The 13th Floor Elevator – The Psychedelic Sounds Of The 13th Floor Elevators

The 13th Floor Elevators - The Psychedelic Sounds of the 13th Floor Elevators

Pillola di psichedelia pura quest’oggi, pillola necessaria ad introdurre un filone che nei prossimi mesi verrà sviscerato in modo più dettagliato, quello della psichedelia e del flower power.

Ora mi auguro che tutti voi conosciate i 13th Floor Elevator, se così non fosse, traccio un rapido profilo affinché vi rendiate conto di chi siano: band originaria di Austin, celebre per aver di fatto pubblicato un disco di esordio nel quale la parola psichedelia è associata alla propria musica; anticipando di un mese nelle intenzioni i meno noti The Deep (Psychedelic Moods) e Blue Magoos’ (Psychedelic Lollipops) [il primo dei due più oscuro e molto vicino ai 13th ndr]. Aleggiano numerose teorie sul nome del gruppo vero e proprio, pugnette mentali non da poco riguardanti messaggi subliminali, occulti, storie su grattacieli, un misto tra Scientology e robe sul terzo occhio, l’utilizzo della marijuana e cazzi vari da complottisti col cappello di stagnola in testa.

Insomma questi sono i 13th Floor Elevator, una band con formazione perlopiù classica (voce/ritmica, chitarra solista, basso e percussioni) che però annovera tra le proprie fila un suonatore di jug, o meglio electric jug (per intenderci un suonatore di fiato su fiasco microfonato, tipico della musica folk rurale statunitense), tale Tommy Hall fulcro creativo e coautore di gran parte dei brani provenienti dal disco di esordio dei 13th Floor Elevator.

Ora capirete anche voi quale fosse la tendenza dell’epoca per poter ottemperare alle richieste del mercato e poter avere un’idea sul comporre simili brani, l’abuso di droghe da parte dei ragazzi era all’ordine del giorno, tanto da essere arrestati tutti quanti per detenzione di stupefacenti a ridosso della registrazione dell’album.

La loro hit – canzone che ha permesso di registrare successivamente tutto l’elleppì – è il brano di apertura You’re Gonna Miss Me dal suono sporco e genuino, dal forte sapore garage, identità sonora che si riversa anche su alcuni dei successivi brani, nel quale vene pop e psych confluiscono in meraviglie come Don’t Fall Down, You Don’t Know o nelle tarantolate Fire Engine e Try To Hide (in quest’ultima canzone il jug è distinguibilissimo se vi foste posti qualche dubbio sul suo suono), dimostrando di poter esser sia fero che piuma.

I picchi – in termini di scrittura del brano – vengono raggiunti con Roller Coaster canzone dalle atmosfere cupe che ricorda il giro di chitarra dalla connotazione fortemente ‘60s di Lucifer Sam. Roller Coaster racconta un trip con i suoi alti e bassi – come da titolo, in un giro sulle montagne russe – splendidamente accompagnati dalle vorticose accelerazioni musicali in un incedere di chitarra e jug quasi da nausea. Altra vetta è rappresentata da Kingdom Of Heaven che, diametralmente opposta a Roller Coaster, si trascina nell’arpeggio e nella voce di Roky Erickson, vero e proprio celebrante del libro dei Proverbi – tratto dalla Bibbia – al quale si ispira l’autore John St. Powell (esterno al gruppo, genitore di canzoni come Kingdom Of Heaven, Monkey Island e You Don’t Know).

Il disco è un must have (must have è il sottotitolo di questo secondo ciclo di pubblicazioni) per lo spirito e il sound al 100% ‘60s che trasmette e non solo per essere una pietra miliare del movimento. Nel caso in cui fossero a voi sconosciuti, mi auguro che la pulce nell’orecchio sia entrata per bene ed il consiglio è di colmare la lacuna… per chi invece si ritrovasse ad ascoltarli dopo tempo – o a riscoprirli/approfondirli – spero di aver fatto cosa gradita.

 

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The Mothers Of Invention – We’re Only In It For The Money

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Un concept caricaturale, la parodia auditiva e visiva viene giostrata in maniera magistrale da Frank Zappa, che – con frasi irriverenti, un artwork ragionato e uno stile da cabaret – prende per il culo chiunque, non viene risparmiato nessuno. Dai Velvet Underground a Jimi Hendrix, dai Mothers (in una forma di finta autocritica) ai The Beatles, alcuni capisaldi della musica vengono messi in discussione da Zappa, accusando il flower power di esser un movimento di merda – composto da tossici e scansafatiche – privo di una consistenza nella società odierna.

Una serie di scherzi musicali, leggeri (a tratti scanzonati), grotteschi, volti a mantenere sempre alta la concentrazione di chi ascolta con: rumori, voci distorte, musique concrète alla John Cage. I motivetti abbordabili – proposti con insistenza – dimostrano poi il retaggio doo-wop e l’ecletticità suprema di Zappa che in un disco riesce a pensare numerosi aspetti riuscendo a concretizzarli tutti quanti senza sforzo apparente.

La complessità degli spartiti di Zappa è risaputa, i cambi di ritmo e la meticolosità con la quale prepara tutto quanto non lascia mai nulla al caso.

“Lo facciamo tutti solamente per denaro” è il pensiero di Frank rivolto al music-business e ai suoi interpreti, ai figli dei fiori – che nascondono dietro al loro messaggio di pace la voglia di ficcare continuamente e trocarsi finché il corpo lo permetta – volto di una moda passeggera che il buon Zappa contrasta con tutto se stesso. Ma il pensiero di Zappa è rivolto soprattutto ai The Beatles, e la copertina è la rappresentazione del degrado della società, il derelikt parodia dell’artwork della band ideale (versione moderna e aggiornata de La Città Ideale) di Sgt. Pepper.

Le sessioni fotografiche per la composizione dell’artwork durano un giorno e mezzo e 4mila dollari di esborso. Il buon Frank butta su una lista di 100 persone da reperire per ricreare la scena presente nella copertina dell’album dei The Beatles. Ohibòb, naturalmente risulta quasi impossibile trovare tutta quella gente, ma Zappa – che si è affidato a Cal Schenkel – ha un asso nella manica.

“Hey Jimbo, ti va di comparire nel mio album?”. E Hendrix si catafionda senza alcun problema.

Zappa e Hendrix hanno suonato insieme a Londra, lo stesso Zappa è sceso dal palco per godersi il concerto della divinità, ostentando – per la prima volta sino a quel momento – una stima incondizionata verso qualche altro musicista.

Al posto delle corone dei fiori a terra si è pensato che fosse più consono mettere della spazzatura, come a dire, tutto ciò che ci circonda è merda. È il brutto che va a contrasto con il bello. La consapevolezza di Zappa e i Mothers è proprio questa “non possiamo puntare sulla bellezza, puntiamo sulla nostra bravura e simpatia… deridiamoci”.

Prima della stampa Zappa chiede il permesso a MaccaPID si dimostra disponibilissimo – essendo un grande estimatore dei Mothers – mettendolo al corrente però che i diritti della cover son di proprietà di quei cattivoni della EMI.

Zappa per qualche motivo sfancula Macca, il povero Macca non capisce il motivo della sua acrimonia, considerato che nella sua testa avrebbe scritto anche ad Epstein per informarsi a riguardo.

Invero Zappa ha colto l’idea alla base di Sgt. Pepper, la volontà di essere il più grande album mai concepito nella storia del rock, etichetta che il buon Frank reputa idonea solo per i suoi lavori. Difatti i The Beatles vengono considerati come un ottimo gruppo commerciale, secondo Zappa l’album dei Fab Four in sè rappresenta un mero prodotto e non vera musica, e questo spinge a considerare Sgt. Pepper come un album ruffiano e acchiappone (mentre all’epeca Epstein e la EMI stavano seriamente scagacciandosi sotto per la navigazione a vista intrapresa dalle Blatte). Sgt. Pepper è stato l’album della svolta, del “suono lo stracazzo che mi pare, me lo posso permettere”, questo nel music business è considerato un po’ come giocare alla roulette russa.

Se vogliamo proprio fare i Travaglio della situazione, Macca non ha visto di buon occhio che Zappa definisse la musica come un prodotto… la verità è che lo stesso Frank considerava la musica un prodotto perché era a suo avviso l’unico modo per raffrontarsi con gli squali discografici, riuscendo ad imporre le proprie idee senza appassirsi dinnanzi alle regole d’oro del mercato musicale.

Di Hendrix è stata parodiata la versione di Hey Joe, scimmiottata in maniera grottesca in Flower Punk. In questa canzone si fa riferimento anche a Wild Thing, altra cover capolavoro del genio hendrixiano.  Questo avvale la tesi secondo la quale Zappa non risparmia mai nessuno, che siano meritevoli di stima o meno.

Piazzandosi in copertina ammette che anche lui fa parte del circo mediatico e cosciente di farne parte fa buon viso a cattivo gioco, indossando un vestitino di seta blu da ragazzina e delle trecce che dimostrano quanto lui non venga preso per il culo, perché è lui la presa per il culo.

Di We’re Only In It For The Money non basterebbero mai una manciata di articoli per descriverne la profondità e l’importanza, ma per la maggior parte dei dischi zappiani è così… sì ha sempre l’impressione che le parole non bastino.