Led Zeppelin – Led Zeppelin I

Led Zeppelin - Led Zeppelin

I Led Zeppelin hanno avuto un grandissimo merito, quello di saper giocare sapientemente con la loro immagine, un marketing – in principio – inconsapevole e mano a mano sempre più concreto.

Tutto ha inizio con il primo album e con la scelta di quella copertina che ritrae una tragedia di immane proporzioni: l’esplosione – avvenuta nel 1937 – del dirigibile Luftschiff Zeppelin #139 Hindenburg (episodio che è costato la vita a 36 persone).

Ricordato dai più semplicemente come lo Zeppelin, il dirigibile che da anche il nome ai futuri martelli di Dio, l’idea di adottare questo nome è di Jimmy Page… o meglio l’idea la prende in prestito da un incontro – al quale Giacomo Pagina ha partecipato – per la formazione di un proto-gruppo composto da Keith Moon, John Entwistle, Jeff Beck e lo stesso Jimmy.

Leggenda vuole che proprio durante l’incontro. quel birbante di Keith Moon abbia detto “Sì! Facciamolo pure questo gruppo, tanto sarà come un palloncino di piombo! [in inglese “go over like a lead ballon” è una metafora volta a prevedere un fallimento ndr]”, e lì Entwistle ha aggiunto “Sì, un Lead Zeppelin!” battutissima a voler enfatizzare la frase di Moon andando a ripescare l’immagine iconica dello schianto dell’Hindenburg.

Page, si dimostra lesto e abile accaparratore di idee (come dimostrerà più volte nel corso degli anni e come avrete modo di leggere fra qualche riga), coglie senza batter ciglio il suggerimento dei due Who, e onde evitare confusione semantica, trasforma Lead in Led – che non è l’acronimo di Light Emitting Diode – ma semplicemente una facilitazione in termini di pronuncia che non porti a differenti chiavi di lettura [lead in inglese può significare sia “piombo” che “condurre” ndr].

Ora converrete con me che vedere – a meno di dieci anni – una copertina del genere, possa stuzzicare non poco le fantasie di un ragazzino vivace e carino come il sottoscritto. Il cortocircuito che ho avuto nell’ascoltare il disco in questione con la voce ruggente di Plant a dominare i brani a intermittenza con il blues di Jimmy Page e la furia animale di John Bonham è stato uno shock, una sveglia totale (hey non mi voglio dimenticare anche di Giovanni Paolo Jones, che non è un papa ma un grande bassista… no, non Giovanni Bassista, ma un grande bassista di quelli che suona il basso). Gli Zeppelin sono stata la base musicale sul quale ho costruito Pillole MusicaliDazed and Confused e Good Times Bad Times, due epifanie ipnotiche che mi hanno incollato allo stereo senza soluzione di continuità.

Ma scopriamo gli altarini, suvvia, son qui per questo! Avevo accennato poco sopra che Page si dimostra lesto accaparratore di idee: il nome della band, l’immagine di copertina, ma anche la meravigliosa cover di You Shook Me, incisa da Muddy Waters e Earl Hooker e già presa da Jeff Beck un anno prima che gli Zeppelin incidessero il loro primo album. Oppure I Can’t Quite You Baby, altro classico blues scritto da Dixon e registrato da Otis Rush a metà degli anni ’50.

Questi però son zuccherini in confronto a quanto accaduto con Dazed and Confused… “ma come?” direte voi “Dazed and Confused è degli Zeppeli!!!1″!”!!!1″… ehhh no cari miei.

Mettetevi seduti, vi racconto una storia: c’era una volta un tipo di nome Jack Holmes che scrisse una canzone dal titolo Dazed and Confused. Una bella canzone, registrata con il suo trio nel 1967 e portata in tour (tra i vari posti in lungo e in largo il Greenwich Village, facendo una puntata anche al Cafe Au Go Go). Capita che Jack Holmes si trovi ad aprire un concerto degli Yardbirds, con all’epoca il giovane Giacomo Pagina alla chitarra… la canzone piacque molto ai Carcerati e con il permesso di Holmes decisero di appropriarsene dilatandola molto, reinterpretandone il tasto ove possibile e lasciando più spazio al blues che al cantato. In questa canzone Page introdurrà uno dei suoi marchi di fabbrica, l’archetto di violino utilizzato sulla chitarra elettrica, su suggerimento di David McCallum Sr. primo violino della Royal Philarmonic Orchestra, nonché padre di Donald “Ducky” Mallard di NCIS.

Bon, gli Yardbirds si sciolgono, nascono i Led Zeppelin e Page si porta dietro nel suo bagaglio questa canzone quasi pronta da registrare… qualche altro ritocchino al pezzo e TAC! Inclusa subito nel primo disco senza menzionare nei credit il pover Holmes, che dal canto suo fa spallucce per anni, salvo poi – dopo una carriera stitica da inizio anni ’70 in poi, ed un ragionamento durato oltre trent’anni – rendersi conto di esser stato perculato e far causa per ottenere le royalties.

C’est la vie, cantava Gianni Dei, d’altronde come diceva Picasso “i mediocri imitano, i migliori copiano” o una cosa del genere.

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The Jimi Hendrix Experience – Are You Experienced

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Il 1967 è – dagli storici – ricordato come anno 0, più precisamente dal 4 Giugno del 1967 entra in essere la locuzione D.H. (Dopo Hendrix).

Dio è sceso in terra, si è fatto carne palesandosi al Saville Theatre, dove in prima fila presenziano coloro che a suon di olio di gomito e album hanno ottenuto più fama di Gesù.

Allora Dio prima di qualsiasi cosa, li indica, si porta le dita alle orecchie e urla tre volte – come il gallo – in loro direzione “Watch out for your ears, ok?”.

Dio fisicamente è diverso da come è stato rappresentato sinora, ha una acconciatura afro, è aitante, senza barba e giovincello… ma soprattutto è un Dio nero, mettendo le pive nel sacco ai movimenti razzisti che fanno da sfondo agli anni ’60.

Dio è mancino, suona con la mano del diavolo. Dio interpreta solamente dopo 3 giorni dall’uscita di Sgt. Pepper Lonely Hearts Club Band, la sua versione dell’opening del disco sorprendendo i Fab Four accorsi al suo spettacolo, affermando così la sua leggenda e imponendosi su chi finora non ha riposto in lui alcuna fiducia (e sono stati in tanti).

Fino a quel momento le capacità del chitarrista sono sempre state tema di dibattito e curiosità. Il concerto in questione ha dato a tanti la risposta che cercavano.

Once you try black you never go back.

Are You Experienced è un’idea musicale capace di sparigliare le carte su ogni tavolo, Foxy Lady apre le danze, dove Hendrix è la macchina del sesso che riesce a spremere dalle corde della Stratocaster una sensualità feroce e animale, lasciandoci intendere quanta voglia di gigiabaffa avesse il treppiede di Seattle.

È il manifesto del rapporto feticista con il suo strumento, è la sua naturale estensione; sin dalla prima chitarra acustica ha instaurato un legame totale con la sei corde (per la quale riceveva cinghiate dal padre qualora l’avesse trovato a suonare con la mano del diavolo) una relazione che i musicisti di tutte le generazioni hanno tentato di scimmiottare dal ’67 a oggi con risultati discutibili.

Sovente mi dimentico di quanto sia importante la capacità di sintesi, perciò eviterò di dettagliare troppo alcune canzoni piuttosto che altre.

L’eccezione la faccio per Hey Joe, cover che ha reso Hendrix quello che è; Chas Chandler (ex bassista dei The Animals e ora produttore) è alla ricerca di qualcuno che possa arrangiare in chiave rock la canzone eseguita da Tim Rose. Hendrix in quel periodo è alle prese con una serie di concerti al Cafe Wha? – nel Greenwich Village -, Chandler se ne innamora e lo porta nel Regno Unito, dove la leggenda di Hendrix ha inizio.

Are You Experience viene pubblicato nel 1967 con 6 differenti tracklist e 4 copertine differenti. Curioso il caso del Sud Africa che, sotto il regime dell’apartheid, censura la fotografia dei membri della band, per mettere bene in evidenza solo il nome.

Ma si sa, le vie del signore sono infinite.

Barbara Keith – Barbara Keith

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Come dimostrato nei precedenti post della rubrica “Derelikt”(so che ogni volta cambia il nome di questa benedetta rubrica, ma fate conto che i dischi particolari finiscono in questa categoria) non è remota la possibilità di una fugace apparizione nel business musicale, con discreti risultati, per poi ritornare nella vita più che normale, circondati dagli affetti e senza enormi pretese.

Dopo Vashti Bunyan e Linda Perachs è il giunto il turno di Barbara Keith (l’ennesima illustre sconosciuta), il parallelismo tra queste figure è più che lecito: produzione discografica scarsa per ognuna, più o meno nello stesso periodo; la scomparsa per quasi trent’anni; il ritorno in pista e la riabilitazione al grande pubblico, raccogliendo successi più che insperati all’epoca delle registrazioni.

Barbara Keith – nell’album che ha un titolo veramente pregno di fantasia – riesce a regalarci una cover della cover delle cover: All Along The Watchtower. La sua versione mantiene una dignità ed un polso che la rendono unica, ha impresso la propria idea musicale in un brano ideato da Dylan – suo compagno di vita bohemien presso il Greenwich Village – rielaborato da Hendrix in maniera magistrale, e ripreso dalla stessa Keith con influenze acide e gorgheggi che si intrecciano in un climax talvolta epico e suggestivo. L’arrangiamento di All Along The Watchtower vale sicuramente l’intero disco, perché dare un senso ad un brano così fortemente connotato e celebre rendendolo proprio, è operazione da folli.

La Keith si ritirò dalle scene dopo aver sposato il produttore di questo disco, tale Doug Tibbles (con il quale ha scritto a quattro mani l’ultimo brano del disco A Stone’s Throw Away), e rescisse il contratto con la Reprise, l’idea dei coniugi era quella di concentrarsi sulla vita familiare e cercare una major in grado di incontrare le loro esigenze.

Il recesso dalla Reprise fu un colpo grosso per la carriera della Keith, in quanto la promozione del disco subì un arresto non indifferente che tagliò di fatto le gambe alla sua carriera.

Morale della favola, le vendite non furono assolutamente eccelse, ma il talento della Keith venne comunque notato dall’industria musicale, non solo grazie ai suoi due album omonimi (uno sforzo creativo da fantasia al potere) ma anche grazie alla fitta rete di contatti creati durante la permanenza dei salotti creativi del Village, dove venne scoperta nel club Café Wha?, per questo motivo alcune sue canzoni vennero reinterpretate da cantanti più conosciuti di lei. E tutti vissero felici e contenti.

Simon & Garfunkel – Bridge Over Troubled Water

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Tutte le più belle storie d’amore giungono al termine purtroppo, lo stesso accade per Simon & Garfunkel che però prima di separarsi consensualmente danno alla luce il loro quinto ed ultimo album Bridge Over Troubled Water.

L’intento di Art e Paul è quello di far sapere a tutti quanto fossero bravi i due nel fare altro oltre il folk alla Greenwich, Bridge Over Troubled Water dimostra la capacità di affacciarsi su altri stili mantenendo la naturalità che appartiene loro. Si vira verso sonorità diverse per due principali motivi: il primo è legato ad Art e alla sua partecipazione al film Comma 22, per il quale inizialmente era stato scritturato anche Paul (segato successivamente), i due di comune accordo decidono di aspettare il termine delle riprese per tornare in studio e fare un album rapidamente; l’altro motivo è Roy Halee (già al lavoro con Byrds, Loovin’ Spoonful, Bob Dylan e successivamente con Laura Nyro) che svolta come un calzino i due ragazzi.

Ne esce fuori un disco epico, con la title-track in stile gospel – ispirata ai Righteous Brothers prodotti da Spector – e scritta in un battito di ciglia da Paul Simon, “Ma da dove viene? Non sembra da me” quasi sorpreso dalla rapidità di scrittura, Simon dedica la canzone alla sua moglie d’allora. Si genera scompiglio per la scelta del cantato, Simon vuole che la canti Garfunkel, Garfunkel ritiene ingiusto togliere la gloria a Simon, interviene Halee che si esprime a favore di Garfunkel. Gioco! Match! Partita!

Originariamente la canzone era composta di due versi, Art si intromette pensando che fosse giusto dover allungare un po’ il brodo e per far sì che succeda, i due ritornano in studio e aggiungono la parte mancante, lavorando di taglio e cucito per integrarla alla versione iniziale.

La rapidità nella scrittura si riflette anche negli altri brani, molti dei quali risultano immediati e meno impegnativi al confronto delle precedenti produzioni del duo; l’essere arrivati agli sgoccioli rende l’approccio musicale di Art e Paul più accattivante, meno serioso. Bridge Over The Troubled Water è sicuramente un disco figlio del proprio periodo: tanti fiati ed impasti vocali, possono essere colte le sfumature di un certo tipo di musica leggera anni ‘60 come in So Long, Frank Lloyd Wright brano che sembra partorito da Burt Bacharach.

Invece no!Lo concepisce proprio Paul Simon, ed è il suo modo di salutare Arty, compagno di tante battaglie, il Napoleone del folk – così lo ha etichettato Garfunkel in una recente intervista – si prodiga nello scrivere una canzone su Frank Lloyd Wright senza sapere a momenti chi fosse e quali fossero le sue opere, lo fa più che altro per tributare Art che oltre ad una discreta carriera da musico e attore, può vantarsi del titolo architetto. In quel periodo valutò anche di cambiare nome in Arct. ………………. lasciamo scorrere questa balla di fieno e facciamo finta di niente.

Non si può non menzionare The Boxer – una delle canzoni più celebri dell’accoppiata – o la magnifica The Only Living Boy In New York con i suoi cambi d’accordi repentini, per non dimenticare le scanzonate Cecilia e Why Don’t You Write Me. Insomma Bridge Over Troubled Water è un disco delizioso e divertente con alti e bassi, forse un po’ sopravvalutato ma che può rivelarsi come un ottimo primo approccio al resto della discografia di Paul e Art.

Emma Tricca – Relic

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Relic è l’inaspettato, fuori dal tempo, fuori dai canoni musicali di oggi. È una ricerca ed una ispirazione senza plagio. È come se fosse il pezzo mancante di un puzzle che va a colmare un vuoto, rimasto lì troppo a lungo. Relic è il disco consigliato di questo mese.

C’è Vashti Bunyan per l’atmosfera cullante, un po’ di Judee Sill nell’essere riflessiva, Buffy Sainte-Marie nella sacralità e nel vibrato della voce, l’intimità di Joni Mitchell, per non parlare di Linda Perhacs e delle sua capacità di plasmare la dimensione sonora circostante senza alcuno sforzo. L’omogeneità che si raggiunge in questo è qualcosa che rende Relic unico, l’anello di congiunzione tra Laurel Canyon e il Village. Ma la qualità più grande di Emma Tricca è quella di attingere a pieno non solo dal gotha delle cantautrici, ascoltandola sembra di sentire un’artista cresciuta con Leonard Cohen e vissuta con Bob Dylan.

Non è un album dove si scimmiotta qualcuno o qualcosa, Relic da la voce ad un’epoca musicale riuscendo a condensarla in 34 minuti. Suona tutto così estremamente moderno e antico, come se la voce gracchiasse dal grammofono ma risultasse nitida, il paradosso che si prova nell’ascoltarlo è frutto di sensazioni così distanti che sembra tutto così naturale ed armonioso.

Sunday Reverie è la versione 2.0 di Sunday Morning, soffusa, intima e rilassante, una sonorità a tratti timida che strizza l’occhio al capostipite dei Velvet Underground (senza però quell’idea di paranoia che permea la canzone di Reed e compagni) resa angelica dai cori gospel nell’intro, dal gorgheggio della Tricca che mostra a tutti quanto ha studiato lo stile delle cantautrici anni ’60 (una su tutte Joan Baez).

Mi piace sottolineare la poliedricità dei brani presenti in questo album; non è semplice mantenere alta la concentrazione dell’ascoltatore per tutta la durata del disco, il fingerpiking che costruisce le strutture armoniche risulta delizioso e mai ripetitivo, le sonorità sono dilatate, la chitarra elettrica di accompagnamento fa un sapiente uso di feedback e una controparte ritmica che bilancia completamente i brani.

La versatilità di Emma Tricca alla voce è notevole, tant’è che a tratti ci si sorprende di come possa variare l’interpretazione da un brano all’altro, come inoltre con questa impostazione riesca a dare una identità ben precisa e arricchire di sfumature delicate tutte le sue creazioni.

Fred Neil – Bleecker & MacDougal

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Le origini sono importanti ed è fondamentale essere curiosi, studiare e approfondire la storia, questa ad esempio comincia tra la Bleecker e la MacDougal, due vie che si intersecano in un locale – il San Remo Cafe – rinomato per essere il punto di ritrovo per artisti, scrittori e musicisti. Stiamo parlando del quartiere del Greenwich Village a New York, dove il folk ha trovato nuova linfa e dove soprattutto nasce il secondo disco di Fred Neil: Bleecker & MacDougal.

Neil, nato a Cleveland e cresciuto in Florida, raggiunge New York a metà degli anni ‘50; ha passato la prima parte della propria vita a viaggiare con suo padre – un rifornitore di jukebox e dischi – questo ha contribuito a rendere Fred Neil una enciclopedia vivente capace di riconoscere la maggioranza dei dischi a cavallo tra gli anni ‘40 e ‘50.

La sua formazione musicale nasce da questo, lo stesso Neil ci ricorda i suoi primi passi nel mondo della musica, avvenuti proprio sulla MacDougal e suonando blues in giro per New York: “L’inizio per me è stato 4 anni fa [l’intervista – l’unica rilasciata da Neil in tutta la propria carriera – è datata 1966 ndr] al Cafe Wha? sulla MacDougal. Bobby Dylan, Dino Valente, Lou Gosset e Mark Spoelstra. I comici Godfrey Cambridge, Adam Keefee ed io, lavoravamo insieme al Wha? da almeno un anno. Le cose son venute fuori da quel piccolo sotterraneo, tutte le persone… sono successe così tante cose a tutte queste persone da allora.”

Un’atmosfera elettrica si viveva ad inizio anni ‘60 in quei posti, il generatore di questa elettricità era proprio quel Bobby citato da Fred, vero e proprio catalizzatore per i musicisti coevi. Solitamente alla base del movimento del Greenwich vi è una condivisione artistica basata su una relazione comune ed intensa da parte dei musicisti che assorbono – come per osmosi – le capacità degli altri e dopo si avventurano in ogni dove scrivendo la propria musica in maniera indipendente (scritta così sembra una cosa alla Highlander).

Bleecker & MacDougal è un classico esempio di folk elevato della costa est, un’evoluzione rispetto a Guthrie e Seeger, un qualcosa di più vicino al blues come ad esempio per Sweet Mama, Mississippi Train o Candyman, uno dei suoi brani più celebri, scritto per Roy Orbison nel 1961 ed incluso successivamente in Bleecker & MacDougal. Candyman è il soprannome con il quale gli abitanti degli stati del sud etichettano i papponi.

Il disco ha goduto della partecipazione – tra gli altri – di John Sebastian all’armonica e di Felix Pappalardi – bassista e produttore molto presente nella scena del Greenwich e vicino a tanti degli interpreti di quel mondo – oltre che Paul Rotchild come produttore musicale.

Fred ha un’idea ben precisa di quello che deve essere la propria musica, non necessariamente una hit, bensì qualcosa che assecondi la creatività, non vuole diventare una macchina che butta fuori sempre gli stessi singoli perché “vendono”. Fred non è interessato ai soldi, ha anche rifiutato grandi somme per dei concerti; a lui non importa, lui ha quel chiodo fisso di assecondare la propria essenza artistica, la sua carriera la dice lunga sul tipo che è stato.

Jackson C. Frank – Jackson C. Frank

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Ascoltando Jackson C. Frank non possono non venire in mente tanti altri artisti, questo perché Jackson è la base. La base di tanti dei folksinger che sono passati per i nostri stereo.

Lo chiamano “leggenda dimenticata”, ma può anche essere ricordato come “l’uomo dei due mondi” o infelicemente “colui che è rimasto scottato”. Partiamo da quest’ultimo soprannome.

“Colui che è rimasto scottato”: all’età di 11 anni la vita di Frank cambia drammaticamente (la prima svolta drammatica di una lunga serie purtroppo), durante una lezione a scuola la caldaia esplode uccidendo parte della sua classe – 15 alunni – compresa la sua prima ragazza, lui si salva rimanendo ustionato. Durante la degenza in ospedale la maestra gli porta una chitarra con la quale può distrarsi ed imparare i rudimenti dello strumento. Negli anni sviluppa una sensibilità tale che lo portano ad avventurarsi come giornalista e al tempo stesso come cantautore in erba nel Greenwich Village.

“L’uomo dei due mondi”: a 21 anni la sua musica è ancora acerba, inoltre la sua vita si trova dinanzi ad un altro bivio: riceve una ingente cifra come risarcimento per l’incidente di 10 anni prima. Deluso dall’amore e dall’attuale situazione al Greenwich Village se ne va in Inghilterra, dove continua a scrivere brani riuscendo a fondere in maniera unica gli stili del folk newyorkese e inglese. Cominciano le collaborazioni con Bert Jansch e John Renbourn dei Pentangle, che si dimostrano grandi estimatori della musica di Frank.

L’Inghilterra lo ha fatto sbocciare completamente dal punto di vista musicale, tant’è che Paul Simon decide di produrre il suo primo – e unico – lavoro in studio. Scriveva tante canzoni Frank, ne componeva più di una contemporaneamente, non si distaccava da un’idea sino a quando non prendeva forma. La musica veniva sempre prima del testo, tranne per Yellow Wall, nella quale parla delle allucinazioni da dolore durante il ricovero in ospedale.

Le registrazioni vanno lisce come l’olio, salvo per il fatto che Frank richiede di rimanere nascosto durante le registrazioni, dimostrando ciò che ha sempre cercato di negare, ovvero un principio di schizofrenia paranoide conseguenza del tremendo incidente subito durante l’infanzia.

“Leggenda Dimenticata”: come nella gran parte delle storie musicali, il lieto fine non c’è. Jackson C. Frank si fermerà al primo lavoro solista, la morte del figlio e la separazione dalla moglie saranno le mazzate definitive che ne segneranno vita e carriera, addirittura tornerà a vivere dai genitori, per poi ottenere come sempre un riconoscimento postumo. “Era l’opposto del chiassoso americano, non promuoveva sé stesso […] Mi sono sentito K.O. quando l’ho sentito suonare. Aveva una chitarra Martin con sè, totalmente sconosciuta in Europa sino a quei giorni. Jackson Frank è stato molto più di quanto fosse Paul Simon. Ma Paul Simon ottenne la fama e Jackson Frank cadde nel dimenticatoio” ricorda John Renbourn.

Jackson C. Frank è un album che ha dentro Tim Buckley, Nick Drake, Phil Ochs, Simon & Garfunkel, Bert Jansch, Tim Hardin, prima che ci arrivassero loro. Blues Run The Game è l’apertura del disco, ed è stata interpretata più e più volte da tantissimi degli artisti citati prima (Drake, Simon & Garfunkel, Jansch, Renbourn, Fairport Convention, Mark Lanegan e tanti altri), così come Milk & Honey adesso forse conosciuta al pubblico più per la versione di Nick Drake che per l’originale (il che è tutto un dire se consideriamo la notorietà di cui ha goduto Drake fino a fine anni ’80).

Jackson Frank appartiene alla nostra musica più di quanto crediamo, lo ascoltiamo tutti i giorni senza saperlo, perciò d’ora in poi quando ascolterete un brano folk, rivolgete almeno un pensiero a quello che ci ha regalato Frank, forse finalmente si renderà conto di quanto di buono ha fatto per tutti noi.