inizio canzone non è il luogo dove crebbe Gesù, bensì la città dove vengono fabbricate le chitarre Martin in Pennsylvania. Tutto ciò perché Robertson ha scritto le parti di chitarra con una Martin del 1951.

Leggere la seguente dichiarazione di Robertson può dare la giusta dimensione dell’approccio alla musica e alla vita da parte della Band per antonomasia: “suppongo che tanta gente ci chiamasse la band di Bob Dylan, ma a dir la verità nemmeno lui ci chiamava così. […] l’unico nome che abbiamo, è il nome che i nostri vicini, amici e le persone attorno a noi ci hanno dato. Semplicemente The Band. Quando decidemmo di registrare il primo disco, l’etichetta discografica ci chiese come ci saremmo chiamati, noi rispondemmo che i nostri nomi erano nomi cristiani, nomi che i nostri genitori reputavano adatti per noi. Gli dicemmo che i nostri amici si riferivano a noi come The Band”.

The Mothers Of Invention – We’re Only In It For The Money

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Un concept caricaturale, la parodia auditiva e visiva viene giostrata in maniera magistrale da Frank Zappa, che – con frasi irriverenti, un artwork ragionato e uno stile da cabaret – prende per il culo chiunque, non viene risparmiato nessuno. Dai Velvet Underground a Jimi Hendrix, dai Mothers (in una forma di finta autocritica) ai The Beatles, alcuni capisaldi della musica vengono messi in discussione da Zappa, accusando il flower power di esser un movimento di merda – composto da tossici e scansafatiche – privo di una consistenza nella società odierna.

Una serie di scherzi musicali, leggeri (a tratti scanzonati), grotteschi, volti a mantenere sempre alta la concentrazione di chi ascolta con: rumori, voci distorte, musique concrète alla John Cage. I motivetti abbordabili – proposti con insistenza – dimostrano poi il retaggio doo-wop e l’ecletticità suprema di Zappa che in un disco riesce a pensare numerosi aspetti riuscendo a concretizzarli tutti quanti senza sforzo apparente.

La complessità degli spartiti di Zappa è risaputa, i cambi di ritmo e la meticolosità con la quale prepara tutto quanto non lascia mai nulla al caso.

“Lo facciamo tutti solamente per denaro” è il pensiero di Frank rivolto al music-business e ai suoi interpreti, ai figli dei fiori – che nascondono dietro al loro messaggio di pace la voglia di ficcare continuamente e trocarsi finché il corpo lo permetta – volto di una moda passeggera che il buon Zappa contrasta con tutto se stesso. Ma il pensiero di Zappa è rivolto soprattutto ai The Beatles, e la copertina è la rappresentazione del degrado della società, il derelikt parodia dell’artwork della band ideale (versione moderna e aggiornata de La Città Ideale) di Sgt. Pepper.

Le sessioni fotografiche per la composizione dell’artwork durano un giorno e mezzo e 4mila dollari di esborso. Il buon Frank butta su una lista di 100 persone da reperire per ricreare la scena presente nella copertina dell’album dei The Beatles. Ohibòb, naturalmente risulta quasi impossibile trovare tutta quella gente, ma Zappa – che si è affidato a Cal Schenkel – ha un asso nella manica.

“Hey Jimbo, ti va di comparire nel mio album?”. E Hendrix si catafionda senza alcun problema.

Zappa e Hendrix hanno suonato insieme a Londra, lo stesso Zappa è sceso dal palco per godersi il concerto della divinità, ostentando – per la prima volta sino a quel momento – una stima incondizionata verso qualche altro musicista.

Al posto delle corone dei fiori a terra si è pensato che fosse più consono mettere della spazzatura, come a dire, tutto ciò che ci circonda è merda. È il brutto che va a contrasto con il bello. La consapevolezza di Zappa e i Mothers è proprio questa “non possiamo puntare sulla bellezza, puntiamo sulla nostra bravura e simpatia… deridiamoci”.

Prima della stampa Zappa chiede il permesso a MaccaPID si dimostra disponibilissimo – essendo un grande estimatore dei Mothers – mettendolo al corrente però che i diritti della cover son di proprietà di quei cattivoni della EMI.

Zappa per qualche motivo sfancula Macca, il povero Macca non capisce il motivo della sua acrimonia, considerato che nella sua testa avrebbe scritto anche ad Epstein per informarsi a riguardo.

Invero Zappa ha colto l’idea alla base di Sgt. Pepper, la volontà di essere il più grande album mai concepito nella storia del rock, etichetta che il buon Frank reputa idonea solo per i suoi lavori. Difatti i The Beatles vengono considerati come un ottimo gruppo commerciale, secondo Zappa l’album dei Fab Four in sè rappresenta un mero prodotto e non vera musica, e questo spinge a considerare Sgt. Pepper come un album ruffiano e acchiappone (mentre all’epeca Epstein e la EMI stavano seriamente scagacciandosi sotto per la navigazione a vista intrapresa dalle Blatte). Sgt. Pepper è stato l’album della svolta, del “suono lo stracazzo che mi pare, me lo posso permettere”, questo nel music business è considerato un po’ come giocare alla roulette russa.

Se vogliamo proprio fare i Travaglio della situazione, Macca non ha visto di buon occhio che Zappa definisse la musica come un prodotto… la verità è che lo stesso Frank considerava la musica un prodotto perché era a suo avviso l’unico modo per raffrontarsi con gli squali discografici, riuscendo ad imporre le proprie idee senza appassirsi dinnanzi alle regole d’oro del mercato musicale.

Di Hendrix è stata parodiata la versione di Hey Joe, scimmiottata in maniera grottesca in Flower Punk. In questa canzone si fa riferimento anche a Wild Thing, altra cover capolavoro del genio hendrixiano.  Questo avvale la tesi secondo la quale Zappa non risparmia mai nessuno, che siano meritevoli di stima o meno.

Piazzandosi in copertina ammette che anche lui fa parte del circo mediatico e cosciente di farne parte fa buon viso a cattivo gioco, indossando un vestitino di seta blu da ragazzina e delle trecce che dimostrano quanto lui non venga preso per il culo, perché è lui la presa per il culo.

Di We’re Only In It For The Money non basterebbero mai una manciata di articoli per descriverne la profondità e l’importanza, ma per la maggior parte dei dischi zappiani è così… sì ha sempre l’impressione che le parole non bastino.

 

Van Morrison – Astral Weeks

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L’origine delle settimane astrali risiede in un lavoro di rottura con lo stile passato.

Morire per nascere, guardare sé stessi dall’alto, in maniera distaccata, riuscendo ad imprimere uno stile di scrittura desueto e finora mai approcciato. Stile che ha instillato il dubbio di una disputa tra chi fosse il miglior songwriter tra Dylan e Pulmino Van Morrison, si deve sempre trovare il migliore in tutto, un tempo queste dispute vedevano contendenti di un livello eccelso, oggi ci accontentiamo di gente come Mannarino e altra gente che sinceramente non capisco come siano riusciti a farsi notare.

Tornando a Van Morrison, questo è un album che è piaciuto una cifra anche al mitico capisciotto di nome Scaruffi oltre che a Lester Bangs. Perciò se non avessi parlato affatto sarei stato proprio uno stronzo.

Comunqueeee! Se voi cercaste in giro qualche chicca o recinzione inerente a quest’album trovereste sempre le stesse pugnette trite e ritrite di gente che dice “ma si bello bello… la title-track si bella… molto free jazz…. Molto molto bello… insomma dovete averlo blablabla” fatto sta che nessuno vi spiega perché questo album è da avere.

Se non preparate il terreno è un martello dritto dritto sui coglioni, voglio evitare questa sensazione. Astral Weeks è la ri-nascita artitstica di Van Morrison, per questo lo dovete sentire, perché se conoscevate solo Brown-Eyed Girl siete rimasti legati ad un cazzo di nulla di quello che ha fatto. Sentite Astral Weeks e poi potete continuare con Moondance, entrate nel microcosmo che ha intessuto sapientemente per voi Van Morrison, nella trama e nell’ordito della sua tela musicale di 46 minuti riuscirete a respirare ogni singolo attimo di poesia.

Il concetto di Astral Weeks è centrale – è il fulcro dell’album – e nasce a Belfast nel 1966 quando lo stesso George Ivan vede il dipinto della pittrice Cezil McCartney che aveva rappresentato una proiezione astrale. Fulminante l’idea piomba nella testa del cantautore che ne vede un segno: “[…] ricordo di aver letto come sia necessario morire per nascere. E’ una di quelle canzoni in cui puoi vedere la luce in fondo al tunnel e fondamentalmente è di questo che parla la canzone”.

Una rincorsa alla nuova vita nella speranza che porti dei benefici raggiungere una condizione ideale, lasciare il proprio corpo per osservarlo dall’esterno in maniera cosciente ma distante, una rinascita per abbandonare un fardello e non subirne più il peso. La spiritualità legata a doppio filo alla materialità rappresentata dalla donna in Astral Weeks, come a dire, a figa mi è andata male, provo a fuggire con un viaggio astrale. Troppo facile Van!

Dalle Settimane Astrali alla Ballerina, è in linea con quanto descritto prima, fuggo da questa realtà ma tanto sotto sotto alla figa ancora penso, e Ballerina naturalmente si riferisce alla sua futura moglie. Un crescendo soffice, vaporoso come la nuvola di capelli presente sul capo di George all’epoca, un vero esempio di canzone d’amore.

Van Morrison con Astral Weeks offre una delle più importanti lezioni di vita a tutti noi, come un padre premuroso, come un principe Adam degli anni sessanta (in anticipo di più di dieci anni rispetto a He-Man e i Dominatori dell’Universo), trasmette la morale del disco: anche se sei brutto, olio di gomito e canzoni ben assestate e ti trombi chiunque (vedere alla voce Max Pezzali).