Frank Zappa – Apostrophe (‘)

Frank Zappa - Apostrophe (')

Apostrophe è il disco destinato a sfruttare l’onda lunga del successo avuto con il suo predecessore. I brani composti per quest’album provengono in gran parte dalle sessioni di Over-Nite Sensation e prima di lanciare sul mercato (‘) Franco studia una campagna pubblicitaria basata su 30 secondi di spot assieme a Cal Schenkel (autore anche questa volta dell’artwork dell’album).

Durante il tour di (‘) Jean-Luc Ponty decide di uscire dalla band giudicando la deriva musicale intrapresa da Zappa troppo commerciale. Lesa maestà, ZappaPonty si lasciano nel peggiore dei modi e senza margine per collaborazioni future. Questo caso evidenzia quanto Zappa volesse dei meri esecutori privi di ogni spirito critico, in modo tale da poterli adattare al meglio in qualsiasi idea di musica gli balenasse in testa.

Ponty punta il dito contro la necessità di Zappa di doversi buttare a corpo morto nella satira dal momento in cui le sue derive jazziste non vengono carpite dalla maggioranza del pubblico. In un certo senso il violinista tocca un nervo scoperto di Frengo che solitamente attinge a piene mani dall’humus televisivo americano – specchio di un popolo catturato dagli effimeri valori dello showbiz e di scarso spessore intellettuale.

Questo avviene per Stink Foot – brano di chiusura di (‘) – ispirato da una pubblicità sul deodorante per piedi fetosi della Mennen, dove il cane (citato nella canzone col nome di Fido) sviene nel momento in cui il padrone si sfila le scarpe.

La prima parte di Apostrophe è una suite – di 4 brani – che narra il sogno di un uomo all’interno del quale impersona la figura di un eschimese di nome Nanook.

In Don’t Eat the Yellow Snow – brano di apertura di (‘) – Nanook deve prestare particolare attenzione a non bere la mortale neve gialla che indica la strada battuta dagli husky.

La canzone sfocia in Nanook Rubs It, ma il punto di vista cambia, ora siamo nei panni dell’antagonista della storia – il cacciatore di pellicce – che cattura il cucciolo di foca di Nanook. Accortosi della situazione Nanook agisce menando il pistolino dell’husky e invogliando il cane a mingere la “deadly yellow snow” direttamente sugli occhi del cacciatore di pellicce (la canzone stessa suggerisce che questo avvenimento andrà a sostituire l’episodio del mud shark nella mitologia zappiana).

Il cucciolo è salvo, ma il cacciatore di pellicce perde l’uso della vista. Nonostante il dolore, si ricorda però di una antica leggenda eschimese che spinge chiunque abbia perso la vista per mano di un eschimese di nome Nanook ad andare a St. Alfonzo attraversando miglia e miglia di tundra.

In St. Alfonzo’s Pancake Breakfast viene abbandonato il cacciatore (non sapremo mai se sia guarito o meno) e ci si concentra sulla ricetta del pancake. I pancake sono al centro anche di Father O’Blivion brano nel quale il parroco della città – intento a preparare il pancake – non consente ad un folletto irlandese – sgamato a smanettarsi con un calzino – di mangiare la sua pancake in nome di St. Alfonzo.

Il lato A è quindi una lunga suite nella quale gli interpreti ed i luoghi cambiano continuamente creando una sorta di mini operetta folle e priva di qualsiasi significato apparente oltre la forte ironia.

A seguito arriva Cosmik Debris – uno dei brani più conosciuti nella discografia zappiana – che è un trait d’union con i brani presenti in due album pubblicati negli anni passati: nello specifico “dust of Grand Wazoo” (riferimento all’ultimo album appartenente alla trilogia jazz The Grand Wazoo) e Camarillo Brillo (brano d’apertura di Over-Nite Sensations) “Now is that a real poncho or is that a Sears poncho?“. Da Over-Nite inotre è stato scartato il capolavoro Uncle Remus, prontamente reinserito in (‘).

Piccola menzione d’onore, la title-track è uno stupendo brano strumentale che vede la collaborazione al basso di Jack Bruce dei Cream.

Apostrophe entra negli annali come il disco più venduto all’interno dell’intera discografia di Zappa. Piacevole, irriverente, scherzoso e mai lagnoso. Per chi avesse delle difficoltà e si chiedesse da dove partire con Zappa, questo album può essere sicuramente un buon inizio per approcciare con il leviatano discografico di Frengo.

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Elio E Le Storie Tese – Eat The Phikis

Elio E Le Storie Tese - Eat The Phikis

Perché Eat The Phikis?

Credo che qualitativamente abbia toccato delle vette che difficilmente sono state raggiunte dagli Elii negli anni successivi, ma soprattutto perché risulta l’ultimo album in studio con l’amato Feiez, che come contributo creativo ha sempre avuto un peso specifico non trascurabile.

Eppoi perché ho amato tantissimo la copertina dello squalo con l’apparecchio ed ho consumato la musicassetta [già…] nella mia Twingo verde mela, mentre da adolescente macinavo chilometri nelle nottate di cazzeggio. Un album al quale sono profondamente legato perché ci sono cresciuto… in particolare sono affezionato alla Terra Dei Cachi, brano che ha contribuito all’effettiva consacrazione degli Elio E Le Storie Tese, con il conseguimento del disco di platino in poche settimane dalla pubblicazione di Eat The Phikis.

Un brano che fotografa l’Italia del passato, presente e futuro, con una dovizia di particolari meravigliosa. Una struttura che strizza l’occhio agli stilemi pop-folk dello stivale (Papaveri e Papere di Nilla PizziUna Lacrima Sul Viso di Bobby SoloLa Donna Cannone di De Gregori), con un vorticoso e frenetico uso di calembour che è impossibile non amare. Accettata al festival di Sanremo, rischia seriamente di vincere. Già, rischia, perché anni dopo si è scoperto che la vittoria è stata ottenuta veramente sul campo.

Proprio loro, quelli che 4 anni prima suonavano fuori dall’Ariston, al Controfestival, prendendo per culo alcuni partecipanti parodiando le loro canzoni (come dimenticare Ameri, Sono Felice o le versioni di Vattene Amore e Verso L’Ignoto), per un pelo non vengono classificati vincitori al concorso da loro schernito. Oltre ciò, Elio E Le Storie Tese hanno avuto il merito di vivacizzare un concorso imbolsito e ingessato, con esibizioni degne di memoria:

  • Una serata Elio si presenta con il braccio finto;
  • L’ultima esibizione avviene con la band travestita da Rockets;
  • Durante la penultima serata si compie la meraviglia, quando anziché proporre un estratto da un minuto del proprio brano, propongono il brano quasi per intero eseguendolo velocissimamente (in 55” per essere precisi, che potete ascoltare a chiusura del disco in Neanche Un Minuto di Non Caco, citando Lucio Battisti).

Fuori concorso si classifica la versione, altrettanto spettacolare, con Raul Casadei; un taglio in salsa balera che rende il brano ancora più nazionalpopolare, nonostante voglia di fatto buggerare quello stereotipo. La Terra Dei Cachi segna anche l’inizio del sodalizio tra gli Elii e il maestro Vessicchio.

Concettualmente Eat The Phikis si conferma come un’evoluzione dei precedenti album, pertanto nella scelta di un brano quale Burattino Senza Fichi possiamo scorgere l’eredità della favoletta del Vitello Dai Piedi Di Balsa, dove il protagonista è un Pinocchio adolescenziale su cui facili si sviluppano dei doppi giochi (tra i quali il fatto che sia stato fatto con una sega e altri divertenti cliché).
Mentre T.V.U.M.D.B. racconta l’ennesima sfaccettatura della donna, quella romantica e giovane, interpretata da Giorgia che sogna il bomba dei Take That (Gary Barlow)sulla base della melodia di After The Love Has Gone degli Earth, Wind and Fire (band citata a detta di Faso per non cadere nel plagio). C’è il tempo anche per salutare Piattaforma ed il famoso PAM (“Senti come grida il peperone?”). Il meraviglioso assolo di sassofono eseguito da Feiez in questo brano, aprirà il successivo Craccracriccrecr in sua memoria.

I cameo sono ormai consuetudine e alcune ospitate sono consolidate, come nel caso di Enrico Ruggeri che appare in Lo Stato A, Lo Stato B, presenziano al disco anche Aldo (dal trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo) in Mio Cugino, il meraviglioso James Taylor (in First Me, Second Me che interpreta Peak Of The Mountain, storico brano composto agli inizi di carriera dagli Elii dal testo tradotto in un inglese maccheronico ma reso immortale dal cantautore di Boston) ed Edoardo Vianello in Li Mortacci, brano compendio nel quale vengono citati i grandi morti dell’universo musicale all’interno di uno stornello romano che sembra eseguito direttamente a La Parolaccia.

Nello specifico vengono citati

  • er Chitara: Jimi Hendrix 
  • er Mafrodito: Freddie Mercury 
  • er Rastamanno: Bob Marley 
  • er Guardiano der Faro: Federico Monti Arduini 
  • er Pelvicaro: Elvis Presley 
  • ‘a figlia der Pelvicaro: Lisa Marie Presley
  • er Trilleraro: Michael Jackson 
  • er Canaro: malvivente della Magliana (alla cui figura è stato ispirato il film diretto da Garrone Dogman)
  • er Lucertolaro: Jim Morrison 
  • er Quattrocchi Immaginaro: John Lennon 
  • er Tromba: uno tra Louis Armstrong, Miles DavisChet Baker (giudicando la morte violenta direi proprio quest’ultimo)
  • er Vedraro: Luigi Tenco 
  • l’Impiccato: Ian Curtis 
  • er Fucilense: Kurt Cobain  
  • er Piscina: Brian Jones 

(grazie infinite a marok.org per la lista)

Per citare altri easter egg degni di nota, al termine di El Pube, viene raccontata una barzelletta tramite il MacinTalk della Apple. L’effetto ottenuto è quello del Central Scrutinizer, narratore di Joe’s Garage, (uno dei vari inchini al grande idolo della band, Frank Zappa). Altra checca… ups chicca, è presente in Omosessualità, un trash metal che vede Elio al basso, in quanto Faso si è rifiutato di interpretare il brano per l’odio nei confronti di questo genere musicale. Omosessualità, apprezzato e di molto dai circoli omosessuali per l’onestà intellettuale e l’apertura mentale (nonostante il linguaggio crudo), si è aggiudicato il premio dal circolo di cultura Mario Mieli.

Il brano simbolo – però – gli Elii lo piazzano alla fine, quel Tapparella che narra il dramma del ragazzino eterno complessato, sfigato, bullizzato e pisciato da chiunque alla festa delle medie. Uno spleen [d’altronde in Eat The Phikis è presente anche il brano Milza ndr] decadente di frustrazione totale che si conclude in un’estasi collettiva dal momento che il ragazzetto scioglie l’aspirina nell’amarissima aranciata. Il brano è un omaggio palese ad Hendrix con Little Wing ed Hey Joe che dominano il tema musicale iniziale.

Tapparella è un inno generazionale per chi è stato underground; inno con il quale gli Elii hanno chiuso concerti dal 1996 al 2018 e che dal 1999 è la consuetudine con la quale viene salutato ogni volta il vuoto enorme lasciato dal grande Panino: Paolone Feiez.

FORZA PANINO!

Ebbene sì! Non smetterò mai di ringraziare infinitamente il sito Marok.org dal quale ho attinto diverse informazioncine preziose. Come di consueto, se voleste approfondire, consiglio vivamente di spulciarvi tutte le chicche che i ragazzi hanno raccolto.

http://www.marok.org/Elio/Discog/phikis.htm

 

Elio E Le Storie Tese – Italyan, Rum Casusu Çikti

Elio E Le Storie Tese - Italyan, Rum Casusu Çikti

Questa volta il titolo dell’album non nasconde alcun messaggio sozzo, semplicemente riporta un titolo di giornale cipriota che tradotto dovrebbe significare “La spia italiana dei greci è stata espulsa”. La spia altri non è che Massimo Rana, fotoreporter amico degli Elii e autore della splendida copertina del vitello dai piedi di balsa (ispirata ad Atom Heart Mother).

Sì, perché all’interno della presa in giro, si annida una storia vera; il povero Massimo in vacanza a Cipro – terra all’epoca al centro di un conflitto geo-politico di non poca importanza – viene arrestato dalle autorità turco-cipriote con l’accusa di essere una spia greca, il tutto per qualche scatto sospetto di troppo (accusato di aver immortalato un muro dietro il quale vi è una base militare). I titoli dei giornali locali in quei giorni riportano il titolo Italyan, Rum Casusu Çikti, prontamente riutilizzata dagli Elii per intitolare il proprio disco. Un altro dei loro easter egg insomma.

Il disco non viene ricordato solamente per la celebrità di alcune delle canzoni incise nella storia degli nostri, ma anche per la presenza del coro delle misteriosi voci bulgare (Le Mystère des Voix Bulgares), rinomata e prestigiosa ensemble che ha registrato la sigla di Xena oltre ad aver collaborato con artisti del calibro di Peter Murphy.

Insomma una contaminazione presente più o meno in tutto il disco e capace di rendere buffo il risultato finale, la domanda sorge lecita:

avranno mai capito cosa stavano cantando?

La loro presenza porta in dono il passaggio radiofonico agli Elio E Le Storie Tese con il Pippero®, fantomatico ballo popolare – con tanto di coreografia (ruotiamo le dita e uniamo le falangi,
questo è il ballo del PIPPPERO) nato dalla collaborazione tra Italia e Bulgaria, un precursore della Macarena ed un sostituto di Ramaya, canzone vietata in Bulgaria (naturalmente questo è quanto dice la canzone, prendete tutto con le pinze). Un brano che nella sua apparente semplicità nasconde delle soluzioni musicali estremamente geniali e minuziosamente incollate tra di loro, con I Feel Fine dei The Beatles, Barbare Ann dei The Beach Boys, The Power di Snap!, il giro di basso simile a quello di Piranha (b-side di Ramaya di Afric Simone) e Dyulmano, Dyulbero proprio de Le Mystère des Voix Bulgares, re-inventato per assonanza nel ritornello in Più Umano, Più Vero.

Pippero non è mai stata tra le mie canzoni preferite, così come il brano che apre il disco, Servi Della Gleba, che continua il filone concettuale inaugurato da Cara Ti Amo: la donna è stronza e ti fa soffrire, soprattutto quando sei giovane e incassi 2 di picche a tutto spiano.

Ecco, nell’immaginario collettivo questa canzone ha imposto una serie di concetti icastici che oggi sono utilizzati da chiunque:

  • Servo della gleba è una frase pensata da Meyer, dopo aver sentito una telefonata infinita di Faso con una tipa (per questo il brano termina con la chiamata di Faso) definendone la sua completa sottomissione senza nulla in cambio;
  • Due di Picche, carta che di fatto non conta nulla e che oggi identifica un fallimento nell’approccio;
  • Mi vuoi mettere una scopa in culo così ti ramazzo la stanza? Il finale della canzone che non necessità di spiegazioni.

Credo che uno dei passaggi più poetici ed esplicativi della canzone sia “L’occhio spento e il viso di cemento / lei è il mio piccione, io il suo monumento”, da cantautorato di alto livello.

Rum Casusu mostra un ulteriore aspetto che contraddistingue la carriera degli Elio E Le Storie Tese, le ospitate nelle canzoni. Se nel precedente lavoro Paola Tovaglia (alla quale Rum è dedicato) e Paolo Bisio si integravano nelle canzoni, assieme alla voce giappo dal teatro kabuki di Shidzu Version, qui ascoltiamo oltre alle Voci bulgare anche Riccardo Fogli e i The Chieftains in Uomini Col Borsello, la voce campionata di Marco Masini in Cartoni Animati Giapponesi (che ripete Sperma a sua insaputa, dandoci un saggio di quello che Rocco Tanica farà con i corti negli anni a venire), di nuovo Bisio, Enrico Ruggeri nei panni del Vitello dai Piedi di Cobalto, Diego Abbatantuono nei panni del Dio Pugliese della barzelletta e del matusa in Supergiovane.

Infine, come non segnalare l’ingresso ufficiale dell’architetto Mangoni nei panni proprio del Supergiovane – il super eroe che difende la generazione ribelle dal Governo con un gergo uscito dagli anni ‘60, in piena controtendenza con la figura che dovrebbe rappresentare e con gli ideali che difende.

La canzone si sviluppa su di un ritmo da noir jazz anni ‘60 (tanto per non dimenticare Riz Samaritano) con uno sviluppo recitato che esplode in gospel, dimostrando la versatilità nel maneggiare stili differenti dai musicisti in questione, se mai ce ne fosse bisogno.

Ci sono poi altri scherzi musicali che sarebbe delittuoso non citare come: Arriva Elio e Arrivederci, brani utilizzati in apertura e chiusura dei concerti, (evidenziando l’attitudine al cabaret); oppure il Vitello dai Piedi di Balsa, una meravigliosa favola da raccontare a tutti i bambini (omettendo il finale naturalmente) anche con la sua Reprise.

Un disco immortale che con il suo precedente iscrive di diritto gli Elii a ruolo di eredi naturali di Frank Zappa, senza se e senza ma. Gli unici a poter essere considerati come successori sia per l’approccio creativo, che per la satira ed i testi puntuti ed originali.

Anche in questo caso si ringrazia infinitamente il sito Marok.org dal quale ho attinto diverse informazioncine preziose. Pertanto, se voleste approfondire, consiglio vivamente di spulciarvi tutte le chicche che i ragazzi hanno raccolto.

http://www.marok.org/Elio/Discog/italyan.htm

Skiantos – Mono Tono

Skiantos - Monotono

“C’ho delle storie ragazzi… c’ho delle storie pese”

Che dite, ce lo facciamo questo slego?

Gli Skiantos declinano in chiave punk quanto finora prodotto dagli Squallor (idee al servizio della musica), colmando con la furia le lacune musicali che ad esempio – i raffinati – Squallor ed i loro discendenti Elio E Le Storie Tese non hanno presentato.

Mono Tono è un fulmine nella scena bolognese, figlio di una situazione politica e sociale rigogliosa e travagliata, evoluzione lineare e conseguenza dei movimenti studenteschi del ‘68, un sottobosco underground riconosciuto come serendipità culturale. Freak Antoni li ha definiti “Anni di pongo” anziché di piombo, addossando le colpe di tale definizione ad un revisionismo conservatore; certo è che gli Skiantos si palesano in una situazione sociale all’apparenza molto pesante (basti pensare a Roma Violenta, Napoli Violenta, Milano Violenta), negli anni in cui le BR agiscono con atti criminosi terrorizzando l’Italia intera, dando in eredità un’etichetta greve anche a chi non era “compagno reazionario” (la stragrande maggioranza dei movimenti).

In questo clima il 1978 da alla luce 5000 copie in vinile giallo vomito di questo primo LP, che skiaffa [come avrebbero scritto loro con vezzo anticonformista ndr] in faccia una demenzialità poggiata sul nulla, sull’irruenza fine a sé stessa, un paradosso che viaggia tra sarcasmo ed ironia veicolato da un’energia cristallina e travolgente culminata in live memorabili. Una versione gentile del punk inglese dei Sex Pistols, fatto di tagli e di muri contro muri: si va oltre una contestazione classica.

Insomma, l’approccio è diametralmente opposto a quello messo in campo dagli Squallor che adottano un non-sense ed una improvvisazione frutto di un divertissement collettivo, negli Skiantos c’è il non-sense musicato e grossolano. Perciò la rima domina sul significato, la musica e gli slogan si muovono a braccetto senza apparente meta “Brucia le banche, brucia le tende, calpesta le piante”. Inoltre a differenza del quartetto della CDG, gli Skiantos prediligono esibirsi dal vivo, dando vita a performance avanguardiste – per il contesto – tra il dada e l’happening della NY anni ’60-‘70, con insulti al pubblico e lancio di verdure dal palco; come recita in Largo All’Avanguardia:

Largo all’avanguardia pubblico di merda 

Tu gli dai la stessa storia tanto lui non c’ha memoria […]  

Fate largo all’avanguardia siete un pubblico di merda  

applaudite per inerzia ma l’avanguardia è molto seria

Gli Skiantos riescono così nell’obiettivo di ridicolizzare il sistema, schernendo la società borghese e impomatata con una serie di argomenti che hanno tutto fuorché una apparente base neuronale (parliamo di caccole, scoregge, etc, etc [voglio un Silos sì lo voglio ndr]) con espressioni talvolta semplicistiche che nascondono per bene quello che Freak Antoni era, ovvero una persona con delle idee e con una coerenza che lo ha accompagnato fino alla fine del suo viaggio.

Eptadone, brano in apertura del disco Mono Tono, introduce il gruppo – con voci alterate – che parla in slang giovanile e con voce accelerata (come in Adolescenti A Colloquio) e prima di cominciare a cantare si sente il ragazzetto in fissa che sbatte in faccia i propri problemi “c’ho delle storie pese”. Da questa frase Stefano Belisari e soci adottano il nome di Elio E Le Storie Tese (tese è il corrispettivo milanese di pese).

Elio si è ispirato alla nostra esperienza, ma ha capito una cosa fondamentale: si doveva posizionare a destra degli Skiantos. Doveva stare dalla parte dei ‘bottoni’… del professionismo. Lui e le Storie avevano la necessità di rendersi ‘credibili musicalmente’, per cui hanno saccheggiato Frank Zappa che era il loro mito. L’idea di Elio è quella di rendersi apprezzabile musicalmente affinché non ci siano falle nella loro credibilità.

Gli Skiantos, invece, in sintonia con il punk rock, sono stati ‘troppo estremi’ dichiarando di non saper suonare. La nostra era un’idea eversiva, voleva dimostrare di dare una mazzata allo star system della musica e del rock.

Elio nacque dieci anni dopo, in pieni anni ’80, ha dovuto fare i conti con una realtà completamente diversa e con stimoli differenti dai nostri. Lui si è adattato ai suoi tempi…”.

Per questo articolo si ringrazia il sito zic.it:

http://www.zic.it/speciale-la-doppia-dose-di-freak-antoni-2/

dal quale sono state reperite informazioni per la redazione dello stesso.

Henry Cow – Unrest

Henry Cow - Unrest

Gli Enrico Mucca sono stati un gruppo strafico, anch’esso proveniente da quel buco di culo di Canterbury. In futuro mi auguro di avere tempo per poter impostare delle ricerche socio-musicali al fine di comprendere come sia possibile che da una cittadina si venga a formare una catena virtuosa dove ogni anello è capace di alimentare quello che lo precede (non parlo solo di Canterbury, ma anche delle altre località che hanno dato vita a movimenti socio-culturali di impatto mondiale).

Va beeene, torniamo agli Enrico Mucca! Per chi non ne avesse sentito parlare, sono anche conosciuti come la band del calzino (merito dei pedalini illustrati da Ray Smith presenti in alcuni dei dischi prodotti dagli Enrico). Grandissima gruppo composto da fior fiore (non Coop) di musicisti, in grado di tirare fuori un secondo disco capolavoro, un misto tra lo Zappa orchestrale/jazz ed i Soft Machine di Third (e perché no il Lol Coxhill di Ear Of The Beholder). È il 1974, e questo disco sembra la sublimazione di un’idea musicale trasversale, dove regna sovrana l’improvvisazione di Frith alla chitarra.

La tecnica di Frith è discendente diretta degli ascolti propostigli da Tim Hodgkinson – felice di introdurlo al free jazz di Charles Mingus e Ornette Coleman – e dalla matematica, come dimostra l’applicazione del codice Fibonacci nella creazione delle armonie e del tempo in Ruins (seguendo l’esempio di Bela Bartok e dimostrando un notevole bagaglio di formazione musicale).

C’è un passaggio bellissimo nella biografia che Scaruffi dedica agli Henry Cow nel quale immortala – con una stilettata delle sue – la band “La coerenza morale e artistica si paga però in termini di insuccesso economico”, ecco potrei chiudere qui l’articolo…. e invece no.

Cerchiamo di andare un po’ più a fondo (nel tentativo di invogliarvi ad ascoltare questo capolavoro) e capire il perché voglio raccontarvi di questo disco. Prima di tutto Unrest vede la collaborazione di Mike Oldfield in veste di tecnico del suono, in secondo luogo il disco è dedicato a Uli Trepte (ex Guru GuruNeu! e Faust, insomma un peones) e a Robertino Wyatt – da poco incidentato – amico di Frith (che a sua volta ha collaborato a Rock Bottom).

Ok, ho la vostra attenzione?

In Linguaphonie i più attenti scorgeranno un tributo alle idee di Wyatt, i versi infantili, a tratti gutturali, sono sovrapposti e circondati da suoni buffi che affiorano su di una base angosciante, per rendervi l’idea si avvicina molto all’outro di Bike. La gran figata di Unrest è nel lavoro al mixer, tra loop, sovraincisioni e manipolazioni continue di suoni in un puzzle musicale di enorme complessità:

“La lavorazione di Unrest è stata un’esperienza splendida e radicale, nella quale molte situazioni personali hanno avuto un peso specifico consistente nell’insieme, almeno per me. […] Il lavoro in studio ci ha dato la possibilità di produrre dei risultati straordinari come in Deluge, che suona ancora fresca per me.” ricorda Fred Frith, in una recente intervista, e dimostra quanto Unrest fosse un disco soddisfacente in fase di realizzazione, oltre che nel risultato finale.

Spero che questo sia il primo passo verso la riscoperta di una band dalle molte idee che – come tante – poco ha raccolto, rispetto a quanto seminato.

St. Vincent – Marry Me

St Vincent - Marry Me.jpg

St. Vincent è sorprendente, strepitosa, e il suo disco d’esordio – a dieci anni dalla pubblicazione – suona ancora meravigliosamente attuale.  

Cresciuta musicalmente da delle nostre conoscenze – come Zappa (apprezzato verso i quindici anni), Jethro Tull e King Crimson (qualche anno prima rispetto a zio Franco) – ha ridefinito in parte il canone del songwriting femminile moderno, utilizzando sapientemente chitarra e pedaliere, arpeggi, echi e vibrati che esaltano la voce di Annie Clark 

Un disco che musicalmente è decisamente ben strutturato, grazie anche alla presenza di turnisti navigati, tra i quali il piano di Mike Garson (sentitevi il piano di All My Star Alligned e ditemi se non vi viene nostalgia di Aladdin Sane). 

“Solitamente quando comincio a scrivere le canzoni, sono un groviglio. È molto difficile che mi sbilanci dall’inizio ‘questi accordi sono giusti e ci costruirò una canzone sopra’. Credo che se sin dall’inizio si parte dal dettaglio, dalla minuzia, sarà più facile applicare un procedimento frattale che di fatto… può innescare ulteriori idee.” 

Questa affermazione dimostra una lucidità e uno studio certosino celato dietro la creazione di nuovi brani, che si può intravedere molto facilmente nella struttura complessa di Marry Me, album nel quale si alternano in maniera ponderata brani apocalittici – come Your Lips Are Red e Paris is Burning – a ballate sognanti da prom – Marry MeAll My Star Alligned e What Me Worry su tutti – passando per ritmi da bossanova nella scanzonata Human Racing. 

I brani hanno subito nel corso degli anni un’evoluzione – così come il processo di songwriting – grazie alle performance live sostenute nel tempo; in principio tutto ciò che è finito su Marry Me è quello che Annie ha creato nella propria stanzetta e catturato con il suo MacBook Pro. Paris Is Burning, per esempio, è nata dopo un periodo speso nella capitale francese, periodo nel quale la canzone è stata composta ma mai eseguita dal vivo, difatti si percepisce l’incertezza durante i primi live, salvo poi crescere di spessore. 

In Marry Me si canta di apocalisse e i riferimenti alla religione nei brani non mancano, a partire dal nome che Annie si è data: St. Vincent. “Il nome deriva da una canzone di Nick Cave [There She Goes My Beautiful World ndr] nella quale fa riferimento all’ospedale dove morì il poeta Dylan Thomas, il St. Vincent hospital. […] In generale sono cresciuta in un ambiente composto da varie religioni, perciò la religione fa parte di me. Tutto – dal fondamentalista cattolico al seguace del guru spirituale indiano fino all’Unitariano universalista – tutto in una famiglia.  Credo che l’aspetto familiare sia più forte di qualsiasi altro dogma.” 

Il titolo del disco -ripreso anche nella title-track – è un messaggio che Annie manda a sé stessa ma anche un commento nei confronti della mondanità, una considerazione al primo quarto di secolo (e al ticchettio dell’orologio biologico) compiuto da Annie all’epoca dell’uscita del disco. “Credo che il mio romanticismo riguardo queste cose sia reale tanto quanto il sarcasmo che mi provocano” 

Ciò che mi piace da morire di Annie Clark è la sua spiccata capacità nel rielaborare le differenti sfaccettature musicali che hanno modellato il suo credo musicale, è come se fosse riuscita a shakerare The Ronettes, Little Eva, Syd Barrett, David BowieKate Bush con tanti altri gruppi a cavallo tra anni ‘90 e primi 2000, riesce a far sembrare normale sentire il fuzz della chitarra sopra a gorgheggi e cori. Le percussioni giocano un ruolo fondamentale in molti brani insieme ad un uso sapiente della voce e della chitarra – suonata in maniera tanto feroce quanto efficace da Annie Clark. 

Tanto per darvi un altro riferimento musicale di St. Vincent, il disco si conclude con una cover di These Days, brano scritto per Nico da Jackson Browne, vero e proprio capolavoro di scrittura.  

Grinderman – Grinderman

Grinderman - Grinderman.jpg

In 20000 Days on Earth, Nick Cave si spoglia quasi totalmente della sua maschera per raccontarsi, tra i vari passaggi degni di nota, una considerazione in particolare si adatta al disco di cui racconto oggi “Se tornassi indietro sicuramente farei canzoni più brevi. Decisamente.”

Grinderman si presenta come un divertissement, un momento di stacco dalla routine consolidata dei Bad Seeds in un periodo un po’ stagnante. La voglia di svincolarsi dai ritmi foschi e placidi degli ultimi dischi porta ad un ritorno alle origini, ad un suono vivo e sporco con un Nick Cave che somiglia tantissimo Frank Zappa alla voce nel modo in cui interpreta le proprie canzoni.

Tornano le chitarre sporche e torna il ritmo finalmente, in un disco con canzoni che non superano i 4 minuti, quasi come a voler dimostrare a sé stesso di essere in grado di comporre un album che non ecceda in lunghezza “il nostro patto affinché entrassimo in studio era quello di non superare i 40 minuti totali, insomma venivamo da un doppio album di 20 pezzi, alcuni di questi dalla durata molto dilatata”.

Il disco in questione è Abattoir Blues / The Lyre of Orpheus e successivamente a quel tour Nick si prodiga nel comporre alla chitarra, strumento con il quale non ha enorme confidenza, questa scelta ha conferito al disco delle sonorità taglienti e a tratti rozze [solitamente ha il vezzo di sedersi al piano per pensare nuove canzoni]: “non avevo mai suonato una chitarra elettrica in vita mia, Jim mi ha portato in un negozio di strumenti a Manhattan nel quale ho comprato l’elettrica. Questo un mese prima che entrassimo in studio. […] Volevo che per il tour usassimo un chitarrista che avesse piena confidenza con lo strumento per suonare le mie parti, ma la band ha insistito affinché continuassi. Avrebbero lasciato il progetto in caso contrario, questo è stato veramente incoraggiante”.

L’improvvisazione a detta di Cave dona immediatezza e freschezza al suono che rende il disco più attrattivo, seppur con tutti i difetti e problematiche del caso che si trascina dietro per via dell’improvvisazione, è come avere una tela bianca di fronte, questo dona sicuramente un grande potenziale a patto ci sia una flessibilità dietro. Canzoni come No Pussy Blues e Set Me Free derivano da pura improvvisazione “Siamo entrati in studio con l’idea di registrare qualcosa di differente dal catalogo dei Bad Seeds. La verità è che suoniamo tanto insieme, ma anche con molti altri progetti esterni, perciò abbiamo notato che il nostro sound si stava discostando molto da quanto fatto in precedenza”, Nick Cave spiega la nascita di Grinderman ed essendo una valvola di sfogo, le sessioni di registrazioni si dimostrano molto snelle e proficue: 4 giorni per registrare l’album e tanto materiale extra, perlopiù improvvisato “è stato veramente liberatorio […] ognuno ha spinto oltre i propri limiti, senza sosta. L’ingresso della chitarra di Nick ha sicuramente cambiato le dinamiche di ciò che avevamo in mente” racconta il fido Ellis, poi la produzione di Nick Launey ha contribuito a rendere il progetto vincente.

Sentire un disco discretamente tirato e trovarsi di punto in bianco ad ascoltare Man In The Moon dopo Honey Bee è spiazzante, perché aldilà della brevità del brano sembrerebbe proprio adattarsi ad un disco dei Bad Seeds, uno stacco deciso ma che ci sta… uno shock inversamente proporzionale a quello che ho provato quando ho visto per la prima volta il video di No Pussy Blues, identificando la voce di Cave ma leggendo Grinderman e non capendoci praticamente nulla… poi vedere il capello rado ed il baffo alla Hulk Hogan ha di sicuro creato uno shock coi fiocchi (inversamente proporzionale alla libidine coi fiocchi).

No Pussy Blues è sicuramente la canzone più rappresentativa dell’intero album, nel videoclip la band è intenta a suonare in una festa nel quale tutti – praticamente tutti – stanno scopando… tranne chi suona. Nel video poi vengono presentate scene di fornicazione dal regno animale in un collage visivo sapientemente montato (mai verbo fu più corretto) da John Hillcoat. Nella clip fa anche la usa comparsa in slow-mo la tenera scimmietta che sta in copertina.

Il nome Grinderman [letteralmente Uomo Macina] deriva da una canzone blues di John Lee Hooker che tanto piace a Nick e Warren e che a sua volta viene da una canzone di Memphis Slim intitolata Grinderman Blues “il fatto che il nome avesse questa storia dietro, ci ha trasmesso delle sensazioni giuste”.