Calexico – Feast Of Wire

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I fell into a burning feast of wire… non so cosa cazzo c’entri, ma la canticchio sempre quando penso a questo lavoro dei Calexico.

Perché ve ne voglio parlare? Perché basterebbe una canzone per giustificare il ciclo vitale di questa band, parlo di Black Heart, ma ne voglio parlare perché oltre ad essere un disco al quale sentimentalmente mi sento legato, a mio avviso non ha nulla da invidiare a The Black Light (senza voler sminuire quest’ultimo).

Sono anche figli di due periodi e due stili totalmente distinti, che a tratti rendono invalido anche il paragone, ma Feast Of Wire è uno di quei dischi che ogni brava persona dovrebbe riporre nello scaffale della propria camera (lo so che questo mantra è diventato un easter egg da trovare in ogni pubblicazione che faccio, ma che ci volete fare, sono convinto che la buona musica debba essere diffusa, soprattutto quando in pochi se la cagano). Le modalità di registrazione e di composizione sono cambiate rispetto al passato, Joey Burns ricorda le sessioni di Feast Of Wire “Eravamo soliti passare 12-15 ore al giorno in studio durante i precedenti dischi, e questo ci sfiniva fisicamente. Questa volta abbiamo capito di dover fare diversamente […] abbiamo passato un anno a registrare mentre facevamo altre cose. Le registrazioni hanno riposato nel tempo, consentendoci di capire cosa funzionasse e cosa meno.” Una modalità a singhiozzo che ha lasciato decantare i brani nel tempo, senza fretta e ansia “La nostra idea, prima di cominciare le registrazioni, era quella di tentare di dare a noi stessi la chance di fare qualsiasi cosa avevamo in mente. Nello stile di scrittura, ci siamo dati il tempo di fare ciò che volevamo fare”.

Calexico sono arrivati in quel punto in cui o ti rinnovi o finisci nel vicolo cieco della sperimentazione fine a sé stessa. Le loro creazioni rimangono sempre strettamente legate alle atmosfere dell’Arizona, a quel tex-mex da balera di Tucson che hanno rappresentato tanto bene finora, ma riescono anche a dirigersi verso un pop stile Wilco in Not Even Stevie Nicks… che poi proprio pop non è “è accaduto tutto in modo naturale, da solo. L’elemento pop che mi sovviene è nelle corde di Stevie Nicks, che però è una canzone lo-fi, più che pop“, non me la sento di contraddire Joey.

“Una delle cose più complicate da fare al termine delle registrazioni, è stata decidere con quale brano cominciare, scegliendo Sunken Waltz si è di fatto indirizzato l’andamento del disco”, il ritmo epico dei western alla Sergio Leone, le visioni che regalano brani come Sunken Waltz e Close Behind sono il tentativo di scaldare un disco forse consapevolmente più freddo rispetto ai precedenti lavori, che ritorna a sua volta in Woven Birds, in un bailamme che disorienta l’ascoltatore destandolo e assopendolo, continuando per tutto il disco con brani strumentali. Questa scelta è voluta, una ricerca dei limiti da parte di Burns nel tentativo di variare il più possibile rispetto al passato, nella scrittura così come nella voce.

La tradizione insita nei Calexico, come fosse un imprinting, si manifesta anche in Feast Of Wire, ma al contempo comincia a palesarsi la necessità di una sperimentazione diretta verso nuovi lidi, in tal senso l’esperienza con gli OP8 e il lavoro a stretto contatto con Lisa Germano risalta nelle ballate con ritmi rallentati.

Il disco termina con una perla alla Neil Young di HarvestFallin’ Rain, con la steel guitar che tanto ricorda il suono di Ben Keith, e che dimostra quanto il legame con lo zio Nello sia forte (con gli OP8 la cover di Round and Round, oltre alle diverse esecuzioni live di alcuni brani di Young senza apparire eretici).

“Sono felice di come è andata, non cambierei nulla”, chiosa Burns… ed è difficile non essere d’accordo con lui.

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Roxy Music – Roxy Music

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I Roxy Music sono quel gruppo con gente travestita e fintamente effemminata con il cantante che sembra l’incrocio tra Will Ferrell e Donald Trump. I Roxy Music sono quel gruppo che ha fatto il Glam (con la G maiuscola) con Bolan e Bowie. I Roxy Music sono quel gruppo con musicisti cazzuti e che faceva qualsiasi genere volesse fare perché in grado di farlo.

“Stavo ascoltando dopo anni The Bob (Medley), una mini-suite di 6 parti, e mi venne da ridere. Era puro prog. L’album suona veramente strano, un mischiaticcio di robe. I Roxy non sarebbero stati messi sotto contratto al giorno d’oggi.” Phil Manzanera ci da l’idea di come sia cambiato il mercato musicale in 40 anni.

L’intento condiviso non è quello di fare le comparse – da one-hit-band – bensì l’idea musicale precisa è di non essere underground ma garantire un’offerta musicale di livello. “Quando abbiamo cominciato non pensavamo di essere commerciali […] ci vedevamo come una band di studenti d’arte […] King Crimson ad un estremo, Bowie all’altro, noi in mezzo”. Ferry capisce che la miscela può diventare più interessante se degli elementi vengono pescati dalle altre arti, il brano di apertura Re-Make/Re-Model – per essere fedele al proprio titolo – include la linea di basso di Day Tripper e La Cavalcata delle Valchirie, un vero e proprio rifacimento e ri-modellamento di composizioni che hanno influenzato direttamente i Roxy Music.

La musica classica è presente anche in Ladytron dove la linea di oboe rende tributo al concerto per piano n°3 di Prokofiev mischiandosi ad una canzone dai tratti hippy e che fa ciao ciao con la manina ai Jefferson Airplane. Il resto del disco ha una forte connotazione cinematografica, per questo motivo i riferimenti alle pellicole sono diversi: Chance Meeting ispirata a Breve Incontro, The Bob a I Lunghi Giorni delle Aquile (titolo originale Battle Of Britain acronimo di Bob) e 2HB a Casablanca. Curioso che in un album del genere sia presente anche un accenno di country con tanto di steel guitar simulata – con lo slide per fare l’effetto Ben Keith – certo, poi si evolve in una cagiara Glam con l’oboe di MacKay che sale in cattedra come se ci trovassimo davanti il Lol Coxhill di Shooting At The Moon.

Il lato  definito Crimsoniano lo troviamo nei cambi di ritmo di 2HB – tipici del prog – e in The Bob (Medley), come ci ha ricordato Manzanera. La produzione di Sinfield – figura cardine della prima fase Crimson – è il trait-d’union tra l’ispirazione e la realtà, mentre in precedenza l’amicizia tra Ferry e Fripp ha permesso di ottenere il contratto discografico con la Island Records (già etichetta dei King Crimson).

Non è un caso che il disco termini con un brano che ammicca agli anni ’50 e al doo-woop – nel quale Ferry fa quel che gli riesce meglio sfoggiando le sue doti da crooner con voce impostata – l’ennesimo genere del disco, sapientemente omogeneizzato che mostra a tutti quanto i Roxy siano bravi a fare tutto e bene. Brian Eno imparerà la lezione, mostrandocela 5 anni dopo in Before And After Science, lavorando di stiletto ad un disco che avrà tanto dei Roxy Music.