Franco Battiato – Fetus

È il 1972 e un giovane Franco Battiato dal capello crespo, occhialone sfumato e salopette presenta il brano Energia in uno studio RAI. Tra il pubblico sono state distribuite alcune maschere di carta con la faccia del Maestro (che ad essere sinceri col mascara sembra un po’ Toto Cotugno), alcuni si guardano attorno senza capire molto, altri tengono le maschere in faccia per coprire l’imbarazzo tangibile per un brano che non comprendono.  

L’esordio discografico di Battiato lascia perplessi, ma rappresenta la volontà precisa di credere nella musica elettronica come impronta distintiva. Fetus è un disco ambizioso e sicuramente acerbo, ma ha tanti ottimi spunti che riescono a ergere l’idea di Battiato a ponte tra kosmische muzik e progressive italiano.  

Eppure con lo sguardo revisionista, tipico di chi non si fa mai andare bene un cazzo, c’è una grande fetta di pubblico che suole affermare “Battiato è stato Battiato solo fino al 1975”, rivalutando i primi lavori della produzione del Maestro e smerdando di fatto tutto quello che è venuto dopo.  

Come al solito nella musica, così come nella vita, ci vogliono mezze misure. Non si può vivere di estremi. 

Talvolta tacciato di finto intellettualismo, nel corso della carriera è riuscito a legittimare le proprie scelte dimostrando la sua effettiva caratura. La svolta elettronica avviene a seguito di una infatuazione per Karlheinz Stockhausen (col quale collaborerà in futuro) e cerca di tradurla in musica grazie all’ausilio di una batteria elettronica e di un VCS3 a sostegno di strumenti convenzionali come chitarra classica e basso. I collage sonori inoltre trovano spazio in diversi brani (tra cui Meccanica con le voci degli astronauti dell’Apollo 11 e Nixon sopra l’Aria Sulla Quarta Corda di Bach), dando vita così a uno dei primi album di elettronica pop in Italia.  

Certo quella copertina col feto sul foglio di carta paglia è stato un capolavoro di marketing, garantendo 15mila copie vendute [anche se molti negozianti si rifiutarono di esporla ndr] pensata per scioccare chi se la fosse trovata dinnanzi, merito del genio artistico di Gianni Sassi:  

“Era sicuramente geniale anche se non ero del tutto favorevole a certe cose che faceva. Per esempio la campagna stampa con cui ha cercato di lanciarmi fu una trovata notevole, che diceva cose tipo: ‘Battiato è un buffone… la gente non ne può più’”, ricorda il Maestro. 

In questo caso il vestito ideato da Gianni Sassi fa il monaco, perché quello che troviamo all’interno di Fetus è sì fichissimo, ma allo stesso tempo l’inno alla vita di Energia, con le voci prima di neonati e poi di bambini, rappresenta un brano supercreepy [qualora partisse di notte a casa da soli ndr] un collage sonoro con un certo impatto, diverso da quanto prodotto fino a quel momento in Italia (ricordiamo che oltre i Beatles, prima ancora Zappa e John Cage avevano già battuto questa strada). 

Le trovate musicali sono varie e in alcuni casi acerbe, sì va dall’elettronica al synth pop, fino al manouche alla Django Reinhardt, dimostrando quella cifra stilistica che ha marchiato a fuoco la produzione discografica di Battiato, melodie orecchiabili su testi “concettuali ma non troppo”, della serie “se volete approfondire, approfondite il significato dei miei testi, altrimenti godetevi la mia musica e imparate qualcosa ascoltandola passivamente, in un modo o nell’altro vi inculo” [queste non sono le parole di Battiato ndr]. 

È così che il Maestro ci propone un disco basato sul controllo mentale e l’eugenetica, ispirato al romanzo distopico Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley. In Fenomenologia, manifesto dell’album, ci spara formule matematiche che dovrebbero rappresentare due sinusoidi sfasate, ovvero l’elica del DNA. Ora io non capisco una minchia di matematica e algebra, ero veramente una sega, quindi mi fido delle info reperite in da web. 

Senza addentrarmi sui testi, chiudo raccontando di una piccola chicca che riguarderebbe questo album. Battiato durante un tour europeo del 1972 avrebbe incontrato Frank Zappa, manifestandogli tutta la stima del caso [vorrei vedere ndr]. Lo stesso Frank ascoltando Fetus sembrò gradire il lavoro di Battiato e gli regalò un paio di scarpe argentate con le ali, come simbolo di buon auspicio. Probabilmente la sicilianità dei due ha agevolato l’incontro ed il conseguente confronto, ma dimostra come il buon Frank fosse legato musicalmente alle proprie origini (come dimostreranno gli apprezzamenti nei confronti dei Tenores De Bitti o nell’album Francesco Zappa). 

Ah, sembra che il Maestro perse le scarpe durante uno dei vari traslochi che lo hanno riguardato. Sigh! 

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Demetrio Stratos – Cantare La Voce

 to have haD 
         the idEa        
             his Music 
     would nEver           
                  sTop        
            the Range        
             of hI
                 vOice  
would have    
       no limitS 
              nexT 
                 foR him       
             to leArn was       
                in Tibet 
  after that Out 
  into vocal Space       

John Cage lo ha celebrato con questo mesostico, riconoscendogli un ruolo angolare nel campo della ricerca vocale. Non che agli altri non sia affezionato, ma a Demetrio voglio tanto bene, un po’ per quella proprietà dialettica che lo contraddistingueva e col quale era solito spiegare con piglio accademico i suoi studi, un po’ per l’eccentricità degli studi musicali.  

Sì, gli Area hanno accompagnato – e di che tinta – la mia pubertà (spiegata benissimo con Come Gli Area degli Elii) e li ascolto sempre con piacere enorme, ma Cantare La Voce è un disco che mi ha flippato di brutto il cervello.  

Insomma come ormai avrete capito questo ciclo di pubblicazione è cominciato con dei dischi non proprio accessibilissimi e sicuramente Cantare La Voce è l’apice della ricerca presentata in questo spazio. Il susseguirsi di suoni strani, quelle diplofonie e triplofonie eseguite senza apparente sforzo, la capacità di vocalizzare più note contemporaneamente ha un non so che di mistico.  

Misticismo trasmesso in parte da questo nome d’arte così esotico a tradire le proprie origini elleniche (il vero nome di Demetrio era Efstràtios Dimitrìu nato da genitori greci in Egitto [chissà cosa ne avrebbero pensato i nostri cari leghisti? Insomma, hanno crocifisso Mahmood perché milanese con nome arabo. Lo avrebbero trattato come carne da macello o come fiore all’occhiello? Ma allora tutti i post-mezzadri con nomi del cazzo, tipo Gennifer, Dilan, Jhonny, etc… non meriterebbero uguale trattamento? ndr]), dall’altra dallo strepitoso documentario Suonare La Voce, nel quale Stratos spiega esercizi per utilizzare la voce come uno strumento. Si comincia con le celebrazioni pagane, nelle quali i sacerdoti erano soliti sflipparsi di brutto ripetendo scioglilingua a velocità impossibile (tipo i tizi delle pubblicità sui medicinali che parlano superveloce e ti danno tutte quelle avvertenze che morirai comunque di effetti collaterali perché non ci si capisce una sega), 30 parole in un giro di 3 secondi e mezzo, ripetute ad libitum per ore, la respirazione agisce sul nervo simpatico sballando i preachers, che offuscati dallo sforzo e dalla carenza di ossigeno si imbattevano nella divinità o nel messaggio divino.  

Insomma, suggestioni create da un uso della voce differente da quello moderno, ingabbiato in forme sintattiche, strutture e parole che ne limitano il trasporto emotivo e l’espressività. La parola incastra, è una schiavitù, e cantare la voce è una liberazione. La parola venendo pronunciata velocemente perde il suo senso originario fondendosi in un flusso sonoro indefinito. Stratos ha il coraggio di approfondire questo concetto, buttandosi a capofitto sullo studio della voce, riuscendo a tesorizzare quanto Yma Sumac, Meredith Monk, Tim Buckley, Cathy Berberian avevano fatto (riproporrà anche Stripsody della Berberian), spingendosi oltre e regalandoci un album enorme come Cantare La Voce pubblicato con la Cramps.  

 “Il più grosso complimento che i Maestri di musica indiana fanno ai propri studenti è ‘suoni lo strumento come una voce’” questa frase riassume il contenuto di un disco di esperimenti vocali, un’idea opposta rispetto alla concezione occidentale sposata appieno da Stratos. La ricerca non lo porta solo in India, il Tibet è d’ispirazione per Stratos, in particolare la tecnica dei monaci tibetani – che un po’ come i santoni nell’antica Grecia adoperano la voce per scopi liturgici, ma accordandola in base alla risonanza del tempio – in grado di emettere due suoni contemporaneamente. Un altro esempio tenuto in conto da Stratos riguarda la musica africana nel quale lo stregone è capace di modulare il suono della voce utilizzando le mani a conca di fronte alla bocca e muovendo le dita per ottenere toni e semitoni (come se si suonasse un’ocarina). 

Nell’esecuzione di Flautofonie ed AltroStratos era solito tenere uno specchietto in mano per osservarsi e gestire la propria voce, ottenendo il pieno controllo della voce. Paragona lo specchietto ai pedali di un pianoforte, strumento con il quale si può dare pienezza al suono. 

Insomma, qui si dovrebbe scrivere un trattato e io percepisco che la vostra soglia di attenzione sta scemando di brutto. Spero che questo articoletto vi invogli comunque ad ascoltare ed approfondire una perla tanto bella quanto ost(r)ica.

Luciano Cilio – Dialoghi Del Presente

Come avrete inteso dalla scorsa settimana, si ritorna alla regolarità (ci si prova almeno) dopo una lunga ed imperdonabile assenza. Per questo motivo ho scelto un ciclo dedicato alla musica italiana, per dimostrarvi che nell’ammanto di silenzio calato in questo spazio digitale, risiede uno studio volto a regalarvi piccole perle di rara bellezza. 

Ho il piacere di introdurvi a un disco al quale sono molto legato, che ha poco di nostro all’apparenza. C’è una magia che non è propria del nostro territorio in Dialoghi del Presente, un misticismo che non consente di collocare facilmente questo disco in un arco temporale definito.  

Nomen Omen, Cilio rende fluidi questi Dialoghi, come se appartenessero all’adesso, al prima e al dopo. Suoni troppo puliti ed elaborati per sembrare antichi, ma con un riverbero che li rende distanti in un gioco misurato sapientemente da Cilio, capace di sospendere il tempo. 

Non è facile descrivere qualcosa del genere, sto facendo uno sforzo enorme, non è identificabile con musica progressiva, da camera, classica. Le composizioni di Cilio riunite in Dialoghi del Presente sono qualcosa di oltre. Per aiutarvi, se dovessi azzardare dei parallelismi direi che il Primo Quadro ha un sentore di Satie mentre nel Quarto Quadro (dove affiora anche un ritmo percussivo fortemente partenopeo) il rimando è alla Sagra della Primavera di Stravinskij

Paragoni impegnativi. Ma Luciano Cilio regge il confronto, perché capace di mutuare la sospensione temporale da Satie e Stravinskij, con una freschezza e leggerezza invidiabile.  Una capacità creativa meravigliosa, che lo stesso Cilio ha preferito negare a questo mondo all’alba dei 33 anni. 

C’è qualche accenno di Cage in questo disco, ma Cilio era diverso dal maestro statunitense. Mente curiosa e sperimentatrice, polistrumentista autodidatta incapace di tradurre la musica su pentagramma ma in grado di plasmare le composizioni a orecchio. Viaggia in oriente, apprende i rudimenti del sitar e si immerge a pieno nell’esotismo di sonorità inusitate. Sì, inusitate, come le parole che Umberto Eco era solito usare (quel fetentonte). 

Luciano [mi permetto di chiamarlo per nome in quanto quasi mio coetaneo quando se ne è andato ndr], ha battuto terreni musicali differenti rispetto a quanto richiesto dalle masse, invischiandosi con entrambi i piedi nelle sabbie mobili della sperimentazione che lo hanno lentamente risucchiato. Lui che con Alan Sorrenti ha condiviso un’idea musicale progressista – oltre all’anno di nascita e la provenienza – non è stato capito e accettato dai censori ortodossi del movimento e al contempo respinto dall’universo della musica popolare. 

Luciano si è arreso a soli 33 anni, perché non era capace di vivere attraverso la sua passione, quella musica maneggiata con sapiente bravura e leggiadria poco comune.  

Sarebbe bello onorare la sua memoria con l’ascolto dei Dialoghi, pertanto concedetevi poco meno di mezzora, non resterete delusi. Ad ogni ascolto riscatterete, un pelo di più, la memoria di un enorme artista nostrano. 

Terry Riley – A Rainbow In A Curved Air

Terry Riley - A Rainbow in Curved Air

Terry Riley è il proto-genitore dell’angosciante bambino sole dei Teletubbies, non mi credete?  

Vuol dire che non avete mai avuto l’occasione di vedere la copertina di A Rainbow In A Curved Air, altrimenti la sua pelata rutilante ed il suo ghigno – che lo rende così dannatamente simile a Vigo il Flagello di Carpazia – li avreste ben impressi nell’ippocampo. 

A Rainbow In A Curved Air segna la legittimazione della stempiatura importante, dell’attaccatura dei capelli che parte dalle ossa parietali. Un taglio che detta legge nel patinato mondo musicale, fatto di lustrini e pallette, sarà ripreso una manciata di anni dopo da Brian Eno, col quale farà incetta di figa (andando contro ogni previsione del buon gusto). 
Credo che sia anche giunto il momento di raccontarvi un po’ di questo arcobaleno diviso in 2 lati meravigliosi, quasi antitetici. Innanzitutto oggi trattiamo di Terry Riley, un compositore profondamente ispirato da StockhausenCage, e ho l’onore di presentarvi un’opera che ha consacrato al grande pubblico Riley – al terzo tentativo discografico – registrata completamente in solitaria, con l’ausilio di due clavicembali, un rocksichord,  un darabouka, un tamburello, e tante ma tante sovra-incisioni.  
La title-track si caratterizza per un bombardamento di note, ispirato ai raga indiani, che si sovrappongono creando un effetto rincoglionimento/relax affatto male, in stile Baba O’Riley 

A dire il vero, per completezza di informazione gli Who in Baba O’Riley hanno voluto rendere omaggio a Riley (dove con BabaTownshend fa riferimento al santone Meher Baba). Ascoltando Rainbow si ha la sensazione che il cambiamento durante i 18 minuti e rotti, sia dentro di noi più che all’interno del brano. La percezione della musica varia, non si è più affaticati nell’ascoltare tutte quelle note proveniente da ogni dove, si è assuefatti e subentra un senso di appagamento e di meraviglia.  

I più attenti di voi noteranno delle similitudini con alcune sonorità della scena canterburina (GongAyers, Soft MachineWyattOldfield), non sbagliate affatto, perché Terry in questo ha fatto scuola. Rainbow è un brano che ancora oggi passa discrete piste a composizioni di elettronica più recenti. 

Ed è in quel momento che resti di sasso, quando comincia Poppy Nogood and The Phantom Band, una composizione molto più riflessiva, all’apparenza meno istintiva della title-track, più vicina al minimalismo ragionato di La Monte Young con il quale pochi anni prima lo stesso Riley ha condiviso parte del proprio percorso artistico.  

Young, nonostante fosse di qualche mese più giovine di Terry, si dimostra un maestro coi fiocchi per Terrino, introducendolo a John Coltrane e al suo free-jazz (che vi ritroverete paro paro in Poppy) alla musica del profondo Est, ovvero il Gagaku giapponese ed alla musica classica indiana. 

Amo i dischi strumentali, come ho amato il lavoro di Terry Riley, amo il minimalismo e mi piacerebbe aver modo di continuare a raccontarvelo in futuro. Magari in maniera ulteriormente concisa. 

Lol Coxhill – Ear Of Beholder

Lol Coxhill - Ear Of The Beholder

Lo ammetto, con questo disco metto a prova la vostra pazienza.

Se doveste approcciarvi a Ear Of The Beholder ascoltando Hungerford (ovvero la prima traccia che segue l’introduzione) è probabile che io possa ricevere dei vaffanculo tonanti da parte vostra; non esagero. Potreste avere la sensazione di ascoltare un John Zorn pesantemente sotto eroina e buttereste via il disco non appena possibile (mi piace immaginare che qualcuno di voi ancora compri la musica in supporti fisici).

Ok, ok, ok, proseguendo con Deviation Dance la situazione potrebbe non cambiare, andiamo sicuramente su qualcosa di più orecchiabile ma sento la necessità di chiedervi di assettarvi 5 minuti per leggere queste due righe, in modo tale che voi siate preparati ad affrontare questo capolavoro con il quale Lol Coxhill ha esordito come solista.

La domanda che sorge spontanea ai più è “ma chi è Lol Coxhill“?

Ne ho già parlato tempo addietro, ricordate i The Whole World? La band in accompagnamento a Kevin Ayers? In poche parole, è stata una figura di spicco della scena di Canterbury, una sorta di chioccia – data la differenza di età – per i tanti gruppi che sono fioriti in quella città. Il background free jazz è marcato nelle sue composizioni, l’improvvisazione è un obbligo morale che segue senza tregua e segna le sue esibizioni dal vivo, così come il fascino subito da figure come XenakisVarese Stockhausen [offtopic: avete notato come tornano regolarmente a trovarci questi signori? Rispondono presente a quasi tutti i cicli di pubblicazione di Pillole. Diciamo che tutti questi ascolti sono propedeutici per arrivare da loro e John Cage. Vedremo quanto è tortuosa la strada per arrivarci. /offtopic ndr], o da altre band all’epoca contemporanee, come potrete desumere dalla strepitosa cover di I Am The Walrus.

Tutto ciò in favore di una contaminazione di stili e di generi volta ad abbattere il concetto di “genere musicale”, la musica è liquida, attraversa varie fasi e sfaccettature, ingabbiarla all’interno di un genere è “ingeneroso” [perdonate il gioco di parole]. Famoso purtroppo solo nella terra d’Albione e nei Paesi Bassi, non è riuscito ad avere il giusto riconoscimento nel resto del vecchio continente, lasciando comunque ai posteri tante cosette da apprezzare, tra le quali Ear Of Beholder.

Un disco caratterizzato da registrazioni fatte qua e là, in alcuni casi per strada durante le attività da busker di Coxhill per le quali si scuserà con l’ascoltatore per la qualità (un aspetto in comune con Moondog; Lol divenne artista di strada quando lasciò il lavoro di rilegatore di libri), alle registrazioni di alcuni brani prendono parte anche il caro Mike OldfieldKirwin Dear e Robert of Dulwich, altri non sono che gli pseudonimi di Kevin Ayers e Robert Wyatt. Ma in particolare spiccano le collaborazioni con David Bedford – anch’egli ex Whole World – con le quali registra delle versioni di Two Little Pidgeons e Don Alfonso (ri-edita da Oldfield qualche anno dopo).

Tutto questo pippone per dirvi di non lasciarvi spaventare dalle composizioni all’apparenza inaccessibili, date una chance di ascolto a quest’album, magari partendo da qualche brano più semplice, giusto per prendere confidenza con Lol e capire che straccia di musicista era.

Julia Holter – Tragedy

Julia Holter - Tragedy.jpg

Capita di trovare analogie tra differenti articoli dello stesso ciclo, similitudini non calcolate durante la scelta dei dischi da approfondire. È bello trovare dei sentieri differenti che si muovono paralleli alla strada maestra per poi perdersi e ritrovare – quando meno te l’aspetti – la via principale, ramificazioni, connessioni quasi neurali che rendono artisti apparentemente distanti più vicini di quanto noi crediamo.

Abbiamo parlato degli Einsturzende e del ceppo del tutto similare (concettualmente parlando) con John Cage, ritroviamo in Julia Holter una declinazione interessante di quel mondo musicale, fortemente connotato dall’apparente stramberia di rumori che si susseguono in modo casuale. Siamo al confine di ciò che viene definito musica e non musica, un po’ come avviene per l’arte contemporanea, quando la corrente filosofica che caratterizza la formazione di un dato pensiero prevale sulla tecnica canonica.

Per intenderci, facciamo l’esempio di Picasso e del suo studio alla ricerca della quarta dimensione, la necessità di intrappolare su tela il movimento – la fluidità. A chi non ha studiato un minimo Storia dell’Arte e non si è interessato a Picasso e ai suoi periodi, il pittore spagnolo apparirà come un eccentrico artista che spennellava casualmente sulla tela; la verità sta nel fatto che il cubismo è la sublimazione di un determinato pensiero artistico – formatosi negli anni e attraverso altri periodi (come il blu e il rosa) – partito sempre da uno studio accademico notevole. Picasso non è che non sapesse disegnare, era un ottimo esecutore, ma da lì è partito, non si è sentito arrivato.

Tutto questo pippone pseudo-intellettuale vuole porre l’attenzione su John Cage e Julia Holter, lo studio svolto dai due – con le debite distanze – non deve portare a liquidare causticamente un determinato approccio musicale, ma è volto alla necessità di porsi delle domande ben precise: “Cos’è la musica?” e “Cosa si vuole ottenere?”.

Julia Holter ha cercato di musicare – in solitaria (registrazione e produzione) – la tragedia dell’Ippolito Coronato di Euripide, trovo una similitudine molto marcata con le Ocean Songs dei Dirty Three, sarà per quello sbuffo della nave all’inizio della Introduction, o per la voglia di narrare con la musica delle storie articolate in una sorta di viaggio concettuale. In Try To Make Yourself A Work Of Art, si percepisce il senso epico nonostante la ripetizione ad libitum di due semplice strofe che proseguono sotto un unico presagio “This was my plot“, ad indicare la mancanza di libero arbitrio, come a dire “Hey è tutto scritto, così deve andare, è il destino baby”, lo stesso destino beffardo che vuole che Ippolito e Fedra muoiano in situazioni disgraziate.

In tutto questo la Holter sembra impersonare il ruolo di una musa narrante, una figura tra leggenda e realtà caratterizzata da una voce distante, come in Goddess Eyes nel quale il refrain anni ‘80 al vocoder si intreccia con una voce molto simile a quella di PJ Harvey e appartiene – insieme a The Falling Age – a quella schiera ridotta di brani “canonici” presenti in Tragedy.

“Per me non è divertente cantare canzoni che non sono direttamente correlate a qualche evento specifico. Sono più legata al concetto di storytelling” .

Sì perché Interlude – che indica il passaggio alla seconda parte del disco – propizia anche un cambio di registro, una sperimentazione grandiosa in Celebration. Basta lasciarsi trasportare dalla musica per immaginare la sacralità di questo pezzo che ricorda il canto disperato di Wyatt a cavallo tra Sea Song e Little Red Robin Hood Hit The Road, con un sax che ricorda la tromba di Mongezi Feza che si palesa e senza il senso di ansia che permea il capolavoro di Wyatt. Un filo comune con Cage lo si ha per esempio in So Lillies, brano nel quale la Holter registra i rumori ambientali in una stazione ferroviaria per poi costruirci l’intera struttura, nella sensazione di avere a che fare con un qualcosa di cinematico (e qui ci ricolleghiamo a Blixa & Teho oltre che alla kosmische musik di Neu e Kraftwerk), in quel discorso di riuscire a trasmettere con facilità delle immagini tramite i suoni.

Non ho le risposte naturalmente, o meglio, le mie risposte me le sono date e sono del tutto soggettive, ma mi aiutano ad apprezzare il percorso inusitato della Holter che – con i suoi collage musicali – si erge a nuova figura di riferimento per la musica d’avanguardia con un disco d’esordio ambizioso ma al tempo stesso estremamente definito e che ha ben chiaro in mente dove vuole andare.

“Se ascoltate Tragedy, è pieno di grandi idee all’interno […] Non ho nessun rammarico pensando di aver lavorato da sola su Tragedy, ma è ovvio che stavo cercando di creare qualcosa di più grande di quel che potessi fare. Si può vedere in quest’ottica, stavo cercando di fare qualcosa di talmente più grande rispetto a ciò che effettivamente avrei potuto fare da sola.”

Einstürzende Neubauten – Die Zeichnungen Des Patienten O.T.

Einsturzende Neubauten - Die Zeichnungen Des Patienten O.T.

Chiasso, rumore, catene, pantaloni di pelle e talco, gilet discutibili, caos allo stato puro senza apparente motivo. L’intenzione è quella di ricreare l’ambiente industriale dove l’ensamble di rumori – dissonanti – contribuisce ad una visione più ampia: il rumore è musica. 

Parole forti! Citando l’amato Kent Brockman, un’affermazione ardita che son sicuro possa far storcere più e più nasi. 

La provocazione è tangibile, forte ma non fuori luogo. Oggetti desueti come catene, bidoni, lastre di ferro, trapani e altri attrezzi – che potremmo trovare più in un cantiere che in uno studio di registrazione – vengono adoperati in maniera sapiente da ChungHacke, F.M. HeineitUnruh e Bargeld. Una provocazione che come scrivevo poco sopra, non è campata in aria, già John Cage si era cimentato con l’utilizzo di oggetti vari a fine compositivo (i più informati si ricorderanno della partecipazione di un allora allampanato Cage a Lascia o Raddoppia? nel quale – tra paperelle e bollitori – vinse una ragguardevole cifra e nel quale si esibì davanti ad un pubblico ed un Mike Bongiorno in visibilio).  

Capita perciò che durante questo periodo – definito il più industrial della band – il pubblico dovesse prestare particolare attenzione durante i live a non rimanere offeso dagli “strumenti” del tutto anomali. Sia mai che una scheggia finisca in un occhio, che la piastrella di ceramica tagli la gola di qualcuno e che le scintille non diano foco allo palco! Non si po’ perir de musica. 

Tornando a Cage, vorrei puntualizzare su un aspetto fondamentale: usa il rumore come base per l’improvvisazione, tanto che la sublimazione di questo concetto viene raggiunta con 4’33”, improvvisazione di natura differente ogni volta che viene presentata al pubblico in quanto è proprio l’ambiente che contribuisce all’opera per quei 4 minuti e 33 secondi… della serie Paganini non ripete bbelli!  

L’esatto opposto di quanto fatto dagli Einstürzende in questo loro secondo disco (che copierò ed incollerò solo una volta per evitare di rifarlo successivamente Zeichnungen des Patienten O. T.), si può quindi affermare che la strada battuta da CageEinstürzende sia la stessa fino a quando – alla biforcazione – uno ha girato a destra e l’altro a sinistra salutandosi con la manina. 

L’approccio degli Einstürzende è più casinaro, tant’è che lo stesso Blixa ricopre di urla ogni canzone “è giusto un periodo nel quale preferivo cantare in quel modo. Ogni tanto ci sono ancora delle urla, non sono emozionali ma solo colori tonali. Al tempo di Zeichnungen des Patient O.T. ho cominciato urlando senza pensarci minimamente su.” 

Non pensate male, ci sono degli accenni di strumenti più o meno consueti, come in Die Genaue Zeit (solo all’inizio del brano a dire il vero)… inutile fare un approfondimento brano per brano, cosa cazzo volete che vi dica… sarei uno scimunito se provassi a descrivere ogni singolo “brano”… ma lancio un messaggio alla comunità: checché ne pensiate non è inascoltabile come disco, non date troppo peso alle mie parole e non allarmatevi. Certo prendete il disco con le pinze perché… mhh, come dire… non è proprio il disco che consente la concentrazione o aiuta a raggiungere la pace con l’ambiente circostante.  

Ma c’è un aspetto affascinante e che rende questo lavoro magnetico, il ruolo di Blixa che con la sua voce, la sua cadenza ed il fascino perverso che esercita la lingua tedesca, si erge a sciamano di un nuovo mondo, apparentemente gelido e apocalittico. 

Blixa è capace di far apprezzare qualcosa di estremamente complesso, sostituendosi al santone di Age Of Empires e gridando a pieni polmoni un “Wolololo” capace di catturarci nel suo mondo di rottami, lamiere e spazi abbandonati.