Roxy Music – Roxy Music

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I Roxy Music sono quel gruppo con gente travestita e fintamente effemminata con il cantante che sembra l’incrocio tra Will Ferrell e Donald Trump. I Roxy Music sono quel gruppo che ha fatto il Glam (con la G maiuscola) con Bolan e Bowie. I Roxy Music sono quel gruppo con musicisti cazzuti e che faceva qualsiasi genere volesse fare perché in grado di farlo.

“Stavo ascoltando dopo anni The Bob (Medley), una mini-suite di 6 parti, e mi venne da ridere. Era puro prog. L’album suona veramente strano, un mischiaticcio di robe. I Roxy non sarebbero stati messi sotto contratto al giorno d’oggi.” Phil Manzanera ci da l’idea di come sia cambiato il mercato musicale in 40 anni.

L’intento condiviso non è quello di fare le comparse – da one-hit-band – bensì l’idea musicale precisa è di non essere underground ma garantire un’offerta musicale di livello. “Quando abbiamo cominciato non pensavamo di essere commerciali […] ci vedevamo come una band di studenti d’arte […] King Crimson ad un estremo, Bowie all’altro, noi in mezzo”. Ferry capisce che la miscela può diventare più interessante se degli elementi vengono pescati dalle altre arti, il brano di apertura Re-Make/Re-Model – per essere fedele al proprio titolo – include la linea di basso di Day Tripper e La Cavalcata delle Valchirie, un vero e proprio rifacimento e ri-modellamento di composizioni che hanno influenzato direttamente i Roxy Music.

La musica classica è presente anche in Ladytron dove la linea di oboe rende tributo al concerto per piano n°3 di Prokofiev mischiandosi ad una canzone dai tratti hippy e che fa ciao ciao con la manina ai Jefferson Airplane. Il resto del disco ha una forte connotazione cinematografica, per questo motivo i riferimenti alle pellicole sono diversi: Chance Meeting ispirata a Breve Incontro, The Bob a I Lunghi Giorni delle Aquile (titolo originale Battle Of Britain acronimo di Bob) e 2HB a Casablanca. Curioso che in un album del genere sia presente anche un accenno di country con tanto di steel guitar simulata – con lo slide per fare l’effetto Ben Keith – certo, poi si evolve in una cagiara Glam con l’oboe di MacKay che sale in cattedra come se ci trovassimo davanti il Lol Coxhill di Shooting At The Moon.

Il lato  definito Crimsoniano lo troviamo nei cambi di ritmo di 2HB – tipici del prog – e in The Bob (Medley), come ci ha ricordato Manzanera. La produzione di Sinfield – figura cardine della prima fase Crimson – è il trait-d’union tra l’ispirazione e la realtà, mentre in precedenza l’amicizia tra Ferry e Fripp ha permesso di ottenere il contratto discografico con la Island Records (già etichetta dei King Crimson).

Non è un caso che il disco termini con un brano che ammicca agli anni ’50 e al doo-woop – nel quale Ferry fa quel che gli riesce meglio sfoggiando le sue doti da crooner con voce impostata – l’ennesimo genere del disco, sapientemente omogeneizzato che mostra a tutti quanto i Roxy siano bravi a fare tutto e bene. Brian Eno imparerà la lezione, mostrandocela 5 anni dopo in Before And After Science, lavorando di stiletto ad un disco che avrà tanto dei Roxy Music.

Soft Machine – Third

Soft Machine - Third

Third suscita la Sindrome di Stendhal, vertiginoso in tutti i suoi colori, infinito nella sua struttura, immenso nell’impatto. Ammetto candidamente che prima di scrivere qualche riga su Third ho dovuto fare training autogeno e buttarmi a capofitto nell’ascolto, cercando di carpire ogni passaggio in tutte le sue sfumature, cercando di rendere giustizia a uno dei dischi più grandi della storia senza scrivere vaccate.

Punto primo, Third è un monumento esposto nella piazza della scena di Canterbury, da qui si diramano numerosi sentieri musicale di ispirazione per gran parte dei musicisti coevi e a venire.

Punto secondo, è il crocevia della carriera di Wyatt, che nei 19 minuti di Moon In June eccelle rasentando la perfezione, creando l’unicità e riuscendo a dare un senso compiuto al progetto Soft Machine.

Punto Third.

Il focus di questo articolo però è posto su Moon In June, in quanto rappresenta la perfetta sinossi di quello che sono stati i Soft Machine, dalla fondazione a Third, in una minuziosa e cocciuta lavorazione artigianale operata da Wyatt. Un vero e proprio sarto dadaista e naif (attitudine che lo porterà ad essere apprezzato da John Cage col quale ha collaborato in Experience No.2), registra tutti gli strumenti: dalla batteria al piano; dall’hammond al pianet honer; dal basso alla voce. Il tutto sovrainciso più e più volte, andando contro l’inedia dimostrata da Ratledge e Hopper nel registrare Moon In June.

La composizione attinge da molto lontano, si torna indietro nel tempo fino alle sessioni dei DeLane Lea studios dell’Aprile del 1967 (una delle prime sessioni in assoluto dei Soft Machine, coi fondatori Daevid Allen alla chitarra, Kevin Ayers al basso ed il buon vecchio Ratledge all’organo), That’s How Much I Need You Now e You Don’t Remember (scritta con Allen) formano il testo di Moon In June.

Qui Wyatt lavora di cesello stravolgendo il ritmo originale, il tempo e l’impostazione. Ponendo l’accento su quella voce dannatamente magnetica – sul filo della stonatura – capace di narrare i sogni con un linguaggio a cavallo tra la filastrocca, la nenia e lo chansonnier, dando vita nuova alle canzoni senza svuotarle di significato.

Moon In June è una composizione in 3 parti, dove le prime due vengono assorbite dalle canzoni prese in prestito di cui sopra, la terza è la lunga coda strumentale tra prog e jazz, tra vocalizzi e canzoni nascoste piazzate qua e là da Wyatt, come al minuto 15 dove lo si sente canticchiare – con una voce ridicolizzata dal pitch – il ritornello di Religious Experience (da Joy Of A Toy) e Hat Song (da Shooting At the Moon) di Kevin Ayers.

Wyatt regala il canto del cigno alle Macchine Molli prima della completa deriva strumentale della band. Di fatto, Moon In June è l’ultimo brano con la voce mai registrato dai Soft Machine, prende la forma di un funerale celebrato da Robert che evoca “spiritualmente” i fondatori del progetto, includendo nella suite Allen e Ayers – pietre miliari del progetto oltre che amici – per render loro un saluto nostalgico.

Kevin Ayers & The Whole World – Shooting At The Moon

Kevin Ayers - Shoothing At The MoonCon Shooting At The Moon, si compie una evoluzione nel pensiero musicale di Ayers, una crescita compositiva caratterizzata da una vena jazz e da palesi influenze chansonnier, senza tralasciare il prog e la psichedelia, la chimica che genera questo album è una miscela ponderata a differenza di Joy Of A Toy.

Il titolo sicuramente indica la volontà di puntare in alto, forse può apparire ambizioso, ma il risultato non tradisce certamente le aspettative create dal precedente lavoro. Per l’occasione,  viene creata una signora band d’accompagnamento di indubbie qualità – The Whole World – tra i quali figura il diciasettenne Mike Oldfield, il sassofonista Lower “Lol” Coxhill, e dove talvolta viene in aiuto alla batteria anche il vecchio amico Robert Wyatt.

Anche in questo caso – Ayers – va a pescare negli archivi dei primi Soft Machine, dove un suo duetto vocale fatto di scambi ed intrecci con Robert Wyatt, genera uno dei più interessanti brani della band monumento di Canterbury. Jet-Propelled Photograph (Shooting at The Moon) da il titolo all’album in questione, continuando a dimostrare quanto Kevin Ayers fosse rimasto legato all’esperienza con i Soft Machine. Shooting At The Moon non è solo una rivisitazione di Jet-Propelled Photograph, ma anche un cordone ombelicale che Ayers non vuole recidere (la chitarra pungente e il caos ricordano fortemente le versioni live di Astronomy Domine), un tributo di gratitudine nei confronti dei Soft Machine che a mio avviso da un valore aggiunto alla produzione dell’Enzo Paolo Turchi d’oltremanica.

Ritornando al discorso dell’eclettismo vocale e compositivo di Ayers – affrontato in Joy Of A Toy – in Shooting At The Moon dimostra molti punti di incontro anche con il Tim Buckley di Starsailor. Dove  May I?! è la poesia fatta canzone e l’aria sognante del lungo Senna entra nei polmoni dell’ascoltatore, come avviene per la Moulin Rouge di Tim Buckley, e successivamente nel brano Red Green and You Blue.

Il duetto con Bridget St. John in The Oyster and The Flying Fish ci riporta indietro di un anno – alle storielle di Joy Of A Toy – alleggerendo un disco che ha molteplici passaggi al suo interno, cambi di ritmo vorticosi, le fughe di Reinhardt & Geraldine/Colores Para Dolores alle quali non ci aveva abituato, ritornando al manifesto artistico Clarence in Wonderland che in poco più di 2 minuti racchiude tutto l’Ayers che conosciamo (in questo caso il rimando è tutto a Effervescing Elephant di Barrett).

E’ stupefacente come, Shooting At the Moon, rappresenti una fucina di elementi tanto diversi quanto simili al precedente album di Ayers; si riescono a visualizzare tanti punti comuni ed è sorprendente dove questi portino. Si dimostra un disco più ordinato e più osato, una vena di follia ammaestrata, uno sguardo frequente e non troppo distaccato al passato – sempre sotto l’egida di Jenner – che non rappresenta però un’ancora.