Björk – Medùlla

Bjork - Medulla

Un nugolo di voci, che si intrecciano come radici di mangrovia, tra le quali sinuosa serpeggia Björk, a suo agio, capace di non rimanere intrappolata nella fitta tessitura. È il suo habitat, quello che Wyatt ha costruito trent’anni prima.

Certo Rock Bottom ha tutt’altro spessore ed un altro senso, ma Björk ha attinto a piene mani dall’insegnamento di Robert – esasperando l’idea sublimata in Rock Bottom – in un climax ansiogeno e emotivamente coinvolgente, nel quale la lingua inventata da Wyatt è sostituita talvolta dall’islandese; l’elettronica accantonata a favore di sovrastrutture vocali adoperate come segnatempo o strumenti, campionate e rese coro nel quale Björk è la voce solista (senza cadere nel tranello del cliché a cappella). Medùlla, è il midollo del nostro mazzamurello islandese [nel vero senso della parola, medulla è midollo in latino ndr], la sua idea pura e sacra di musica.

“Fanculo ai synth, agli archi e all’orchestra! Farò un album solo di voci!”

Vibra nell’aria tanto quanto l'”Eureka!” gridato da Archimede alla scoperta della spinta idrostatica. Proprio così, Björk scopre – grazie all’aiuto dei Matmos (il duo californiano col quale ha collaborato il nostro mazzamurello islandese in Vespertine Medùlla) – che la privazione aggiunge spessore alle tracce più di quanto gli strumenti le arricchiscano. La conseguenza è stata una progressiva ossessione per ogni tipo di suono vocale, seguita dalla necessità di spogliare i brani delle vesti elettroniche e musicali privilegiando un’idea differente (che poi cioè non è che sia propriamente così, visto che per Where Is The LineVokura si è ispirata a Bohemian Rhapsody… quindi ha spogliato i brani per vestirli diversamente).

Ed è qui che entra in gioco il team di sviluppo.

Alt! Piccola premessa: uno dei pregi nella carriera di Björk è stato quello di ricreare un ambiente creativo cosmopolita, nel quale ognuno fosse in grado di esprimere il meglio di sé, l’esperienza personale tracima la competenza. Una tecnica molto vicina a quella di Brian Eno, qui però non si nobilita l’errore bensì viene assecondata l’emozione:

“Ho utilizzato metodi diversi, a seconda della persona che avevo davanti, ma di base ho incoraggiato tutti ad esprimere loro stessi, immaginando fossero delle linee di basso o dei loop di percussioni. Ho anche richiesto al coro islandese di essere un insetto, un uccello o altre creature antiche. La difficoltà si è palesata una volta seduta davanti al computer, quando non avevo idea di cosa editare o meno”.

Percepibili le mille anime nel disco, registrato di luogo in luogo tra una sosta e l’altra, raccogliendo contributi da artisti del calibro di Mike PattonRazhelTagaq Wyatt. Proprio con quest’ultimo Björk registra due brani nella sua casa londinese, alla presenza della mitica Alfie “incredibile! Abbiamo messo a punto il suo studio, registrato un paio di tracce [Submarine e Oceania ndr] e chiacchierato tutta la notte bevendo del vino rosso. Mi ha suonato qualche bebop di Sun Ra di inizio anni ’60, mentre io ho messo un po’ di DAF e qualche brano di Brian Eno dal mio laptop. È stata un’esperienza fantastica e mi sono sentita fortunata di aver incontrato lui ed Alfie. Sono entrambi delle persone ricche di talento e hanno creato il loro piccolo universo distante dal resto del mondo”.

Medùlla è un azzardo del nuovo millennio, un tentativo di riproporre lo sperimentalismo degli anni ‘70 – gradito a fasi alterne all’epoca – ad un pubblico più distratto per definizione, violentato da input di ogni tipo; Björk riesce in un approccio più pop e trasversale rispetto a Rock Bottom, nel quale l’esistenzialismo e la filosofia di Wyatt domina il disco. In parole povere Björk, essendo (stata) icona della scena underground-indipendente, riesce ad arrivare a più persone in confronto a quanto Wyatt sia riuscito in passato.

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Brian Eno – Music For Films

Brian Eno - Music For Films

Non so quanti di voi abbiano mai sentito parlare di questo curioso progetto messo in piedi dal buon Brian. Music For Films nasce come EP nel 1976 a seguito di un’altra idea di Eno: non lasciare il cibo sul piatto, che i bambini in Africa muoiono di fame (Drink your beer, there’s sober kids in India).

Ovvero, non sprecare quanto di buono scartato dalle registrazioni di Another Green World, riciccialo e facci i big money. Quindi, visto che le sessioni di AGW si sono rivelate estremamente costose – ma altrettanto proficue – perché non pescare dallo scatolone dei ricordi e costruirci un album?

Ma soprattutto, perché non monetizzare il tutto rendendosi più account degli account della E.G. records? È qui che Braianino prende il pallino in mano, va dal music manager David Enthoven (già ex manager di T.RexRoxy Music e successivamente dei Take That) con la proposta in mano “Senti maaaaa… ti ricordi di quelle recensioni che dipingevano Green World come un disco visionario? Ma tipo se ricicciassi gli scarti di Green World, ci facessimo un eppì in tiratura limitata [500 copie ndr] e dicessimo che sono ‘colonne sonore per film immaginari’ e lo inviassimo a delle case di produzione? Se tutto va bene famo i big money, altrimenti non ci abbiamo speso un kaiser. Bella Chì, pensece!”

David annuisce e il progetto va in porto, royalties a gogo, sia per Eno che per la E.G., piano piano quelle micro-composizioni sono state utilizzate in film, documentari, sigle televisive… in alcuni casi più e più volte (tanto da camparci di rendita e garantire una carta bianca perpetua – della lunghezza dei rotoloni Regina – a Eno).

L’ampio ventaglio di registrazioni lasciava già presagire adattamenti tra i più disparati, dalla fantascienza al documentario, dalla sigla di Stranger Things a Super Quark. Tanto da frenare un po’ il nostro amato dal pubblicare un’opera del genere al grande pubblico, conscio del fatto che la critica tenera non è, e difficilmente avrebbe digerito delle micro-composizioni.

Sarà nel 1978 che Music For Films vedrà la luce del giorno, con altri brani a completare l’idea e tante altre collaborazioni a garantire spessore comunicativo al disco. Annoveriamo oltre a Fripp, Cale e Collins anche l’ex Matching Mole Bill MacCormickDave Mattacks dei Fairport Convention e Fred Frith dagli Henry Cow.

Music For Films era la migliore compilation della storia. Era un’idea grandiosa, e il modo perfetto per far arrivare la musica di Eno nel mondo pubblicitario e così via. È stata tutta un’idea di Brian. Era davvero un venditore favoloso. Sono certo di aver detto soltanto: ‘Ottimo, mi pare magnifico.'”, ricorda David Enthoven.

Queste parole ci ricordano che il genio è fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione.

Brian Eno – Another Green World

Brian Eno - Another Green World

Capita a tutti di improvvisare, di arrivare ad un appuntamento completamente impreparati. Qualche volta (poche volte a dire la verità) fila tutto liscio, altre vieni sgamato in maniera miserabile.  

E dato che prevenire è meglio che curare, Brian Peter George St. John le Baptiste de la Salle Eno ha l’idea giusta per affrontare il problema “mi circondo di musicisti coi controcazzi”. 

Non serve altro, ascoltatevi l’assolo di Robertino Fripp in St. Elmo’s Fire (nell’unico intervento che fa in questo disco), è l’immensità. Poi consideriamoci anche il contributo più consistente del buon Filippo Colline e Giovanni Cala (al secolo Phil Collins e John Cale con il quale ha anche collaborato nel concerto con Kevin Ayers e Nico [registrato in un disco dal fantasioso nome June 1, 1974 data dell’evento ndr]). 

Dopo tutte queste parentesi su parentesi, chiudiamo l’articolo qui? Che ne dite? 

Comunque, come avrete già notato da tempo, anche io ad inizio articolo improvviso quasi sempre: la “carta” bianca mi spaventa, ma appena vedo un paio di righe sommarsi in modo sconnesso – come i tetramini nel tetris – mi infervoro e mi appassiono. Direi quindi che ora posso smettere di scrivere cazzatelle e concentrarmi sul tema odierno. 

Torniamo su quanto scritto inizialmente, riguardo il concetto di improvvisazione. Brian Eno in principio paga per questa scelta, diversi sono i giorni passati a lillarsi in studio senza combinare nulla, non proprio la scelta più saggia pensando al costo d’affitto giornaliero pari a 420 sterline.  

Preso male dalla situazione – come un ragazzino delle medie in gita scolastica – tira fuori il mazzo delle strategie oblique, come fossero le carte UNO, e risolve tutto. Ora chiunque di voi conosca un po’ pillole ed il ciclo relativo alla Trilogia Berlinese, ascoltando Another Green World si imbatterà in una serie di idee musicali che Bowie mutuerà per Low, non sorprendetevi (l’attacco di Sky Saw vi apre un mondo in tal senso), fa tutto parte di un grande puzzle meraviglioso che disco dopo disco comincia a comporsi in questo spazio digitale. 

“Ogni giorno prendevo uno strumento diverso. Un giorno era un violoncello, un altro una marimba, un trombone… qualsiasi cosa. Non sapevo suonarne nessuno […]”, naturalmente tutto veniva registrato e qualche volta le idee che ne uscivano consentivano di cominciare lo sviluppo di nuove composizioni “non verticali” ovvero non canoniche o narrative, ma assimilabili alla kosmische musik e al minimalismo.  

In un processo di addizione perpetua (sovraincisioni ed idee confuse), vengono cavate fuori una trentina di idee. Successivamente, vengono ridotte a 14 ceppi musicali da sviluppare in canzoni, su di questi avviene un lavoro di sottrazione volto ad eliminare l’inutile (simile al concetto giapponese di muda).  

È qui che la creatività di Eno prende il sopravvento compensando i limiti tecnici; chi di voi ha il disco originale, avrà notato la presenza di strumenti mai sentiti nominare come la desert guitardigital guitar e snake guitar 

In un’intervista – rilasciata alla pover’anima di Lester Bangs – Eno spiega tutto “tutte queste parole sono le descrizioni di come dovrebbero essere suonati gli strumenti, o il suono al quale vorrei somigliassero; ad esempio la snake guitar volevo che mi facesse pensare alle movenze di un serpente […] energico e veloce. La digital guitar è una chitarra con un delay digitale ma ha generato molto feedback su sé stessa fornendo un suono che sembra fuoriuscito da un tubo di cartone. La Wimhurst guitar in St. Elmo’s Fire, deriva da un’idea che ho condiviso a Fripp ‘Conosci la macchina di Wimhurst?’, praticamente è un dispositivo che genera dei voltaggi estremamente elevati tra due poli, ed ha una forma erratica, perciò gli ho detto ‘Immagina una linea di chitarra che si muova velocissimamente e imprevedibilmente’, e Frippone ha suonato un solo che per me è veramente molto Wimhurst [anche il titolo della canzone, il fuoco di Sant’Elmo, fa riferimento ad un fenomeno che crea una sorta di plasma… la smetto di addentrarmi in cose che non so, approfondite voi, non scambiatemi per Alberto Angela o Neil Degrasse Tyson ndr]”. 

Quando la struttura musicale assume un senso, Eno comincia a mugolarvi sopra le linee vocali, per assonanza poi butta giù i testi delle canzoni, ed è così che si viene a creare Another Green World, titolo che prova a descrivere i panorami – tanto inquietanti quanto verdeggianti – immaginati da Eno ascoltando le canzoni che compongono il disco.  

Come notate sto cercando di togliermi dalle balle il vezzo di commentare brano per brano, vorrei perciò che sognaste ascoltando il disco, il dettaglio avrete modo di carpirlo all’ennesimo ascolto che sicuramente affronterete.  

Godete del lavoro di Eno Rhett Davis, senza preconcetti, senza paura.  

Penguin Café Orchestra – Music From The Penguin Cafè

Penguin Cafe Orchestra - Music From The Penguin Cafe

Tutto ha inizio da un sogno, o sarebbe più appropriato dire da un incubo a seguito di un’intossicazione alimentare.  

È il 1972Simon Jeffes si contorce nel letto di un hotel in Francia in preda ai deliri da avvelenamento: “ho avuto un incubo, mi trovavo in un hotel moderno, c’era un occhio elettronico che fissava e scansionava qualsiasi cosa. In una stanza c’era una coppia che scopicchiava ma senza amarsi. In un’altra stanza c’era un musicista che indossa delle cuffie senza ascoltare musica. Nell’altra stanza c’erano persone che interagivano con degli schermi. È stato terribile, un posto squallido”. 

Voi direte ma che minchia c’entra tutto questo con i Penguin 

Questo – perlomeno – il pensiero che mi è saettato nel cervello. Considerando la pigrizia delle mie sinapsi, mi sono lanciato in voli pindarici immaginando che il sogno prevedesse la partecipazione di alcuni pinguini intenti a sorseggiare tè e mangiare biscottini in un giardino inglese. No! Mi sbagliavo! 

La Penguin Cafè Orchestra è la soluzione sulla quale Jeffes ha puntato per debellare l’inedia ed il torpore delle persone che mano a mano ha incontrato nel sogno. È un baluardo a difesa della passione e degli interessi, è la panacea per il corpo e lo spirito di chi la ascolta. Ora cercate di applicare il sogno di Jeffes ai giorni nostri, è deprecabile dirlo ma forse è meglio che non abbia avuto modo di vedere personalmente come tutto quello che ha sognato – in un delirio – si sia poi rivelato tremendamente reale a distanza di quarant’anni.  

La gente è monitorata 24 ore su 24, la pornografia massiva ha abbrutito le relazioni di coppia ed i mass media (così come i social network) hanno lobotomizzato le menti più deboli. Purtroppo i Penguin non possono essere considerati la cura di questi mali [so che è un discorso razzista ma la maggiorparte della ggente non li conosce, e comunque se li conoscesse non li apprezzerebbe ndr], nei quali veniamo intrappolati a giro tutti quanti. Ma di sicuro con la loro musica sono in grado di creare una zona franca che annulla ogni sortilegio moderno.  

Un’oasi di benessere, una SPA depurativa contro il logorio della vita moderna… perché è inutile negarlo, una volta partiti il violoncello e la viola in Penguin Cafe Single non si può fare altro che ascoltare e concentrarsi sulla bellezza della musica. 

Music From The Penguin Cafè oltre a rappresentare l’esordio dell’ensemble un po’ stramba, resta un’eccezione discografica, difatti in Zopf: In A Sydney MotelZopf: Coronation possiamo apprezzare prima le doti canore di Simon Jeffes e poi di Emily Young nelle uniche composizioni – nell’intera discografia dei Penguin – a prevedere la voce.  Emily è l’autrice della copertina nonché compagna di Simon Jeffes e madre di Arthur Jeffes (per intenderci colui che sta portando avanti i Penguin dopo la prematura scomparsa di Simon). Inoltre voci del settore suppongono possa essere stata la musa ispiratrice di Syd Barrett per See Emily Play, ma prendetela molto con le pinze quest’informazione. 

Se dovessi trovare l’aggettivo più appropriato per descrivere questo disco, direi: poetico e disorientante. Una miscela di musica contemporanea e barocca, ben espressa dal piano elettrico di Steve Nye a simulare il clavicembalo che gioca meravigliosamente con la chitarra di Jeffes, e gli archi di Liebmann e Wright a dare corpo alle composizioni. In un disco che trova il proprio compimento dopo 3 anni, sotto l’egida di un interessatissimo Brian Eno in veste di produttore esecutivo. 

Blixa Bargeld & Teho Teardo – Still Smiling

Blixa Bargeld & Teho Teardo - Still Smiling

Still Smiling è un disco inaspettato, che sembra far capolino da epoche distanti – a cavallo tra anni ’20 e ’30 del secolo passato – con due signorotti distinti intenti a comporlo dinanzi ad un camino mentre sono soliti tirare la pipa e attizzare i carboni. Still Smiling è gentile, ha modi d’altri tempi, è un disco che va ascoltato in maniera attenta, perché riserva numerose sorprese.

La prima sicuramente è nella coppia… chi non si è mai chiesto cosa ci facesse l’austero crucco Blixa con il paffutello italico Teho; l’apparenza inganna e l’abito non fa il monaco, Teardo da giovincello ha seguito la nascita e la crescita dell’ambiente industrial, tanto che partecipando tra il pubblico a uno dei primi concerti degli Einsturzende ha avuto una gran paura, ed il fatto di suonare un disco con Blixa ha di fatto “esorcizzato la paura” (per dirla con le sue parole).

A distanza di 80 anni si riforma l’asse RomaBerlino, fortunatamente con scopi tutt’altro che bellicosi, Teho Blixa si incontrano a teatro anni – dopo quel concerto di inizio anni ’80 – nasce quindi l’idea di un progetto collaterale alle carriere principali dei due. A Teho – che compone di solito colonne sonore – viene proposto di lavorare sulla soundtrack del film Una Vita TranquillaTeho contatta Blixa, nasce così la coinvolgente A Quite Life, brano poi riproposto all’interno di Still Smiling.

Il sodalizio sembra funzionare, l’intesa è eccellente e matura nei due la curiosità di conoscere verso quali vette potrebbe portare la collaborazione. L’asse RomaBerlino è stato ricomposto, in due anni Teho Blixa si sono spostati tra le due capitali lavorando vis à vis, perché si sa le tecnologie aiutano, ma la concretezza la si ha quando uno si guarda negli occhi e vive l’altro in ogni istante. Come già scritto, sembra quasi un lavoro d’altri tempi, sarà per l’uso del megafono in Defenestrazioni, per le atmosfere taglienti dettate dal quartetto d’archi, o per l’encomiabile e buffo tentativo di Blixa nel cantare in italiano (che riporta alla mente i fasti della nostra lingua quando veniva utilizzata per cantare da artisti stranieri tra anni ’50 e ’60).

La contaminazione linguistica diviene un elemento fondamentale di Still Smiling, nel quale si intrecciano l’inglese, l’italiano ed il tedesco, quasi come fosse una barzelletta (chissà se anche questo è un modo per esorcizzare i vecchi cliché), tanto da sfociare in What If? capolavoro del disco che ci mette di fronte ad un tema interessante: quanto cambiano le sensazioni e le scelte in fase di traduzione? Quanto la traduzione inficia un pensiero originario disturbandone sfumature e concetti?

Potete capire che ha preso forma un disco estremamente imaginifico, in grado di produrre diapositive che si susseguono costantemente, Still Smiling è un disco visivo nato quasi con l’intento di fare da colonna sonora a più momenti della nostra vita, un po’ come Brian Eno fece per Music For Films (una sorta di compilation con mini-colonne sonore create da Eno sulla base di alcuni film da lui immaginati ed inviati a vari registi affinché le utilizzassero per i propri film futuri), ma con la necessità di rendere autonomo e dal carattere forte il disco, evitando lo schiaffo di essere un mero sottofondo da camera.

Tutto questo rientra in un’idea ben precisa “il disco è frutto di una ricerca continua della perfezione, la voglia di migliorare le tracce fin quando tutto non risulta omogeneo con il resto”, non si parla però unicamente di musica, bensì dell’opera nel complesso; confezionata a dovere grazie agli scatti di Thomas Rabsch (già collaboratore di Nick Cave Radiohead) capace di immortalare Blixa Teho con tecniche fotografiche che richiamassero le immagine degli spiritisti ad inizio ‘900 – scattate con le prime macchine.

Il set fotografico è stato allestito a casa di Bargeld, nel quale entrambi figurano in pose estremamente naturali, andando a formare una grande connessione tra immagini e video; un credo artistico caposaldo della poetica di Man Ray, nume tutelare di Teardo (capace nel corso degli anni di sonorizzare con dedizione tre film muti di Ray tra i quali Le Retour à La Raison).

Talking Heads – More Songs About Buildings And Food

Talking Heads - More Songs About Buildings And Food

Eno è l’unica persona che comprenda il modo di suonare di David. […] Il senso del ritmo di David è folle ma fantastico. Una canzone parte incasinata per diventare poi un koala. È tremendamente difficile trasformare un’idea stupida in qualcosa di brillante. David ricava il dipinto dallo schizzo. È grandioso nel convincerci di come un’idea pazza possa divenire qualcosa di splendente.”

Tina Weymouth in questa intervista rilasciata a Creem, ci fornisce degli indizi che ci spiegano l’evoluzione dei Talking Heads:

1) More Songs About Buildings And Food è il secondo album delle teste parlanti, il primo affidato a Brian Eno;

2) Eno è l’uomo capace di intendersi con Byrne più di chiunque altro, perciò è da qui che nasce il sodalizio che porterà a Fear Of Music, Remain In Light, My Life In The Bush Of Ghosts;

3) Eno comincia una cura contro l’autismo da palcoscenico di Byrne (lui stesso definisce il proprio inizio di carriera aspergeriano) spostando il focus dalla sua chitarra alla sezione ritmica, mettendo in condizione il duo FrantzWeymouth di porre l’accento sui brani.

Come scritto per Talking Heads ’77 la forza della band è suonare dal vivo, la palestra che ne ha forgiato lo spirito ed il carattere, Eno propone così alle Teste Parlanti di entrare in studio e registrare completamente dal vivo i nuovi brani, questo infonde maggior coraggio ed estro nei Talking Heads che consente loro di chiudere le registrazioni ed i mixaggi in appena tre settimane (una in più del disco d’esordio).

Concedendo la ritmica a Frantz e Weymouth – e non essendo una band che basa i propri successi su giochi di chitarra pirotecnici – la peculiarità dei brani è incentrata non solo sui testi ma anche sulla voce di chi li interpreta e sul come lo fa. The Big Country in tal senso credo possa essere una canzone che ben rappresenta quanto scritto sopra.

Byrne ha trovato in Eno il suo Virgilio e Eno in Byrne il proprio Dante.

More Songs About Buildings And Food mostra la via, definendo il futuro che spetta ai Talking Heads, ma offrendo anche un’idea artistica riconoscibile grazie all’emblematica immagine di copertina raffigurante un mosaico di oltre 500 polaroid – scattate da David Byrne – rappresentante i membri della band.

Anche il titolo peculiare ha contribuito all’immagine coordinata del gruppo:

Tina “Come dovremmo chiamare un album che parla di cibo ed edifici?”

Chris “Puoi chiamarlo Altre canzoni sul cibo e sugli edifici (More Songs About Buildings and Food)”.

 

Television – Marquee Moon

Television - Marquee Moon.jpg

I Television hanno lasciato pochissimo materiale ai posteri, ma quel poco che è arrivato è di importanza cruciale; il sound di Marquee Moon donatoci da Tom Verlaine è unico e ha germinato fino ai giorni nostri. Tanti sono cresciuti con la sua chitarra tagliente – per quanto il chitarrista Richard Lloyd dichiari la paternità dello stile -, quei riff isterici e ossessivi, e la sua voce in tutto simile a quella di David Byrne (ma più sognante).

La strada verso il successo è stata veramente lunga e tortuosa: tante attenzioni da parte delle etichette discografiche che non si sono concretizzate, poi Brian Eno giunge – alla fine del 1974 – e produce una demo del disco che però non viene apprezzata da Verlaine “Ci ha registrato in un modo veramente freddo e fragile, senza risonanza. Eravamo orientati verso un suono di chitarra deciso… una specie di espressionismo”.

L’idea c’è, così come l’onestà intellettuale di rifiutare la collaborazione con Eno pur di perseguire il proprio credo musicale; col passare degli anni questo comportamento si avvicinerà più ad una sorta di khomeinismo da parte di Verlaine, di fatto restio a registrare qualcosa di nuovo o muoversi in degli studi di registrazione che magari non era solito frequentare. Questa “inedia” lo porterà ad un rapporto viscerale con Marquee Moon, un cordone ombelicale tuttora difficile da recidere.

Con l’uscita nel 1975 di Richard Hell abbandona – di lì a poco pubblicherà Blank Generation con i The Voidoids – sostituito al basso da Fred Smith (non Fred “Sonic” Smith degli MC5 marito defunto di Patti Smith) la formazione della band può considerarsi definitiva: Billy Ficca alla batteria – con marcata influenza jazz -, Tom Verlaine alla voce e chitarra, Richard Lloyd all’altra chitarra e ai cori. Questi ultimi, sono legati l’un l’altro dall’amore per New York, Baudelaire e Rimbaud (vi ricorda qualcuna per caso?).

Il legame tra Patti Lee e Tom Verlaine è forte, oltre alla condivisione degli interessi e dell’idea musicale, adottano lo stesso fotografo per le immagini di copertina, quel Robert Mapplethorpe miglior amico di Patti Smith.

Si entra in studio nel settembre del 1976, in preparazione alla registrazione dell’album le prove si intensificano (con una media di 5 ore al giorno per sei giorni a settimana), un lavoro certosino – che va oltre i 200 live sostenuti al CBGB durante gli anni – volto ad utilizzare il meno possibile la sala di registrazione.

Tom Verlaine viene considerato un poeta urbano, capace di prendere il testimone della lirica di Lou Reed e di rinfrescarla, a chi però cerca significati e vede sfumature nei suoi testi lo stesso Verlaine risponde che per tanti casi nemmeno lui sa di cosa tratti precisamente una canzone, scritta in un flusso di coscienza assecondando pensieri e sensazioni. Viva la sincerità!

Ritroviamo tutto questo nella splendida e interminabile title-track, un brano che nasce durante le prime esibizioni della band (difatti incluso anche nella demo di Eno) e che – da improvvisazione e cavalcata musicale – si trasforma in canzone vera e propria nel corso degli anni e dei concerti. Gira voce che Richard Hell abbia mollato il basso dei Television perché non in grado di suonare il brano in questione.

I Television sono portatori di una freschezza che nel panorama musicale mancava, freschezza figlia del periodo e del locale nel quale sono nati; meno cervellotici dei Talking Heads ma più colti dei Ramones. Marque Moon risulta uno dei dischi d’esordio più importanti mai concepito, ha tirato su musicisti di due generazioni e per dirla con le parole di Stipe “è un album stupendo, è secondo solo a Horses di Patti Smith“.