Townes Van Zandt – Townes Van Zandt

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Allora… che cazzo di nome è Townes? Me lo sono sempre chiesto, naturalmente non ho avuto una risposta alla mia domanda, fino a quando ho capito che era un semplice cognome usato a mo’ di nome d’arte. C’è da dire sicuramente che è la prima cosa che mi ha attratto, così strano da sembrare simile a quello di un personaggio letterario di Steinbeck.

Di sicuro Townes ha tutte le carte in regola per rientrare nella cerchia dei bravi ragazzi: cocainomane, alcoolizzato, schivo ed ispirato, oltre che morto, condizione necessaria perché un musicista piaccia alle generazioni di oggi e agli hipster di turno disposti a comprarsi tutta la discografia in comodi vinili da ascoltare in giro.

Oltre a una buona dose di Texas e all’aria resa frizzantina dalla sedia elettrica, ciò che si denota da quest’album è la semplicità, la volontà di raccontare delle storie in maniera schietta, nel più classico del cantautorato, senza scadere nella marmellata di merda che è il Country stereotipato che tanto piace ai redneck. La raffinatezza non viene data dalla pennata e contro-pennata di Townes, bensì da armonie e canzoni che ammiccano al Bob Dylan anni ’60 (come nel capolavoro Fare Thee Whell, Miss Carousel).

L’album in questione racchiude vecchi successi presenti nel primo lavoro dell’artista – agghindati e lustrati a dovere per l’occasione – mescolati con altri brani che riescono nell’intento di non far apparire pesci fuor d’acqua le composizioni passate.

Personalmente la mia attenzione cade su Lungs, come molte delle canzoni di Van Zandt il significato risulta poco chiaro, non tanto nel testo, quanto nell’interpretazione che gli si vuol dare. Lungs viene riconosciuto da molti come un brano autobiografico, l’origine di questa supposizione è ricondotta alla cura contro la schizofrenia al quale fu sottoposto il buon caro John Townes ad inizio anni ’60. La così detta ICT (insulin-coma-therapy) ha creato in lui dei buchi di memoria e una cicatrice che sicuramente lo ha portato a cadere continuamente nel baratro dei vizi sino alla sua fine.

Uno degli effetti principali della ICT – oltre agli spasmi – è la difficoltà nel respirare. Probabilmente Townes, ha provato a descrivere quella sensazione di disagio provata durante le cure, perciò “won’t you lend your lungs to me? Mine are collapsing” risulta essere una richiesta di aiuto, e ancora “Breath I’ll take, breath I’ll give/ Pray the day ain’t poison” è la conferma di quanto la condizione fisica del cantautore fosse provata da una cura distruttiva e screditata col passare degli anni.

Quello che a mio avviso vale la pena sottolineare di questa canzone è quanto inizialmente venga mostrato il deterioramento fisico, quindi con una concezione terrena e oggettiva del mondo per poi crescere mano a mano, in una ricerca del senso dell’universo, della morale con metafore mistiche. “Fill the sky with screams and cries”, si riferisce all’urlo che rimane strozzato in gola al giovane Townes, che tenta di sfogarsi contro la tortura silenziosa del coma indotto.

A tal proposito Lyle Lovett  – che assieme a Steve Earle rese omaggio cantando Lungs al concerto tributo – ha detto: “Townes mi disse ‘Questa canzone deve essere urlata, non cantata”.

E’ difficile esprimersi con certezza riguardo l’origine della canzone, ma sicuramente questa è una delle chiavi di lettura interessante e verosimile. Perché soffermarsi su Lungs e non parlare del resto del disco? Perché come per ogni cantautore che si rispetti tutti i brani andrebbero approfonditi, studiati e allora questo sito non si chiamerebbe più Pillole Musicali 8 bit, ma Analisi del testo 8 bit. Lungs è a mio avviso il brano più rappresentativo dell’album per capire chi fosse Townes ed il suo modo di scrivere le canzoni, sapere cosa c’è dietro è molto utile per apprezzare il resto del disco, senza dover utilizzare altre parole.

Bruce Springsteen – Nebraska

Bruce Springsteen - Nebraska

Springsteen incasella una nuova pietra nel selciato della leggenda musicale e lo fa nel modo più anticonvenzionale. Dopo aver consolidato il proprio stile – ed aver presentato un’opera omnia con The River  – fa una scelta in controtendenza, si torna alle radici, non solo le proprie (con Guthrie e Seeger come influenze principali), soprattutto nelle radici dell’America del ‘900, quell’America descritta minuziosamente da Steinbeck nelle proprie opere. Steinbeck e Springsteen, l’ispirazione è palese – tanto da registrare The Ghost of Tom Joad nel 1994 – e il boss sembra ricreare e mettere in musica quelle atmosfere rurali descritte da Steinbeck.

Bruce tira fuori il suo lato più scuro in questo album, apparendo rispetto al passato a tratti senza speranza ed inducendo molti a pensare che il disco fosse stato concepito in un periodo di depressione.

Il fascino di Nebraska è direttamente proporzionale alla leggenda che accompagna la nascita dell’album: demo sparse su un Portastudio (un registratore portatile a 4 tracce sulle quali era possibile registrare direttamente su musicassetta) destinate alla E-street band. La E-street band non è stata capace di riprodurre le sonorità e le sensazioni genuine e caserecce di cui sono pregne le tracce registrate, il tutto viene complicato dal volume di registrazione troppo basso che non consente un intervento all’altezza da parte della band. Nebraska vede la luce come è nato, con delle demo.

“Stavo facendo canzoni per il prossimo album rock, e ho pensato che ciò che mi ha tenuto sempre per lunghi periodi in studio è stata la scrittura. Sarei stato lì, e non avrei avuto abbastanza materiale scritto o qualitativamente decente, perciò avrei registrato per un mese, fatto un paio di canzoni, sarei tornato a casa per scrivere ancora e avrei registrato un altro mese… insomma non sarebbe stato il massimo. Perciò questa volta ho preso un piccolo registratore a 4 tracce, e mi sono detto ‘registrerò queste canzoni, e se mi sembreranno buone le terrò e le porterò alla band‘. Potevo cantare e suonare la chitarra, le altre due tracce le avrei tenute per sovraincisioni di chitarra o per l’armonica. Sarebbe stata solo una demo. Avevo con me un piccolo Echoplex che mi ha aiutato a mixare il tutto. E fu il nastro che divenne disco. Fu fantastico perché mi portai la cassetta praticamente ovunque per qualche settimana, senza alcuna custodia. Fin quando ho realizzato ‘Oh! Ecco l’album!’.”

La title track è una murder ballad – così come Jhonny 99 – nella quale Springsteen canta in prima persona le vicende di Charles Starkweather che nel 1958 si macchiò dell’omicidio di 11 persone nel giro di 8 giorni. L’ispirazione per questa canzone venne direttamente dal film La Rabbia Giovane di Terence Malick, con protagonista un giovane Martin Sheen. Bruce si è documentato profondamente sulla storia di Starkweather, concedendosi però una licenza poetica marcata… nonostante ciò la maggiorparte della canzone tiene conto di eventi realmente accaduti.

A Nebraska fa seguito Atlantic City, probabilmente la canzone più conosciuta proveniente da questo album.  Atlantic City racconta una storia d’amore con nello sfondo le vicende mafiose che attanagliano la Filadelfia di quel periodo, citando nello specifico anche l’assassinio del boss mafioso Phil Testa eliminato – da una dose massiccia di esplosivo che ha fatto saltare in aria la sua casa – durante la cosiddetta Mafia War. Da questa canzone è tratto il primo videoclip di Springsteen, girato in un giorno con una camera car.

Nebraska è quindi essenza americana, cantautorato puro, un modo di raccontare le storie che Springsteen riporta in auge con naturalità. Possiamo definire Nebraska il progenitore di Into The Wild di Eddie Vedder per la ricerca di un sound viscerale e senza sovrastrutture, meno sicuramente per le tematiche trattate. Per questo motivo è errato giudicare e liquidare l’album come folk, sarebbe ingeneroso e al tempo stesso vorrebbe dire non aver compreso Nebraska.

Questo album è essenza pura e ce lo fa capire lo stesso Springsteen con queste parole: “State Trooper è il genere di cose che fanno i Suicide con sintetizzatore e voce”