Bruce Springsteen – Nebraska

Bruce Springsteen - Nebraska

Springsteen incasella una nuova pietra nel selciato della leggenda musicale e lo fa nel modo più anticonvenzionale. Dopo aver consolidato il proprio stile – ed aver presentato un’opera omnia con The River  – fa una scelta in controtendenza, si torna alle radici, non solo le proprie (con Guthrie e Seeger come influenze principali), soprattutto nelle radici dell’America del ‘900, quell’America descritta minuziosamente da Steinbeck nelle proprie opere. Steinbeck e Springsteen, l’ispirazione è palese – tanto da registrare The Ghost of Tom Joad nel 1994 – e il boss sembra ricreare e mettere in musica quelle atmosfere rurali descritte da Steinbeck.

Bruce tira fuori il suo lato più scuro in questo album, apparendo rispetto al passato a tratti senza speranza ed inducendo molti a pensare che il disco fosse stato concepito in un periodo di depressione.

Il fascino di Nebraska è direttamente proporzionale alla leggenda che accompagna la nascita dell’album: demo sparse su un Portastudio (un registratore portatile a 4 tracce sulle quali era possibile registrare direttamente su musicassetta) destinate alla E-street band. La E-street band non è stata capace di riprodurre le sonorità e le sensazioni genuine e caserecce di cui sono pregne le tracce registrate, il tutto viene complicato dal volume di registrazione troppo basso che non consente un intervento all’altezza da parte della band. Nebraska vede la luce come è nato, con delle demo.

“Stavo facendo canzoni per il prossimo album rock, e ho pensato che ciò che mi ha tenuto sempre per lunghi periodi in studio è stata la scrittura. Sarei stato lì, e non avrei avuto abbastanza materiale scritto o qualitativamente decente, perciò avrei registrato per un mese, fatto un paio di canzoni, sarei tornato a casa per scrivere ancora e avrei registrato un altro mese… insomma non sarebbe stato il massimo. Perciò questa volta ho preso un piccolo registratore a 4 tracce, e mi sono detto ‘registrerò queste canzoni, e se mi sembreranno buone le terrò e le porterò alla band‘. Potevo cantare e suonare la chitarra, le altre due tracce le avrei tenute per sovraincisioni di chitarra o per l’armonica. Sarebbe stata solo una demo. Avevo con me un piccolo Echoplex che mi ha aiutato a mixare il tutto. E fu il nastro che divenne disco. Fu fantastico perché mi portai la cassetta praticamente ovunque per qualche settimana, senza alcuna custodia. Fin quando ho realizzato ‘Oh! Ecco l’album!’.”

La title track è una murder ballad – così come Jhonny 99 – nella quale Springsteen canta in prima persona le vicende di Charles Starkweather che nel 1958 si macchiò dell’omicidio di 11 persone nel giro di 8 giorni. L’ispirazione per questa canzone venne direttamente dal film La Rabbia Giovane di Terence Malick, con protagonista un giovane Martin Sheen. Bruce si è documentato profondamente sulla storia di Starkweather, concedendosi però una licenza poetica marcata… nonostante ciò la maggiorparte della canzone tiene conto di eventi realmente accaduti.

A Nebraska fa seguito Atlantic City, probabilmente la canzone più conosciuta proveniente da questo album.  Atlantic City racconta una storia d’amore con nello sfondo le vicende mafiose che attanagliano la Filadelfia di quel periodo, citando nello specifico anche l’assassinio del boss mafioso Phil Testa eliminato – da una dose massiccia di esplosivo che ha fatto saltare in aria la sua casa – durante la cosiddetta Mafia War. Da questa canzone è tratto il primo videoclip di Springsteen, girato in un giorno con una camera car.

Nebraska è quindi essenza americana, cantautorato puro, un modo di raccontare le storie che Springsteen riporta in auge con naturalità. Possiamo definire Nebraska il progenitore di Into The Wild di Eddie Vedder per la ricerca di un sound viscerale e senza sovrastrutture, meno sicuramente per le tematiche trattate. Per questo motivo è errato giudicare e liquidare l’album come folk, sarebbe ingeneroso e al tempo stesso vorrebbe dire non aver compreso Nebraska.

Questo album è essenza pura e ce lo fa capire lo stesso Springsteen con queste parole: “State Trooper è il genere di cose che fanno i Suicide con sintetizzatore e voce”

R.E.M. – New Adventures In Hi-Fi

REM - New Adventures In Hi-Fi

Questo è un disco al quale sono molto affezionato, ma è troppo lungo… veramente. E’ il più lungo degli arriem, e batte di poco Up. Alcuni brani si dilungano in maniera eccessiva, tolta questa critica, restano molti i punti a favore di New Adventures in Hi-FI.

E’ un album fondamentale se circoscritto alla storia della band, in cui si raggiunge la consapevolezza di quanto Stipe e soci siano affiatati e tengano l’un l’altro; oltretutto è foriero di addii, in quanto è l’ultimo lavoro con Bill Berry oltre che con lo storico produttore Scott Litt e il manager Jefferson Holt. Alcune registrazioni vengono effettuate durante il tour del 1995, queste tracce sono state successivamente riutilizzate per realizzare le canzoni (uno dei motivi per il quale gli R.E.M. si sono ispirati a Time Fades Away di Neil Young).

Sicuramente nella mente dei più restano due dei brani più rappresentativi degli R.E.M., presenti in questo album: E-bow the Letter ed Electrolite.

La prima vede una collaborazione con Patti Smith, madrina spirituale della band (un po’ come Neil Young con i Pearl Jam). L’ascendente che Smith ha su Stipe si nota fortemente nell’espressività e nelle performance dal vivo degli R.E.M., Michele Stipite attinge a piene mani da ciò che è stata Patrizia Fabbro. Per chi non lo sapesse, l’E-bow è uno strumento magnetico che posto vicino alle chitarre offre un effetto riverberato e continuo (a mò di violino), accoppiato al canto di Patti Smith trasmette una sensazione di espiazione e di litania – probabilmente rivolta a River Phoenix (così come tutto Monster).

Curioso invece l’aneddoto che va a costituire poi Electrolite, ispirata dal terremoto del 1994 a Northridge (California, verso Los Angeles). Stipe in quel periodo viveva a Santa Monica e svegliandosi per il terremoto, si affacciò dalla finestra vedendo le luci notturne di Mullholand Drive, definita da Stipe “iconica”.

La citazione di tre dei principali figli dell’industria di Los Angeles come Dean, McQueen e Sheen – rappresenta le diverse sfaccettature di mascolinità, uno dei principi cardine del ventesimo secolo. Quasi a voler porre l’accento sul forte dualismo tra modernismo e futurismo sull’idea di società da creare, stigmatizzando lo stereotipo di uscire dal passato rimpiazzandolo con qualcosa di necessariamente migliore.

Stipe a Storytellers racconta un aneddoto curioso “ero dal dentista, che casualmente era lo stesso di Martin Sheen ed in quel momento si trovava lì per una devitalizzazione, perciò mi sono alzato e gli ho detto ‘hey sai che abbiamo un disco che uscirà entro un paio di settimane, e tu sei menzionato in una canzone? Lo abbiamo fatto per ammirazione e non voglio che tu pensi che il nostro intento fosse quello di prenderci gioco di te.’ E lui con la bocca aperta e col dentista che lavorava sui suoi denti rispose ‘GVAFFIE MHILLEHH'”

Mi sono dilungato anche troppo su questo articolo, termino scrivendo che la parte di piano di Electrolite invece viene composta da Mike Mills nel suo appartamento prima di essere condivisa con il resto della band.