Mark Lanegan – Whiskey For The Holy Ghost

Mark Lanegan - Whiskey For The Holy Ghost

Continua il nostro fantastico viaggio nel tempo alla ricerca degli album che ti danno botte di morale à gogo. 

Vi prometto che al termine del suddetto ciclo di pubblicazioni – previsto per il 28 di Dicembre – potrete comporre la vostra perfetta compilation: struggente; per cuori solitari e finto-intellettuale. 

Dopo aver scaldato un po’ le dita scrivendo qualche cazzata, sono pronto a concentrarmi sul secondo disco solista di Mark. Gli Screaming Trees vengono alternati alla carriera solista, The Winding Sheet ha raccolto consensi e la nuova fase della carriera di Will Ferrell è cominciata; si percepisce un clima diverso nel disco, il grunge ha toccato l’apice così come il deterioramento di alcuni dei principali interpreti.  

La voce di Lanegan rispetto al disco d’esordio risulta più matura – stanca – come se fosse sempre sotto sforzo e alcolizzata, a tratti appare come una goffa imitazione di Tom Waits. “Here come the Devil, prowlin’ round/ One whiskey for every ghost/ And I’m sorry for what I’ve done/ Lord, it’s me who knows what it cost.” questa parte estratta da Borracho, ha molto di autobiografico, una condanna al bere per ogni rimpianto che accompagna la propria esistenza, dove il Diavolo è il lato oscuro che lo affligge e i fantasmi sono i rimorsi che non accennano a sparire. Ma ci sono altri casi di “autoflagellazione” nel disco, come quando fugge via da “una ragazza troppo brava per essere reale” in Sunrise, o alla maledizione di “passare una vita intera a pensare a te” struggendosi nello splendido brano d’apertura The River Rise. 

Mike Endino – che ne cura ancora la produzione e lo aiuta nella stesura dei brani – ricorda “Guardando indietro, non sono sicuro che fosse pulito durante le registrazioni del secondo album, questo di sicuro ha contribuito ad alimentare la mancanza di fiducia in sé stesso in quel periodo”, le sessioni portano via tre anni nei quali gli alti e i bassi di Lanegan si sono alternati vertiginosamente, un percorso tumultuoso tanto da creare problemi anche durante il tour di Whiskey.  

Al disco non partecipano CobainNovoselic, ma J. Mascis, Dan Peters dei Mudhoney, senza dimenticare Pickerel ex batterista degli Screaming Trees, come a dire il corollario è sempre di gran livello e di qualità per consentire la riuscita del disco, ricorda in piccolo quanto fatto per Syd Barrett in The Madcap Laughs, anche se Lanegan versa in situazione di coscienza seppur alterata da droghe e alcool.  

Lo si sente dalla struttura delle canzoni – estremamente reiterate in alcuni passaggi – quasi come se si incantasse su un punto in una sorta di autismo; la condizione mentale ad un certo punto è quasi compromessa tanto che Endino riesce a fermare Mark mentre cerca di buttare nel fiume il master con le registrazioni del disco… non doveva proprio star bene, eh già. In sé Whiskey For The Holy Ghost sicuramente non passa alla storia per gli arrangiamenti o la struttura musicale, quanto per l’attitudine di Lanegan al canto e alla scrittura (nella quale fa un salto in avanti non indifferente rispetto al precedente lavoro), creando un percorso musicale coerente, di rara potenza nonostante sia volutamente lento e stordito. Ricorda molto in questo Townes Van Zandt (sia nell’alcolismo che nello stile), senza la proverbiale freddezza che permeava la maggior parte della produzione del cantautore texano. 

Lo si percepisce chiaramente nella traccia di chiusura, la stupenda Beggar’s Blues, una dilatazione musicale quasi esagerata, tanto da rendersene conto e sentirlo dire “That’s All” concludendo la sua parte mentre la musica si spegne dopo di lui, quasi come se lo seguisse fuori dallo studio di registrazione. 

Rolling Stones – Sticky Fingers

Rolling Stones - Sticky Fingers.jpg

“Caro Andy,

Sarei veramente felice se tu potessi occuparti della grafica per il nostro nuovo LP. Qui c’è il disco in anteprima. Puoi fare qualsiasi cosa tu voglia… ah non dimenticarti di scriverci quanti soldi vuoi per il lavoro.

Tuo,

Mick Jagger

Sticky Fingers è un gran album ed il controverso artwork firmato Andy Wharol rende sicuramente giustizia al contenuto del disco. Sì, comincio parlando dell’artwork perché Wharol insieme a Nico formano la costante di questo mini-ciclo di pubblicazioni che ci introdurrà successivamente all’exploit musicale della NY anni ‘70.

Torniamo a noi, siamo ad un punto di svolta per gli Stones che hanno chiuso con la Decca e per la prima volta possono permettersi di curare anche la comunicazione, perciò la parola d’ordine è: sconvolgere. La Decca a dire il vero non si arrende… manca un singolo per poter risolvere definitivamente il contratto, quindi le pietre rotolanti preparano ad hoc l’oscena Cocksucker Blues che naturalmente non verrà pubblicata, costringendo la Decca a ripescare Street Fighting Man da Beggars Banquet.

La copertina di Sticky Fingers viene censurata in un botto di paesi, rimpiazzata perlopiù da immagini con dita femminili che escono dal barattolo e che rappresentano in qualche modo il titolo del disco (dita appiccicose). Viene censurata perché, se il doppio senso della banana rosa con Peel it Slowly aveva scandalizzato, vedersi un jeans con patta abbassabile e con un pistellone rigonfio dentro le mutande rende il tutto nu poco più esplicito.

Ma Andy era questo, un uomo di marketing molto perspicace che ha sfruttato un’altra occasione per far parlare di sé. Joe D’Alessandro si presta a venir fotografato senza troppi problemi ed ecco pronta la cover per Mick.

Il disco è stato registrato nei primi mesi del 1970 – fatta eccezione per Sister Morphine incisa nel 1969 (tagliata da Let It Bleed) con Jack Nitzsche al piano e Ry Cooder alla chitarra – e presenta delle sonorità strettamente legate al blues come ad esempio You Gotta Move (brano tradizionale afro-americano, un delta blues del Mississippi), I Got Blues (una canzone che gli Aerosmith assimileranno totalmente riproponendola in tutte le salse tra ’80 e ’90) e Dead Flowers che ricorda un po’ quel country rock languido di Jackson Browne (da non perdere la cover di Townes Van Zandt)

Succede che per alcuni brani, come per il conclusivo Moonlight Miles, Keith Richards non partecipasse alla parte creativa “non ho avuto niente a che fare con quel pezzo, semplicemente perché non ero lì quando è stato scritto”, o come per Bitch quando Jagger e Taylor la stavano suonando con risultati abbastanza scarsi ed intervenne Richards a metter una toppa e trasformando una nenia in un groove coi controcazzi.

Impossibile, inoltre, non citare due storici cavalli di battaglia come Brown Sugar e Wild Horses.

Il primo è estremamente controverso, difatti il titolo originale sarebbe dovuto essere Black Pussy, ma persino Mick arrivò a pensare che fosse troppo esplicita, perciò optò per un più parco Brown Sugar che – tra i vari potenziali significati – indica anche una qualità di eroina. Questa scelta è un po’ ipocrita vista la pesantezza dei temi trattati nella canzone (santommaso, cunniliculis, troche, strupri, sesso multipersonale).

Lo stesso Jagger affermò che la canzone era il punto d’incontro perfetto e l’apice nella relazione tra sesso e droga, definendola istantanea. Un testo promiscuo che viene sicuramente esaltato dalla struttura musicale, che di fatto va a sovrastare il testo.

Per Wild Horses invece, brano sicuramente molto più emozionale ed intimo, si è sempre scritto e detto che fosse ispirato dalla rottura tra Jagger e Marianne Faithfull, in particolare il passaggio “Wild Horses couldn’t drag me away” che sarebbe la frase detta dalla Faithfull a Jagger al risveglio dal coma. Michelino ha però smentito in seguito, dicendo che la storia era ormai terminata da un bel po’.

Keith Richard a proposito dice la sua “se ci fosse da descrivere il classico metodo di lavoro tra me e Mick, farei l’esempio di Wild Horses. Io avevo i riff e la linea del ritornello, lui ci ha buttato dentro le parole. Come per Satisfaction, Wild Horses è sull’essere a milioni di miglia da dove vorresti essere”

Townes Van Zandt – Townes Van Zandt

Townes Van Zandt - Townes Van Zandt.jpg

Allora… che cazzo di nome è Townes? Me lo sono sempre chiesto, naturalmente non ho avuto una risposta alla mia domanda, fino a quando ho capito che era un semplice cognome usato a mo’ di nome d’arte. C’è da dire sicuramente che è la prima cosa che mi ha attratto, così strano da sembrare simile a quello di un personaggio letterario di Steinbeck.

Di sicuro Townes ha tutte le carte in regola per rientrare nella cerchia dei bravi ragazzi: cocainomane, alcoolizzato, schivo ed ispirato, oltre che morto, condizione necessaria perché un musicista piaccia alle generazioni di oggi e agli hipster di turno disposti a comprarsi tutta la discografia in comodi vinili da ascoltare in giro.

Oltre a una buona dose di Texas e all’aria resa frizzantina dalla sedia elettrica, ciò che si denota da quest’album è la semplicità, la volontà di raccontare delle storie in maniera schietta, nel più classico del cantautorato, senza scadere nella marmellata di merda che è il Country stereotipato che tanto piace ai redneck. La raffinatezza non viene data dalla pennata e contro-pennata di Townes, bensì da armonie e canzoni che ammiccano al Bob Dylan anni ’60 (come nel capolavoro Fare Thee Whell, Miss Carousel).

L’album in questione racchiude vecchi successi presenti nel primo lavoro dell’artista – agghindati e lustrati a dovere per l’occasione – mescolati con altri brani che riescono nell’intento di non far apparire pesci fuor d’acqua le composizioni passate.

Personalmente la mia attenzione cade su Lungs, come molte delle canzoni di Van Zandt il significato risulta poco chiaro, non tanto nel testo, quanto nell’interpretazione che gli si vuol dare. Lungs viene riconosciuto da molti come un brano autobiografico, l’origine di questa supposizione è ricondotta alla cura contro la schizofrenia al quale fu sottoposto il buon caro John Townes ad inizio anni ’60. La così detta ICT (insulin-coma-therapy) ha creato in lui dei buchi di memoria e una cicatrice che sicuramente lo ha portato a cadere continuamente nel baratro dei vizi sino alla sua fine.

Uno degli effetti principali della ICT – oltre agli spasmi – è la difficoltà nel respirare. Probabilmente Townes, ha provato a descrivere quella sensazione di disagio provata durante le cure, perciò “won’t you lend your lungs to me? Mine are collapsing” risulta essere una richiesta di aiuto, e ancora “Breath I’ll take, breath I’ll give/ Pray the day ain’t poison” è la conferma di quanto la condizione fisica del cantautore fosse provata da una cura distruttiva e screditata col passare degli anni.

Quello che a mio avviso vale la pena sottolineare di questa canzone è quanto inizialmente venga mostrato il deterioramento fisico, quindi con una concezione terrena e oggettiva del mondo per poi crescere mano a mano, in una ricerca del senso dell’universo, della morale con metafore mistiche. “Fill the sky with screams and cries”, si riferisce all’urlo che rimane strozzato in gola al giovane Townes, che tenta di sfogarsi contro la tortura silenziosa del coma indotto.

A tal proposito Lyle Lovett  – che assieme a Steve Earle rese omaggio cantando Lungs al concerto tributo – ha detto: “Townes mi disse ‘Questa canzone deve essere urlata, non cantata”.

E’ difficile esprimersi con certezza riguardo l’origine della canzone, ma sicuramente questa è una delle chiavi di lettura interessante e verosimile. Perché soffermarsi su Lungs e non parlare del resto del disco? Perché come per ogni cantautore che si rispetti tutti i brani andrebbero approfonditi, studiati e allora questo sito non si chiamerebbe più Pillole Musicali 8 bit, ma Analisi del testo 8 bit. Lungs è a mio avviso il brano più rappresentativo dell’album per capire chi fosse Townes ed il suo modo di scrivere le canzoni, sapere cosa c’è dietro è molto utile per apprezzare il resto del disco, senza dover utilizzare altre parole.