Yo La Tengo – May I Sing With Me

Yo La Tengo - May I Sing With Me

Tante volte mi maledico… scelgo degli album stupendi per i quali però è difficilissimo reperire informazioni.

Come si fa in questi casi?

Bé, vi do 2 opzioni:

1) o vi fidate di me incondizionatamente e leggete comunque la sbobba farcita di cazzate che vi propongo (magari cominciando ad ascoltare questa perla selvaggia di inizio anni ’90);

2) oppure saltate direttamente ad un altro articolo (se avete scelto questa opzione, vi saluto… “Au revoir Shoshanni!”)

Avete scelto opzione 1, bravi. (mi inventerò qualcosa, tranquilli, mi inventerò qualcosa… GOOSFRABA)

May I Sing With Me – oltre a palesare una preoccupante auto-burocrazia negli yolitenghi che si domandano se possono cantare per loro stessi – segna uno spartiacque nella carriera di Kaplan e soci: il quinto album è quello della reale maturità artistica, del bilanciamento tra paesaggi sonori e testi. Inoltre è caratterizzato dal fondamentale ingresso del bassista James McNew, divenuto il terzo piede definitivo dello sgabello Yo La Tengo (che vede nei coniugi Kaplan e Hubley la struttura portante).

L’album suona ancora oggi come qualcosa di fresco, godibile, attuale, nei suoi 53 minuti e rotti, scorre meravigliosamente bene e getta le basi di quel capolavoro che prenderà il nome di Painful, con la chitarra che costruisce riff compulsivi tra Neil Young, Husker Du e J Mascis (soprattutto nella meravigliosa, delirante, [frenc] zeppa di feedback e di carogna, Mushroom Clouds Of Hiss) o accordi che richiamano a tratti i Penguin Café per la loro morbidezza e raffinatezza.

L’alternanza tirata in ballo prima, non è conseguenza solamente dei paesaggi sonori, ma anche delle voci di Hubley e Kaplan capaci di dipingere atmosfere diametralmente opposte (essendosi spartiti il disco a metà nelle composizioni con 5 e 6 pezzi a testa), in una serie di canzoni che rimandano agli anni ‘80 – agli Stone Roses per esempio – senza però apparire datate.

Un disco perciò paragonabile ad uno Zocchihedron, che probabilmente deve questa sua ampia sfaccettatura armoniosa alla carriera di Kaplan di navigato critico musicale, capace di attingere sapientemente dal calderone dei propri ascolti e mesciarli con una capacità non indifferente (caratteristica non affiorata a pieno nei lavori precedentemente registrati).

May I Sing With Me è un disco meraviglioso, capace di rallegrare le giornate con il suo sound e con la giusta armonia raggiunta da Kaplan e soci al quinto tentativo.

Può essere considerato un disco di riferimento che ha fatto scuola a tante delle band cresciute negli anni ‘90 per lo stile e la classe che lo contraddistingue.

Non c’è tanto da raccontare su quest’album, perciò vi chiedo di perdonare la mia stitichezza nell’articolo, giurin giurello, non è pigrizia! Posso però considerarmi felice di aver potuto condividere con voi May I Sing With Me… spero avrete modo di apprezzarlo quanto me.

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Calexico – Feast Of Wire

Calexico - Feast Of Wire.jpg

I fell into a burning feast of wire… non so cosa cazzo c’entri, ma la canticchio sempre quando penso a questo lavoro dei Calexico.

Perché ve ne voglio parlare? Perché basterebbe una canzone per giustificare il ciclo vitale di questa band, parlo di Black Heart, ma ne voglio parlare perché oltre ad essere un disco al quale sentimentalmente mi sento legato, a mio avviso non ha nulla da invidiare a The Black Light (senza voler sminuire quest’ultimo).

Sono anche figli di due periodi e due stili totalmente distinti, che a tratti rendono invalido anche il paragone, ma Feast Of Wire è uno di quei dischi che ogni brava persona dovrebbe riporre nello scaffale della propria camera (lo so che questo mantra è diventato un easter egg da trovare in ogni pubblicazione che faccio, ma che ci volete fare, sono convinto che la buona musica debba essere diffusa, soprattutto quando in pochi se la cagano). Le modalità di registrazione e di composizione sono cambiate rispetto al passato, Joey Burns ricorda le sessioni di Feast Of Wire “Eravamo soliti passare 12-15 ore al giorno in studio durante i precedenti dischi, e questo ci sfiniva fisicamente. Questa volta abbiamo capito di dover fare diversamente […] abbiamo passato un anno a registrare mentre facevamo altre cose. Le registrazioni hanno riposato nel tempo, consentendoci di capire cosa funzionasse e cosa meno.” Una modalità a singhiozzo che ha lasciato decantare i brani nel tempo, senza fretta e ansia “La nostra idea, prima di cominciare le registrazioni, era quella di tentare di dare a noi stessi la chance di fare qualsiasi cosa avevamo in mente. Nello stile di scrittura, ci siamo dati il tempo di fare ciò che volevamo fare”.

Calexico sono arrivati in quel punto in cui o ti rinnovi o finisci nel vicolo cieco della sperimentazione fine a sé stessa. Le loro creazioni rimangono sempre strettamente legate alle atmosfere dell’Arizona, a quel tex-mex da balera di Tucson che hanno rappresentato tanto bene finora, ma riescono anche a dirigersi verso un pop stile Wilco in Not Even Stevie Nicks… che poi proprio pop non è “è accaduto tutto in modo naturale, da solo. L’elemento pop che mi sovviene è nelle corde di Stevie Nicks, che però è una canzone lo-fi, più che pop“, non me la sento di contraddire Joey.

“Una delle cose più complicate da fare al termine delle registrazioni, è stata decidere con quale brano cominciare, scegliendo Sunken Waltz si è di fatto indirizzato l’andamento del disco”, il ritmo epico dei western alla Sergio Leone, le visioni che regalano brani come Sunken Waltz e Close Behind sono il tentativo di scaldare un disco forse consapevolmente più freddo rispetto ai precedenti lavori, che ritorna a sua volta in Woven Birds, in un bailamme che disorienta l’ascoltatore destandolo e assopendolo, continuando per tutto il disco con brani strumentali. Questa scelta è voluta, una ricerca dei limiti da parte di Burns nel tentativo di variare il più possibile rispetto al passato, nella scrittura così come nella voce.

La tradizione insita nei Calexico, come fosse un imprinting, si manifesta anche in Feast Of Wire, ma al contempo comincia a palesarsi la necessità di una sperimentazione diretta verso nuovi lidi, in tal senso l’esperienza con gli OP8 e il lavoro a stretto contatto con Lisa Germano risalta nelle ballate con ritmi rallentati.

Il disco termina con una perla alla Neil Young di HarvestFallin’ Rain, con la steel guitar che tanto ricorda il suono di Ben Keith, e che dimostra quanto il legame con lo zio Nello sia forte (con gli OP8 la cover di Round and Round, oltre alle diverse esecuzioni live di alcuni brani di Young senza apparire eretici).

“Sono felice di come è andata, non cambierei nulla”, chiosa Burns… ed è difficile non essere d’accordo con lui.

Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree

Nick Cave & The Bad Seeds - Skeleton Tree.jpg

“Resisti al bisogno di creare 

Resisti alla fede nell’assurdo 

Resisti attraverso la provocazione 

Resisti attraverso la malattia e la tristezza 

Resisti attraverso la masturbazione 

Resisti attraverso manuali di motivazione 

Resisti lavorando per gli altri 

Resisti attraverso il paragone con gli altri 

Resisti attraverso l’opinione degli altri 

Questi sono i Nove tormenti dell’avanzamento. Ci scorrono nel sangue, nella pelle e nei nervi. Rappresentano per il nostro progresso una minaccia reale e disastrosa come un treno fuori controllo che ci tuona incontro, mentre irrigiditi dalla paura restiamo fermi sui binari”. 

Con questo estratto da Sick Bag Songs ho deciso di cominciare un articolo che reputo estremamente complesso per i temi trattati, per la vicinanza con l’uscita discografica e per la valenza che ha il disco, sia dal punto di vista musicale quanto di quello umano. 

I tormenti dell’avanzamento sono le paure che ammantano chi ama più di sé stesso la propria vocazione, succedeva con Zappa, solito rinchiudersi 18 ore su 24, sette giorni su sette in studio, o a Neil Young che per la sua musa sarebbe capace di passare sopra chiunque, sono i tormenti di chi vive per progredire e ha in qualche modo timore di non lasciare una traccia del proprio passaggio.  

È la paura che ha assalito Nick Cave dopo la morte di Arthur – uno dei suoi gemelli – la paura di perdere tutto e di non sapere più il come si fa.  Molte delle canzoni in Skeleton Tree sono già state pensate prima che accadesse il luttuoso evento; la drammaticità giace nella sensazione che le canzoni siano state scritte dopo ciò che è accaduto in quanto il tema della morte è ricorrente e alcuni brani risuonano tristemente profetici.  

Succede che Cave rimetta mano ai brani rendendoli di una intensità unica, come se la perdita avesse donato nuova linfa alla propria capacità creativa “Ho scritto un mucchio di canzoni dopo la morte di Arthur, ma le sentivo quasi un tradimento nei confronti di tutto ciò che mi circondava, come se stessi tradendo mio figlio; come se non avessero il giusto potenziale emotivo, le ho scartate. Andrew Dominik le ha trovate tra i miei appunti e se n’è innamorato, le ho usate come voce fuoricampo per il film One More Time with Feeling. Posso scorgere adesso, con chiarezza, che si trattava di qualcosa di veramente potente, ed ero incapace di vederlo al tempo. Tuttavia, sono ancora galleggianti. Ma sto scrivendo tante cose. Un mucchio di nuove cose”.  

Ogni singola traccia è un pugno nello stomaco, dalla sirena di Jesus Alone alla preghiera di I Need You, ripetuto allo sfinimento come fosse un mantra, con la voce rotta, insicura e colpita al cuore, o nella soavità di Distant Sky e nella title-track, nella quale sembra tornare la calma dopo la tempesta, quasi a voler dimostrare a tutti che le cose possono cambiare, ma tutto scorre nonostante Cave sia sopravvissuto a suo figlio, in un dolore forse impareggiabile “Per me andare in studio a Parigi non era una buona idea, spero di non dover ripetere un’esperienza simile. Erano passati appena pochi mesi dalla scomparsa di Arthur. Era troppo presto. Ma ho creduto fosse importante che lo facessi. Sai, la vita va avanti e anche tutto il resto. È stato terrificante. Un disastro. Così per tutti. La maggior parte di ciò che facevamo semplicemente non andava. Abbiamo provato a registrare nuovamente delle canzoni. La maggior parte di ciò che facevamo suonava male. Era come se le registrazioni rozze semplicemente si rifiutassero di essere ripulite o migliorate. Perciò Skeleton Tree è stato un po’ il prodotto di questo”. 

Qualche riga sopra è stato menzionato One More Time With Feeling, il film che funge da stele di Rosetta per comprendere a pieno Skeleton Tree ed ogni suo brano, per non dare scontate alcune situazioni (come la tempistica nella creazione dei brani) e per cercare di capire come il lutto sia stato metabolizzato dal punto di vista umano e professionale da Cave, la sua band e la propria famiglia “Inizialmente avevamo idea di girare un film per la promozione del disco. Niente più della registrazione dei brani live per invogliare la gente a vederlo al cinema e comprare il disco. Ma dopo la morte di Arthur tutto è cambiato. L’unica cosa che mi ha tenuto in vita in al tempo è stata pensare al lavoro che sarebbe continuato”. 

Skeleton Tree è un disco che non può essere classificato come tale, è dolore, è un requiem straziante ridotto all’essenza, scarnificato di ogni orpello musicale, parole e voce, Cave è sempre meno propenso a cantare (ricordando la parte finale di carriera di Johnny Cash), sempre più votato a raccontare le storie, le sensazioni, cercando di buttar fuori quanto più possibile ciò che ha vissuto, anche se come ammette lui stesso “vorrei dire tante cose su Arthur, ma non riesco”.  Skeleton Tree è un’opera totale consolidata da One More Time With Feeling, grazie al quale si completa e si assesta in una dimensione tutta sua.  

Per quanto l’album lasci dei punti di sospensione, la pellicola è schietta, un calcio all’ipocrisia della cultura occidentale che non consente di affrontare un lutto come ha fatto Cave con la propria famiglia. Nick Cave getta – in un atto di istinto ragionato – la maschera pirandelliana, non senza impaccio; smonta le impalcature e le sovrastrutture che hanno caratterizzato la sua persona, torna all’essenza musicale oltre che comportamentale, decidendo di mostrare il dolore in piazza per esorcizzarlo, per viverlo a pieno e viaggiare dentro di esso, con un messaggio di speranza finale “è come se avessimo fatto qualcosa di buono per Arthur, tutti noi, con il pensiero di lui tra le stelle”. 

PJ Harvey – Let England Shake

Pj Harvey - Let England Shake

“Mi sono veramente goduta questa differente, enorme, ampiezza di sonorità che l’autoharp da. È un suono delicato, ma al tempo stesso è anche come avere un’orchestra sulla punta delle dita. Ho cominciato a scrivere molto sull’autoharp, poi lentamente col passare del tempo, la mia scrittura ha cominciato a muoversi verso la sperimentazione con differenti chitarre, usando diverse applicazioni sonore, alcune delle quali non ho mai avuto a che fare prima”.

Nasce qui la nuova vita di PJ, l’autoharp è un po’ il simbolo della sua nuova parentesi musicale… in molti degli articoli e delle interviste del periodo che ho raccolto, Let England Shake viene considerato come l’inizio di un nuovo corso; a distanza di anni – e con la possibilità di vedere la piega che la carriera artistica di PJ ha preso – non me la sento di dissentire.

“Non sento il dovere di spiegare ogni intenzione dietro ad ogni cosa”

Si gira pagina quindi e si scopre una Polly Jean – accompagnata dai prodi John Parish e Mick Harvey – consapevole di quanto fatto nei vent’anni precedenti, è conscia di essere un’icona e una delle personalità più brillanti della scena musicale, il suo metodo di scrittura vira verso lidi differenti, vengono introdotti il sax e la tromba – oltre all’autoharp – e l’uso della voce cambia “non potevo cantare con una voce matura ed estremamente ricca senza apparire completamente fuori luogo. Le parole hanno già un loro peso specifico e non avevo intenzione di aggiungere un ulteriore fardello su di loro, perciò ho lentamente trovato la voce e ci ho cominciato a lavorare, sviluppando così il ruolo del narratore… è stato un processo a livelli”.

La volontà di Polly è chiara: non dire alla gente ciò che deve sentire o pensare, la necessità è proprio quella di affermarsi come narratrice, una cronista che vuol fare uno spaccato del mondo, sulla guerra contemporanea e sulle radici dei conflitti. Per riuscire a fare questo, Polligegia ha raccolto testimonianze da parte di chi ha vissuto in prima persona tanti conflitti (Iraq e Afghanistan) nei differenti periodi storici (documentandosi sulla campagna di Gallipoli, non quella in Puglia).

The Words That Maketh Murder fa proprio riferimento alla guerra afghana, è una critica alla diplomazia e fa riferimenti ai conflitti mondiali del secolo scorso. Una delle peculiarità di Polli è la capacità di inserire spessissimo alcuni easter egg volti a tributare artisti con i quali è cresciuta, avviene anche in questo brano dove il refrain finale “what if I take my problem to the United Nations?” è basato su Summertime Blues di Eddie Cochran. Un modo di rendere più paradossale il brano e il significato, contrapponendo la spensieratezza di Summertime Blues alla semplicità con la quale si spediscono in guerra le persone.

Questa canzone in particolare ha impressionato Patti Smith che – come in un passaggio di consegne – ha benedetto la canzone di “Polly Harvey“: “mi rende felice di esistere. Ovunque qualcuno faccia qualcosa di valore, inclusa me stessa, mi rende felice di essere viva. Per questo ascolto questa canzone tutte le mattine, completamente allegra.”

A conferire un’ulteriore aura di sacralità al disco, contribuisce senz’ombra di dubbio la scelta di registrare il disco in una chiesa del 18esimo secolo, davanti la quale Polli passava spesso durante la sua permanenza a Yeovil. La sensazione è che – più che in passato – ogni singolo brano arrivi a toccare le corde emotive dell’ascoltatore, una dichiarazione d’amore e odio verso la propria madre patria, che potrebbe essere traslata senza problemi in altri macro-ambienti.

Nonostante ella non abbia mai scritto sino a questo punto di queste tematiche, non significa che fosse scevra, anzi la propria coscienza politico sociale l’ha condotta alla creazione di Let England Shake, che di fatto è stato un lavoro propedeutico per The Hope Six Demolition Project con l’annessa denuncia sociale che si porta appresso “sono dovuta andare a guardare dietro a tante canzoni che ascoltavo da piccola, come Southern Man o Ohio di Neil Young. Così come tante canzoni di Dylan, specialmente dei primi anni ‘60, o Dachau Blues di Beefheart. Ricordo che ascoltandole da ragazzina, fantasticavo ‘di cosa canteranno?'”

Forse per questo motivo Let England Shake è l’album più “verboso” di PJ, nei cinque anni che sono passati da White Chalk, la penna ha versato fiumi di inchiostro per due anni consecutivi – tra revisioni ed elaborazioni, tra prose e poesie – andando a comporre successivamente la musica per i 12 brani, che spostano il baricentro creativo di Polli annoverandola di fatto nella sfera cantautorale.

Tom Waits – Rain Dogs

Tom Waits - Rain Dogs

Per quanto quell’uomo nella copertina di Rain Dogs sia maledettamente somigliante a Tom Waits – e lo abbia spesso pensato – non è lui. La foto è stata scattata da Anders Petersen negli anni ‘60 e ritrae Rose e Lilly.

Una somiglianza che trae in inganno, come quella che si ha ascoltando Rain Dogs, potrebbe apparire come una copia di Swordfishtrombones l’effetto sorpresa è svanito, ma si dimostra una perfetta prosecuzione, il secondo capitolo di depressione urbana, di storie dal mondo, solchi sul viso, dolcezza e sguaiatezza. Sembra di trovarsi in un carosello talvolta, mentre in altre perso nelle città notturne. Per quanto a parole possa apparire come un qualcosa di terribile, dal disco non traspare niente di drammatico né traumatico.

Rain Dogs si apre con Singapore, come a voler riprendere il viaggio terminato in Swordfishtrombones, l’idea di Waits è di “avere una mentalità a vicoletti, pronta a variare ma sempre con una accuratezza orchestrale”, come a dire voglio un caos ordinato. Per questo motivo Tommasino viene definito dai musicisti presenti alle sessioni di Rain Dogs come un jazzbo [jazz enthusiast ndr], disposto ad uscire fuori dagli schemi e mischiare elementi discordanti con melodie piacevoli. Non è inusuale l’utilizzo di vecchi brani ri-arrangiati sui quali Waits inserisce i propri testi, come con Clap Hands, che trae spunto da una canzone pop di Shirley Ellis (alla Little Eva per intenderci) e la trasforma in chiave jazz, oscurandola e scorporandola di fatto.

Cemetery Polka e Jockey Full of Bourbon continuano sul solco tracciato dal precedente disco, attenzione fondamentale alle percussioni e sonorità ricercate, a tal proposito Waits si dimostra scettico sui suoni campionati preferendo di gran lunga la ricerca diretta di un particolare effetto “Se voglio un suono, solitamente lo inseguo, lo uccido, lo scuoio e lo cucino. Cose che puoi fare con un bottone oggi. Perciò quando cercavo un certo tiro di batteria, il mio ingegnere mi dice ‘Oh per l’amor del cielo, perché sprechi il tuo tempo? Diamo un colpetto con un bastoncino a questa tazza, lo campioniamo e lo miglioriamo al mix, non ti preoccupare.’ Gli ho risposto ‘No, preferisco andare al bagno e colpire la porta con una staffa di legno di un metro [two-by-four dimensione standard delle assi di legno ndr]'”.

In generale la sensazione è che come in Swordfishtrombones ci siano due dischi distinti in uno, e l’aspetto curioso è che Rain Dogs e il suo predecessore hanno tante canzoni comuni tante quante sono le differenze all’interno dei rispettivi dischi.

Rain Dogs è stato scritto – nel giro di due mesi nell’autunno del 1984 – a Lower Manhattan “tra Canal Street e la Quattordicesima, a due passi dal fiume…. era un buon posto per me per lavorare. Estremamente tranquillo, fatta eccezione per l’acqua che veniva giù dai tubi ogni due secondi. Era come trovarsi in una camera blindata”. È un disco profondamente newyorkese e risente della scrittura in un’area come quella di Manhattan, la malinconia, l’ansia e il senso di sacrificio che sentiamo sovente nel disco (come ad esempio in Blind Love e Time) sono la conseguenza del trasferimento nella grande mela da parte di Tom e sua moglie Kathleen, un cambio non semplice per loro.

Per questo con Rain Dogs, Tom Waits ha voluto metaforizzare lo stato di smarrimento dell’essere umano, delle persone che nel dolore non hanno il senso dell’orientamento. Persone che dormono sull’uscio, di quelle che non hanno un posto fisico in cui stare, o peggio ancora un posto destinato a loro all’interno della società.

“Mi piace la pioggia. La uso parecchio come immagine perché mi sembra appropriata… mi piace cosa fa alle persone. È un’emergenza! Non riescono a controllarla e a tranquillizzarsi.”

La pioggia, lo smarrimento, la necessità di reagire alle avversità, lo spirito operaio, sono tutti gli elementi che conducono ad una serie di canzoni profondamente springsteeniane, se non ve ne foste accorti Rain Dogs a tratti sembra il terzo disco di The River: Downtown TrainHangdown Your Head (scritta a quattro mani con la moglie) e Union Square. Impossibile non notare anche alcuni spunti da Neil Young come in Blind Love, la seconda parte del disco sembra voler affacciarsi ammiccando a due colonne cantautorali dell’America del Nord, con una chiusura alla Tom Waits, come a voler dire “Hey ci sono anche io, mi riconoscete?” con Anywhere I Lay My Head. La consacrazione definitiva avviene proprio con questo disco.

Prima di chiudere come non nominare il cameo di Keith Richards in Rain Dogs? Presente con la sua chitarra in Blind Love, Union Square e Big Black Mariah “presi un paio di canzoni che volevo capisse e lo ha fatto. Ha una grande voce e ha portato un grande spirito in studio. È veramente spontaneo, è come un animale. Stavo cercando di spiegargli Big Black Mariah fin quando non ho cominciato a muovermi in un certo modo e lui ‘Oh, perché non ti sei mosso così sin dall’inizio? Adesso so di cosa stai parlando!’ Ha un istinto animale”.

Neil Young & Crazy Horse – Everybody Knows This Is Nowhere

Neil Young & Crazy Horse - Everybody Knows This Is Nowhere

Everybody seems to wonder 
What it’s like down here 
I gotta get away 
from this day-to-day 
running around, 
Everybody knows 
this is nowhere. 

1969, 365 giorni che resteranno nella storia per molti motivi che non sto ad elencare per la millecentesima volta. In quest’anno vede la luce anche il primo sforzo discografico di Nello con l’aiuto dei Cavalli Pazzi, che lo zio scippa alla realtà dei The Rockets “Battezzai la band Crazy Horse e partimmo. The Rockets erano ancora insieme, ma quella era un’altra storia. I Crazy Horse sono per me la band con la quale mi è più facile entrare nel groove e interagire. C’è qualcosa di speciale nel loro ritmo, nella sensibilità di Ralph Molina per quello che sto suonando: lui sa dove vado col ritmo. […] All’epoca pensavo che Danny [Whitten ndr] fosse un grande chitarrista e cantante. Ma non avevo idea di quanto fosse grande. Ero troppo pieno di me per capirlo.”

Danny Whitten, dovrebbe essere citato in ogni articolo nel quale parlo di Neil (non dovrebbe essere l’unico a dire il vero), il suo potenziale lo scorgiamo in Cinnamon Girl, dove il duetto è quasi dominato dalla sua voce. Un esempio stupendo di impasto vocale lo troviamo anche in The Losing End, in questo caso Nello è predominante, ma i loro incroci sono meraviglia allo stato puro. Ha ragione Neil a rimpiangere Danny

Il rimorso per come sono andate le cose con Danny è risaputo, ma il Cuordipietra Famedoro della situazione (Nello) non è così cuor di pietra – o insensibile – come vuole apparire, perciò dedica Running Dry (Requiem For The Rockets) in onore dei suoi nuovi compagni di avventura. Un segnale forte nei loro confronti, una sorta di funerale laico che lascia intendere la volontà di avere il loro supporto incondizionato da lì in poi, oltre che un tributo sensibile per quanto hanno creato fin quel momento Whitten e compagnia bella. Per l’occasione Bobby Notkoff viene richiamato al suo ruolo di violinista ed interpreta magistralmente il tappeto musicale.

Perché cominciare l’articolo scrivendo di Running Dry? Perché è considerabile un brano spartiacque, di fatto l’inizio della storia musicale di Neil Young, quella delle lunghe cavalcate elettriche che grazie a dio troviamo ancora oggi nei suoi concerti dal vivo. Lunghe e violente cavalcate elettriche, ricche di feedback, rumore e note sbagliate.

Da qui nascono Down By The River e Cowgirl in The Sand, o meglio, prendono vita da un super-delirione da febbra (insieme a Cinnamon Girl). Perciò Down By The River è una murder ballad non murder ballad, si canta di un delitto passionale, per poi scoprire che tale delitto mai venne compiuto ed era solamente nella mente dell’uomo, un pianto disperato. In un live dell’84 Nello torna sui suoi passi affermando che l’uomo semplicemente non era dotato di molto autocontrollo e pensando che la donna lo tradisse, la uccise lungo la riva del fiume.

Aho, sinceramente a me non importa il senso intrinseco ed estrinseco, Down By The River è un pezzone aldilà del significato e va goduto in quanto tale. Resta comunque il fatto che Be on my side, I’ll be on your side, baby/ There is no reason for you to hide è una frase da potenziale omicida, alla stregua di WEEEEENDYYYY!!! in Shining.

Discorso a parte per Cowgirl In The Sand che offre maggiori spunti di chiacchiera e confronto. Dove la cowgirl potrebbe rappresentare l’ideale di donna molto complesso e trasversale differente dall’archetipo cantato ne la donna cannella. La frase “When so many love you, Is it the same?” potrebbe anche essere un riferimento che Nello fa a sé stesso, un tentativo di metabolizzare la dicotomia interiore tra fama e successo, un odi et amo colonna portante della carriera di Young, fulcro di ogni sua relazione musicale.

E allora il riferimento ai Buffalo Springfield diventa concreto nelle frasi “Old enough to change your name” come a voler dimostrare di aver maturato abbastanza esperienza ed insofferenza per intraprendere la strada solitaria; concetto rafforzato dal “has your band begun to rust”, come a voler metter del sale sulla ferita. Non è la prima né l’ultima volta che Nello si esporrà in maniera così decisa verso i suoi compagni di viaggio (Ambulance Blues vi ricorda qualcosa?).

Ma in tutto ciò, non scrivere qualcosa sulla copertina sarebbe un tragico errore, lascio perciò in chiusura spazio alle parole di zio Nello:

“Ero entrato in possesso di un cucciolo di nome Winnipeg, un pastore tedesco bianco con la punta delle orecchie colore oro scuro. […] Era un bravo cane e si trova sulla copertina e nell’interno di Everybody Knows This Is Nowhere. Quella foto di copertina originariamente fu fatta per il mio primo album da un fotografo ingaggiato dalla Reprise. […] Dentro la copertina apribile ci sono delle fotografie di me con la mia bellissima moglie Susan [Susan Acevedo, prima moglie di Nello con la quale convola a nozze all’età di 23 anni], oltre a Briggs, i Crazy Horse con Billy Talbot, Ralph Molina e Danny Whitten, e Winnipeg. Mi mancano molto i dischi con quelle loro copertine grandi e le buste interne.”

The Rockets – The Rockets

The Rockets - The Rockets

Un albero affonda le proprie radici in profondità per essere il più stabile possibile nella propria crescita, tutti osserveranno il tronco, la corteccia, i rami e le foglie. Si resta così abbacinati dalla bellezza generale, dimenticandosi della base che regge la struttura, giudicata a volte brutta rispetto al resto.

Probabilmente in pochi conosceranno questo gruppo, che successivamente ha dato i natali ad una delle band d’accompagnamento più rinomate. A loro è stato dedicato un giusto tributo con un Requiem, come nelle migliori letterature, da colui che ne ha decretato la “morte artistica”.

Un unico album – difficile da reperire – ma con un cuore grande così e con delle potenzialità che  non faticano ad affiorare. I The Rockets di Danny Whitten non hanno nulla da invidiare a nessuno: non ci è dato sapere se e quanto sarebbero cresciuti, purtroppo o per fortuna, l’incontro con Neil Young e la decisione di rinominarli Crazy Horse, il successo di Everybody Knows This Is Nowhere hanno sancito la fine di questo piccolo complesso.

5.000 copie vendute – un lavoro praticamente passato sotto traccia – ma destino ha voluto che Nello entrasse in possesso di una di queste copie e diventasse fan della band, proponendo a Talbot, MolinaWhitten di continuare la loro avventura insieme, per creare qualcosa di unico. Il cavallo raggiunge l’alchimia perfetta con Nello, ma al tempo stesso dimenticare questo album sarebbe irrispettoso e delittuoso nei confronti di tutti i vecchi membri. Sarebbe come dimenticare le basi di gran parte della produzione musicale dello stesso Young, chiunque conosca a fondo il cantautore di Toronto, riesce a vedere oltre quello che compare in superficie, e sa bene dove affondano le sue radici.

Sicuramente Hole in My Pocket è la hit che spicca in un album abbastanza regolare, dimostra di avere un ritmo pop che non ha nulla da invidiare a band one-hit wonder decisamente (e sfortunatamente) più quotate. Si imprime nella testa di chiunque, è la tipica sigla da film scanzonato anni ’60, un po’ Rolling Stones un po’ Motown, da fischiettare durante la giornata e intonare allegramente.

Quanto rappresentato dai The Rockets è stato abbracciato in toto da Neil Young, dando il là ad una sinergia unica nel panorama musicale.

Il loro approccio fuori dagli schemi musicali, la furia del cavallo selvaggio indomabile – impossibile da imbrigliare – è diventato un marchio di fabbrica dei dischi marchiati Young-Horse, la brutalità di un sound capace di scatenare le fantasie degli ascoltatori per decadi.

Spero di aver invogliato voi lettori a scoprire qualcosa di più sulla figura di Danny Whitten e la sua magnifica voce, raccontando un po’ qua e là all’interno di Pillole piano piano sto raccontando anche la sua storia…